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L’angelo necessario e i manganelli
Il buon senso perduto su realtà e immaginazione

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Ragazzini e manganelli

Nel Maggio del 1968, sui muri di Parigi, compariva uno slogan destinato a diventare il manifesto di una generazione: “L’immaginazione al potere”. Cinquantotto anni dopo, osservando l’Europa e l’Italia del 2026, quella frase suona come il reperto archeologico di un futuro mai avvenuto. Oggi, il potere non solo non ha ospitato l’immaginazione, ma sembra aver ingaggiato con essa una guerra di logoramento.

La cronaca recente ne è la prova più evidente. Da un lato assistiamo alle contestazioni dei giovanissimi studenti che riempiono le piazze europee per rivendicare un futuro (climatico, sociale ed educativo) semplicemente civile; dall’altro, esplode la rabbia geometrica e disperata dei territori, come dimostrano le manifestazioni degli autotrasportatori nel Sud Italia, strozzati da costi insostenibili e da una transizione calata dall’alto senza paracadute sociale.

Di fronte a questa duplice pressione della realtà – che proviene sia dall’idealismo della giovinezza sia dalla concretezza del lavoro – la risposta della politica a quei giovani si è arroccata su un codice binario tanto prevedibile quanto desolante: reprimere, vietare, scacciare. Manganelli, decreti sicurezza, zone rosse e fogli di via.

Questa reazione muscolare non è un segno di forza, ma il sintomo di un profondo fallimento cognitivo. Dimostra che la politica attuale è drammaticamente priva di immaginazione, ma rivela anche qualcosa di ancora più grave: la totale assenza di un (buon) senso di realtà.

Il poeta americano Wallace Stevens, nel suo fondamentale saggio del 1951 L’angelo necessario, spiegava che realtà e immaginazione non sono due mondi opposti, ma polarità legate a filo doppio. L’immaginazione non è la fantasia astratta, non è la fuga romantica nel sogno; per esistere, per avere una forza generativa, ha bisogno dell’attrito, della resistenza e della spinta della realtà. La realtà è, appunto, l’angelo necessario senza il quale l’immaginazione volerebbe nel vuoto, diventando sterile.

Il dramma della classe dirigente contemporanea risiede proprio nella perdita di questo legame. Chiusa nei palazzi della propria autoreferenzialità e protetta da algoritmi di consenso, la politica rifiuta la realtà delle piazze perché non sa come decodificarla. Non sa cosa rispondere a un ragazzo che teme il collasso del pianeta o semplicemente della propria vita; non sa cosa rispondere a un autotrasportatore che non può continuare a pagare il carburante a prezzi sempre più alti e affidarsi ancora a vane e immaginifiche promesse.

Se avessi l’abilità di Mia Couto cercherei di scriverei una cosa del tipo:

“…Non ci ascoltate nemmeno oggi? Sappiate allora che i giorni che verranno saranno più silenziosi. Sempre più motori verranno spenti. Le strade moriranno, si perderanno i sentieri, i ponti crolleranno perché da qui non passerà più niente. Sulle coste delle meraviglie e alle perle del mare non arriverà più il Made in Italy da mangiare. Continuate, continuate pure a consegnare le cose, persino la morte, con i droni e l’intelligenza artificiale; e provate a fare lo stesso con le uova, la farina e magari con i nostri figli da accompagnare a scuole sempre più lontane…”

Poiché non si aderisce a questa realtà, la politica perde la capacità di immaginare alternative. Senza l’angelo necessario della realtà, l’azione di governo si riduce a pura amministrazione dell’esistente, a una burocrazia cieca che risponde al crollo delle fondamenta semplicemente vietando ai cittadini di calpestare le crepe.

Vietare una manifestazione o reprimere il dissenso significa dichiarare la propria bancarotta progettuale. È la risposta di un potere “fantasma”, spaventato da tutto ciò che non rientra nei propri dogmi ideologici o nei bilanci in teoria austeri (falsa immaginazione) ma in effetti fraudolenti (vera realtà). Se governare significa guidare una comunità verso un futuro possibile, oggi si preferisce semplicemente contenere il presente, congelarlo con la forza per evitare che le sue contraddizioni vengano alla luce.

La vera sfida che queste piazze lanciano al dibattito politico, sociale e culturale non è dunque la richiesta di un ritorno all’utopia ingenua del secolo scorso. Al contrario, è una richiesta di brutale realismo. Chiedere che l’immaginazione torni ad abitare la sfera pubblica significa pretendere una politica che abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà complessa del nostro tempo e, da lì, iniziare finalmente a progettare il domani. Finché la risposta rimarrà il divieto, il potere continuerà a essere solo un corpo estraneo che fluttua nel vuoto, separato dal mondo reale da una barriera di scudi della polizia.

Non sappiamo fare meglio di questo? Davvero vogliamo proibire i social ai ragazzini? Proibire il loro pezzo di realtà seppure virtuale con il quale e nel quale sono nati e cresciuti? E tutto questo nella prospettiva di (ri)educarli o, molto peggio, di restituirli a un pezzo di realtà (reale) che viene così scrupolosamente difeso, fortificato e, apparentemente, blindato con i decreti sicurezza, l’amata forza e i venerati divieti, da questo potere miope?

Mi piacerebbe tanto che i nostri attuali governanti, il nostro attuale “Potere” recuperasse quella idea di immaginazione come presenza indispensabile, forza invisibile che dovrebbe proteggerci dalla brutalità o dalla piattezza del “reale nudo e crudo”; una immaginazione che non deve e non può essere una fuga dalla realtà (anche virtuale), ma una spinta ad aderirvi convintamente, in modo nuovo e più profondo.

Mai come oggi, dai tempi della seconda guerra mondiale, la realtà è percepita (o fatta percepire) come una forza massiccia, spesso associata alle “nuove” guerre sempre più apparecchiate come videogiochi con i quali quegli stessi ragazzini giocano sui social o agli arrembaggi della nostra(?) terra da parte di ciurme straniere (?).

È questa la “forza massiccia” che preme e opprime ogni singola coscienza umana e l’immaginazione è “solo” quest’altra cosa qui: una forza uguale e contraria che permetterebbe all’individuo di resistere a tale pressione, trovando un equilibrio. Senza questo … angelo necessario i ragazzini continueranno ad andare in piazza a sfasciare o a lasciare la… Nazione, gli autotrasportatori proseguiranno i loro blocchi stradali, i (pochi) poliziotti cercheranno di mettere ordine anche con i manganelli e i (pochi) medici a lasciare i reparti degli ospedali. Senza un … angelo necessario gli scarti continueranno ad essere ancora più scartati.

È vero nel Maggio del 1968, sui muri di Parigi, compariva quello slogan destinato a diventare il manifesto della mia generazione, almeno di una buona parte: “L’immaginazione al potere”. Cinquantotto anni dopo, quella frase andrebbe capovolta perché non potendo contare su questi uomini e donne potenti forse sarebbe il caso di invocare l’angelo necessario di Wallace Stevens e invece di buttare giù muri e vetrine di negozi, invece di indossare caschi e scudi, scriverci sopra:

“Potere all’immaginazione”

Cover: https://pixabay.com/it/photos/giraffa-bambino-natura-sognare-1959110/

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Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara – Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all’Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara, dove collabora a CDS Cultura . Autore di cinque raccolte poetiche; è presente in diverse antologie. In rete è possibile trovare e leggere alcune sue poesie e commenti su altri poeti e autori. Tiene un blog “Il Post delle fragole”: https://thestrawberrypost.blogspot.com/

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