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Educarci all’educazione
Perché salutare uno sconosciuto che non incontreremo mai più?

Educarci all’educazione .
Perché salutare uno sconosciuto che non incontreremo mai più?

Capita, sulle strade di campagna, di vedere passare gruppi di cicloturisti. Alcuni salutano: un cenno della mano, un buongiorno detto quasi senza rallentare. Altri passano senza alzare lo sguardo.

Mi è capitato più volte di notare una differenza: gli stranieri salutano spesso, gli italiani molto meno.

Non vuol dire naturalmente che gli uni siano educati e gli altri no. Sarebbe una conclusione troppo comoda. Però quel gesto resta e qualche domanda la pone.

Perché salutare uno sconosciuto che probabilmente non incontreremo mai più?

In apparenza non serve a nulla. Non cambia una giornata e non crea un rapporto. Eppure fino a qualche tempo fa veniva quasi naturale farlo.

Da qui si potrebbe cominciare a parlare di educazione.

Non del galateo, delle posate disposte nel modo giusto o delle formule che per decenni hanno regolato i rapporti. Una parte di quel mondo era fatta di convenzioni, distanze sociali, gerarchie. Il bambino che dava del lei all’adulto, l’uomo che si alzava quando entrava una signora, il vestito adatto a ogni occasione. Erano regole precise, spesso rigidissime. Non tutto ciò che abbiamo lasciato indietro merita nostalgia.

Il punto è capire se, insieme alle formalità, abbiamo cominciato a considerare superfluo anche altro.

Salutare entrando in un negozio. Ringraziare. Aspettare che qualcuno finisca di parlare. Tenere una porta aperta per chi arriva subito dopo. Abbassare la voce quando ci sono altre persone.

Per molto tempo abbiamo chiamato tutto questo educazione. Oggi non è sempre chiaro se a questi gesti venga ancora riconosciuto un valore o se appartengano ormai a un repertorio un po’ antiquato, da tirare fuori quando serve.

Tolte le regole più esteriori, l’educazione potrebbe essere qualcosa di semplice: accorgersi degli altri.

Qui il confine fra forma e sostanza è meno netto di quanto sembri. Un buongiorno è una formula. Anche un grazie lo è. Ma una formula non è per forza vuota. A volte è il modo più semplice per far capire all’altro che ci siamo accorti di lui. Smettere di togliersi il cappello entrando in una stanza non cambia molto.

Smettere di salutare o di ascoltare chi parla cambia qualcosa. Non perché esista un codice eterno delle buone maniere, ma perché anche i rapporti più brevi hanno bisogno di un minimo di attenzione.

C’è anche un equivoco da evitare. L’educazione non coincide con l’istruzione e nemmeno con l’appartenenza a una certa classe sociale. Per molto tempo le buone maniere hanno funzionato anche come un segno di distinzione: sapere come stare a tavola, come rivolgersi a una persona, quali formule usare. Si può conoscere bene quel codice e avere pochissimo riguardo per gli altri; si può anche ignorarlo quasi del tutto ed essere attenti a chi si ha davanti.

Non basta quindi sapere quali siano le regole. Conta anche il modo in cui ci comportiamo quando nessuno ci chiede di rispettarle.

Capita di vedere persone impeccabili con il medico, il professore, il dirigente e, poco dopo, sgarbate con chi serve al tavolo o sta dietro un bancone. Le buone maniere, in questi casi, non sono scomparse: vengono usate secondo convenienza. Più facilmente spariscono quando siamo anonimi, nel traffico, in una coda, sui social, nei luoghi in cui è improbabile incontrarsi di nuovo.

Ci diciamo anche che oggi siamo più spontanei, più diretti, che è meglio dire ciò che si pensa piuttosto che nascondersi dietro formule di cortesia.

In parte è vero. Molte vecchie regole servivano a mascherare rapporti tutt’altro che rispettosi. Si poteva essere formalmente irreprensibili e profondamente arroganti. Ma la spontaneità non risolve tutto.

Dire tutto quello che passa per la testa, interrompere continuamente o alzare la voce non significa necessariamente essere più autentici. A volte significa soltanto non porsi il problema di chi abbiamo davanti.

In fondo, molti gesti di educazione chiedono solo questo: limitarsi un poco perché c’è anche qualcun altro.

Una società non è regolata soltanto dalle leggi. Ci sono molti comportamenti che nessuna norma vieta. Possiamo parlare al telefono ad alta voce in una sala d’attesa, entrare senza salutare, non ringraziare, rispondere male senza commettere alcuna infrazione.

Nessuno ci obbliga a fare diversamente. Ed è forse proprio in questo spazio, dove non esiste un obbligo, che l’educazione conserva un senso.

Non rende automaticamente migliori. Una persona educatissima può essere egoista, falsa, persino crudele. Sarebbe ingenuo pensare il contrario.

Ma questo non rende inutile il riguardo per gli altri.

Forse abbiamo avuto fretta di liberarci di certe forme perché le sentivamo vecchie e, nel farlo, non sempre abbiamo distinto ciò che era soltanto convenzione da ciò che invece aiutava a vivere insieme.

Torno allora a quei ciclisti.

Non per stabilire che gli stranieri siano più educati degli italiani. Un saluto visto lungo una strada non dimostra nulla del genere.

Resta una persona che passa, incrocia per pochi secondi un’altra persona e alza la mano.

Non serve a nulla. Eppure lo fa.

Cover: Foto di 👀 Mabel Amber, who will one day da Pixabay

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Francesco D’Angiò

Napoletano di nascita e lucano d’adozione, ha pubblicato tre raccolte di poesia e due opere di narrativa. Scrive per interrogare la memoria, gli affetti, il dolore e le contraddizioni del presente. Cerca una letteratura limpida, necessaria, vicina alle fragilità umane. Collabora con il blog letterario Circolo Letterario Vento Adriatico dove pubblica riflessioni e recensioni.

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