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C’è qualcosa di nuovo… anzi d’antico:
Una Regina che muore e il Razionamento che ritorna

Va bene, ho capito, è morta la povera vecchia regina Elisabetta, rimasta eroicamente al timone del Regno Unito (e mica tanto unito) e del Commonwealth (ammesso e non concesso che conti ancora qualcosa) per più di Settant’anni.  Una tempra di ferro, un attaccamento alle tradizioni che non ha pari. Ho sentito anche la salve infinita dei cannoni. Elisabetta II: in televisione non si parla d’altro.

Ma chi come me – e non mi pare siano tanti –  senza venir meno al rispetto dovuto ad ogni morte, prematura o tardiva che sia, dichiara che “della regina Elisabetta non mi importa poi molto”, chi dice una cosa assolutamente ovvia: che “il suo peso politico era pari a zero”, essendo stata, la sua, “una guida puramente simbolica”. Chi osserva che “il mondo, con Elisabetta o senza Elisabetta,  rimane esattamente quello che era, con tutti i suoi drammi irrisolti”.
Ma chi (e anche questa volta mi iscrivo al piccolo gruppo) osserva come tutto il grande squadrone corazzato dell’informazione mainstream (i grandi giornali, tutte le televisioni, le inspiegabili lacrimucce sui social,  and so on) ci sta propinando vita, morte e miracoli di Elisabetta e della Real Casa, tralasciando le cattive nuove di un’Italia ‘alla canna del gas’ (letteralmente) e di un’ Europa divisa su tutto, comprese le sanzioni, le contro-sanzioni, il tetto ai prezzi del gas, le tasse sugli extraprofitti…
Chi, insomma, prova a dire che sarebbe ora di abbandonare i fatti e misfatti, gossip incluso, di Casa Reale e di parlare di cose serie, di raccontare l’inverno da incubo che aspetta gli italiani, di indicare magari qualche responsabile. Tutti questi, e spero che col tempo aumentino di numero, vanno incontro a una selva di reprimende: se non son proprio duri di cuore, sono i  soliti bastian contrario.

Bene, sfida accettata: da incallito bastian contrario a me interessa parlare del Razionamento.
E si badi, il termine Razionamento (riapparso da poco nel vocabolario corrente) ha una storia ancora più vecchia del lunghissimo regno di Elisabetta II.

Per capire cos’è il razionamento, per guardarlo in faccia, non basta andare indietro di 50 anni. Allora, eravamo agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, c’era la cosiddetta ‘crisi petrolifera’: ci dicevano che il petrolio stava finendo (macché!), in realtà c’era il braccio di ferro con i paesi del cartello OPEC e le speculazioni conseguenti dei grandi operatori industriali e finanziari. Ma l’Austerity non era Razionamento.  Ero piccolo ma un po’ me la ricordo l’austerity: non si imponevano  agli italiani regole, orari, temperature, chiusura di fabbriche  e negozi. L’austerity era la gran invenzione dell’ ora legale per catturare un’ora in più di luce. E poco altro: spegnere un po’ prima le luci di piazza; un po’ di austerità sociale, e alla fine ne saremmo usciti fuori.

Il razionamento, quello vero, è molto più antico. Bisogna tornare alle foto in bianco nero del 1943-45. Agli anni  di ‘molte lacrime e altrettanto sangue’, agli anni della fame, delle lunghe code con in mano la tessera annonaria. Il “batrace stivaluto” (Carlo Emilio Gadda) ci aveva  infilato in una guerra assurda e persa in partenza, con un esercito con le pezze al culo e le scarpe di cartone. Che ci potevamo fare? Dopo la disfatta dovevamo pagare tutti. Non avevamo scelta.

Non siamo ancora a questo. Vedremo cosa sarà, all’inizio e mese dopo mese, il razionamento del prossimo autunno inverno. Quello che è certo è che morderà la carne viva degli italiani. Porterà disoccupazione e disperazione, negozi e piccole imprese fallite e chiuse per sempre.
Gli Italiani – siamo o non siamo ‘brava gente’? – aspetteranno ad accendere il riscaldamento e abbasseranno di uno o due gradi la temperatura; poi vedremo se basterà: un sacrificio tira l’altro. Ma avremo o no il diritto di sapere chi e perché ha messo l’Italia e gli italiani in questo vicolo cieco?

Per chiedere, anzi, per imporre sacrifici (mi par di ricordare che Giulio Andreotti fosse un esperto in materia) al governo e ai partiti  sembra bastare puntare il dito su un unico capro espiatorio: la Russia brutta e cattiva.
Ma chi pagherà per la fallimentare politica delle sanzioni, che ha messo in ginocchio mezza Europa e invece ha arricchito (parlo di svariato miliardi,  l’impero di Putin?
Chi chiederà conto alle grandi aziende energetiche nazionali degli extraprofitti miliardari, ottenuti vendendo il gas al prezzo della borsa di Amsterdam?

La storia si ripete. E questa vota è storia recente: prima dei giganti dell’energia, erano state le big pharma a vendere a peso d’oro i loro vaccini, fissando il prezzo a loro piacimento. Prezzi gonfiati e pagati dall’Europa e dagli Stati Nazionali senza battere ciglio. Ovviamente i soldi venivano sempre dalla stessa sacca, le tasche dei contribuenti.

Forse l’italiano medio dovrebbe opporsi a sacrifici dovuti a una situazione di cui nessun italiano medio è responsabile. Ma siamo ‘brava gente’, un po’ troppo abituata a ubbidir tacendo. Guarderemo in su, un cielo sempre più minaccioso. Fino a quando, si vedrà.

Cover: ritratto di Elisabetta II,  foto Wikimedia Commons

Caro Draghi, anche se tu ti credi assolto, sei lo stesso coinvolto

 

Tre giorni fa Francesco Monini su questo quotidiano, intuendo la frittata che sarebbe sortita dalle repentine dimissioni del ‘formica elettrica’, ha attaccato duramente e preso in giro Mario Draghi [Vedi qui].  Devo invece confessare che, circa due anni fa, anche io avevo riposto alcune disincantate aspettative (ossimoro dettato dalla prudenza) in Mario Draghi (leggi qui). Per carità: non ero convinto che l’intervento del Drake versione libero pensatore, pubblicato sul Financial Times il 25 marzo 2020 (leggi qui), un mese scarso dopo l’esplosione mondiale della pandemia, lo avesse trasformato nel nuovo John Maynard Keynes.

Non ne ero convinto, anche se in un angolino del mio cervello albergava la speranza. Del resto, scusate, Draghi allora scrisse cose come questa: “Tali aziende forse saranno in grado di assorbire la crisi per un breve periodo di tempo e indebitarsi ulteriormente per mantenere salvi i posti di lavoro. Tuttavia, le perdite accumulate potrebbero mettere a repentaglio la loro capacità di successivi investimenti. E se la pandemia e la chiusura delle attività economiche dovessero protrarsi, queste aziende resterebbero attive, realisticamente, solo se i debiti contratti per mantenere i livelli occupazionali durante quel periodo verranno alla fine cancellati.”

Ha scritto “debiti cancellati”. Lo ha scritto lui, ed io ho pensato: toh, ha capito che questa non è una crisi come le altre, questa è una crisi che impone un cambio di paradigma. Attenzione, perché scrisse anche questo: “O i governi risarciranno i debitori per le spese sostenute, oppure questi debitori falliranno, e la garanzia verrà onorata dal governo. Se si riuscirà a contenere il rischio morale, la prima soluzione è quella migliore per l’economia. La seconda appare meno onerosa per i conti dello stato. In entrambi i casi, tuttavia, il governo sarà costretto ad assorbire una larga quota della perdita di reddito causato dalla chiusura delle attività economiche, se si vorrà proteggere occupazione e capacità produttiva”.

Lì pensai: la situazione è veramente pesante se lui arriva a dire queste cose (sacrosante). Ma ciò che più mi sorprese e al contempo mi rinfrancò fu quando lessi: “I livelli di debito pubblico dovranno essere incrementati. Ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva, e pertanto della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la fiducia nel governo. Dobbiamo inoltre ricordare che in base ai tassi di interesse presenti e probabilmente futuri, l’aumento previsto del debito pubblico non andrà a sommarsi ai suoi costi di gestione.”
Capite? L’incremento del debito come male necessario e largamente preferibile alla distruzione della base produttiva. E infine: “Davanti a circostanze imprevedibili, per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra. Gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima. E il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento.” 

Queste non sono parole di un banchiere. Queste sono parole di uno statista.
Un anno dopo Draghi è diventato Presidente del Consiglio
, spintoci da persone che lo hanno individuato come uno dei pochi (l’unico?) in grado di attuare certe linee di politica economica, perché dotato della credibilità e della affidabilità necessarie per attuarle senza farsi bacchettare dai burocrati del pareggio di bilancio e senza farsi condizionare dalle consorterie di partito.
Bene. Le ha attuate?

200 euro una tantum, 85 milioni per l’innovazione digitale a scuola, fino a 840 euro (tetto massimo) per le famiglie con handicap (eredità del precedente governo); negazione del reddito di cittadinanza a chi rifiuta una “offerta di lavoro congrua”; blocco sostanziale del superbonus per eccesso di abusi (che però parrebbero soprattutto esserci stati sul bonus facciate); rimodulazione Irpef sostanzialmente piatta, che ha restituito più potere d’acquisto a chi guadagna di più e meno a chi guadagna meno, con buona pace del criterio della progressività, e dell’idea della redistribuzione. Sto tenendo fuori i fatti che Draghi non poteva prevedere: la guerra e la conseguente impennata dei prezzi, rispetto a cui le misure adottate finora non sono minimamente avvertibili.

C’è uno scarto abissale tra il Draghi visionario del marzo 2020 e il Draghi capo di un governo che risponde con misure stitiche alla più grave crisi del secondo dopoguerra.
Non sono così ingenuo da pensare che fosse possibile trasporre integralmente, declinandole in provvedimenti di concreto e strutturale aiuto a famiglie e imprese, le linee da Piano Marshall da lui delineate in quell’intervento. Ma se devo pensare che questa sia stata la visione che lo ha ispirato, dovrei definire la sua gestione di questi 500 giorni di governo totalmente fallimentare.

Il fatto che sia caduto proprio adesso è considerata una sciagura perché proprio adesso stava arrivando il bello, la ciccia; i soldi del Pnrr, la riforma del fisco, quella della giustizia, il tetto al prezzo del gas (notare che la Spagna lo ha già introdotto, e noi no; quando pensiamo di introdurlo, invece di limitarci a dichiararlo?). A parte che suona comico questo “proprio adesso”, dopo che sono passati 516 giorni, non 56. Ma io chiedo: di chi è la responsabilità di avere messo “proprio adesso” nei casini il Paese, quel Paese nell’interesse del quale tutti, a partire da Draghi, dichiarano di agire?

I 5 Stelle hanno posto dei temi sociali all’attenzione del Governo. Se ci fossero state delle reali aperture, non credo che avrebbero rifiutato di votare la fiducia al cosiddetto Decreto Aiuti. Hanno fatto una cosa irresponsabile? Non saprei. Se avessero ritirato tutta la delegazione di ministri avrebbero fatto un passo da cui non potevano tornare indietro, ma non lo hanno fatto, per cui hanno lasciato la porta aperta.
Forza Italia e Lega non hanno votato la fiducia perché il Governo l’ha posta unicamente su una risoluzione del PD, firmata Casini, che diceva in sostanza “va bene quello che ha detto Draghi, punto e basta”. Irresponsabili pure loro? Può darsi.

Ma questa irresponsabilità va equamente divisa, perché se la logica è questa, c’è un terzo irresponsabile: Mario Draghi.

Il suo Governo, infatti, non è stato sfiduciato. Anzi, ha ottenuto nuovamente la fiducia della maggioranza del Parlamento. Nonostante questo, Draghi ha confermato le sue dimissioni.
In pratica ha detto: se non ci sono dentro tutti quelli di prima, io non ci sto più, però devono fare quello che dico io. Se non è un peccato di arroganza questo, vorrei capire cos’è. Dietro questo sfarinamento si intuisce chiaramente una difficoltà anche nella gestione di rapporti personali, e quando gestisci un gruppo da primus inter pares questa incapacità non è un difetto da poco.

Quindi Mario Draghi se ne va pur non essendo stato tecnicamente sfiduciato, ed è una mossa che personalmente non comprendo.
Se avesse a cuore i problemi che lascia aperti sul campo, se ne occuperebbe con un Governo dalla maggioranza più risicata ma sicuramente dalla linea più coesa. Invece è come se dicesse: io me ne vado, e se dopo di me deve diluviare, che diluvi. Non la trovo una mossa da statista.

Perchè il nostro impegno per il riciclo e il riuso è un atto politico

E’ chiaro a tutti che l’emergenza globale determinata dai cambiamenti climatici rappresenta il problema con cui tutti i Paesi a livello mondiale, in maggiore o in minor misura, stanno facendo i conti e li dovranno fare sempre più negli anni a venire.
La produzione di gas climalteranti, come la CO2 in primis, ma anche come il metano, il biossido d’azoto e altri derivati dalla combustione delle fonti fossili ai fini della produzione energetica, sono la causa principale del riscaldamento del pianeta.
La società capitalista e il modello liberista, che hanno preso il sopravvento ormai in tutti i Paesi, si fondano sullo sviluppo senza limiti del consumismo produttivista di una parte della popolazione, quella più ricca(cioè anche noi), e sullo sfruttamento delle popolazioni più povere e delle risorse naturali (acqua, aria, estrazione di minerali, distruzione di foreste, cancellazione di forme vegetali e animali con perdita di biodiversità ecc..).
La produzione di beni semplici e complessi, la trasformazione dei prodotti, la movimentazione delle merci e tutte le fasi, fino al consumatore finale, esigono un dispendio di energia enorme, un’altrettanto enorme disponibilità di risorse naturali e danno luogo a grandi sprechi sia di energia che di risorse. Tutto questo viene ottenuto attraverso forme di sfruttamento del lavoro e delle persone che si pensavano inimmaginabili in società avanzate e ‘civilizzate’ come i Paesi occidentali. Per non parlare delle condizioni “sotto il livello di sopravvivenza” in cui sono costretti i popoli di quelli che amiamo chiamare “Paesi in via di sviluppo”.
Sappiamo bene ormai, e da più di mezzo secolo, che le risorse del nostro pianeta sono ‘finite’, non infinite e inesauribili. Sappiamo anche che la velocità di consumo e di spreco delle stesse sembra diventata  inarrestabile. Eppure, sotto il dominio della finanza e del mercato, e con il silenzio assenso dei capi di governo, il motore consumista continua a girare a pieno regime.
La prima conseguenza del consumismo, quella che è davanti agli occhi di tutti, è l’incredibile produzione di rifiuti. Rifiuti che, per essere smaltiti, non solo richiedono un’altra grande quantità di energia, ma che provocano ulteriori forme di inquinamento delle risorse naturali e la  devastazione di aree e territori.
Si può fare qualcosa? Si può rompere la catena di questo circolo vizioso?
Forse sì. Almeno un piccola cosa, che possiamo fare tutti: allungare il più possibile la durata di vita di ogni bene prodotto (riuso) e impiegare qualsiasi bene-rifiuto quale risorsa per un nuovo processo (riciclo) e utilizzo.
Ogni volta che riutilizziamo qualcosa, stiamo risparmiando risorse naturali, evitiamo la produzione di beni inutili e ulteriori rifiuti, risparmiamo energia, evitando la produzione di gas climalteranti.
Se mi dite che è poco davanti a un sistema economico che sarebbe da ribaltare da cima a fondo, rispondo che – aspettando la rivoluzione e il sol dell’avvenir – l’impegno per il riciclo e riuso è comunque un atto politico. Una atto consapevole di rifiuto di una società che sfrutta persone, animali, beni comuni e minaccia la sopravvivenza del pianeta Terra.

Scuola e no-vax: l’incompatibilità professionale

Negli anni Sessanta i giovani obiettori al servizio militare finivano in carcere. Poi, circa un decennio dopo, sono venuti i medici obiettori di coscienza di fronte all’interruzione anticipata della gravidanza e nessuno li ha cacciati dagli ospedali, né messi in galera.
Ora l’obiezione dei no-vax non è di coscienza, perché apparentemente non ci sono in gioco valori morali e civili, ma obiezioni nei confronti della pervasività della scienza.

Prima Francesco, il papa, poi il presidente della repubblica hanno sostenuto che vaccinarsi è un atto d’amore. Al valore civile della tutela della salute pubblica sancita dalla Costituzione ora si aggiunge la portata etica dell’amore, amore per il prossimo oltre che per se stessi.

Ci sono luoghi particolarmente sensibili, ad alta intensità etica e civica, questi, primo tra tutti, la Scuola. La scuola è il luogo di passaggio di milioni di giovani e di adulti, in questo passaggio che ha la durata delle ore, dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni avviene qualcosa di eccezionale, che solo lì resta isolato, tra l’adulto e un gruppo di giovani, bambini e bambine, ragazzi e ragazze, una sorta di bene immateriale, che non si vede, ma che respira con il respiro di quell’insieme che è la classe, il gruppo, l’aula, il laboratorio, la palestra.

Quella cosa bellissima che ogni società ad ogni lato della Terra chiama crescita, crescita delle nuove generazioni, allevamento, innalzare da terra per portare sempre più in alto.
I Care. È la cura, il prendersi cura, il camminare al tuo fianco, prenderti la mano e accompagnarti, aiutarti a superare gli ostacoli, lasciarti correre quando ti senti sicuro, sedermi al tuo fianco quando pensi di non farcela.

Non possiamo scrivere I Care sulle pareti delle nostre scuole e pensare che insegnare sia un fatto nostro, che esclude testo e contesto, l’umanità che lo nutre, la responsabilità che lo sorveglia, l’attenzione e l’interesse della società intorno.

Insegnare non ammette il conflitto, né con le generazioni degli studenti, né con le famiglie.
Quando si insegna, si entra in una classe, ci si accosta ad una cattedra non si parte per una missione, ma più semplicemente si è chiamati ad esercitare la propria professione, a professare la cultura che è sempre aperta, accogliente, rivolta a scovare il sapere, che è passione per l’altro che deve apprendere.

Ora non c’è più nulla di più incongruente, di più inconciliabile, di più inspiegabile di un insegnante no-vax. Non vaccinarsi per un insegnante significa pensare che la propria professione è distanza e giudizio, comunicazione oracolare e sentenza finale, una staticità angustiante di teste inscatolate da inscatolare nel packing della propria materia. La scuola degli imballaggi dove collocare ogni alunna e ogni alunno per poi sfornarlo confezionato secundum curricula al termine del corso studiorum.

L’I Care di don Milani [Qui] è la scuola dell’umanità, la scuola di Freinet [Qui], di Bruno Ciari [Qui], di Mario Lodi [Qui] e di tutti coloro che li hanno assunti come testimoni e che a loro si sono sempre ispirati nel proprio lavoro.

Nella nostra scuola non c’è posto per i no-vax, per i sindacati che stagnano nell’ambiguità corporativa. La scuola è delle ragazze e dei ragazzi e per tornare ad essere loro è necessario che tutti gli insegnanti e chi lavora nella scuola, dai collaboratori scolastici ai dirigenti, siano tutti vaccinati. Diversamente nessuno di questi merita di mettere piede in una scuola, in una classe, perché non sarà mai dalla parte dei giovani che devono crescere, studiare, imparare ad apprendere.

La scuola è passione e se non è appassionata non è scuola, manca pure lo spazio per esitare un solo attimo tra il vaccinarsi e il non vaccinarsi. Chi pensa di avere questo spazio ha sbagliato mestiere, quello dell’insegnante non è il suo lavoro e, se l’ha scelto per ripiego, è bene che mediti sulla sua superficialità e sulla responsabilità che porta. Il paese ha bisogno di passione per la scuola, di questo hanno bisogno tutti i bambini e le bambine, tutte le ragazze e tutti i ragazzi.

Non si vuole obbligare al vaccino? Benissimo. Nella scuola pubblica, quella solidale, quella dell’inclusione, quella dell’accoglienza, quella dove hanno piena cittadinanza fragilità e disabilità non ci può essere posto per personale che non sia vaccinato, la scuola pubblica non può che essere radicale nell’applicazione del dettato costituzionale dell’articolo 32.

Non c’è posto per tutti nella scuola pubblica, non è un ufficio di collocamento per mezzi servizi e mezzi stipendi. È ora di chiudere con la storia che a scuola entrano tutti dopo anni di graduatorie dove i punteggi si accumulano nei modi più disparati e in graduatoria si sosta per anni, fino a quando, dopo aver optato per un impiego alle Poste, ti ripescano per una supplenza.

Questo è il valore che attribuiamo alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi. All’inizio del secolo scorso John Dewey [Qui] ci ricordava che compito della società è quello di assicurare ciò che ciascun genitore desidera per il proprio figlio, vale a dire gli insegnanti migliori e non il primo che capita per via di un algoritmo.

La Scuola deve essere l’istituzione migliore del paese, con i professionisti più preparati, non più saputi, ma più preparati nella fatica di curare ognuno, uno per uno, di condurre per mano, con pazienza e intelligenza ogni ragazza e ogni ragazzo dal nido all’università, senza perderne uno, senza lasciare indietro nessuno, disegnando per ognuno il percorso che può fare. Con l’arte della tartaruga, con il festina lente.

È il principio di responsabilità di cui si carica chi lavora nella scuola, responsabilità innanzitutto di fronte alla crescita di ogni ragazza e di ogni ragazzo, responsabilità nei confronti della società e del suo futuro, responsabilità nei confronti delle famiglie. Chi non se la sente di portare un simile fardello sulle spalle è bene che a mettere piede in una scuola non ci pensi neppure lontanamente.

Ora non è che dopo aver introdotto nelle nostre scuole, allarmati dai comportamenti delle giovani generazioni, l’Educazione Civica come insegnamento trasversale, che interessa tutti i docenti e tutti i gradi scolastici, per formare cittadini responsabili, come proclama il sito ministeriale, l’insegnamento dell’educazione civica poi lo affidiamo agli insegnanti no-vax?

L’articolo 1, comma 1 della legge richiama il patto educativo di corresponsabilità come terreno di esercizio concreto per sviluppare “la capacità di agire da cittadini responsabili e di partecipare pienamente e consapevolmente alla vita civile, culturale, sociale della comunità.”

Di fronte agli appelli del presidente della repubblica, del papa, delle autorità sanitarie gli insegnanti, più di ogni altro, non hanno possibilità di scelta. L’obbligo a vaccinarsi è connaturato al mestiere che hanno deciso di esercitare, perché quel mestiere ha particolarità che a stare seduti in cattedra non si possono scoprire e neppure apprendere, sono quelle stesse peculiarità per cui, o l’insegnamento è in presenza, umanamente intimo e corale allo stesso tempo, o è un’altra cosa.
Per l’altra cosa non serve né l’insegnante né il vaccino.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

LO YOGA CHE MI HA CAMBIATO LA VITA:
non tutti i mali vengono (solo) per nuocere

 

Molti anni fa, in un periodo di crisi esistenziale e completo disorientamento, ho incontrato lo Yoga. Grazie alle sue tecniche mi sono incamminato un po’ alla volta lungo un percorso di crescita personale. Con la pratica  di certe posizioni ho migliorato la mia condizione fisica, la mia energia e la mia salute, con l’uso sapiente della respirazione ho imparato a modulare con più armonia le mie sensazioni, con la meditazione ho cominciato a controllare i pensieri e ottenere una maggiore chiarezza mentale.
Con lo studio della cultura e della filosofia orientali ho sviluppato, un po’ alla volta, una personalità più gioiosa, serena ed equilibrata. Grazie allo Yoga ho scoperto nuove prospettive da cui guardare il mondo, un metodo per interrogarmi e trovare risposta alle mie domande e ho iniziato un nuovo ciclo di vita con maggiore consapevolezza e  solidità.
Pratico e insegno yoga da molti anni, con il piacere di condividere questa disciplina che mi è stata di tanto aiuto nell’affrontare complicate vicissitudini e continua tuttora a fornirmi spunti di riflessione non abituali  tra gli abitanti di una ‘società occidentale civile’.

L’esperienza della pandemia, che ha scosso tante persone e messo in crisi stili di vita e valori consolidati, mi ha  portato a una serie di considerazioni che inevitabilmente risentono delle conoscenze da me acquisite dallo Yoga in tutti questi anni.
Premetto innanzitutto che il mio pensiero e la mia vicinanza sono andati a tutti coloro che sono stati colpiti nella salute e hanno visto mancare le risorse necessarie per continuare a vivere in modo decente. Nessuna filosofia riuscirà a cancellare la loro sofferenza nell’animo di molti di noi. E credo che dobbiamo costantemente ricordare come il diritto alla Vita (dignitosa) vada considerato un diritto per tutti gli uomini, in tutto il mondo, di qualsiasi razza, sesso, opinioni politiche e religiose.

Ricordo sempre quanto è scritto nella Dichiarazione d’indipendenza americana (4 luglio 1776): “Noi teniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità“.
Una vita decente, innanzitutto. Già, ma cosa serve per una vita decente? La risposta che le società ‘progredite’ hanno dato a questa domanda è stata declinata nel raggiungimento di obiettivi sempre più numerosi  e complessi, così come complesse sono le società in questione.
Innanzitutto il possesso di crescenti beni materiali e di consumo, in linea con l’affermarsi di una economia capitalistica sempre più estrema. Ciò che doveva essere il mezzo per il raggiungimento della felicità (il bene materiale che agevola la vita) è diventato il fine da raggiungere, anche a costo di una vita più sofferta, insana e infelice. Una diabolica inversione tra mezzo e fine.
Per ogni obiettivo raggiunto subito un altro da conquistare, in una catena ininterrotta di tensione verso altro da quanto presente e in nostro possesso. Non è un caso che guardandoci attorno vediamo spesso tanta scontentezza e frustrazione, pochi sorrisi.
Uno stile di vita assolutamente nocivo, ma molti lo danno per scontato.
Preferisco le visioni di alcune filosofie orientali, per cui un concetto chiave per ottenere una soddisfazione profonda è quello di ‘appagamento’, che consiste nell’accontentarsi di ciò che si è e di ciò che si ha. Subito, in ogni momento presente. A cominciare dall’apprezzamento per il fatto stesso di essere e di vivere,  fortuna di cui troppo spesso ci dimentichiamo.

Certo, in molte società un frainteso senso di ‘appagamento’ ha dato adito a una passività che ha frenato lo sviluppo di attività importanti, come la medicina o la scienza alimentare, con riflessi negativi sulla qualità e durata della vita.
Ma per un essere umano desideroso  di migliorare e di risolvere i nuovi problemi che la vita pone di continuo, l’essere appagati dal presente non impedisce di proporsi e realizzare obiettivi di progresso. Senza però presumere che questo potrà dargli felicità definitiva e completa.
Dunque godersi l’oggi, il più possibile tutti i giorni, è essenziale per realizzare una felicità profonda, senza per questo escludere l’impegno verso nuovi traguardi.

Allargando poi la visuale oltre la nostra piccola vita personale possiamo vedere come intorno a noi si pongano  sempre nuove sfide. A periodi favorevoli succedono inevitabilmente momenti critici: guerre, epidemie, eventi climatici disastrosi fuori dal controllo e dall’influenza umana, come eruzioni vulcaniche, terremoti e tsunami.
Non esiste una crescita continua e lineare. L’esistenza è un susseguirsi di eventi di segno opposto, favorevoli e terribili, che evidenzia un altro concetto essenziale della filosofia orientale: l’impermanenza. Tutto cambia, e non sempre per il meglio.
Essenziale dunque non dare nulla per scontato e coltivare una dote fondamentale: la capacità di adattarsi a situazioni diverse trovando nuove soluzioni. Ritengo che proprio questa sia stata la principale caratteristica che ha consentito il diffondersi della popolazione umana sul pianeta.

Personalmente, avendo dovuto interrompere i miei corsi di Yoga in presenza a causa della pandemia, ho provato a proporre ai miei contatti corsi on line. Ho pensato che, quanto meno per alcuni, potessero costituire un’attività che avrebbe aiutato a utilizzare positivamente gli spazi di isolamento domestico in tempi di lockdown. Il successo che ha riscosso questa iniziativa  è andato oltre le mie aspettative e mi ritrovo a dover gestire più gruppi e persone di quanto non facessi in tempi pre-covid. A fronte della perdita di importanti elementi come la presenza, con le sue possibilità di contatto diretto, ho sperimentato la possibilità di sviluppare elementi di unione e condivisione tra le persone con modalità diverse, anche online.
In uno dei miei corsi ho allievi che si collegano dalla Gran Bretagna, dalla Germania e da Viterbo. Dunque per ogni spazio che si svuota c’è sempre la possibilità di riempirlo con qualcos’altro, se ci si pone nell’ottica di essere sempre pronti per ricominciare.
La passione per le filosofie orientali non mi fa però perdere la fiducia in alcune alte espressioni della civiltà occidentale che hanno grande risalto in questi tempi, come ad esempio la scienza medica.  Fondata sulla capacità logica di osservare, sperimentare e verificare le sue affermazioni, mi sembra molto più affidabile di tante voci che si sono levate per propagandare teorie e pratiche sulla pandemia basate su fantasie di singoli e sensazioni estemporanee prive di approfondimento..

Abbiamo sentito in questo periodo le più svariate opinioni, anche palesemente irragionevoli, per  nulla fondate su fatti, ma su libere e fantasiose interpretazioni. Penso che la scienza saprà esprimere con esiti positivi il suo ruolo autorevole nel contrasto alla pandemia; credo inoltre che anche noi stessi possiamo aiutarci coltivando la capacità di ragionare validamente, piuttosto che affidandoci agli umori del momento.
Purtroppo però nelle nostre istituzioni preposte all’istruzione si fa molta più attenzione alla quantità di competenze settoriali piuttosto che allo sviluppo dell’equilibrio della persona.
Non meno carente è la formazione degli individui  rispetto alla comunità di appartenenza. Ho spesso sentito persone, anche ‘colte’, che si vantavano di riuscire ad aggirare l’onere di contribuire alle cassa nazionale per mezzo delle tasse e parecchie altre che neppure ne capivano la ragione, negandone la necessità. Salvo poi usare le strade, mandare i figli a scuola e godere dell’assistenza pubblica, come se la costruzione e il mantenimento di questi servizi fosse a carico della provvidenza; ben altro sono ovviamente le critiche per la cattiva gestione dei servizi comuni!

Ma l’atteggiamento che più mi ha colpito, in questo periodo, è stato quello tenuto da molti sul tema della libertà. Le limitazioni imposte dai provvedimenti per fronteggiare il Covid hanno messo in evidenza non solo come molti rifiutino di adattarsi a una situazione nuova, ma abbiano a cuore un’idea di libertà completamente scissa dalla responsabilità verso gli altri. Per costoro, insomma, la libertà dell’individuo non può essere limitata in alcun modo, per nessun motivo.
Una sensibile fetta di popolazione, in buona parte del mondo, ha contestato la possibilità di veder diminuire la propria libertà di azione anche a costo di arrecare notevoli danni alla salute di altre persone e all’intera comunità.
Non sto parlando ovviamente di chi ha osteggiato le varie chiusure di attività commerciali perché da queste attività doveva trarre il proprio sostentamento, ma di chi ha fatto (e suppongo continuerà a fare) una vera e propria battaglia ideologica contro il principio che la società possa applicare dei limiti agli individui per difendere il bene comune. Non vorrei dare l’idea di affrontare la questione in modo semplicistico, perché dietro l’applicazione di norme restrittive dei diritti possono spesso celarsi tentativi antidemocratici di controllo sociale; provvedimenti di questo tipo meritano dunque particolare attenzione, anche critica.

Il modello di sviluppo economico e sociale delle nostre società hanno indirizzato gli individui verso stili di vita edonistici fortemente caratterizzati da indifferenza e scarso rispetto per il prossimo. Il sacro anelito alla libertà e alla giustizia sociale, nato in tempi di evidente oppressione da parte di pochissimi uomini nei confronti di molti, si è trasformato ormai in atteggiamenti di perenne contestazione e opposizione a qualsiasi regola sociale o morale che appaia esterna all’individuo.
Si urla il diritto di negare: l’esistenza di virus, la shoah, la rotondità della terra e ogni altra cosa  immaginabile.
Certo, i motivi di sofferenza e insoddisfazione nel mondo non sono certo cessati e moltissimo c’è da fare per migliorare le condizioni di vita della gran parte della popolazione, ma per mio conto non credo che un atteggiamento fondato sulla negazione sia il migliore per procedere in questa direzione.

Ritengo che non solo vada tenuto sotto stretta osservazione l’evolversi del mondo e vadano stimolate attività costruttive nella e per la società, ma che sia assolutamente necessario sviluppare una altrettanto  attenta osservazione nei propri stessi confronti: mettere in primo piano la necessità di migliorare in primo luogo noi stessi, in quanto parte del mondo sulla quale più immediatamente possiamo agire.
Non solo antiche filosofie, ma anche moderne acquisizioni scientifiche, sulle quali si basano ad esempio le  scienze ambientali, ci dimostrano come tutto ciò che vive è in stretta relazione  e che il benessere di ogni parte è collegato al benessere di tutte le altre.

Siamo uomini in viaggio sulla stessa astronave, il pianeta terra, e la soluzione dei nostri problemi coinvolge tutti noi e l’ambiente in cui viviamo. Vederci come individui separati dagli altri e dalla vita è un punto di vista limitato e non lungimirante, riduttivo anche dal punto di vista dei benefici che arreca.
Meno io, più noi; meno competizione, più condivisione. Per questo motivo ormai insegno Yoga senza richiedere un corrispettivo economico, accontentandomi ‘solo’ del piacere di condividere e procedere insieme agli altri.
Trovare un modo per migliorare noi stessi e il nostro stile di vita può essere un buon inizio per migliorare il mondo e la nostra felicità. Ha detto il Dalai Lama: “Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente; in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.”

Lettera aperta a Matteo Renzi

Torino, 3 gennaio 2021

Egregio on. Sen. Renzi,
Le scrivo questo appello come cittadina italiana che crede nella democrazia, nelle istituzioni e nell’Italia.

Ho creduto anche in Lei ed ho votato a sostegno del referendum che lo ha portato alle dimissioni, cosa che ha messo la democrazia italiana in serio pericolo, vista la qualità della destra italiana in questo momento, che purtroppo ottiene anche il consenso della maggior parte dell’informazione del nostro paese.

Il Suo compito istituzionale da persona eletta non è quello di dimostrare di avere ragione, ma è quello, credo, di portare i cittadini, che anche Lei governa attraverso due ministeri, in una condizione di vita sociale, economica e lavorativa migliore di quella che ha trovato quando ha ricevuto il suo mandato.

Capisco molto bene, da quanto i telegiornali trasmettono, che il suo sforzo di indicare al Presidente del Consiglio e alla componente dei M5S che per portare l’Italia fuori dallo sfacelo economico aggravato dalla pandemia, ci vuole un progetto di trasformazione profonda e di grande visione: sia per non sprecare i finanziamenti europei, che per iniziare a costruire veramente una società in grado di affrontare le sfide prossime venture, come il cambiamento climatico ci ricorda quotidianamente.
Sfide che richiedono un cambiamento culturale a partire dalla classe dirigente: politici, industriali, imprenditori e intellettuali, che devono finalmente assumersi la responsabilità che il loro ruolo gli impone. Cioè garantire per prima la democrazia, quindi coinvolgere le istituzioni e i cittadini a partecipare a questo progetto di ricostruzione di una rinnovata società. In secondo luogo valorizzare e sviluppare le risorse imprenditive, produttive e culturali presenti nel nostro Paese, investendo risorse per la creazione di infrastrutture adeguate alla modernizzazione eliminando i vincoli burocratici che riducono la società in categorie clientelari.

Cose che questo Presidente del Consiglio non sta facendo, o per lo meno non sta coinvolgendo le istituzioni nel rispetto della democrazia.
Però non credo che far cadere questo governo, soprattutto in questo momento, sia il modo per rispettare il mandato ricevuto come senatore, né una difesa della democrazia, né tantomeno la difesa degli interessi dei cittadini italiani a tutti i livelli: culturali economici e sociali.

Credo che sia suo dovere istituzionale e di mandato di non far rischiare un disastro per la società italiana e forse anche europea, soltanto per una questione di principio e spero non di orgoglio personale o qualche altro motivo a me ignoto, che non le permette di valutare la situazione in cui Lei personalmente si trova e la situazione di fragilità sociale culturale ed economica in cui si trova l’Italia.
Ho fiducia nella Sua intelligenza e nella Sua sensibilità politica che saprà trovare il modo di non far cadere questo governo, difendendo comunque, anche se in maniera minore e poco appariscente, i suoi progetti. In questo modo sarà il tempo che le darà ragione e soprattutto troverà negli italiani il giusto riconoscimento al Suo vero compito istituzionale, cioè quello di proteggere la loro dignità e la democrazia .

Professoressa Grazia Baroni Architetto

DAL VECCHIO AL NUOVO
La crisi della democrazia nell’era della complessità

E’ ora di incominciare a capire che siamo nell’era della complessità e che si è concluso il tempo della specializzazione esasperata. Questo non vuol dire che tutto l’accumulo di nozioni e della conoscenza enciclopedica sia inutile, anzi sarà il serbatoio da cui si potranno attingere le informazioni utili alla lettura e alla comprensione della realtà complessa, per poter rifondare la società, superando le insufficienze e gli erronei comportamenti, che hanno prodotto questa insostenibile realtà.

La novità governativa che sottolinea una nuova consapevolezza da parte della Presidentessa della Commissione europea Ursula Von der Leyen è l’aver intitolato Next Generation EU il progetto di finanziamento europeo in risposta a questa emergenza. Cioè non ha detto cosa, ma perché progettare e finanziare iniziative europee da parte dei singoli governi che ne sono i destinatari e quale dimensione queste debbano avere, cioè: almeno Europee.

Questa situazione ha accelerato la crisi della democrazia, che era già in atto nell’ormai consunta struttura democratica basata sullo scontro frontale fra forze dell’opposizione e forze di governo; in questi mesi il governo ha dovuto difendersi dai continui attacchi dell’opposizione, che hanno minato in questo modo l’autorevolezza delle scelte fatte e sottratto tempo e creatività al compito di costruire un progetto di fondazione di una nuova società, come richiede la crisi ecologica e la conseguente crisi sociale ed economica dovuta alla pandemia.

Non ha senso che, dal giorno dopo che si è eletto un governo, l’opposizione si senta legittimata ad affermare “da ora lavorerò perché questo governo cada”, come se i propri elettori vivessero in una realtà parallela, in una vita sospesa e non facessero invece parte dell’intera comunità del paese.

Queste due grandi crisi universali, ecologica e sociale, hanno sottolineato definitivamente che la terra è una per tutti e che l’umanità tende ad un’unica direzione. Da qualsiasi punto partano le società umane esse tendono a migliorare le proprie condizioni di vita e di sviluppo, espressione di una sempre maggiore libertà dalle necessità di pura sopravvivenza, fino all’espressione delle proprie caratteristiche individuali. Oggi è sempre più evidente che nessuno si salva da solo e che le scelte compiute dai singoli ricadono e coinvolgono, nel bene e nel male, l’umanità intera.

La pandemia ha messo in evidenza che i due ambiti che meno venivano considerati e che sono stati oggetto di tagli e impoverimento, perché considerati sacrificabili all’altare del PIL, sono i pilastri su cui si fonda la forza della società democratica: la cultura e il suo sviluppo e la salute e la cura della persona, per un continuo miglioramento della qualità della vita. Questi pilastri sono il fondamento della società democratica, perché riguardano il valore della persona umana e quindi la loro natura è complessa ed in continua evoluzione. Per questa ragione si tratta di argomenti che non possono essere affrontati per settori e ambiti separati, ma necessitano di una visione di pari complessità e lungimiranza.

Non si può quindi scindere la sfera dell’educazione della persona e del cittadino dalla sfera dell’espressione artistica e dei luoghi di fruizione di queste espressioni, come non si può separare il mondo della formazione dai luoghi della ricerca fino alla sua applicazione. Non si può sentir dire da Patrizia Asproni, Presidentessa di ConfCultura, che se non moriremo di Covid moriremo di “PEC”, per non essere in grado di accedere ai finanziamenti stanziati a sostegno di questo comparto.

La salute non si può separare dalla qualità della vita, in tutti i suoi momenti e in tutti i suoi aspetti, dalla nascita alla maturità, come pure dalla dimensione della singola persona, alla dimensione di comunità. Non si può accettare che il maresciallo Marco Diana – morto per le conseguenze del contatto con i proiettili all’uranio impoverito durante campagne militari all’estero e che ha dovuto lottare per far riconoscere la sua malattia come professionale – debba affermare in punto di morte: “Non so se è peggio il cancro o la burocrazia.” I funzionari statali dovrebbero, sentendo queste parole, essere i primi a vergognarsi profondamente e domandarsi il senso del loro impiego.

Una classe politica, che accomuna in un unico provvedimento e senza alcuna distinzione i cinema e i teatri alle sale bingo e da gioco, mostra quantomeno la sua incapacità di valutazione delle priorità, e l’appiattimento della lettura della realtà all’unico aspetto della produttività economicistica. Una classe politica che non si affretta a cancellare le complicazioni burocratiche che soffocano sia la democrazia che la capacità imprenditoriale dei cittadini, mostra per lo meno la sua impotenza rispetto al potere delle varie corporazioni, come quella dell’impiego statale, che sono state usate in modo clientelare in tempi di crescita del benessere e che adesso mostrano tutti i limiti di una struttura che si è moltiplicata per legittimarsi su una logica di controllo e di divieti.

Questo momento di crisi, la cui soluzione si basa su cittadini responsabili dei loro gesti e consapevoli del loro valore perché parte di una comunità più ampia, ha messo in evidenza il vero limite strutturale dell’organizzazione burocratica, che con la scusa dell’uguaglianza fonda le scelte sui protocolli dei loro deresponsabilizzando gli organi istituzionali e il singolo cittadino delle conseguenze dei loro comportamenti e delle loro scelte.

C’è bisogno di creare una cultura che dia valore alla persona, come fondamento concreto di una società che vuole dirsi umana. Bisognerebbe cogliere l’occasione per creare una nuova realtà politica come l’Europa Unita, riqualificando il concetto di democrazia in grado di governare il territorio e che abbia come scopo lo sviluppo di una società ecologica, che abbia come finalità la qualità della vita in ogni sua forma e non il Prodotto Interno Lordo.

Non sarebbe ora, quindi, di cogliere questo momento come occasione per darci gli strumenti per uscire dal disorientamento e dall’attuale senso di sconforto e di depressione, puntando sul nuovo anziché aggrapparsi al vecchio?

Non è di mia competenza

Dalla vendita di un prodotto, alla liberazione di un posto letto, al lancio di una bomba, ad una esecuzione di massa, all’invio di un gruppo di esseri umani alla camera a gas. Il lavoro non è solo il corretto adempimento di un incarico. Se lo diventa, nessuno si sentirà mai responsabile delle proprie atrocità.

“Bisogna stare attenti alla parola “lavoro”, perché il lavoro limita la responsabilità alla buona esecuzione del compito che mi è stato assegnato; ma gli effetti, quel che succede dopo, non sono di mia competenza”
Umberto Galimberti

Coscienza individuale e incoscienza collettiva

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nelle prime ore del mattino.
(La redazione)

L’uomo è considerato, fin dai tempi di Cartesio, l’unico essere vivente con una coscienza: cosciente della propria esistenza, delle proprie emozioni, del proprio pensiero. Gli animali non lo sono. Proprio questa coscienza non ci esime dalla responsabilità di quanto facciamo nel mondo. Eppure, mentre le specie animali sembrano conservare una inconsapevole responsabilità naturale, il genere umano sembra preda di una periodica, consapevole, irresponsabile voluttà del baratro.

“La possibilità dell’ Apocalisse è opera nostra. Ma noi non sappiamo quello che facciamo”
Günther Anders

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I CITTADINI NON SONO PECORE
Alle prese con la Fase 2: liberazione, democrazia, diritti… e paura

Il presidente del Consiglio, che sta facendo del suo meglio per affrontare l’assoluta novità di questa pandemia e di questo nuovo virus, durante la conferenza stampa riunita per annunciare l’inizio della cosiddetta fase due, ha sollecitato noi cittadini a fare la nostra parte di persone responsabili del funzionamento della vita sociale e della sua qualità. Ha chiesto anche di non cedere alla rabbia e al risentimento, conseguenti alle decisioni prese dal governo, che deludevano le aspettative di maggiore mobilità a tutti i livelli.
Questi due sentimenti, rabbia e risentimento, sono suscitati spesso dalla mancanza di rispetto della dignità della persona e dall’offesa della sua intelligenza. Sono stati il motivo per cui 25 secoli fa un popolo che non voleva più guerre, ma vivere in pace ha inventato la democrazia. Perciò il richiamo non deve essere rivolto solo ai cittadini, ma anche al governo che deve fare il massimo sforzo perché dai suoi atti emerga più chiaramente il rispetto per i cittadini e la loro dignità, e quindi deve fornire la possibilità a tutti di esercitare la propria soggettività di persone libere e responsabili.

Pertanto, si deve finalmente chiarire che questa pandemia ha messo in evidenza come la promessa di qualsiasi Governo di mettere in “sicurezza” i propri cittadini sia un falso perché la sola vera sicurezza possibile e concreta che uno Stato può dare è quella di rispettare i diritti di tutti; questo, infatti, è l’unico modo per costruire relazioni sociali di collaborazione, non conflittuali e quindi pacifiche e non violente.
In questo senso un governo  può accettare anzi auspicare che i cittadini esprimano la propria rabbia e il proprio risentimento in maniera il più possibile civile e ordinata, ma deve anche assumersi la responsabilità che, se ci sono questi sentimenti tra la cittadinanza, è perché lui per primo non sta svolgendo il proprio compito in maniera sufficientemente rispettosa delle istanze di tutti Quindi, piuttosto, deve chiedere ai propri ministri in primis, e poi all’intero parlamento, di considerare e cercare di superare al più presto le cause di questa rabbia e di questo risentimento, per rispondere al mandato elettorale e non rubare la dignità e la speranza dei cittadini per i quali sono chiamati a vorrebbero governare.

Per prima cosa perciò si dovrebbero eliminare tutte quelle leggi e quei comportamenti statali amministrativi che considerano il cittadino incapace di intendere e di volere. Il cittadino va invece messo nella condizione di capire il significato delle regole e di rispettarle nella loro sostanza, rendendole, in questo modo efficaci.
Perciò è necessario eliminare finalmente il Codice Rocco, che è stato stilato secondo i principi dello Stato fascista, uno stato paternalistico che si sostituiva al cittadino, considerandolo soggetto pericoloso o incapace di scegliere per il proprio benessere. Uno stato quindi che si legittimava sul controllo e sulle sanzioni. Invece, uno stato democratico viene legittimato dalla partecipazione dei propri cittadini, che si sentono riconosciuti soggetti attivi alla costruzione della società civile e alla qualità della vita accessibile a tutti e perciò democratica.
Del fatto che questo Codice fascista sia ancora in vigore con il suo paternalismo e maschilismo, ne fanno le spese in primo luogo le donne. Ad esempio nella scelta di questi giorni di riaprire i posti di lavoro e non la scuola e gli spazi di gioco, si dimostra che la cultura giuridica non contempla i diritti della donna e del bambino. Non essendoci la scuola, si dà per scontato che sia la donna quella che deve stare a casa a prendersi cura dei figli e quindi che debba rinunciare al proprio lavoro. Inoltre non si considera che per un bambino la mancanza di movimento, di gioco e di relazione con gli altri coetanei per un tempo così prolungato, è fonte di un serio disagio psicofisico, difficile da superare, in seguito, non solo una limitazione di libertà, quindi, ma anche un serio danno alla salute.

Non è ammissibile che, a causa di una qualsiasi emergenza, in questo caso sanitaria, si mettano in contrapposizione gli elementi che costituiscono la complessità della persona; che si oppongano, ad esempio, il diritto al lavoro e il diritto alla salute, o il diritto alla parità e il diritto alla salute. Ogni articolo della costituzione vale tanto quanto gli altri: nel loro insieme sono la declinazione dei diritti della persona nella sua unicità e interezza e del cittadino come soggetto di una comunità. Perché questo progetto concreto sia realizzabile già nel presente, e non solo in un futuro possibile di là da venire, si deve pretendere che le leggi e i provvedimenti governativi contengano norme conformi ai diritti di tutti, donne e bambini compresi; si deve veramente vigilare su questo e garantire la parità di genere, altrimenti non si rispetta il mandato democratico.

Un giorno della mia prima giovinezza, quando avevo raggiunto una certa autonomia di pensiero e una certa capacità di riflessione, parlando con mia madre, che con mio padre condivideva l’esperienza di partigiana contro la dittatura, le ho chiesto cosa fosse veramente il fascismo e lei, senza un minuto di riflessione, perché non ne aveva bisogno, mi ha risposto: ”Non potersi fidare di nessuno, nemmeno di tuo fratello”. Mi sembra un po’ il clima che con questa situazione di emergenza sanitaria, e con le informazioni che ci vengono fornite, si sta costruendo.

La complessità dell’attuale società, con il suo livello di qualità della vita, richiede che ciascun professionista svolga al meglio il proprio ruolo, che ciascuno si assuma la propria responsabilità per realizzare il progetto di convivenza comune; quindi gli scienziati dovrebbero rendere note le cause e fornire soluzioni, non avallare la paura dell’altro come possibile fonte di malattia, né arrogarsi responsabilità di governo. Loro responsabilità sono la ricerca, la cura e l’individuazione chiara di cause e effetti. Questa situazione, per esempio, non è dovuta, come è ormai noto, a nessun untore, ma al sistema di vita consumistico, che oltre ad essere antidemocratico, ha causato uno squilibrio ecologico e climatico che ha determinato questi fenomeni di insorgenze virali. Si è infatti appurato che il virus si installa sulle polveri sottili e ne viene veicolato.

Non meno importante, è fornire strategie di difesa e di prevenzione, come la distanza fisica e la sanificazione ambientale con l’utilizzo dell’ozono negli ambienti chiusi, di lavoro, di scuola o di svago senza però imporsi sui comportamenti della popolazione.
Un valido aiuto potrebbe venire da un’informazione che usi il proprio ruolo non per cercare notorietà professionale né tantomeno per fomentare una faziosità partitica e strumentalizzare le scelte dei governanti, come si fosse perennemente in campagna elettorale. La finalità dell’informazione è informare correttamente perché i cittadini possano comportarsi come è necessario per difendere il più possibile la salute pubblica. Inoltre i media dovrebbero servire a far conoscere la realtà della popolazione perché le sue vere necessità vengano adeguatamente recepite.

Tutti sono bravi a criticare a posteriori le scelte prese, ma è senz’altro più utile concorrere a individuare le problematiche e trovare insieme soluzioni efficaci, via via più aderenti alle necessità presentate da questa particolare situazione.
Cogliamo questa condizione eccezionale, che ci costringe e allo stesso tempo ci permette di iniziare un nuovo periodo come un’occasione per realizzare una democrazia più compiuta, senza discriminazioni, nella quale siano riconosciuti il diritto di cittadinanza e la dignità di ciascuno.

 

PRESTO DI MATTINA:
un sogno, una domanda e un “esercizio spirituale”

Buongiorno. Anche in questo sabato di silenzio che conclude una settimana di silenzi. Silenzi vivi però. Quasi a voler anticipare il Sabato Santo: il grande silenzio che avvolge tutta la terra nel giorno in cui il Signore riposa dopo la lotta vittoriosa contro il dragone.

Ho una cosa da chiedervi, anche se so già che molti già la fanno. Pregare penserete voi. Sì anche pregare, perché è importante, importantissimo farlo in questi giorni.  E ricevo numerosi messaggi di persone che m’invitano a ricordare nella preghiera le persone ammalate, quelle sole, i medici, gli infermieri, gli agenti e tutti coloro che lavorano per noi. Ed io rispondo che lo faccio sempre; e alla sera prima di entrare in parrocchia, vado fin sulla porta e sotto le finestre della comunità La luna, vi giro attorno e mentre dico il Pater tocco le pietre del muro una ad una come fossero persone.

Ho sentito anche al telefono il mio medico, che mi ha raccontato che fa il possibile, assieme ad altri suoi colleghi del gruppo medicina, per essere di aiuto a chi chiede loro assistenza. Ma ha aggiunto che i veri eroi sono i medici ospedalieri direttamente a contatto con i malati di Covid. Salutandolo gli ho detto che pregavo per loro e lui di rimando mi ha detto: “Grazie di cuore. Ne abbiamo assoluto bisogno.”.

Ma vi è un’altra cosa di cui c’è bisogno, e non è meno importante del pregare, vale  a dire mettere in pratica la Parola. Sostiene Michel de Certeau che vi è un credere originario, insito nell’umano, nella forma esistenziale: e questo credere è “praticare l’alterità, l’altro”. Quindi vi chiedo – lo chiederei anche i ragazzi del lunedì – di avviare questo esercizio spirituale, per così dire, perché in realtà l’esercizio che vi chiedo coinvolge anche il corpo: ovvero passa dal cuore, arriva allo spirito e solo alla fine affiora sulle labbra, come una risposta a chi hai di fronte.

Ricorderete che nella ricerca del santo Graal, l’unico che lo trova è Parsifal. E questo perché, in ragione della sua ‘trasparenza d’animo’, egli vede con gli occhi del cuore, sa porre la domanda giusta al guardiano che non lascia passare nessuno: e la password che gli permette l’accesso di fronte al guardino anziano e soffrente è “Che cosa ti affligge, qual è la tua sofferenza?”.

Mi ha telefonato anche il papà di Marco, per aggiornarmi sulla situazione in via Assiderato. E – sorpresa! – mi ha riferito che hanno creato una chat per quelli della via, in modo da aiutarsi l’un l’altro tra vicini; si passano le notizie e uno provvede a fare la spesa per tutti. Ecco gli esercizi, le buone pratiche di solidarietà verso coloro che sapete essere soli in casa, scoraggiati o in difficoltà, perché hanno perso il ritmo di prima, anche i giovani ne risentono. Ecco l’opportunità. Pensate a un amico. Pensate ad un vicino. Attivate l’inventiva del quotidiano; e se le strade non sono agibili, escogitate percorsi alternativi nel rispetto del bene comune che è la vita di tutti.

Vi voglio raccontare un’esperienza di tanti, tanti anni fa. Un’esperienza per me così forte che la scrissi nel mio taccuino nel lontano 2000 e poi non dissi a nessuno. Era il primo dicembre, ed ebbi un sogno suscitato da un incontro reale: un sogno che operò in me come un ‘accrescimento di coscienza e di responsabilità’.

Ve lo racconto così come l’ho appuntato.

L’altra notte – scrivevo – ho sognato di essere in un luogo indefinito, un camerone con tanta gente seduta a tavoli piccoli, che non potevi evitare di urtare mentre vi passavi in mezzo, e voltandomi mi accorsi che ad uno di essi era seduto Papa Wojtyła. Con il dito mi fece segno di fermarmi. Quindi mi mostrò un biglietto natalizio con dei lustrini luccicanti, chiedendomi cosa fosse. “Che strana domanda mi fa?”, pensai. “Perché non comprende che è un biglietto natalizio?”. Tenni tuttavia quel pensiero per me e mi fermai per spiegargli cosa fosse. Passò un attimo lunghissimo, e poi sentii come di dovergli chiedere qualcosa: una domanda che porto sempre dentro di me, anche quando dormo o non affiora alla coscienza. Ma diviene martellante, ogni volta che incontro persone imprigionate e scosse dal dolore, dalla malattia, quando ascolto il telegiornale, quando cammino in ospedale o faccio mentalmente l’elenco degli ammalati e delle persone sofferenti della parrocchia. E così chiesi al Papa con un profondo slancio interiore, quasi a voler esigere a tutti i costi una risposta, sicuro che mi sarebbe stata data, come a volermi alleggerire un poco da quella domanda, che a volte è pesante come un macigno, e chiesi – ripetendolo però più volte – “perché tanta sofferenza nel mondo? perché? perché?”. Mi veniva da piangere. Lui però non rispose. Mi alzò in piedi, prese la mia testa tra le mani e l’avvicinò alla sua in modo che le nostre fronti si toccassero. Restammo così un poco, senza guardarci, con gli occhi chini, fronte a fronte. E infine mi svegliai.

Per tutta la giornata pensai al sogno, chiedendomi cosa potesse averlo fatto nascere. Ma niente; non mi veniva una spiegazione. Anche quella sera andando a trovare la nonna di Maria Grazia, lo facevo spesso, che non parlava più a causa di una malattia che l’aveva lentamente paralizzata – tanto che rischiava ogni momento di soffocare, per via della saliva che si fermava nell’esofago oramai immobile e non andava né su né giù – le raccontai il sogno, e dopo avere riferito anche altre cose, ritornai a casa. Il giorno dopo, mentre ero sovrappensiero, ricordai però un gesto a cui non avevo fatto caso la sera prima, né le volte precedenti. E allora compresi. Quando quella signora stava male, fino a soffocare, la figlia o la nuora la sollevavano dalla poltrona mettendola in piedi: poi l’avvicinavano a loro, e fronte a fronte con la mano l’aiutavano a calmarsi e a riprendere il respiro. Ecco da dove veniva il mio sogno. Allora mi sembrò di risentire la domanda: “quanta sofferenza?” e la risposta non c’era, o meglio non era in parole, ma in un gesto piccolo piccolo, che univa due persone nella solidarietà dell’amore: fronte contro fronte, gli occhi chini finché il respiro non ritornava.

Quando morì Giovanni Paolo II, il 2 aprile 2005, mi ritornò vagamente alla memoria del sogno. A farmelo ricordare fu la grande fotografia posta sul sagrato della cattedrale. La foto che lo ritrae con la fronte appoggiata al crocifisso del suo pastorale. Fronte a fronte con il Signore.

“Anche quando sono solo io non sono solo…”
L’Italia che canta alla finestra

Belli i flash mob che animano l’Italia di questi giorni pesanti per tutti, onerosissimi per coloro che sono impegnati al fronte di una guerra assurda. Il canto e la musica vestono il ruolo di catalizzatori che esorcizzano per un attimo tutte le nostre preoccupazioni, i nostri spettri, anche se finito il canto, dobbiamo fare i conti con le nostre solitudini e responsabilità.

E allora nei rioni si canta il neomelodico con il pathos struggente che solo un partenopeo può trasmettere; nelle case di ringhiera e palazzoni, Azzurro, che interpreta la Milano di un tempo e quello che è diventata; il trash e il rap dei più alternativi, La montanara sui balconi di legno delle valli del Nord; Il cielo è sempre più blu dappertutto, perché Rino Gaetano è trasversale, come Lucio Battisti e tanti grandi cantautori. Non è mancato O’ sole mio, cantato magistralmente, in tutta solitudine, da un signore asiatico affacciato alla finestra di un palazzo milanese. Si canta anche l’Inno di Mameli, che è la colonna portante dell’espressione musicale della nostra terra, quella più rappresentativa, fatta riserva, di questi tempi, su quel passaggio…”siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”, che i più scaramantici recitano commossi, ma con le dita incrociate dietro la schiena.

Ciascuno suona gli strumenti che conosce, regalando la propria musica e le proprie abilità a tutti, col pianoforte dal salotto di casa e le finestre spalancate, il flauto o il sax su qualche tetto della città, il basso, la batteria, il violino. E un Halleluja di Leonard Cohen, eseguito all’aperto, nella neve di alta montagna: una suggestione assoluta. Qualcuno ha suonato e cantato appassionatamente, nell’angolo buio di una piccolissima frazione di un paese dolomitico, Helplessly hoping di Crosby, Still e Nash nel totale raccoglimento e nel silenzio della notte.

Prove di aggregazione che fanno sentire uniti e coesi in quelle note, intonate o stonate che siano, gridate con forza o modulate a fior di labbra, bisbigliate o gorgheggiate, che hanno il potere di gridare “non siamo soli”, uniti è possibile affrontare l’emergenza, sostenerci, prepararci a cambiare perché il cambiamento sarà necessario e inevitabile nel momento della ripresa. Siamo un popolo con la musica nel sangue e lo dimostriamo, anche se l’originalità di queste manifestazioni la dobbiamo riconoscere al popolo di Wuhan quando, qualche settimana fa, i cittadini, confinati rigorosamente nelle loro abitazioni, si affacciarono alle finestre per gridare all’unisono “Forza Wuhan!” e lanciare qualche strofa melodica. Nel nostro Paese, che abbiamo riscoperto come Patria, termine in disuso che apparteneva agli archivi del passato, abbiamo creato una risposta alle nostre ansie e un modo tutto nostro per gridare a squarciagola il nostro grazie a chi si sta prendendo cura di noi senza risparmiarsi.

E io, che di solito canto solo negli sprazzi di massima estroversione, dopo essermi accertata di essere da sola, non ho saputo resistere quando ho sentito Margherita di Cocciante, proveniente da una qualche casa non identificata, e mi sono lasciata andare senza ritegno a un canto liberatorio e pieno di gratitudine per i miei connazionali che quotidianamente, istante dopo istante, combattono la loro battaglia.

Lavatevi le mani
ma andate scalzi
e baciate la terra ferita

Una cara amica mi inoltra una poesia che sta girando sui social. Mi è sembrata molto bella, molto giusta, un piccolo antidoto alla frenesia collettiva che ha portato i media a diffondere il contagio della paura, della insensatezza, della irresponsabilità. Non conosco il poeta, Andrea Melis; l’ho ringraziato per messenger a nome di tutta la redazione di Ferraraitalia. Buona lettura. (Effe Emme).

di Andrea Melis

Lavatevi le mani
ma andate scalzi
e baciate la terra ferita.
Starnutite pure nel gomito
ma leccate le lacrime di chi piange.
Non viaggiate a vanvera
ora è tempo di stare fermi
nel mondo
per muoversi in noi stessi
dentro gli spazi sottili
del sacro e l’umano.
Indossate pure le mascherine
ma fatene la cattedrale del vostro respiro,
del respiro del cosmo.
Ascoltate pure il telegiornale
che finalmente parla di noi
e del più grande miracolo
mai capitato:
siamo vivi
e non ci rallegra morire.
Per ogni nuovo contagio
accarezza un cane
pianta un fiore
raccogli una cicca da terra,
chiama un amico che ti manca
narra una fiaba a un bambino.
Ora che tutti contano i morti
tu conta i vivi,
e vivi per contare,
concedi solo l’ultimo istante
alla morte
ma fino ad allora
vivi all’infinito,
consacrati all’eterno.

IL CASO – ORA GLI ULTRA’ DOMANI CHISSA’
Tifosi contro: “Niente sconti ma neppure processi alle intenzioni”

In merito alle indagini avviate dalle forze dell’ordine relative alla gara Spal-Parma, ospitiamo il parere del ‘collettivo Laps’

Quattro parole, un modesto parere su un argomento spinoso ed altamente complicato, perché si basa sulla vita delle persone, il comunicato della Curva Ovest sul NO alle diffide basate sulle intenzioni.
Un controsenso giuridico.
Non vorremmo che chi legge, pensi che queste nostre opinioni, siano le solite assoluzioni, connivenze o difese di ufficio, nulla di tutto questo. Noi siamo contro i pregiudizi, da qualunque parte essi si guardino. La Curva di uno stadio non è un porto franco, anzi, ma neppure deve essere un capro espiatorio per punire indiscriminatamente un gruppo di persone, colpevoli unicamente di vivere la partita in maniera differente.
Il calcio in questo caso non c’entra, siamo molto più vicini al concetto di solidarismo, appartenenza, aggregazione e voglia di stare insieme.
Il settore popolare di uno stadio non è composto solo e unicamente dai “terribili” Ultras, ma anche da “curvaioli”, famiglie con bambini, anziani, che voglio vedere una partita per lo più partecipando.
Ma poi chi sono gli Ultras, i facinorosi?
Sono un gruppo di persone che vivono la squadra di calcio tutta la settimana, organizzano e partecipano a riunioni, eventi extra-sportivi, incontri culturali (si, avete letto bene), si impegnano in attività di volontariato, conoscono e diffondono la solidarietà; sia chiaro, nessuna pretesa di santità, ci mancherebbe.
La violenza esiste in una curva, esiste nella società, esiste nei dibattiti televisivi, ed è una piaga forse non debellabile che appartiene alla parte peggiore dell’animo umano, che va punita anche severamente a livello personale, dopo gli accertamenti di colpevolezza ed un giusto ed equo processo.
O no?
Non crediamo ci possa essere qualcuno che non è d’accordo.
Il comunicato della Curva Ovest fa riferimento non a caso alla Dichiarazione dei Diritti umani del 10 dicembre 1948.
La maggior parte dei frequentatori di una Curva pensano che la partita non sia uno spettacolo, per quelli esistono i cinema ed i teatri, oppure altri settori dello stadio più comodi e consoni, ma sia partecipazione e condivisione.
Si, un po’ come la libertà di Giorgio Gaber.
Il DASPO è un provvedimento amministrativo che percorre una strada indipendente rispetto al
provvedimento penale.
Senza nessun contraddittorio.
SENZA NESSUN ACCERTAMENTO DELLA RESPONSABILITA’
Abbastanza chiaro, ci sembra.
La sostanza è che prima che si sia certi che una persona abbia commesso un reato, quella persona può essere oggetto di un provvedimento che ne limita la libertà personale.
A priori.
Dice, ma cosa vuoi che sia, al massimo non vai allo stadio
E vi sembra poco?
Certa gente, noi ad esempio, allo stadio incontriamo amici, in curva passiamo alcune ore spensierate, ci si dimentica del “logorio della vita moderna”, si canta, si sbraita, ci si abbraccia, si ride e si piange, si stacca la spina.
E’ poco per voi avere una iniezione di endorfine positive, socializzare, scaricare le tensioni del vivere?
A nostro parere no, significa vivere.
Quindi ritornando al nostro inciso, come può esserci una restrizione delle libertà, senza che siano state accertate le colpe, ripeto, personali?
I fatti oggetto delle indagini risalgono alla partita casalinga col Parma, un gruppo di tifosi della Spal era presente all’incrocio di via IV Novembre con viale Cavour, mentre un gruppo di una trentina di tifosi del Parma stava recandosi verso lo stadio dal lato normalmente utilizzato per l’accesso all’impianto utilizzato dai tifosi di casa.
Nessun contatto, qualche parola, diversi vaffa, scambio di cortesie verbali.
Dice, ma poteva esserci uno scontro.
Si, ma anche no.
Come è possibile leggere e predire il futuro?
Ma dai, lo sappiamo tutti, com’è quella gente là, si volevano picchiare, ci sarebbe stata violenza, era scontato che ci fosse.
Ma a voi, pare possibile?
Vi è mai capitato di insultare un altro automobilista ad un semaforo?
Bene, se si utilizzasse lo stesso metro di misura, in quel momento, mentre avete le vene del collo che vi esplodono, un rappresentante delle forze dell’ordine vi fotografa e nel giro di due settimane vi toglie la patente per due anni.
Giusto?
A noi non sembra.
Lo dicevamo in premessa, nessuno sconto, nessun occhio particolare, nessuna zona franca in cui frange opposte possono pestarsi come in un moderno anfiteatro. La legge deve essere uguale per tutti, abbiamo tutti memoria di incitamenti alla violenza, all’odio razziale, al farsi giustizia da soli da parte di politici in tv, in maniera molto più chiara ed evidente dei fatti oggetto delle indagini di cui sopra.
La restrizione dei diritti delle persone applicate in ambito sportivo, noi pensiamo che possano interessare tutti noi, non esistono categorie immuni a provvedimenti iniqui.
Non ce la siamo andata a cercare, può capitare, e la punizione deve essere collegata ad un reato o ad un delitto, la tanto decantata presunzione di innocenza, messa così vale solo per qualcuno e per altri no.
Nessuna assoluzione a priori, ma allo stesso tempo nessun processo alle intenzioni.
La repressione è l’aspetto più veloce e becero che una società utilizza come pretesto per negare diritti in cambio di sicurezza (effimera?), ottenendo come unico risultato una diminuzione delle libertà individuali. E questo è il vero pericolo. Ora gli Ultrà, domani chissà.

Collettivo LAPS

Cristiano Mazzoni
Enrico Testa
Enrico Astolfi
Filippo Landini
Federico Pazzi
Daniele Vecchi
Gigi Telloli
Lorenzo Mazzoni
Marco Belli
Michele Frabetti
Paolo Buttini
Nicola Bini
Sergio Fortini

INTERNAZIONALE A FERRARA 2019
‘Economia, informazione e cittadini’, ruolo e responsabilità di media e istituzioni

Che ruolo svolge l’informazione nella diffusione delle informazioni economiche, questo il tema del seminario promosso dall’Ordine dei giornalisti che si è svolto sabato 5 ottobre nella sala del consiglio comunale di Ferrara. Un incontro rivolto principalmente ai giornalisti ma che ha visto una grande partecipazione di cittadini interessati al tema.

I relatori della giornata, introdotti da Alessandro Zangara responsabile dell’Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, sono stati il professore e senatore Alberto Bagnai, Capo della Commissione Finanze, Sabrina Bonomi, docente di economia, Roberto Sommella (in diretta streaming) condirettore di Milano Finanza, Alessandro Somma, giornalista, docente di diritto della università di Ferrara e Claudio Bertoni del Gruppo Cittadini Economia di Ferrara che ha avuto il compito di raccontare l’esperienza di un gruppo di cittadini ferraresi impegnati a diffondere conoscenza sulle tematiche macroeconomiche.

Il primo ad iniziare è stato il prof. Bagnai che ha sottolineato quanto politica e giornalismo non stiano realizzando il loro compito sociale, ed è stato proprio questo che nel 2011 lo convinse ad aprire il suo blog http://goofynomics.blogspot.com diventato poi un punto di riferimento dell’informazione economica con milioni di visualizzazioni “se l’informazione economica fosse stata corretta non avrei avuto motivo di farlo”.

La lamentela maggiore è in relazione alla manipolazione dei dati “se, ad esempio, l’inflazione negli anni ’90 era ad una cifra, non si può dire fosse a due cifre” ma questo avviene continuamente anche in quella che è considerata la stampa migliore “ciò che invece un giornalista dovrebbe fare è riferire correttamente senza alterare la realtà.” Bisognerebbe attenersi al codice etico, che esiste ed è chiaro.

Un esempio di come la realtà venga alterata sui temi macroeconomici, continua Bagnai, è sempre l’inflazione. Anche economisti, oltre che giornalisti, hanno insistito fin dal 2011 sulla relazione “stampare moneta uguale a inflazione” ma nessuno guarda che con il quantitative easing sono stati stampati oltre 3.000 miliardi di euro dalla Banca Centrale Europea senza che questo ci abbia dato la sicurezza di essere usciti dalla deflazione. Cosa dice l’informazione in merito? Nulla.

L’economia, continua Bagnai, è uno scambio tra due persone, concetto che porta anche alla comprensione degli scambi internazionali e dell’egoismo di alcune nazioni, come la Germania. Laddove c’è un venditore ci deve essere necessariamente un acquirente, quindi chi pretende solo di vendere per accumulare come fa la Germania crea tensioni internazionali. Chi ha grandi surplus deve aumentare la capacità di spesa interna in maniera da permettere ai suoi cittadini di comprare di più e in tal modo riequilibrare la domanda interna ed estera.

L’economia è poi “politica”, ovvero decide a chi distribuire la ricchezza a seconda dei rapporti di forza del momento.

E che l’economia sia e debba essere politica viene sottolineato dall’intervento del prof. Somma, giurista e autore di un bellissimo libro che abbiamo già recensito qui https://www.ferraraitalia.it/sovranismi-strumento-del-popolo-contro-i-trattati-europei-liberisti-170072.html . I mercati hanno bisogno di regole per funzionare e le regole ci sono. Ma sono un fatto politico e rispettano quei rapporti di forza di cui si diceva prima. Già ai tempi della nascita del pensiero economico, con Adam Smith, c’erano regole nei mercati anche se erano di tipo morale. Oggi le regole sono fatte dagli Stati nonostante si abbia l’impressione che i mercati siano onnipotenti e senza pilota. E le regole oggi dicono che la stabilità dei prezzi è più importante della piena occupazione.

Ciò che si dovrebbe fare, quindi, è recuperare la buona politica nei mercati ed in questo proprio i giuristi potrebbero dare il loro contributo.

Un bell’intervento anche da parte di Roberto Sommella, Milano Finanza, che ha sottolineato che nell’era di internet bisogna affrontare il problema dell’informazione improvvisata. Internet ha aperto tante possibilità ma crea anche molti problemi “oggi aver fatto un esame, aver studiato sembra non conti più … la dittatura della mediocrità, c’è una mancanza diffusa di competenza certificata, uno smantellamento dei ruoli”.

Ha parlato poi dei tassi zero e delle nuove sfide che dovremmo affrontare con le banche che saranno sempre meno importanti “Steve Jobs disse: il credito è necessario, le banche no, ed è stato profetico … stiamo andando verso banche digitali, nuove forme di pagamento, le grandi firme vogliono farsi la propria moneta, Amazon ha chiesto una licenza bancaria in Estonia”.

Insomma, secondo Sommella, oggi entrare in una banca o fermarsi a comprare un giornale sono atti rivoluzionari.

L’intervento della prof. Bonomi si è soffermato sulla necessità di dare il giusto posto all’economia. Una scienza sociale che ha quindi bisogno di rapportarsi meglio con le persone e i cittadini i quali possono ancora influenzare le grandi decisioni con le loro piccole scelte.

Ha chiuso la giornata Claudio Bertoni del Gruppo Economia (www.gecofe.it ) delineandone il percorso degli ultimi otto anni. Incontri, conferenze, spettacoli di teatro civile e l’esperimento di una moneta complementare come metodo di studio pratico per comprendere il funzionamento della moneta ma anche proposte di legge inviate in Parlamento.

In definitiva, si è compreso che qualcosa all’informazione economica manca. Tante voci e spesso poco competenti, dati interpretati con troppa leggerezza, analisi troppo politiche e quindi di parte fanno sì che la richiesta di maggiore indipendenza e più obiettività sia stata unanime.

Le responsabilità della sconfitta

La vittoria della Lega a Ferrara è netta. La sconfitta del centro-sinistra è pesante. Il significato simbolico di questo esito ferrarese assume giustamente un valore nazionale. La batosta di ieri segna il culmine di una catena di sconfitte subite dal centro-sinistra in molti comuni ferraresi negli anni scorsi. A ciò si aggiunge la clamorosa sconfitta di Dario Franceschini nelle elezioni del 4 marzo 2018 nel confronto diretto con una mediocre e anonima candidata leghista. A fronte di questi segnali inequivocabili di crisi profonda dell’identità culturale, politica, programmatica e organizzativa del maggior partito della sinistra ferrarese, il suo gruppo dirigente ha sempre evitato un’analisi seria delle ragioni delle sconfitte, rimuovendo i ‘fatti’ e perpetuando se stesso. Adesso basta!

La vittoria della destra a Ferrara è evento troppo pesante e traumatico per archiviarlo senza trarne le rigorose conseguenze. Nel merito, poche osservazioni…
1) Sarebbe errore grave attribuire la sconfitta ferrarese alla tendenza nazionale, perché questa ‘causa’ è smentita da ottimi risultati ottenuti sia in Emilia-Romagna (la netta vittoria del candidato del centro-sinistra a Reggio Emilia e la vittoria a Modena nel primo turno), sia in altri ballottaggi tenutesi domenica dove la Lega non ha stravinto (sette a sei).
2) E’ sulle responsabilità locali che bisogna concentrare l’analisi. Come culmine di una sequela di errori compiuti da chi ha diretto il Pd negli anni scorsi va considerato la scelta di un candidato sindaco vissuto come perdente fin dall’inizio. Da parte mia non è in discussione il valore di amministratore di Aldo Modonesi, ma la sua immagine di ‘continuità’ con un passato che una parte larga di opinione pubblica chiedeva di interrompere con una forte discontinuità di programma e di leadership. Non c’è dubbio che durante la campagna elettorale il candidato del centro-sinistra abbia compiuto uno sforzo di innovazione sul piano programmatico, ma la sua immagine ‘vecchia’ e in assoluta continuità con una classe dirigente che monopolizza la rappresentanza del Pd ferrarese da troppi anni ha annullato ogni possibile impatto positivo delle proposte nuove.
3) La domanda che viene spontanea è evidente: esisteva la possibilità di proporre alla città una candidatura diversa e vincente? Sì, esisteva… E c’è chi l’aveva segnalata per tempo sia nel dibattito interno al Pd, sia nel campo largo e plurale della coalizione del centro-sinistra. Quindi si poteva vincere, come è accaduto in altre città emiliane e nel Paese. E’ questa convinzione che rende più dolorosa e bruciante la sconfitta subita.

E ora, che fare? Intanto, non va demonizzato l’elettorato che ha eletto il nuovo sindaco. Quando si perde in modo così netto, bisogna fare i conti con i propri errori, senza inventarsi alibi di nessun tipo. Abbiamo bisogno di un severo esame a raggio largo, non di ripiegamenti lamentosi e vittimistici. Ritengo che le condizioni per risalire dal buco nero in cui siamo caduti ci siano. A patto che il Pd ferrarese archivi autosufficienza e chiusura in se stesso del gruppo dirigente. C’è bisogno di organizzare una grande e capillare discussione che coinvolga le fresche risorse umane messe in campo con generosità dalle liste civiche che hanno sostenuto Modonesi nel ballottaggio. E, più in generale, rendere permanente il rapporto con la cultura e il vario e plurale associazionismo democratico per capire meglio i grandi cambiamenti in corso nella società civile e per riqualificare la presenza di un nuovo centro-sinistra come unica alternativa etico-politica alla Lega nello spazio pubblico. In conclusione… Ciò che è avvenuto non è la fine del mondo, ma l’esito normale della democrazia. E come deve avvenire in democrazia, da qui bisogna ripartire…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Non è solo colpa loro

Sarebbe opportuno che di fronte agli errori degli adolescenti gli adulti si interrogassero più frequentemente sul cosa hanno sbagliato nel crescere quelle vite. Ma questo difficilmente avviene, poiché si tende a dare per scontato che sia nella natura di chi è ancora troppo giovane cadere in errore e che l’adulto detenga le chiavi della formazione.
Eppure, se gli adulti nutrissero fiducia nelle loro capacità pedagogiche, i rischi d’errore, per chi è ancora nella fase di formazione del sé, dovrebbero approssimarsi sempre più allo zero. Invece ad essere a zero sono le certezze sulle nostre performance formative e sui loro esiti. La questione è che i piccoli non sanno crescere perché i grandi non sanno educare.
Educare, proprio nel senso maieutico del termine, di condurre fuori, di trarre da sé. Come l’arte della dialettica e dell’ironia di Socrate che sarebbero necessarie ad ogni pedagogia della vita.
Noi, invece, pensiamo sempre di cavarcela con gli insegnamenti. Con la trasmissione orale di contenuti, di dosi di passato, ammaestramenti e ingiunzioni, a prescindere che poi nella vita di tutti i giorni, nostra e degli altri, vi siano coerenze con le etiche oggetto delle nostre istruzioni. I giovani li abbiamo messi nelle classi ad ascoltare verbi che non ritrovano al di fuori dei musei del sapere e della morale.
Così la separazione non è più tra il bene e il male, ma tra il racconto della vita e la vita. Quando le due cose non corrispondono, perché dovrebbero farle coincidere loro che non sono ancora cresciuti, che hanno il diritto di esser più fragili di noi che siamo adulti?
Poi ci inviluppiamo in concioni sul bullismo, curiamo i prepotentelli con i fanghi dell’educazione compensativa, senza mai uscirne migliori né loro né noi.
È che non ci siamo mai liberati dall’essere come le statue nella sonnolenza del meriggio, come la nuvola, mentre alto vola il falco del “male di vivere” che il poeta spesso ha incontrato.
All’indifferenza divina abbiamo aggiunto la nostra, abbiamo disimparato a misurarci con il male di vivere, lasciando sempre più che ci passi accanto, tanto da non accorgerci quando, anziché sfiorare noi, si struscia contro i nostri figli.
Non esiste il vaccino contro il male di vivere e mettere in guardia dai pericoli dell’esistenza non è più sufficiente a fornire gli anticorpi.
Dei giovani bisogna farsi carico, vivere accanto a loro, condividerne le esperienze, dedicargli il nostro tempo, coinvolgerli nella gestione della vita, non come un manuale di istruzioni pronte per l’uso, ma con la propria identità di adulti testimoni responsabili delle proprie scelte: come un manuale di coerenza.
I giovani crescono se hanno modelli, testimoni da imitare, se la fascinazione dell’altro, adulto, li ha incontrati nel loro percorso.
Se, invece, la vita diviene troppo presto un insieme di pagine da staccare giorno dopo giorno, non c’è da stupirsi che gli antidoti siano l’aggressività, il sopruso, il bullismo. Finisce che si uccide perché il volto felice dell’altro diviene insopportabile.
Quanto di umano investiamo nella formazione delle giovani generazioni è una responsabilità collettiva.
Se le esistenze che annegano in mare fanno notizia anziché scandalo, se lo sgombero dei campi rom con le ruspe è un atto di pulizia anziché un delitto, testimone di quale credibilità e coerenza è l’adulto che sta accanto ai suoi figli, ai giovani che dovrebbe crescere come educatore o come insegnante?
Nella società dell’ambivalenza è l’etica che si sdoppia, perché non ci sono più condotte condivise, anzi a prevalere sono destinati quei comportamenti che meglio accarezzano gli istinti aggressivi dell’uomo, specie dell’uomo più giovane.
Nonostante gli sforzi che privatamente si possono compiere per opporsi ad una simile deriva, chi cresce, cresce nell’ambivalenza e nell’ambiguità. Basta guardarsi attorno per comprendere che il nostro male di vivere oggi veste gli abiti dell’ambiguità, dalle proteste dei gilet gialli a quanti sostengono che destra e sinistra non esistono più, dai sovranismi ai populismi.
Questa ambiguità l’hanno scoperta i giovani come Greta, per questo sono scesi in piazza a denunciare il doppio volto del mondo degli adulti che ha tradito le promesse e, dunque, non può più proporsi come testimone degno di fiducia. Lo sciopero della scuola ne è la conseguenza, come significativo rifiuto d’essere formati da chi non è più in grado di essere adulto.
Se il ruolo dell’adulto manca, i giovani sanno provvedere e prenderlo in mano, perché adulto è crescita, è modello di crescita e non può essere assente, ma neppure tutto ciò è esente dall’ambiguità, per tanto può sfociare nell’etica del “Friday For Future”, come in quella opposta della prepotenza.
I giovani avrebbero bisogno di “exempla” in cui credere, in cui immedesimarsi, ma il prodotto interno lordo delle nostre società di exempla non ne produce più e gli adulti ne hanno da tempo perduto il mestiere.

Ripartiamo dal rispetto e dal bene comune

Caro direttore,

la recente presentazione del tuo ultimo libro ‘Responsabilmente liberi’ mi dà lo spunto per qualche considerazione. Parto dall’inquadramento dei tuoi scritti che ha proposto Fiorenzo Baratelli – quello della razionalità, che si lega all’etica e alla morale, richiamandosi soprattutto a Kant – e dal concetto che ne deriva “per li rami”, direbbe Dante, di “civile conversazione”, frutto dell’Illuminismo, oggi rinnegato per far posto alla canea, all’invettiva, all’offesa, alla violenza preconcetta.
Sono convinto, con Baratelli, che oggi la civile conversazione (che è poi un rapporto umano tra le persone, rispetto dell’altro, capacità di ascolto, esercizio che deve tendere dialetticamente al “giusto mezzo” indicato da Aristotele come virtù etica) sia da raggiungere, in politica e nella società, con il conflitto. Cioè con una lotta – non saprei definirla altrimenti – culturale, che può assumere i connotati di un movimento di resistenza e di rivolta civile, in diverse forme (mai violente, sia chiaro!). Ci soccorre, ed è di piena attualità, il pensiero di Antonio Gramsci.

Se questo movimento saprà suscitare sentimenti profondi nella Grande Indifferenza – così per me si esprime oggi lo spirito del tempo – troverà seguaci: anzitutto per difendere la nostra autonomia intellettuale – e quindi la nostra libertà – e la nostra sopravvivenza (leggi: dignità dell’individuo e futuro dell’ambiente e del pianeta) avrà seguaci.
La libertà e la responsabilità del singolo – alla base, credo, dei tuoi scritti – è una questione antica, teologica e filosofica, da declinare nei tempi moderni. Temo che i condizionamenti pervasivi di cui soffriamo abbiano modificato negli anni in moltissime persone i concetti di bene e di male, instaurando progressivamente un relativismo etico che impedisce – secondo me da Nietzsche in poi con ragionamenti progressivamente stravolgenti – di scegliere con ragione l’uno o l’altro (semplifico, ovviamente).

Quello che ieri era illecito moralmente ed eticamente oggi non lo è più: il campo della discrezionalità e dell’arbitrio si è allargato pericolosamente, anche nell’informazione (vedi ad esempio le regole stracciate dal giornalismo dei quotidiani tipo ‘Libero’, la connivenza tra giornalismo e potere, gli effetti ventennio berlusconiano altamente diseducativo, ecc.). C’è bisogno di un nuovo sistema di diritti e di doveri?
Purtroppo sappiamo che non è avvenuto – per colpa di tanti, anche della sinistra, inutile qui riaprire processi – un vero rinnovamento etico dei costumi. Un Rinascimento morale. Viene in mente Franco Fortini, e la sua profetica affermazione: “Tutto è diventato gravemente oscuro”.

Dunque, vivere nella selva di oggi significa resistere, rifiutando con ogni energia le grida e le bestialità, il pensiero unico e le idee imposte; mostri da combattere, ognuno come può e sa fare meglio. Agendo, come ha insegnato Hans Jonas, in modo che le conseguenze di ogni nostra azione “non distruggano la possibilità futura di un’autentica vita umana sulla terra”.
Mi pare un punto di (ri)partenza. Forte? debole? Non lo so. Sono certo però che la battaglia è sui valori, e per l’affermazione di comportamenti rispettosi dell’altro e del bene comune. Forse in questo modo possiamo recuperare una nuova razionalità e una qualche prospettiva, per noi e per chi viene dopo di noi.

Il rispetto: passaporto per le relazioni

Il rispetto, intenso come valore sociale, può essere considerato un atteggiamento o comportamento di riguardo. Si tratta, senza dubbio, di un valore positivo, che possiamo porre in essere nei confronti di noi stessi, quando tendiamo all’essere coerenti con quanto pensiamo e facciamo, delle persone che ci circondano, tenendo conto delle loro caratteristiche e differenze individuali e del contesto nel quale viviamo.
L’utilizzo dell’empatia, facilita il concretizzarsi di tale valore e di conseguenza l’efficacia delle relazioni interpersonali che si generano quotidianamente.

“Segui sempre le tre R: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni”
Dalai Lama

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Un’economia circolare per ridurre gli sprechi e recuperare valore

A tutti capita di pensare al futuro e quasi sempre lo immaginiamo con l’ansia dell’incognito. Cosa sarà di noi?
In una sintesi parziale e personale posso rilevare che è cresciuta la popolazione (e con questa l’immigrazione e il razzismo), sono aumentate le diversità sociali e culturali, sono cresciuti i problemi di alimentazione e sofisticazione, è cresciuto il degrado ambientale e metropolitano (industrializzazione, urbanizzazione, criticità nei trasporti), vi è stata dispersione delle risorse idriche e naturali, con conseguente cambiamento del clima (catastrofi atmosferiche), ma soprattutto è aumentato lo squilibrio ricchezza-povertà e la disuguaglianza sociale.
In generale si può dire che i principali trend di mutamento hanno portato grandi rivoluzioni nel campo dei valori e nella produzione di simboli. La gestione dei sistemi tramite il sapere è stata sostituita da subsistemi interdipendenti a livello globale; i rapporti virtuali hanno vinto sui rapporti fisici. Questo in contrasto con la crescita della creatività e della dimensione estetica. In fondo i nuovi valori emergenti sono diventati l’affettività, la soggettività, l’etica, l’affidabilità, l’estetica, anche se in contrasto tra loro.
Vorrei però credere anche che il pensiero positivo (senso dell’essere e progresso mentale) potrà vincere. Credo nello sviluppo della mente, nel rispetto dei vincoli del collettivo, nella difesa e nei progressi della sostenibilità. Per questo penso possibile un legame tra Green Building e Green Thinking.
Bisogna rafforzare l’Etica della responsabilità. Il termine “responsabilità” è legato al verbo “rispondere” in particolare “rispondere a” qualcosa o qualcuno e “rispondere di” qualcosa o qualcuno. Con il concetto di etica della responsabilità si entra nel sistema di mezzi-fini con le relative conseguenze. Inevitabilmente viene facile il richiamo all’azione politica in cui l’etica dovrebbe essere il primo luogo della responsabilità, in quanto riguarda la qualità dei fini che si perseguono.
La mia opinione è che siano necessari elementi “alti” di caratterizzazione anche dei servizi pubblici locali in quanto indispensabili per realizzare un reale processo di miglioramento che richiami alla sostenibilità, alla trasparenza, alla certificazione, alla accountability, all’etica.
Bisogna sostenere la riparabilità, la durabilità e la riciclabilità di prodotto nell’ambito di piani di lavoro basati sulla progettazione ecocompatibile, preparare un programma per contribuire a identificare le questioni connesse alla potenziale obsolescenza programmata; proporre requisiti intesi a semplificare lo smontaggio, il riutilizzo e il riciclaggio degli schermi elettronici; proporre di differenziare i contributi finanziari versati dai produttori nell’ambito di un regime di responsabilità estesa del produttore basato sui costi del fine vita dei loro prodotti, prevedere requisiti proporzionati in materia di disponibilità delle informazioni sulla riparabilità e dei pezzi di ricambio nelle proprie attività sulla progettazione ecocompatibile; lavorare per una migliore applicazione delle garanzie sui prodotti materiali ed esaminare le possibilità di miglioramento nonché affrontare le false etichette verdi. Questa è una vera rivoluzione non solo culturale, ma industriale.

Bisogna mantenere alta la sensibilità e la domanda di sostenibilità e qualità sui servizi pubblici ambientali e più in generale sulla qualità dell’ambiente: è un bisogno di tutti. I reali spazi di partecipazione e il conseguente senso di fiducia dovranno sostituire il crescente disagio e la diffidenza dei cittadini. La qualità della vita, la sicurezza, il rispetto ambientale, la coscienza civica devono contrastare la mancanza di dialogo, la scarsa informazione, le scarse competenze e l’iniqua distribuzione. Il bisogno di qualità sta diventando un importante elemento di riferimento anche nella politica economico-industriale dei servizi pubblici; vi è uno stretto legame tra sistema di gestione e livello di qualità ed efficienza economica e i sistemi di regolazione devono fronteggiare il tipico dilemma fra incentivare l’efficienza produttiva e trasferire quote della rendita.
Le chiamiamo “utilities” ma ci rifacciamo alle aziende di servizi pubblici locali ambientali; ogni parte di questa definizione è fondamentale. Ne faccio un spelling dei termini.
Servizi. Non è banale la considerazione che siamo passati da una società di prodotti ad una società di servizi. Chiediamo silenzio, caldo, felicità, comodità e non poltrone, condizionatori e tende.
Pubblici. Spesso non ci è chiaro il limite tra pubblico e privato e ne abbiamo perso il senso. La distinzione non è nel capitale, ma nella missione. Un servizio non è pubblico infatti perché l’ente locale lo svolge, ma perché lo regola.
Locali. In una fase economica globale non si deve perdere la dimensione locale. I territori lo chiedono.
Ambientali. Ormai tutti ne parlano, tutti si dichiarano ambientalisti, ma poco si sta facendo per l’ambiente.
L’esigenza crescente è quella di prevedere un sistema di regolazione in grado di valorizzare sia i diritti degli utenti sia lo sviluppo delle gestioni per mezzo di un intervento istituzionale che vigili sulle situazioni di criticità, ma che nello stesso tempo semplifichi e innovi il sistema della governance per migliorare il posizionamento strategico e competitivo sul territorio nel servizio pubblico ambientale di gestione dei rifiuti e dell’acqua.
Si arriva così alla centralità dell’accountability, come insieme di momenti atti a “Rendere conto in modo responsabile per tenere fede agli impegni presi”; l’accountability è dunque un insieme di modalità attraverso cui rapportarsi con i vari portatori di interesse per ottenere consensi. Questo ci porta ad un tema fondamentale: il capitale sociale. Come fondamentale valore da difendere è infatti quella risorsa che permette di valorizzare il capitale culturale, il capitale simbolico e il capitale economico a disposizione dei singoli individui.
Va rilevato come in particolare si stia passando da una fase di partecipazione e coinvolgimento ad una fase di distacco, di cinismo e dunque di sfiducia. Gli individui interagiscono quando si riconoscono reciprocamente come fini e non come mezzi. Si sente il bisogno di trasparenza e di fiducia; spesso invece si avverte una pregiudiziale diffidenza.
La condivisione della sostenibilità ambientale, pur riconoscendone l’elevata funzione non ha ancora modificato i modelli di consumo e dunque sono necessarie concrete proposte di miglioramento e soprattutto una rinnovata capacità di dare risposte efficaci. I primi e principali obiettivi di sostenibilità ambientale a cui tendere a livello generale si possono riassumere così in quattro grandi aree:
Ricercare l’efficacia-efficienza dei servizi verso la cultura del benessere
Informare e rendere partecipi sulla qualità e sulla sicurezza delle tecniche
Ricercare la collaborazione dei cittadini e l’impegno civile sui beni collettivi
Sviluppare una corretta educazione ambientale e favorirne la sostenibilità

Entra così in gioco l’economia circolare. Preferisco citare a questo punto le parole indicate dalla commissione europea: “In un’economia circolare il valore dei prodotti e dei materiali si mantiene il più a lungo possibile; i rifiuti e l’uso delle risorse sono minimizzati e le risorse mantenute nell’economia quando un prodotto ha raggiunto la fine del suo ciclo vitale, al fine di riutilizzarlo più volte e creare ulteriore valore. Questo modello può creare posti di lavoro sicuri in Europa, promuovere innovazioni che conferiscano un vantaggio competitivo e un livello di protezione per le persone e l’ambiente di cui l’Europa sia fiera, offrendo nel contempo ai consumatori prodotti più durevoli e innovativi in grado di generare risparmi e migliorare la qualità della vita”.

In sintesi si ritiene che sia in atto un forte processo di globalizzazione delle economie in cui l’Ambiente è fondamentale settore trasversale. La ragione ecologica e la responsabilità ambientale sono infatti concetti generali che richiedono (in quanto esigenze collettive) razionalità, correttezza, impegno, trasparenza, etc. La difesa dell’ambiente quindi (in quanto bene collettivo) impone una rinnovata propositività del ruolo istituzionale “pubblico”.
Serve una condivisa strategia di sostenibilità ambientale ed è richiesto un impegno delle istituzioni e della collettività verso una serie di obiettivi importanti e nello stesso tempo necessari; tra questi determinanti sono quelli che tutti (da chi produce, a chi consuma, a chi amministra, a chi gestisce) devono assumere per ottenere un sistema integrato (autosufficienza, responsabilità condivisa, prossimità, gestione integrata, etc).
Senza il cittadino diventa impossibile gestire qualunque serio piano di sviluppo ambientale.
Entra qui in gioco un concetto fondamentale: la resilienza ambientale. Termine ancora poco usato, ma molto utile soprattutto in questi ultimi tempi. Potrei definirla come l’arte della natura di difendersi dagli attacchi che riceve dall’uomo. Una specie di capacità di adattamento. Per gli studiosi di ecosistemi è l’attitudine a ritrovare un nuovo equilibrio, insomma resistere attraverso la magica capacità di autoadattarsi e modificarsi. Ma fino a quando? La resilienza ambientale rappresenta dunque per ora una àncora di salvezza in quanto unica via di uscita per cercare di sopravvivere e magari riprendersi. Con più ottimismo potrebbe essere un progetto di trasformazione di un nuovo modo di pensare.
Il paradigma culturale e sociale è pesantemente mutato nel modo in cui si deve affrontare il futuro. In psicologia infatti si usa il termine resilienza per indicare la capacità dell’uomo nel fronteggiare le difficoltà e le avversità, sviluppando le proprie risorse interiori e ripristinando il proprio equilibrio psico-fisico. Le persone con alta resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà. Fondamentale deve diventare dunque la resilienza collettiva intesa come capacità di reagire alle difficoltà orientandosi al bene comune verso principi di solidarietà e collaborazione rivolta alla promozione della responsabilità sociale. Questo in un certo senso si collega ai concetti di benessere e di qualità della vita.
E’ finita la fase del comunicare per propaganda ed è cresciuta la consapevolezza della corretta comunicazione. In questa logica cambia il percorso della comunicazione che semplificando in uno slogan passa dal comunicare a qualcuno al comunicare con qualcuno. La comunicazione indifferenziata, di massa perde progressivamente valore. Occorre un modo nuovo di impostare i rapporti e di comunicare: più attento, più indirizzato e personalizzato, più responsabile e coinvolgente, più finalizzato verso la società dei portatori d’interessi. Conoscere come la gente pensa, desidera, spera, apre scenari strategici fondamentali per la comunicazione nei servizi pubblici locali.

DIARIO IN PUBBLICO
Il fallimento della cultura e le colpe degli intellettuali

S’allontana il delirio ferragostano funestato dalle terribili notizie del ponte crollato a Genova sul torrente Polcevera. Le immagini ripetute ossessivamente dalle tv e da internet ci mostrano uno dei più assurdi attraversamenti di una città. Un ponte che sovrasta case e scavalca un fiume, una situazione ambientale e paesaggistica indegna anche delle più spaventose realtà orientali. Una noncuranza etica e umana che è stata imposta ad una tra le città più importanti storicamente dell’Occidente. Rileggo in questa luce i contributi apparsi sull’‘Espresso’ del 12 agosto che propone una rivisitazione del “Caro diario” di Nanni Moretti nel 2018 a pochi giorni dalla tragedia di Genova. Moretti nel film ripercorreva in vespa Roma deserta tra il 1992 e il Ferragosto 1993; abbandona il suo alter ego Michele Apicella protagonista dei film precedenti, si riappropria della sua identità e per primo è capace di testimoniare la frattura tra la cosiddetta intellighentia e la scelta politica degli italiani, prodromo del governo giallo-verde. Ne dà conto l’articolo di Giovanni Orsina, Intellighenzia addio, che in exergo scrive “Gli italiani sono uno dei popoli più condizionati e volgari del mondo”.
Ed è verissimo.

Quando un popolo sospetta della sua identità culturale e la schernisce per rivolgersi al ‘fatto’ nudo e crudo la frattura sembra irreversibile (e questo ‘sembra’ invece di ‘è’ lascia ancora un esile filo di speranza). Orsina ribadisce un concetto assai chiaro: “Gli intellettuali sono in una spirale: più la realtà li ignora, più loro la detestano. Un fallimento politico macroscopico”.

Sulla ‘Repubblica’ del 15 agosto così scrive Nadia Urbinati. “Il degrado delle infrastrutture che la tragedia di Genova (a quanto pare annunciata e quindi evitabile) ha mostrato è il segno di un degrado etico e ambientale profondo. Sta insieme alla caduta di responsabilità del pubblico rispetto alla cura e alla valorizzazione dei suoi beni, che sono i beni della Repubblica, non di una parte della popolazione, non di uno specifico territorio. Il viadotto di Genova era parte della rete nazionale di autostrade, di un sistema di comunicazione che è come la spina dorsale del paese, ramificazione che connette le aree e la gente che le abita. E’ una componente essenziale del “paesaggio” che insieme al “patrimonio storico e artistico” l’articolo 9 della Costituzione assegna alla Repubblica il “dovere” di “tutelare”. Degrado etico e ambientale e caduta della responsabilità pubblica e politica verso i beni pubblici sono andati di pari passo”.
Una considerazione che considero fondamentale per capire il fallimento dell’intellighenzia.

Che la sconfitta della cultura fomentata da una politica tesa a sfruttare il consenso immediato senza più agganciarsi a un programma o un’adesione al progetto è la colpa più grave da imputarsi alla sinistra che dopo Berlinguer e fino a Renzi non ha saputo impegnarsi a risolvere una crisi che dai valori si è trasferita all’etica. Il riflesso più evidente di questo abbandono lo si nota anche nel costume e nel comportamento, le spie più evidenti di questa scelta al ribasso.

Dal mio osservatorio sotto l’ombrellone i commenti che ascolto sono l’esatta proiezione del non-pensiero che coinvolge ormai l’80% degli ‘itagliani’. Queste considerazioni potranno consolidare il mio pensiero da radical-chic o shit a seconda dei punti di vista ma è ormai fatto comune e ampiamente pervasivo. Ultra sessantenni di tagli forte esibiscono bikini che nella separazione tra le due culatte si riducono a un filo. Panciuti ‘umarel’ ciabattano verso la riva avvolti nella seconda pelle dei tatuaggi che li rivestono come i protagonisti di qualche film sulla mafia cinese. Sono gli eredi di quella classe sociale operaia o piccolo-borghese che erano i frequentatori delle feste dell’Unità o dei circoli Pci.

E noi intellettuali? Come ci sentivamo nel giusto a vendere il giornale la domenica illusorio esempio di una parità sociale improbabile! E all’Università? Il voto politico e l’assoluzione dell’anarchismo. Era una fede con quel che di sbagliato ma anche di costruttivo che si può richiedere a questo concetto.

Solo Pasolini predicava la sua complessa adesione alle ragioni dei figli del Sud impiegati nelle forze dell’ordine contro l’anarchismo dei giovani intellettuali. Ma lui poteva scrivere anche sulle pagine del ‘Corriere’ perché era un uomo di mondo, un artista e quindi sempre contro-corrente.

Errori dunque ma nei migliori dettati da una consapevolezza di far parte di una società che s’identificava in programmi politici.
Nel fallimento attuale ciò che manca, ciò che ci rattrista è la mancanza di una riflessione, di un atto di umiltà. Regna solo il silenzio.
E in attesa di questo necessario ripensamento che significa ritornare a un visione etica della politica assistiamo al trionfo corporale del ministro Salvini.

Nell’ansito che monta, nell’attesa di toccare il ministro del miracolo, di poterlo assimilare a ognuno di noi, di imitarne mosse, atteggiamenti, scelte da quelle vestimentarie a quelle politiche lasciandosi andare al fremito del minuto che lo si fa riconoscere simile se non uguale a chi implora un selfie con lui, la storia capitola e si sbriciola come attesta il proprietario Tonino Tringali della casa di Brancaleone Calabro in cui visse Cesare Pavese mandato al confino “La sua presenza qui ha un significato, non si può negare” (Brunella Giovara, ‘La Repubblica 18 agosto, 2018, p.21).

E allo studioso di Pavese scendono lacrime amare.

quale-futuro

I giovani portatori di nuovi valori di civiltà

di Roberta Trucco

“Il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro, anche nei riguardi della sua educazione”: a dirlo è stata Maria Montessori.

Mai stato così vero! Assistiamo sgomenti al grido dei bambini siriani che ci sbattono in faccia l’orrore di una guerra che li sta sterminando. Dall’altra parte del mondo, nella evoluta e democratica America, ieri 14 marzo, hanno marciato gli studenti al grido di #enough is enough. In discussione è la ‘sicurezza‘, una delle parole più gettonate nelle campagne elettorali degli ultimi decenni e forse di sempre. In nome della sicurezza i ‘padri della patria’ ci dicono che dobbiamo armarci contro le invasioni, contro i diversi, contro quelli che non la pensano come noi. Curiosamente la parola sicurezza viene usata indistintamente dai leader delle nazioni, dai leader di gruppi terroristici, dalle lobby delle armi o da pazzi isolati che sparano per sentirsi parte di un branco. Per tutti la sicurezza passa attraverso l’omologazione, il denaro, la stabilità economica, attraverso un concetto di libertà neoliberale in cui il limite, il limite individuale, non ha confini perché garanzia di uguaglianza. Sembra che nessuno, se non i giovani che marceranno, si chieda se la sicurezza invece non passi attraverso il lavoro di cura, l’amore reciproco, che fa sì che il cucciolo umano cresca nella fiducia delle sue capacità, capacità che unite a quelle dei suoi compagni gli permetteranno di adattarsi all’ambiente in cui vive e di autotutelarsi.

Sicurezza etimologicamente significa sine –cura( senza cura). Me lo fece notare per la prima volta un’amica, compagna di battaglie femministe, Annalisa Marinelli, durante una sua conferenza sulla città sicura (vedi anche Annalisa Marinelli, La città della cura, Liguori Editore). La sua tesi è che una società che non si prende cura delle vulnerabilità non è una società (nel senso ampio e generico di insieme di individui uniti), ma un luogo dove sistematicamente il debole viene annientato, dunque un luogo volto all’autodistruzione. È un fatto: l’essere umano è vulnerabile e volere cancellare questa realtà significa cancellare la sua capacità di dare risposte abili – etimologia di ‘responsabilità’ – alle difficoltà che sempre si incontrano nelle vicende umane.
“Il rischio, qualsiasi sia la forma in cui lo si pensa o si presenta, appartiene alla vita. Azzerarlo non si può. Si può volerlo fare a tutti i costi, ma si chiama controllo, ossessione, possesso, malattia”. Queste le parole scritte in un articolo pubblicato su Repubblica da Maria Pia Veladiano (scrittrice e insegnante) a commento dell’avventura di un bambino che si è perso nel bosco bellunese.
Dunque se la parola sicurezza viene ossessivamente ripetuta cancella inesorabilmente il valore della cura e dell’amore e ammala la comunità, la deresponsabilizza.

Da anni sono convinta che il femminismo sia una delle strade più autentiche per interpretare la complessità odierna e per trovare risposte coerenti. Leggendo autorevoli studi di donne ho iniziato a mettere in fila alcuni eventi apparentemente slegati fra di loro: disagio infantile, distruzione ambiente, sessismo, atti terroristici, guerre. Tutti hanno una radice comune: un concetto errato e fallace di sicurezza e di libertà. Ed è questo che ci sta portando verso la catastrofe. Oggi i giovani che marciano negli Stati Uniti ci stanno dicendo quanto è malata la nostra società, quanto è malato il nostro concetto di amore e di tutela, quanto è malata la nostra responsabilità. Questi giovani hanno dichiarato che non si arrenderanno, marceranno finché non vedranno gli adulti fare qualcosa! E quel qualcosa non è aumentare protezioni, o recinti, ma fare un salto radicale nell’intendimento di questi due concetti fondanti: libertà e sicurezza. Il loro diritto ad andare a scuola sicuri passa attraverso la responsabilità degli adulti di fare leggi e regole che siano coerenti con l’amore di cui si dicono portatori. Mai come oggi il loro monito e insegnamento è necessario alla sopravvivenza di tutti! Mai come oggi sono i nostri maestri nei riguardi della loro educazione e della nostra coerenza!

Chi siamo
Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprendo e dialogando altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora, dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicazione delle proprie potenzialità e successivamente costruire processi di associazione e interazione, poiché ogni molecola, aggregandosi, potrebbe generare un corpo finito ed operante, una parte viva e attiva della società, diventando elemento di speranza e di pressione.
Il gruppo si riunisce ogni due mesi presso la sede di Ce.L.I.T. a Santa Margherita di Staffora (provincia di Pavia). Fra i temi affrontati: studio e dibattito sulla Burocrazia, studio e invio di un questionario allargato sulla felicità, sul suo significato e visione. E’ aperto a contributi e collegamenti con altre esperienze analoghe

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Separati in casa nella società degli adulti

Adolescente è colui che si sta nutrendo e adulto colui che si è già nutrito. Pare che il tempo per nutrirsi si sia dilatato e che i nostri ragazzi non abbiano fretta di diventare adulti.
A stupire però non sono loro che non vogliono crescere, ma soprattutto gli adulti che identificano l’adultità con il sesso, il bere, la guida dell’auto e il lavoro.
Non è che forse ai nostri adolescenti questa modalità d’essere adulti non li attragga poi più di tanto?
Forse “millennial” e “iGeneration” hanno un’idea diversa di come si diventa adulti. E poi cos’è questa fregola che sta prendendo noi adulti che pretenderemmo di restare giovani, ma poi escogitiamo nuovi modi perché i giovani diventino adulti prima. Allora accorciamo il tempo di parcheggio negli studi per farli diventare grandi subito, per inserirli in una società che non ha spazio per loro. Con un bell’ossimoro rendiamo obbligatorio il volontariato così crescono nella coscienza civile che noi non abbiamo. Facciamo di loro quello che abbiamo in mente noi e non quello che loro vorrebbero per sé. In materia di crescita continuiamo a sbagliare, nonostante anche noi si sia passati attraverso la crescita, ma tutte le volte è diversa, è un’altra cosa, il tempo scombina sempre tutto e tocca ricominciare da capo.
Per un adulto a guardare l’infanzia e gli adolescenti è sempre uno stupore, è sempre meraviglia e per fortuna è così, è l’antidoto alla nostra arroganza, quella che la storia dell’educazione ha ben conosciuto e resta a testimoniare.
Ogni età ha la sua dignità e mai deve perderla, l’adolescenza, la fanciullezza come l’adultità. Ognuno ha il dovere di testimoniarla nell’attenzione e nel riconoscimento reciproco. È proprio non riconoscere l’infanzia e l’adolescenza alla pari dell’adultità che produce la più grande disumanizzazione delle età su cui si costruisce il futuro di ogni persona e del suo essere sociale.
Non c’è nessun animale, neppure i più antropomorfi, che abbia luoghi specifici deputati all’addestramento dei propri cuccioli che crescono e apprendono nel gruppo e con il gruppo, i cuccioli dell’uomo, invece, dal gruppo vengono allontanati per essere rinchiusi in riserve che chiamiamo scuole. È peculiare solo degli umani. Nelle scuole li addestriamo e poi quando diventano più grandi, degli adolescenti, non li riconosciamo più. È nella riserva che divide, che emargina dal gruppo degli adulti che poi crescono i comportamenti di ribellione o di compensazione verso la frustrazione dell’esclusione, che poi noi chiamiamo bullismo, devianza o altro ancora, perché non previsti dalla nostra idea di addestramento.
Abbiamo bisogno di scuole sempre più aperte e sempre meno chiuse, di scuole sempre più senza mura e sempre più oltre le mura, ma noi crediamo che le nostre idee su educazione e istruzione debbano continuare a funzionare così come sempre, perché le scienze ci hanno rivelato i segreti dell’infanzia e dell’adolescenza e ora siamo capaci di dialogo e di comprensione, anche se dalle infanzie e dalle adolescenze continuiamo a difenderci.
La nostra società è ancora fondata sulla gerarchia che va dai piccoli ai grandi, ma l’uomo e la donna grandi o piccoli che siano non ci sono, li abbiamo perduti, esistono solo come figure sociali: studenti e lavoratori, se c’è il lavoro, esistono soprattutto come consumatori e come utenti.
Fermarsi a pensare all’umano non usa più. Neppure più lo fa la politica. È la nostra dimensione di vita che non trova spazio. Non ci serve conoscere, se non aiuta a recuperare la dimensione delle nostre esistenze. Non c’è nessuno che se ne occupi. Forse stiamo sbagliando a leggere il populismo. Forse ciò che la gente chiede alla politica è che ritorni ad occuparsi di ognuno di noi o che per lo meno consenta a noi stessi di occuparci di noi.
La politica la vorremmo sentire vicina, nelle nostre città, non lontana in un luogo remoto del mondo, capace di suggerirci come reiventarci una vita umana degna di questo nome, d’essere vissuta, la politica del bene maggiore anziché del male minore che ci sta soffocando.
E quale adolescente non sarebbe ribelle a scoprire che ogni giorno sui banchi di scuola lo stanno predisponendo per una società che non lo comprende. L’infanzia e l’adolescenza delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi sono distolte dalle nostre vite quotidiane. Chi se ne occupa? Scuola e famiglia hanno fallito, si rimbalzano le responsabilità, intanto le giovani generazioni continuano a vivere da separati in casa nella società degli adulti. Oltre alle scatole che li contengono dalla scuola alla casa, dalla palestra all’oratorio non c’è posto per loro, non è previsto per loro altro ruolo sociale che l’addestramento nei luoghi e con gli adulti a questo deputati. In quelle ore non si vedono per le strade, se ve n’è qualcuno è solo perché sfuggito al serraglio. Li abbiamo persi di vista i nostri ragazzi, in casa non si raccontano e a scuola ce li raccontano che non li conosciamo.
Forse non sono altre ricette che abbiamo bisogno di inventarci per trattare con l’infanzia e con l’adolescenza, con i loro problemi e con quelli che ci creano. Quello di cui avremmo urgente bisogno è di inventarci un’altra società che preveda infanzia e adolescenza e non la crescita zero, una società in cui sia possibile vivere insieme ai ragazzi e alle ragazze, grandi e piccoli che siano, dove non sia necessario farseli raccontare, dove non sia necessario essere informati su di loro da qualcuno, delegare la loro vita agli altri, ma vedercela crescere accanto mentre lavoriamo, quando siamo per la città, quando facciamo cultura e quando ci svaghiamo.
Ormai è più la gente che gira con un cane a guinzaglio di quella che esce dialogando con un bambino o una bambina, con una ragazza o con un ragazzo.
Con tutti i nostri progressi in campo educativo, con tutta la nostra sensibilità pedagogica avremmo bisogno di istituire un assessorato al coinvolgimento, alla partecipazione e alla responsabilizzazione sociale dei nostri giovani, bambine, bambini e adolescenti, un assessorato che dia loro spazio e futuro, che ne garantisca un ruolo riconosciuto che non sia solo quello dei banchi di scuola. Forse saremmo in grado allora di pensare una società e una città diverse e di condividere un mondo che fino ad oggi ci sembra estraneo: quello dei nostri figli.

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