Una giornata di lavoro
Il 15 ottobre tre persone sono morte sul lavoro, a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra.
A Scerni, in Abruzzo, un ventitreenne, studente universitario prossimo alla laurea, ha perso la vita in una cantina sociale.
A Firenze un operaio di trentun anni è stato travolto da una trave metallica nel cantiere della nuova stazione dell’Alta Velocità.
Nel porto industriale di Cagliari un autotrasportatore di sessantuno anni è rimasto schiacciato da un carico di tubi durante le operazioni di scarico.
Le indagini dovranno ricostruire le dinamiche e accertare eventuali responsabilità. Per ora conosciamo le mansioni, i luoghi, l’età delle vittime. Sono le informazioni che aprono quasi sempre questi resoconti. Gli esiti delle indagini, le responsabilità accertate e le misure adottate in seguito ricevono assai meno attenzione.
Il 16 ottobre, ad Abu Falah, nei pressi di Ramallah, alcuni palestinesi stavano raccogliendo le olive quando, secondo la Reuters, circa ottanta coloni israeliani mascherati hanno aggredito gli agricoltori e le persone presenti.
Sono state lanciate pietre e incendiati alberi. Fra i feriti anche Heidi Levine, fotografa del Washington Post, che documentava l’accaduto.
Per molte famiglie palestinesi la raccolta delle olive significa reddito, un legame con la terra coltivata da generazioni, settimane di lavoro che non si possono recuperare in un altro momento. Gli alberi incendiati mettono a rischio anche i raccolti futuri. Chi rinuncia ad andare nei campi per paura di essere aggredito perde intanto parte di quello presente.
La trave caduta a Firenze e le pietre scagliate contro i raccoglitori di olive appartengono a vicende diverse. Nel primo caso la dinamica e le eventuali responsabilità sono ancora oggetto d’indagine; nel secondo c’è stata una violenza intenzionale, nel contesto dell’occupazione israeliana della Cisgiordania.
Leggendo quelle cronache una dopo l’altra, mi sono chiesto quanto possa decidere una persona delle condizioni in cui lavora.
Un agricoltore palestinese può scegliere di non raggiungere il proprio uliveto durante le aggressioni. Ma quella rinuncia lascia il campo a chi lo minaccia e sottrae alla famiglia un sostentamento. La sua sicurezza richiede una protezione effettiva, non che sia lui a dover stare lontano dai propri alberi.
In Italia chi entra in un cantiere o deve movimentare un carico affronta rischi di tutt’altra natura. Esistono procedure, controlli, obblighi per chi organizza le attività. La prudenza individuale conta; da sola non può sostituire ciò che deve funzionare prima di ogni manovra.
La legge italiana tutela il lavoratore che si allontana da una situazione di pericolo grave, immediato e inevitabile. È una garanzia precisa. Nella vita quotidiana occorre però riconoscere quel pericolo in tempo e sentirsi liberi di segnalarlo.
La necessità di uno stipendio, la precarietà o la posizione subordinata possono scoraggiare chi teme ripercussioni. Non sappiamo se situazioni del genere abbiano inciso sulle morti del 15 ottobre. Ma parlare di prevenzione ignorando i rapporti di forza nei luoghi di lavoro significherebbe trascurare un aspetto decisivo.
La possibilità di rinunciare a un’attività non può sostituire il dovere di renderla sicura.
Allontanarsi da un campo minacciato dai coloni e interrompere una lavorazione pericolosa sono gesti compiuti in circostanze profondamente diverse. Il costo immediato della rinuncia, tuttavia, può ricadere proprio su chi avrebbe bisogno di protezione.
L’INAIL ha registrato, nei primi otto mesi del 2026, 498 denunce di infortunio mortale in occasione di lavoro, contro le 488 dello stesso periodo del 2025.
Sono dati provvisori: le denunce non equivalgono a casi tutti definitivamente accertati. Rispetto al 2019 l’incidenza dei decessi denunciati sul numero degli occupati è leggermente diminuita. Restano centinaia di morti durante lo svolgimento di attività produttive.
A Firenze l’incidente è avvenuto nel cantiere di una stazione destinata all’Alta Velocità.
Costruiamo collegamenti più rapidi, affrontiamo problemi ingegneristici sempre più complessi, affidiamo alle macchine operazioni un tempo manuali. Eppure una grande opera è anche un insieme di gesti ordinari: fissare un carico, controllare un ancoraggio, salire su un mezzo, verificare che un movimento non esponga qualcuno al pericolo.
La tecnologia non rende automaticamente sicuro chi la utilizza. Occorrono formazione, manutenzione, controlli e la possibilità effettiva di fermare le operazioni quando serve.
Un incidente non dimostra, da solo, che sia stata violata una norma. Gli accertamenti servono proprio a questo, anche quando l’indignazione vorrebbe subito un colpevole.
Chiamare tutto “fatalità”, invece, rende indistinguibili gli eventi imprevedibili da quelli che si sarebbero potuti evitare. È una parola comoda, se arriva prima delle domande.
Ad Abu Falah quelle domande riguardano il diritto di raggiungere la propria terra senza subire aggressioni. Nei luoghi delle morti italiane chiamano in causa la sicurezza delle operazioni e le eventuali responsabilità. Le risposte saranno necessariamente diverse. Il diritto di lavorare resta fragile quando la protezione dipende soprattutto dalla capacità di chi lavora di sottrarsi al pericolo.
Altrove ci sarà ancora una vasca da pulire, una trave da sollevare, un camion da scaricare. Negli uliveti della Cisgiordania la raccolta continuerà. Di una trave spostata senza incidenti non si scrive; neppure di un raccolto concluso senza aggressioni.
È così che dovrebbe finire una giornata di lavoro: senza diventare una notizia.
in copertina immagine free pixabay
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