In mezzo scorre il Fiume. Per una cartografia dei luoghi invisibili
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In mezzo scorre il Fiume. Per una cartografia dei luoghi invisibili
Il Po come set cinematografico
Alcune persone amiche passate di qua a Ravalle, meditando sul paesaggio, hanno trovato analogie o termini di paragone tra il Fiume Po e il Fiume Niger.
Altre tra il Po e il Mekong.
Altre ancora tra il Po e il Giordano.
Passeggiare sull’argine, scendere a riva o salire a bordo del barcone, consente di vivere momenti di fluidità percettiva e sempre riaffiorano alla mente, come isole nella corrente, ricordi, sensazioni e riflessioni geografiche, ecologiche, storiche, economiche, sociali, riconducibili a una infinità di filoni narrativi: archeologia, antropologia, letteratura, poesia, musica, teatro, fotografia, cinema…
Il fiume, patrimonio ancestrale, è un punto nodale di esistenza: ognuno di noi non può dimenticare i contatti che avuto con il fiume, con il suo aspetto, con le sue acque e le sue genti.
Quando ci si incontra lungo questa via dell’acqua che scorre, è impossibile non sentirsi attratti e coinvolti dalla malìa di questo prezioso luogo della geografia della memoria.
Qui, ognuno di noi può vedere le stesse cose che vedono altri, ma in quel suo modo specifico e personale, potrà vederle soltanto lui o lei.
Il Cinema come luogo della memoria
A Ravalle in località Sabbioni, a 13 km di ciclovie e strade provinciali per chi proviene da Ferrara, Bondeno, Pontelagoscuro o Santa Maria Maddalena, sopravvive un vecchio cinema, un gioiello d’altri tempi, oggi sede di un progetto sociale aperto a tutti coloro che desiderino farlo rinascere a due passi dall’argine Riva Destra Po, negli stessi paesaggi fluviali e golenali che il regista ferrarese Michelangelo Antonioni iniziò a documentare nel 1943 nel suo primo lavoro “Gente del Po” e che nel 1957 scelse per ambientare le sequenze iniziali del film “Il Grido”.
Quando il fregio del cinema è ben esposto al sole si intravvede che la decorazione è composta da due scritte sovrapposte.
Una è sicuramente TEATRO BALBO scritta nero su bianco, come tutte le scritte sui muri di propaganda fascista, nei tardi Anni Venti/inizio Anni Trenta, cioè subito dopo la costruzione in stile neo-romano e la sua messa in funzione come piccola sala di provincia.
L’altra scritta potrebbe essere CASA DEL POPOLO, e in questo caso, secondo le testimonianze raccolte dai residenti più anziani, sarebbe stata sovrapposta nei giorni successivi il 25 Aprile 1945 con vernici di colore rosso, oggi non più visibili.
Edificato come cinema-teatro, nel corso del tempo è stato usato come sala da ballo, deposito di farina per il mulino sorto al suo fianco, officina meccanica e garage.
Fu dirigendo la cinepresa sugli argini del Po che Antonioni riuscì a trasformare in immagini le sue intuizioni di giovane regista: per Antonioni il Po assumeva, nella sua vastità e nelle sue dure condizioni di vita, aspetti di paesaggio estremo, quasi africano.
Il suo primo documentario ritraeva la vita quotidiana di intere famiglie di braccianti agricoli che formavano delle comunità seminomadi galleggianti. Vivevano dentro a convogli di grandi barconi, trainati da un rimorchiatore, e attraccavano presso la riva che richiedeva manodopera stagionale per i lavori agricoli da svolgere nei campi di canapa e frumento posti al di qua e al di là degli argini, nel Polesine rodigino e nelle valli del Basso Ferrarese.
Di quei convogli non è oggi rimasto quasi nulla, ma subito dopo aver percorso la salita di via Robissa e fatto due passi o due pedalate sul tratto di ciclabile FE20 intitolato a Gino Bartali, si possono raggiungere barconi galleggianti frequentati da persone che con il fiume continuano ad avere un rapporto quotidiano.
Il territorio comprensivo del Comune di Ferrara e di Bondeno denominato Riva Destra Po è un percorso naturalistico di eccellenza: in località Ravalle-Porporana-Salvatonica-San Biagio la confluenza del fiume Panaro come ultimo affluente e l’immissione del canale artificiale Cavo Napoleonico, determinano una delle più suggestive connotazioni paesaggistiche alla vastità delle acque del Grande Fiume poco prima che si ramifichi nel Delta.
La complessità di un tale contesto ambientale idrogeologico e la bellezza paesaggistica di questo ecosistema fluviale è riconosciuta come unica in Italia e in Europa, ma queste località hanno oggi, come caratteristica peculiare, quella di essere in continuo e progressivo declino demografico, registrando condizioni di spopolamento, isolamento, fragilità sociale e carenza di servizi.
L’urgenza di agire a favore della conservazione della memoria popolare, della storia, cultura, usi, costumi, tradizioni, arti, mestieri, saperi e sapori che rischiano di andare via via dispersi e dimenticati, si sta traducendo nel recupero di luoghi dimenticati, dismessi o abbandonati e nell’ambientazione di eventi culturali e ricreativi aperti a tutti.
Un Po di Neorealismo
Per la filmografia italiana dei primi anni ’40, la scoperta del paesaggio del Po è stato uno degli elementi essenziali nella formazione di un cinema diverso e innovativo, lontano dai moduli di cartapesta di Cinecittà.
“Vorremmo –scriveva nel 1939 Michelangelo Antonioni- una pellicola avente a protagonista il Po, nella quale non il folclore destasse l’interesse, ma lo spirito, cioè un insieme di elementi morali e psicologici”.
Quattro anni più tardi, il regista ferrarese realizzò “Gente del Po”, un viaggio nel quotidiano che ha come protagonista il paesaggio del fiume e la sua gente comune. In contemporanea, a pochi chilometri di distanza, Luchino Visconti ambientò il suo primo film “Ossessione” considerato uno dei capostipiti del Neorealismo.
Nell’articolo “Per un film sul fiume Po”, pubblicato nella rivista Cinema n.68, Michelangelo Antonioni affermava: “Questa è la mia sola presunzione: di avere imboccato da solo la strada del neorealismo. Eravamo nel ’43. Visconti girava Ossessione sulle rive del Po, e sempre sul Po, a pochi chilometri di distanza, io giravo il mio primo documentario.
Il Po di Volano appartiene al paesaggio della mia infanzia. Il Po a quello della mia giovinezza. Gli uomini che passavano sull’argine trascinando i barconi con una fune a passo lento, cadenzato, e più tardi gli stessi barconi trascinati in convoglio da un rimorchiatore, con le donne intente a cucinare, gli uomini al timone, le galline, i panni stesi, vere case ambulanti, commoventi. Erano immagini di un mondo del quale prendevo coscienza a poco a poco.
Accadeva questo: quel paesaggio che fino ad allora era stato un paesaggio di cose, fermo e solitario, l’acqua fangosa e piena di gorghi, i filari di pioppi che si perdevano nella nebbia, l’Isola Bianca in mezzo al fiume a Pontelagoscuro che rompeva la corrente in due, quel paesaggio si muoveva, si popolava di persone e si rinvigoriva. Le stesse cose reclamavano un’attenzione diversa, una suggestione diversa. Guardandole in modo nuovo, me ne impadronivo. Cominciavo a capire il mondo attraverso l’immagine, capivo l’immagine. La sua forza, il suo mistero. Appena mi fu possibile tornai in quei luoghi con una macchina da presa. Così è nato Gente del Po. Tutto quello che ho fatto dopo, buono o cattivo che sia, parte da lì.”
Si direbbe che ci siano momenti dello sviluppo sociale di un Paese in cui certe condizioni di esistenza e certe contraddizioni sociali si possono cogliere dall’immagine in maniera immediata e possono essere portatrici di una loro spontanea forza poetica. Questa è sicuramente una delle lezioni del Neorealismo italiano impartito a più voci e a più riprese proprio qui, e non a caso, sugli argini e nei margini del Grande Fiume.
Ma oltre a ciò, in Gente del Po e ne Il Grido la realtà di un paesaggio padano e ferrarese è l’elemento fondamentale entro cui i personaggi vivono recando i segni dei suoi riflessi, come in una sorta di autoritratto socio-ambientale collettivo. Lo sguardo di Michelangelo Antonioni, per sua stessa ammissione, si è collaudato, costruito e formato qui, soffermandosi attento sui nostri paesaggi fluviali così “africani” nella loro vastità e durezza di vita.
Ad un primo sguardo il Po sembra un fiume piatto, calmo e placido, ma è un equivoco che nasce dal fatto che è molto ampio, come un piccolo mare attraversato da lunghi ponti, chiuso da ripide sponde e protetto da alti argini.
Il suo carattere torrentizio produce forti correnti e vorticosi gorghi, l’alternanza dei periodi di piena e di secca fa’ sì che dai fondali emergano isole alluvionali o che le ondate di piena lo colmino fino ai margini, trascinando a valle enormi quantità di fango e detriti vegetali galleggianti. Questo forte impatto visivo produce uno spaesamento orientativo che inizialmente tranquillizza e rasserena, ma che poi si trasforma in un’ indefinibile sensazione di irrequietezza perchè in realtà e’ un fiume insidioso, infido, duro, sempre mutevole e incombente, dai forti contrasti.
Anche la vita della Gente del Po è sempre stata dura e contrastata.
Sono state queste particolari condizioni di vita ad ispirare opere che a cominciare dai primi anni del dopoguerra hanno impresso nel nostro immaginario collettivo i tratti caratteristici di uomini e donne straordinari, inseriti in un paesaggio dominato dalle acque.
Cartografia dei luoghi Invisibili
La rassegna “In mezzo scorre il fiume” seconda edizione 2026, partirà da Ravalle venerdì 25 settembre con la presentazione e avvio di un progetto specifico che prevede incontri, teatro, cinema e musica dal vivo, a cura di Officina Teatrale A_ctuar e Comitato Genti del Po.
É un progetto di immaginazione collettiva che indaga memorie e territorio per ripensare decisioni, ruoli, vulnerabilità e possibilità; uno spazio di dialogo tra le Arti e il paesaggio; un laboratorio di cartografia non turistica; una rete viva a cui possono aderire cittadine e cittadini di tutte le età, associazioni, artiste e artisti.
programma completo, adesioni e prenotazioni all’indirizzo:
www.officinateatraleactuar.it/post/in-mezzo-scorre-il-fiume-1
In copertina: Il cinemino “il Grido” di Ravalle recentemente restaurato – foto Lauro Casoni.
Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore
















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