Presto di mattina /
La città giusta
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Presto di mattina. La città giusta
In cammino verso la città
Hai detto: «Andrò per altra terra ed altro mare.
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.
E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l’occhio giro,
macerie nere della vita miro,
ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare».
Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.
Perenne approdo, questa città.
(Costantino Kavafis, Poesie, Mondadori Milano 1961, 91- 93)
«Un luogo non è solamente un’estensione geografica, ma anche uno stato interiore»
(Mahmud Darwish, Una trilogia palestinese, Feltrinelli Milano, 2026, 31).
Non giova fuggire dalla città alla ricerca di un luogo migliore. È come credere che cambiando zona ci si liberi da ciò che grava l’animo, che intristisce una città per il suo cuore sepolto. La tua città come te stesso ti seguirà e sarà il tuo perenne approdo. Volendo mutare l’animo, occorre semmai rientrare in sé stessi, senza abbandonare la città con l’illusione di trovarne una migliore: piuttosto ci si immerge in essa per poi emergere e salire in alto, insieme.
«A che cosa può giovare la novità dei paesi? A che cosa la conoscenza di città o di luoghi? Questo sbattersi di qua e di là è inutile. Ti chiedi perché codesta fuga non ti giovi? Tu fuggi con te stesso. È da deporre il carico dell’animo: prima nessun luogo ti piacerà»
(Seneca, Lettera a Lucilio, 28, 2).
La città giusta, a misura d’uomo
Don Luigi di Liegro (1928-1997) fondatore della Caritas diocesana di Roma e promotore nel 1974 del convegno «La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e di giustizia nella diocesi di Roma» favorì l’apertura alla dimensione politica della carità attraverso la ricerca delle cause delle povertà e delle responsabilità strutturali e istituzionali dell’ingiustizia.
Don Luigi aveva acceso le luci sulla città e sulla sua gestione, mostrando che era verso di essa che doveva volgersi anche l’atteggiamento e l’impegno della chiesa. La sua attenzione e la sua cura dovevano concentrarsi su tutti i problemi e le criticità della città e periferie, perché in esse le persone non fossero più frammenti sparsi e raminghi, ma formassero la società civile verso una città coesa: la città dell’uomo prima della città di Dio, cittadini prima che cristiani. Per lui non si poteva rivelare la città di Dio se prima non si restituiva dignità alla città degli uomini accogliendo gli ultimi.
Nei suoi scritti ora raccolti nel volume La città giusta, Edizioni Lavoro Roma 2025 possiamo ritrovare, come ordito, le linee di una pastorale e una teologia della (e per la) città. L’orientamento e l’agire pastorale pertanto si radicano in una conoscenza e presenza attiva nella città per comprenderla in profondità per crescere insieme.
«“Aprire il Vangelo dove la storia bussa”. In realtà la storia e la vita della città costituisce certamente il luogo privilegiato dove rendere credibile il servizio all’uomo~ l’apertura agli altri. Un servizio che va inteso come sfida alla violenza, alla caduta dei valori, alla crescita delle aree di emarginazione, alla crisi complessiva di una grande città che può e deve ritornare a essere «una città a misura d’uomo… La fede, infatti, non è solo incontro di Dio nella preghiera, ma anche incontro di Dio che ci conduce a cambiare la nostra vita quotidiana e quella della città.» (ivi, 71; 89; cf. 94).
“La città è per l’uomo e non l’uomo per la città”
«La città è stata voluta perché fosse il luogo dove tutti potessero vivere in fraternità. Le città sono nate come qualcosa di diverso dalla dispersione. La città è evoluta perché i beni che si producono possano essere più facilmente distribuiti. E la città è voluta per la comunicazione più facile. Se non c’è più comunicazione nella città, viene meno il fine per cui esiste la città; il fatto che la città fa fatica a vivere la comunione intesa come comunicazione, come scambio, come relazione, come possibilità di dialogo.
Dobbiamo dirlo con molta franchezza, se un compito la Chiesa ce l’ha nella città è che non ci siano emarginati. Quando la città produce emarginazione allora non ci siamo più in quello che dovrebbe essere la caratteristica della città, una comunità. Troppe volte parliamo della città come comunità, ma possiamo parlare della città come comunità quando non si esclude nessuno, quando non ci sono categorie forti e categorie deboli, o perlomeno categorie forti che espellono categorie deboli… La città è per l’uomo e non l’uomo per la città.
La Chiesa entra per dire quali sono le esigenze dell’uomo, esprime per esempio quelle che sono le speranze di quanti non hanno casa, di quanti non riescono ad avere un tetto, la speranza di quanti nella città non riescono a ricevere un rispetto verso la dignità fondamentale che ogni cittadino ha» (ivi, 1701-171).
La città bella è la città giusta
Per Di Liegro la città bella deve corrispondere a una città giusta, perché dove abitano l’emarginazione, lo scarto, l’ingiustizia sociale non vi può essere armonia e dunque neppure bellezza. Non è allora una questione di sola estetica, belle pietre, strade larghe, monumenti e palazzi in bella vita, ma di vita buona degna dell’uomo e del suo dimorare. Non si tratta di mantenere in essa una pulizia solo visiva per allontanare la povertà dallo sguardo dei cittadini relegandola ai margini; essa deve corrispondere alla dignità umana custodita da tutta la comunità.
Nella Repubblica di Platone, la Kallipolis (letteralmente la “città bella”) ha come finalità di educare e imparare cosa sia la giustizia: la città giusta fa bella la città. In essa si tesse di continuo il legame tra urbs e civitas, dove urbs è la città fisica, fatta di mattoni, strade, case, monumenti e civitas e quella abitata dagli uomini, la comunità di cittadini, cives, con la loro storia, le loro leggi, i valori, i diritti e doveri: poiché la civitas è la forma spirituale e politica del loro agire e vivere insieme.
La città è bella se diviene anche una bellezza civile, non già una vetrina per turisti ed eventi, ma palcoscenico quotidiano del con-vivere civile.
Don Di Liegro a Roma ha vissuto e contrastato la crescita disordinata, frammentata e speculativa delle periferie romane nel secondo dopoguerra. Per lui, una città che cresce escludendo i più fragili o lasciando indietro i “nuovi arrivati” e gli emarginati soffre di una profonda asimmetria. Non solo le barriere architettoniche, ma proprio quelle sociali manifestano la mancanza di armonia.
Egli ricordava che non può esistere una reale “bellezza” urbana se quest’ultima è solo una facciata che nasconde l’ingiustizia sociale o il degrado umano. L’armonia estetica di una piazza o di un monumento deve riflettersi nell’armonia delle relazioni umane, solo così una città è giusta: se volge lo sguardo ai suoi abitanti più piccoli e marginali.
La “concinnitas” o del tenere insieme il bello e il giusto
Il termine deriva dal latino concinnus, ben collegato o armonico, riconducibile storicamente al verbo cano (cantare), con l’idea di una “cantabilità” o simmetria musicale applicata alla forma, così il significato nella Treccani. Esprime l’idea del porre insieme elementi diversi al fine di conseguire un’unità armonica dotata di senso. La concinnitas in riferimento alla città e alle sue architetture dice un’armonia che è equilibrio delle parti rispetto al tutto. Essa dovrebbe rappresentare l’arte e la politica stessa della polis, quella del tenere insieme la città delle pietre e quella degli uomini attraverso la pratica dell’accoglienza e della ospitalità.
Giancarlo Consonni urbanista e storico dell’architettura nel suo libro Non si salva il pianeta se non si salvano le città Quodlibet, Macerata 2024, ci ricorda che «la ricerca del bello negli insediamenti umani non è più illuminata dalla concinnitas: manca la guida di questa tensione ordinatrice che Leon Battista Alberti chiamava “compagna dell’animo e della ragione” e che qualificava come “nutrita di ogni grazia e splendore”.
Risultato: la bellezza civile non è più sostanza della trasformazione del mondo; in particolare, non è più la matrice e il legame di edifici, luoghi, città e paesaggi… Uscendo dalla concezione platonica che affermava il sussistere di un vincolo ontologico tra Bello, Buono e Vero, nella visione di Leon Battista Alberti, bello, buono e vero tornano insieme, ma camminano per strada, con e tra i cittadini…
Nell’architettura degli spazi aperti pubblici uno dei punti più alti è rappresentato dalla strada fiancheggiata da portici su entrambi i lati. Si tratta di una delle invenzioni più straordinarie della città cristiana, frutto della fusione della strada porticata della romanità antica con il tessuto abitativo. La strada porticata della cristianità sia una successione di interni basilicali (con il cielo a fare da volta alla navata principale). In questo modello, prediletto da Leon Battista Alberti, rifulge il carattere ospitale dell’architettura urbana» (ivi, 51-52; 48; 63).
Quando Ferrara è bella? Quando resta una domanda aperta all’umano
Anche il nostro Carlo Bassi in Perché Ferrara è bella ricorda Leon Battista Alberti e la sua De re aedificatoria, che egli commentava con il duca Ercole nei quotidiani incontri in cui parlavano di architettura e teatro, e della sua teoria del continuum tra città antica e città nuova nel loro sviluppo armonico come espressione della città ideale:
«Uno dei “dettagli” più significativi che Ferrara ci presenta è la figura dell’incrocio, utilizzata, nel medioevo, per i suoi valori funzionali nel tessuto urbano a trama prevalentemente rettilinea, e che compare, nella Addizione di Biagio Rossetti con un alto valore simbolico, perché si pone come baricentro ordinatore del tessuto nuovo che dovrà formarsi attorno ad esso» (ivi, 182). Come a dire anche, il nuovo che dovrà formarsi attorno alla città bella sarà la novità di una la città giusta che chiede una nuova addizione e nuovi incroci a fare da baricentro al convenire umano delle diversità e a nuove presenze comunitarie.
In un altro testo l’architetto Bassi precisa che Leon Battista Alberti «non cade, nel suo ideale disegno della città, in una utopica fuga in avanti o in una cristallizzazione di contenuti e di forme solo teoricamente alternative, ma prefigura la città come problema aperto negando la possibilità di una semplicistica soluzione di tutti i suoi problemi tramite l’adozione di una forma astrattamente perfetta», ma punta «a definire l’organismo nel suo complesso, come una sorta di continuum che si configura mutevolmente.
Quindi continuità che determina unità fra città medioevale e città progettata, estensione che delinea, alla fine, la forma di una ‘città nuova’ dove convivono, senza gli astratti furori delle forme cristalline, il passato e il futuro entro la cerchia delle mura pentagone» (Ferrara. Lessico di architettura, “frammenti di un discorso amoroso”, G. Corbo Editore, Ferra, 2005, 226-227).
La città come «luogo dell’amicizia degli uomini»
Scrive don Luigi di Liegro: «Le città hanno sempre rappresentato, nei secoli e nei millenni della storia dell’uomo, la fucina più ricca, l’espressione più compiuta, il cuore stesso della civiltà. A sottolineare il carattere di centrali di comunità rispetto sia alla storia civile sia a quella della redenzione, san Tommaso definisce la città come “luogo dell’amicizia degli uomini”, cioè del loro riconoscimento comunitario, dell’affermazione della loro solidarietà e della loro reciproca carità.
L’attenzione della Chiesa, quale comunità dei credenti che vive e opera nella storia, nei confronti della città, di ogni singola città, non è mai e non può essere un fatto contingente, ma esprime la centralità del messaggio cristiano rispetto alla storia; per questo è naturalmente un’attenzione viva, che, cioè, non si limita a osservare, ma incide, vuole e deve incidere nella vita stessa della città; un’attenzione che è stata e vuole essere lievito: lievito di civiltà e di promozione umana» (La città giusta, 90-91)
Partecipazione è ripartire dalla gente
Di Liegro scriveva nel 1985: «Di fronte al fenomeno della crescita di attese di “giustizia e carità»” (nella città di Roma) e del cambiamento del clima dell’interesse collettivo intorno alla domanda sociale, le stesse amministrazioni locali non hanno risposto, né con una capacità di analisi e di programmazione, né con la sollecitazione di partecipazione sociale.
Talvolta ci si è limitati a inseguire i bisogni, spesso a scopo di allargare il consenso. L’effimero è stato un fatto emblematico di un certo modo di fare politica… La partecipazione va intesa invece come il tentativo di porsi dalla parte della gente, che non ha altro interesse da avanzare che quello delle risposte ai loro diritti fondamentali. Gente che non ha la forza di farsi sentire, che non ha forza politica, né ha coscienza di dover rappresentare un problema collettivo.
Partire da questa gente è “ripartire dagli ultimi”: i senzatetto, i disoccupati, quanti sono privi di istruzione e di salute; ma non significa fermarsi a questi. Cioè non è possibile fare un discorso sulle disuguaglianze fermandosi all’ultimo anello sul quale si scaricano tutte le tensioni, tutte le difficoltà, senza poi domandarsi di quale catena quest’ultimo anello fa parte e quali responsabilità ci sono dall’altra parte.
Perciò il discorso deve cadere sulla cattiva amministrazione, sugli sprechi e sui privilegi, se si vuole che l’obiettivo sia quello di una politica di integrazione globale nella società delle persone che si trovano in situazione di emarginazione. Un discorso, quindi, sull’organizzazione o sulla disorganizzazione dei servizi, sulla giustizia, sulla gestione delle risorse, sulla capacità di rappresentare queste esigenze… Fare politica non significa necessariamente ed esclusivamente fare partito, fare politica significa sentirsi servi di tutti, soprattutto servi dei più poveri ai quali molto spesso viene rifiutata la cittadinanza, come a Gesù Cristo quando venne in mezzo a noi», (ivi, 119-120; 173).
La chiesa nella città: il vangelo tra la gente
«Parlare della città credo sia uno degli argomenti più suggestivi che la Chiesa possa trattare, perché parlare della città non significa parlare di qualcosa di estraneo, ma del luogo dove il Signore l’attende. Infatti il luogo dove la Chiesa opera e rivela il mistero di Dio è di fondamentale importanza, perché è dal luogo, dai suoi abitanti, dalle caratteristiche, dalla tradizione, dalla civiltà del territorio che la Chiesa assume tutta la sua dimensione di servizio all’uomo, di solidarietà, di comunione e servizio della testimonianza della carità di Dio. In altri termini le caratteristiche del luogo e dei suoi abitanti sono una provocazione alla missione della Chiesa – sia per i suoi problemi e per i suoi peccati sia per i suoi valori – perché la fanno uscire da sé stessa per essere incarnazione della Parola», (ivi, 167).
Dov’è il cuore della città?
Dal cuore sepolto di Kavafis al cuore perduto di Luzi.
Mario Luzi nella poesia Ma dove, tratta dalla raccolta Nel Magma (1963), passa dall’ermetismo degli inizi a una poesia civile: non tanto ideologica, militante, ma dantesca, intesa come un viaggio tra la gente nella ricerca di un polo di salvezza nel magma della modernità. Una poesia dialogica e profondamente immersa nella realtà storica della sua città Firenze, che ai suoi occhi sembra aver perso il cuore, divenuto errante in cerca di rifugio e relazione. E per ritrovarlo occorre responsabilità personale e una fede attiva ancora capace di credere nell’umano. Per questa via il cuore della città lo si troverà dislocato nel cuore stesso dell’uomo che si incontra strada facendo con la gente nella città: «Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede tenuta stretta».
Ma dove
«Non è più qui» insinua una voce di sorpresa
«il cuore della tua città» e si perde
nel dedalo già buio
se non fosse una luce
piovosa di primavera in erba
visibile al di sopra dei tetti alti.
Io non so che rispondere e osservo
le api di questo viridario antico,
i doratori d’angeli, di stipi,
i lavoranti di metalli e d’ebani
chiudere ad uno ad uno i vecchi antri
e spandersi un po’ lieti e un po’ spauriti nei vicoli attorno.
«Non è più qui, ma dove?» mi domando
mentre l’accidentale e il necessario
imbrogliano l’occhio della mente
e penso a me e ai miei compagni, al rotto
conversare con quelle anime in pena
di una vita che quaglia poco, al perdersi
del loro brulicame di pensieri in cerca di un polo.
Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede tenuta stretta.
(Mario Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993, 340)
Cover: Porticato della Certosa di Ferrara (Foto di Jade Palace da Pixabay)
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