L’anestesia del conflitto
L’anestesia del conflitto
Il conflitto sociale non è scomparso. Si sono indebolite, semmai, le forme attraverso le quali riusciva a diventare visibile, riconoscibile, collettivo.
Le differenze economiche sono davanti a noi. C’è chi assorbe senza troppe conseguenze un aumento del costo della vita e chi deve rifare i conti a metà mese. Chi possiede una casa e chi paga un affitto che porta via una parte pesante dello stipendio. Davanti a una lunga attesa nella sanità pubblica, qualcuno può rivolgersi al privato; altri aspettano. E perdere un lavoro non significa la stessa cosa per chi ha alle spalle una famiglia capace di sostenerlo e per chi non ha nessuna rete.
A molte di queste cose ci siamo abituati. Aumenta il carburante e cerchiamo dove costa un po’ meno. Cresce una bolletta e tagliamo qualcos’altro. Se l’affitto diventa troppo pesante si cambia zona, si divide l’appartamento, si torna dai genitori. Una visita richiede mesi? Chi può paga. Sono adattamenti comprensibili. Il punto è che migliaia di adattamenti allo stesso disagio non diventano necessariamente una domanda collettiva.
È qui che si misura una distanza rispetto agli anni delle grandi mobilitazioni operaie e studentesche. Senza trasformare il Sessantotto in un’età dell’oro, perché fu attraversato da contraddizioni, errori e anche violenza, quella stagione aveva però una capacità che oggi appare più debole: riconoscere dentro un problema individuale una condizione comune e portarla nello spazio pubblico.
I numeri non spiegano tutto, ma qualcosa lo dicono. Nel 2003 il 6,8 per cento degli italiani dai 14 anni in su aveva partecipato a un corteo; nel 2024 il 3,3 per cento. Nello stesso periodo la partecipazione ai comizi è scesa dal 5,7 al 2,5 per cento. Nel 2024, però, oltre dieci milioni e mezzo di persone hanno espresso opinioni politiche o sociali attraverso Internet e i social network, mentre nel 2014 erano meno di sei milioni e mezzo. Il dissenso, dunque, non è sparito. In parte ha semplicemente cambiato luogo e forma.
Il problema è che discutere, indignarsi, scrivere sui social non dà automaticamente continuità e forza a quella protesta. Un interesse ben strutturato parte da una posizione diversa. Può avere associazioni, consulenti, uffici studi, competenze giuridiche, relazioni istituzionali. Sa seguire il percorso di una norma, formulare una richiesta, individuare l’interlocutore giusto. Un disagio sociale, per quanto diffuso, può invece restare disperso fra milioni di persone.
Non c’è bisogno di immaginare una congiura. Il meccanismo può essere molto più ordinario. Alcuni hanno gli strumenti per farsi ascoltare, altri no. Alcuni arrivano ai tavoli dove si discute una decisione, altri faticano perfino a trasformare la propria condizione in una richiesta riconoscibile.
È anche qui che entra in gioco il lobbying. L’OCSE rileva che l’Italia soddisfa il 60 per cento dei criteri considerati sulla regolamentazione del lobbying e il 44 per cento di quelli relativi alla pratica, valori superiori alle rispettive medie OCSE. Ma segnala anche che, fuori dalle regole specifiche della Camera dei deputati, non esiste ancora una disciplina legislativa generale dei rapporti di lobbying con le altre autorità pubbliche. Una normativa più ampia è stata approvata dalla Camera il 29 gennaio 2026 e, nell’ultimo aggiornamento disponibile, risulta ancora all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato.
Una legge può rendere più trasparenti questi rapporti. Non risponde però alla domanda che viene prima. Chi rappresenta chi non possiede abbastanza forza per diventare un interesse organizzato?
Si potrebbe rispondere che almeno c’è lo Stato, che esiste una rete di protezione. Ed esiste davvero. Negli ultimi anni si sono succeduti trasferimenti, bonus, agevolazioni, assegni, esenzioni, misure contro la povertà. Molti di questi interventi servono e sarebbe scorretto fingere il contrario. Nel 2025, però, il 22,6 per cento della popolazione italiana, circa 13 milioni e 265 mila persone, risultava ancora a rischio di povertà o esclusione sociale. Il dato è migliore di quello dell’anno precedente, ma la dimensione resta enorme.
E però aiutare qualcuno a non cadere non significa necessariamente metterlo nelle condizioni di risalire.
Un sostegno può consentire a una famiglia di pagare una bolletta, una parte dell’affitto, una spesa necessaria. Può essere indispensabile. Ma se restano intatte le condizioni che rendono quella stessa famiglia dipendente dal sostegno successivo, il problema si ripresenta. Si interviene sull’emergenza, poi sull’emergenza successiva. Intanto ciò che continua a produrla rimane lì.
Anche la mobilità sociale dice qualcosa in questo senso. Tra i nati dal 1980 al 1994, l’Istat rileva che il 27,1 per cento degli occupati a trent’anni si trova in una classe occupazionale inferiore a quella dei genitori; la mobilità ascendente si ferma al 25,1 per cento. Per le generazioni precedenti osservate nel Novecento il rapporto era diverso. L’Istat parla esplicitamente di una discontinuità rispetto alle traiettorie precedenti.
La stratificazione, insomma, non se n’è andata. È diventato meno abituale nominarla. “Classe” sembra una parola di un’altra epoca. “Conflitto sociale” quasi un reperto. Al loro posto usiamo spesso fragilità, inclusione, resilienza, sostenibilità. Sono parole che descrivono fenomeni reali e non c’è ragione di liquidarle. Ma cambiare vocabolario non cambia automaticamente la posizione delle persone dentro la società.
A forza di adattarsi, poi, ci si abitua. All’aumento, all’attesa, al contratto che scade, al reddito che non basta. Ciascuno cerca una soluzione con le risorse che ha. E più il disagio resta individuale, maggiore diventa il vantaggio relativo di chi continua invece a organizzare collettivamente il proprio interesse.
I poveri cristi, intanto, un ufficio studi non ce l’hanno. Non hanno qualcuno pagato per seguire il percorso di un emendamento o una commissione parlamentare. Hanno il pieno da fare, l’affitto, una visita da prenotare, un figlio che cerca lavoro. Quando arriva un sostegno, spesso serve davvero.
Ma la domanda rimane. Stiamo riducendo la distanza che li separa da chi ha più forza, oppure stiamo imparando a renderla sopportabile?
Se riusciamo soltanto a impedire che chi sta sotto cada ancora più in basso, quella disuguaglianza non è stata rimossa.
È stata amministrata.
Cover: Foto di Mote Oo Education da Pixabay
Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Francesco D’Angiò clicca sul nome dell’autore
















Lascia un commento