Presto di mattina /
L’amore di Maddalena
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Presto di mattina. L’amore di Maddalena
Transumanza pastorale
«Vorrei ripartire con voi dal mattino di Pasqua, da un giardino, da un sepolcro vuoto». Son parole di papa Leone all’assemblea della diocesi di Roma in Laterano il 18 settembre scorso in apertura dell’anno pastorale. Come una transumanza pastorale dal monte alla pianura, dal Cenacolo alla città. Ripartire dalla Pasqua significa portare, come i dodici, il vangelo dal monte delle beatitudini alle periferie e fino agli estremi confini della terra.
Settembre-ottobre, ripartenza pastorale delle nostre comunità; ripartenza come risposta agli arresti forzati, agli ostacoli e alle fratture che si sono determinate lungo il cammino nelle storie delle persone e nelle comunità.
L’invito del papa è quello di ricominciare dalle lacrime, a prendersi cura delle ferite e l’icona che ci propone è quella di Maria di Magdala, la donna del mattino, donna delle lacrime e delle ripartenze. “Non mi trattenere, va dai miei fratelli e annuncia loro la mia partenza e ascesa al Padre mio e padre vostro”.
Così papa Leone: «Maria di Magdala è lì, all’alba, quando è ancora buio, e il buio in cui si trova non è soltanto quello della notte che non è finita. È il buio di chi ha perduto qualcuno, di chi cerca e non trova, di chi si china e piange. II Vangelo, però, non la lascia in quel pianto. Le si avvicina un uomo, che lei scambia per il custode del giardino, e le rivolge due domande: “Perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20,15).
Queste due domande, carissimi, vorrei che ispirassero il cammino prossimo della Diocesi di Roma. Credo infatti che possiamo sentirle rivolte, oggi, alla nostra Chiesa e all’intera città: “Perché piangi? Chi cerchi?”. Esse riguardano la ricerca ansiosa di speranza che percepite nelle parrocchie, negli incontri e negli ambienti di vita, quando vi siete messi in ascolto gli uni degli altri e della gente. Maria Maddalena è sveglia prima dell’alba ed è già corsa al sepolcro, perché in lei c’è vita, c’è attesa!».
Chiamare per nome, incontrare e lasciar ripartire
Quella di Leone è una visione relazionale della pastorale, dove la domanda fondamentale non è tanto chiedersi “che cosa” fare, bensì “chi” e “come” incontrare. Perché la speranza nasce là dove le persone si incontrano; e l’annuncio del vangelo, così come l’attitudine a seminarlo tra la gente non è questione di strategie organizzative, ma nasce dalla capacità di creare legami con le persone nella città.
Questa non è uno sfondo indifferente, una messa in scena, scenografia ludica, evento di un momento, ma luogo da abitare, condividere e servire attraverso l’esperienza della fraternità che chiama per nome, dello sguardo gettato non dall’altra parte del marciapiede, ma che si schiarisce avvicinandosi in un faccia a faccia e mi interroga su come possa io imbastire nella trama delle città una tessitura di vangelo. Solo così sentiremo risuonare anche per noi il vangelo: «ero forestiero e mi hai ospitato, malato e in carcere e mi hai visitato».
Ricorda ancora il papa: «A volte si moltiplicano le proposte, le attività, gli incontri e si smarrisce il centro, il senso evangelico di ciò che si fa. Ed ecco, nel Vangelo, che una sola parola fa voltare la Maddalena: il suo nome, «Maria!» (Gv 20,16). È così che si incontra Gesù Cristo: sentendosi chiamare per nome da Lui, nei molti modi in cui ciò può avvenire. È da qui che deve ripartire ogni azione pastorale: non tanto chiedendosi “che cosa” fare, ma piuttosto “chi” e “come” incontrare».
L’amore della Maddalena
L’amour de Madeleine è un testo mistico del XVII sec., un sermone spirituale di un autore anonimo francese, scoperto dall’abate Joseph Bonnet nel manoscritto Q I, 14 della Biblioteca Imperiale di San Pietroburgo nel 1909.
Rainer Maria Rilke dopo un soggiorno in Egitto nel 1911, ritornato a Parigi vede il testo nella vetrina di un antiquario, subito entra nella bottega e lo compra. In quel periodo egli viveva al 77 di rue de Varenne, tra i molti amici anche lo scultore Auguste Rodin, e quando vedeva gli amici interessati al libro glielo regalava e ne comprava un altro e così per diverse volte e alla fine si decise di tradurlo.
Scrive all’amico Rudolf Kassner: «Mi si apre il cuore traducendo […] il meraviglioso sermone il cui manoscritto è stato trovato a San Pietroburgo, e gliene mando una copia: sono certo che le piacerà moltissimo». Il testo e le sue vicende le troviamo ora in Anonimo francese, L’amore di Maddalena, con testo originale francese a fronte, e la versione in lingua tedesca di Rainer Maria Rilke, presentazione di Nicole d’Amonville Alegría, Servitium editrice, Gruppo Viator, Milano 2019.
Amore penitente
Donna del primo annuncio del Risorto, Apostola degli apostoli l’ha chiama il vescovo Ippolito nel III secolo che associò Maria di Magdala all’amata del Cantico dei cantici. Ma l’amore penitente non osa avvicinare il Cristo con il linguaggio dell’amata del cantico, lei deve cantare attraverso il desiderio silenzioso, le lacrime trattenute, incontrare e lasciar andare, come a dire: non sono degna del tuo amore, allontanati! Lei deve accostarsi a lui fuggendo, possederlo respingendolo. Paradosso dell’umiltà d’amore.
Leggiamo nel testo del sermone che Maddalena lo chiama dicendo: «Allontanati, allontanati! «“Allontanati da me, Signore – diceva san Pietro – perché io sono un uomo peccatore!”. Metodo nuovo e inaudito di invitare respingendo. L’Amato però comprende quel linguaggio. Sa riconoscere che lo si respinge a quel modo proprio perché lo si desidera ardentemente; e questo desiderio di possederlo, che si esprime con il suo contrario, gli tocca il cuore» (ivi, 23; 25).
Maria di Magdala, icona della carità pastorale della Chiesa
Quello di Maddalena, come quello della Chiesa, è un amore penitente che si protende oltre l’assenza del Signore e continuamente cerca colui che si sottrae, che va sempre oltre ma attirando a sé e la precede dai suoi fratelli nella Galilea delle genti. Maria è immagine della chiesa che cerca sempre di nuovo nella parola, nel pane spezzato e nei poveri (Colui che è) la fonte della carità pastorale.
E i pastori non sono gli unici a praticarla: tutta la Chiesa è corresponsabile e soggetto attivo della carità pastorale. Ogni battezzato, in forza del sacerdozio comune, partecipa alla missione di cura, accoglienza e amore verso il prossimo, specialmente verso i più fragili e bisognosi. Scrive l’anonimo predicatore: «Questa è la condizione dell’amore di coloro che sono in cammino, ai quali Dio non si manifesta che celandosi; non per saziare, ma per accendere l’amore».
Se è l’amore che ti spinge, Maddalena, che temi? Osa tutto, affronta tutto
«L’amore può tutto; l’amore osa tutto, l’amore non è solo libero e confidenziale, ma anche ardito e intraprendente; e io vedo Maddalena che si fa da parte; che non osa levare gli occhi né guardare quel viso; che considera una felicità già troppo grande il potersi avvicinare ai suoi piedi, che sospira e non parla; che piange e non osa sperare in alcuna consolazione; che dona tutto quel che ha e tutto ciò che è, e non osa neppure chiedere grazia.
Se è l’amore che ti spinge, Maddalena, che temi? Osa tutto, affronta tutto. L’amore non conosce limiti; i suoi desideri sono la sua regola; i suoi trasporti sono la sua legge; i suoi eccessi ne sono la misura. Esso teme solo di temere; e ciò che lo autorizza a possedere è l’ardire di pretendere tutto e la libertà di affrontare tutto» (ivi, 17).
Le attenzioni dell’amore
Papa Leone nel suo discorso all’assemblea pastorale della diocesi di Roma ha indicato quattro attenzioni come punti di forza per orientare, muovere ed attuare la carità pastorale nelle comunità.
«La prima attenzione: incontrare Cristo e farlo incontrare. La Chiesa non esiste per sé stessa, ma per condurre ogni persona all’incontro con il Signore. E allora non basta domandarsi se un’attività è ben organizzata, se è partecipata, se dura da molti anni; occorre domandarsi se essa conduce realmente a Cristo, se fa incontrare il Vangelo con la vita concreta delle persone.
La seconda attenzione: generare comunità. Dalla Pasqua di Cristo nascono comunità nuove, libere, riconciliate. Abbiamo il coraggio di curare l’essenziale, per lasciare spazio a relazioni vere, dentro le quali le persone si sentano parte di un popolo: si sentano accolte, accompagnate, valorizzate, corresponsabili. Ai giovani impegniamoci a offrire tempo e ascolto, dentro e oltre le iniziative.
La terza attenzione: abitare e servire la città. La città non è lo sfondo indifferente delle nostre comunità: è il luogo della nostra missione. La comunità generata dal Risorto non può restare chiusa in sé stessa, ma condivide le attese, le fragilità e le domande delle persone; e impara a riconoscere, in ciò che accade nei diversi ambienti della città, le domande alle quali il Vangelo può rispondere, se nuovamente accolto.
Una quarta attenzione: la formazione del Popolo di Dio. Le nostre attività fanno crescere nella fede? Formano discepoli missionari? Aiutano a maturare responsabilità ecclesiali? Generano una fede adulta, capace di tradursi in scelte concrete di vita e di servizio?».
Volti e fatti di vangelo
L’attenzione sospinge le persone a guardare oltre, a uscir fuori di sé, oltrepassando il proprio orizzonte, e per papa Leone con essa si costruisce «una comunità capace di leggere il proprio quartiere, di condividerne le ferite e le speranze, responsabile della vita di tutti, anche di chi non varca la soglia della chiesa. Questa è la forma che la carità assume nella presidenza pastorale, ed è ciò che impedisce a una parrocchia di ripiegarsi nell’autoconservazione…
So che questo cammino di verifica chiederà pazienza, e forse anche il coraggio di lasciare andare qualcosa a cui siamo affezionati. Ma è lo stesso coraggio di Maria di Magdala, che ha dovuto lasciare andare il desiderio di trattenere il Signore per correre, invece, ad annunciarlo».
Non si tratta solo di assumere un metodo o uno stile, quello di passare dal “che cosa fare” al “chi incontrare”: «Cari fratelli e sorelle, è vero: un metodo, da solo, non ha mai convertito nessuno. Allora, perché ciò che vi ho proposto non resti astratto, vi ricordo anche un volto.
Ho infatti approvato con gioia la decisione di compiere i passi necessari perché sia avviata l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di don Luigi Di Liegro, presbitero di questa Chiesa, morto il 12 ottobre 1997. Il dono che egli fa al nostro cammino non sta anzitutto nelle opere che ha fatto: Don Luigi, prima di costruire qualunque cosa, ha voluto “vedere”. Nel 1969 commissionò un’indagine sulla religiosità dei romani, perché aveva imparato che non c’è incarnazione del messaggio senza ascolto della realtà. Nel suo ultimo intervento, poche settimane prima di morire, don Luigi disse ai suoi operatori: «Il discernimento è questa domanda: Signore, dove sei?».
La città giusta
Lo scorso anno, sono usciti gli scritti di don Luigi su Esclusione e comunità, La città giusta, Edizioni Lavoro Roma 2025. Spigolando tra le pagine leggo:
Interpellati: Anzitutto nella ricerca di senso e di identità, che non può fondarsi su comportamenti di chiusura in sé stessi, nella propria famiglia, nel proprio ambito sociale, o sulla ricerca di identità alternative nelle tante fughe dalla realtà, attraverso la violenza immotivata o come strumento di propria giustizia, attraverso uno spiritualismo consolatorio e assolutizzante, attraverso l’alienazione nel lavoro oltre le proprie necessità, attraverso la tossicodipendenza come atteggiamento consolidato.
La Chiesa è vicina alla ricerca, spesso disperata, di diversità della quale sono portatori quegli uomini e quelle donne che non accettano una condizione massificata e priva di senso, e vivono l’ansia di relazioni più libere e capaci di esprimere l’umanità della città.
Una società si giudica dalla sua tolleranza, dalla diversità delle sue culture che devono tendere a una pacifica convivenza, dai mezzi che offre a ciascuno per esprimersi e per ricevere la cultura che desidera. In una società democratica non appartiene allo Stato – quando qui e altrove parliamo di Stato questo va inteso anche nella sua espressione decentrata o di poteri locali o di amministrazioni locali territoriali – di manifestare preferenze culturali, ma spetta allo Stato di fare in maniera che tutti i cittadini possano elevarsi culturalmente, garantendo il rispetto delle persone e della verità.
Dobbiamo annunciare un Dio vicino a ogni uomo. Questo annuncio ci obbliga a raggiungere ogni uomo dove egli vive e dove il Signore lo chiama alla sua conoscenza. Diversamente rischiamo di non evangelizzare la vita sociale e di conservare nel chiuso la fede in Gesù Cristo.
Le città hanno una loro vita e un loro essere autonomi, misteriosi e profondi: esse hanno un loro volto caratteristico e, per così dire, una loro anima e un loro destino. Esse non sono occasionali mucchi di pietre, ma sono le misteriose abitazioni di uomini e, vorrei dire di più, in un certo modo le misteriose abitazioni di Dio: gloria Domini in te videbitum/ La gloria del Signore sarà vista in te (Is 62,20).
Potessi raccontare i sogni
La Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro ETS promuove regolarmente il Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro, un concorso letterario intitolato alla memoria del fondatore della Caritas di Roma. Raccontare insieme il sogno di don Luigi è la realtà che inizia a compiersi nel profondo.
Potessi raccontare i sogni,
ora che i sogni non hanno più mattino
e le parole tornano stanche
alle cose che abbiamo creduto di amare.
La vita si allontana all’orizzonte,
in dissolvenza, come un treno in corsa;
entra nella terra, in quella profondità
segreta e compiuta che ci attende…
(Vito Moretti – 2019)
(Potessi raccontare i sogni. Opere vincitrici 10ª edizione premio internazionale di poesia don Luigi Di Liegro, ed. ilmiolibro self publishing, Roma 2019).
Cover: https://pixabay.com/it/photos/donna-modello-ritratto-posa-stile-4017330/
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