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Il rogo e la biblioteca

Il rogo e la biblioteca

 Ci sono parole che, appena pronunciate, smettono di essere parole e diventano fiammiferi. Non servono più a discutere, a distinguere, a comprendere. Servono ad accendere. A stabilire da che parte si sta.

Accade soprattutto quando un argomento di attualità tocca una ferita storica, politica, religiosa, identitaria. In quel momento non ascoltiamo più una frase: ascoltiamo un’appartenenza. Non valutiamo più un ragionamento: giudichiamo una persona intera. E, con la persona, tutto ciò che ha scritto, pensato, rappresentato prima di quella frase.

La domanda allora è questa: se a dire cose impopolari, o considerate da molti sbagliate, fosse un intellettuale, uno scrittore, un artista, qualcuno stimato, saremmo più tolleranti? Terremmo separata la sua opera dalla sua riflessione contingente? O faremmo anche in quel caso di tutta l’erba un fascio?

La questione non riguarda soltanto l’opinione espressa in un’intervista, in un articolo, in una frase forse infelice, forse consapevole, forse provocatoria. Riguarda il nostro modo di abitare la cultura. Riguarda la possibilità stessa di distinguere tra il valore di un’opera e il giudizio morale, politico o storico che possiamo dare del suo autore.

È una distinzione difficile. A volte necessaria. A volte insufficiente. Ma senza questa distinzione rischiamo di trasformare ogni biblioteca in un tribunale permanente.

Prendiamo il caso più evidente. Dobbiamo mandare al rogo tutta la cultura russa degli ultimi secoli perché la Russia ha aggredito l’Ucraina?

Dobbiamo smettere di leggere Dostoevskij, Tolstoj, Čechov, Achmatova, Pasternak, solo perché oggi un potere politico ha scelto la guerra?

Evidentemente no. Sarebbe un atto non solo ingiusto, ma intellettualmente poverissimo. Vorrebbe dire confondere un popolo con il suo governo, una lingua con un esercito, una letteratura con una strategia geopolitica. Vorrebbe dire dimenticare che proprio dentro la cultura russa si trovano alcune delle più alte meditazioni sul male, sulla colpa, sulla libertà, sull’umiliazione, sulla pietà, sull’abisso umano.

Il problema, però, non si risolve con una formula comoda. Non basta dire: l’opera è una cosa, l’autore un’altra. Perché non sempre è così semplice. Ci sono casi in cui l’opera è attraversata dall’ideologia dell’autore, la alimenta, la trasfigura, la rende seducente. E ci sono casi in cui, invece, non separare diventa una forma di barbarie.

Bisogna allora imparare un esercizio meno istintivo e più faticoso: distinguere senza assolvere.

‘Distinguere’ significa riconoscere che una frase sbagliata non cancella automaticamente una vita di scrittura. Che una posizione politica discutibile non annulla necessariamente la qualità di un’opera. Che un autore può vedere con lucidità in certi luoghi dell’umano e restare cieco davanti ad altri. La grandezza letteraria non garantisce l’infallibilità morale.

‘Assolvere’, invece, sarebbe un’altra cosa. Sarebbe come dire: siccome è un grande scrittore, allora ogni sua parola va protetta. Siccome ha un prestigio culturale, allora la sua opinione pesa più della sofferenza concreta degli altri. Questo no. Nessun autore, per quanto stimabile, può essere trasformato in un santino. La cultura non è un certificato di innocenza.

Viviamo in un tempo in cui il dissenso viene spesso confuso con la colpa. Non ci basta più contestare un pensiero: vogliamo degradare chi lo ha espresso. Non ci basta dire: su questo punto sbagli. Vogliamo dire: sei interamente sbagliato.

Questo vale per ogni campo. Vale per la Russia e l’Ucraina. Vale per Israele e la Palestina. Vale per gli scrittori, gli artisti, i filosofi, i musicisti. Vale anche quando la polemica nasce non da una presa di posizione, ma dal suo contrario: dal rifiuto, vero o presunto, di prendere posizione.

È il vecchio nodo dell’artista davanti alla storia. Deve parlare? Deve esporsi? Oppure la sua responsabilità è già tutta nell’opera, nella forma, nella lingua, nelle canzoni che ha scritto, nei libri che ha consegnato agli altri?

Dire che l’artista deve fare soltanto l’artista può significare una cosa alta: l’arte non è un comizio. Ma può significare anche una cosa più povera: l’artista è solo un intrattenitore, e da lui non bisogna attendersi altro.

Eppure ci sono artisti che non rilasciano proclami e hanno scritto opere più politiche di molti manifesti. Non si può chiedere a ogni artista di trasformarsi in tribuno. Ma non si può nemmeno fingere che il silenzio, in certi momenti della storia, sia sempre innocente.

Che cosa dobbiamo fare, allora? Leggerli ancora? Smettere di invitarli? Contestare le loro parole ma salvare i loro libri? Salvare i libri ma non le parole? Non esiste una risposta unica. Esiste però un criterio minimo: non confondere il giudizio con il rogo. Giudicare significa argomentare, contestare, chiedere conto, entrare nel merito, distinguere tra la provocazione e la propaganda, tra l’errore e la malafede. Il rogo, invece, semplifica. Non vuole capire. Vuole purificare. Non vuole correggere. Vuole espellere.

Forse dovremmo accettare che gli scrittori e gli artisti non sono guide morali permanenti. Possono illuminare una zona dell’esistenza e restare al buio in un’altra. Possono scrivere pagine necessarie, canzoni memorabili, opere capaci di parlare a molti, e poi pronunciare giudizi discutibili. Possono essere grandi nella forma e piccoli nella contingenza. O semplicemente parziali, come tutti.

Per questo la stima non deve diventare obbedienza, ma nemmeno la delusione deve diventare cancellazione.

C’è una maturità culturale che consiste nel dire: questo autore mi ha dato molto, ma su questo punto non lo seguo. Oppure: questa posizione mi sembra grave, ma non per questo brucio tutto ciò che ha scritto. Oppure ancora: continuerò a leggerlo, ad ascoltarlo, ma non smetterò di contraddirlo.

La cultura non è un altare. Non bisogna inginocchiarsi davanti agli scrittori e agli artisti. Ma non è nemmeno una piazza per le esecuzioni simboliche: è uno spazio in cui possiamo amare un’opera e respingere una frase, stimare un autore e contestare una posizione. Mandare al rogo la cultura russa per colpire Putin sarebbe un gesto assurdo. Mandare al rogo uno scrittore o un artista per una posizione controversa può diventarlo allo stesso modo, se smettiamo di pensare e ci limitiamo a bruciare.

La vera domanda, allora, non è se dobbiamo perdonare tutto agli intellettuali. No, non dobbiamo. La domanda è se siamo ancora capaci di discutere senza distruggere, di giudicare senza cancellare, di indignarci senza diventare ciechi.

Perché una società che non sa più distinguere tra una biblioteca e un tribunale finirà per perdere entrambe: la giustizia e la cultura.

Foto di Rafael Juárez da Pixabay

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Francesco D’Angiò

Napoletano di nascita e lucano d’adozione, ha pubblicato tre raccolte di poesia e due opere di narrativa. Scrive per interrogare la memoria, gli affetti, il dolore e le contraddizioni del presente. Cerca una letteratura limpida, necessaria, vicina alle fragilità umane. Collabora con il blog letterario Circolo Letterario Vento Adriatico dove pubblica riflessioni e recensioni.

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