Quel dio non c’è. El minestron sì: l’avventura di un giovin poeta
Quel dio non c’è. El minestron sì:
l’avventura di un giovin poeta.
Che fine ha fatto il giovin poeta?
Da quando l’ho visto partire quel fine giugno anni Settanta, ‘me l’è finii?..
…Di anni, allora, ne aveva poco più di venti. Pelle bianco latte, occhi azzurri, SvevoNormanno di estrema Sicilia e più terragna che mai, s’era trovato dentro il fagotto di suo padre emigrato durante il boom in Val Padana, qui cresciuto a cassate, pastasciutte e risott col zafran[1], quelli intorno a chiamarlo terrone.
La sua prima poesia l’aveva scritta quando ancora il pelo sulla gèppa[2] stenta. Un talento precoce, il suo. Ben nutrito. Rimbaud, Verlaine, Mallarmé, Apollinaire, il furore della Comune, lo svacco ardito del Moulin Rouge. Come a dire che le basi c’eran tutte. E poi Saba, Campana, Ungaretti, l’Antinovecento del Pasolini e dintorni, la Linea Lombarda. E ancora Bertoldo e un po’ Macario, con quel tanto di ironico disincanto che ben ci sta sulle solide fondamenta di studi classici e cattedre più che solenni.
Tra i tanti in quegli anni innamorati di motori e aviogetti, la nuova, irreale, religione del consumo, lui, il giovin poeta, il cuore l’aveva promesso alla parola in forma metrica e d’assonanza ardita. Al viaggio interiore. Non poteva dunque mancare, gli ultimi giorni di giugno del 1979, al Festival Internazionale dei Poeti di Castelporziano. Là, a conoscere i poeti, quelli che contavano davvero: i beat, gli apocalittici, i lisergici.
Davvero in quei giorni un demone crudele si agitava per quei luoghi. A lungo si era nascosto, Marsia funesto, nell’equivoco di un’intera generazione. Cui nulla fregava della Poesia, dei nuovi linguaggi, i nuovi orizzonti della mente. Voleva il campeggio, lo svacco. Gratuito, ovvio. L’occasione era arrivata…
…Quando, dopo l’ennesimo insulto ai poeti, verdura e spazzatura come siluri sul palco, assaltato da centinaia di scimmioni, il palco stesso crollava di schianto, allora al giovin poeta gli è saltato il cristo. S’è fatto strada tra i corpi e il rudo e l’è tornaa a cà.
Addio Zeichen, Orengo, Buttitta, Ginsberg, Orlovsky, Corso, Burroughs ed Evtušenko! Addio Bellezza (Dario non solo)!..
Con le pive nel sacco eccolo di nuovo in Lombardia, tra le nebbie incatramate, la puzza della colla che s’industria a più non posso. Con una domanda: che fare? Negli anni a venire la risposta ribolle nel sangue, urge tra le dita, branca cielo, terra, firmamenti, giunge all’hic sunt leones, l’ultima thule dei Pitea più stralunati. Ed ecco la risposta: fare Poesia! Foglio su foglio vergato con Olivetti Lettera 36, il giovin poeta legge e rilegge quanto fatto e sudato. Riga dopo riga, verso su verso, è tutto a posto. Perché non allora tentare il gran salto, la gloria letteraria? Si può fare? Certo! Busta, posta, via…
Passa un mesetto. Una mattina presto che gli occhi appena si sfanno della mascherpa[3] notturna, qualcuno chiama il giovin poeta. Pronto? Sì, sì, Vito Giuliana son io! Bene, bene. Guardi che sul prossimo numero di Alfabeta verranno pubblicate una decina di sue poesie! Davvero? Certo, certo, ci sono molto piaciute, complimenti!..
Alfabeta! La più importante rivista letteraria di quegli anni! Non era da tutti piacere a un Nanni Balestrini, una Maria Corti, l’Umberto Eco, a un Volponi, a un Leonetti. Per citarne solo alcuni. Tra i quali ficchiamoci pure dentro il Leo Paolazzi, poeta, critico, uomo di mente e di braccio, che di Alfabeta era direttore. Uno bravo, finalmente, il Paolazzi. Che girava senza scorta di amici potenti e protervi leccaculi. Uno libero, insomma…che, nell’attimo in cui spesso ci si gioca il fosso o il cielo, ora è lì, occhi negli occhi col Vito Giuliana giovin poeta. E gli dice: ma guarda che tu sei bravo per davvero! Ora ti mettiamo su Alfabeta: ma ti andrebbe di pubblicare con Feltrinelli? …Feltrinelli??? Certo che mi va!!! Ostia…Come dire il paradiso!!!
Vito Giuliana esce dalla redazione di Alfabeta. Mica cammina. Vola! Sarà questione di qualche giorno appena, gli ha assicurato il Paolazzi. Qualcuno lo contatterà. Ci vorrà un mese, due, tre, ma alla fine, la sua raccolta di poesie, uscirà…per Feltrinelli.
Passa del tempo. Ne passa dell’altro. Nessuno chiama. On dì, el Vito Giuliana el ciapa el telefono. Pronto? Mi scusi. Potrei parlare con Leo Paolazzi? Con chi? Paolazzi, Paolazzi, il direttore! Ah, sì ma come…non lo sa? Cosa? Purtroppo…, è venuto a mancare…è morto…sì…due settimane fa. Ma come? All’improvviso, sì. Nessuno se lo aspettava. Sì, una tragedia, mi creda, una vera tragedia…
Ecco! La scarogna elevata a sghemba ipotenusa della vita. Dall’empireo ai bassifondi. Cosa fare? Dove andare? Serve non mollar la presa. Tentare. Ancora, ancora!
Difatti, questo si fa. Col suo bell’Alfabeta sottobraccio, il Vito Giuliana va a trovare il Fabrizio Gufi, anche lui in possesso dei suoi scritti. Chi l’è il Gufi? È uno che conta. Ma molto davvero. Del giro di poesia di quel di Milano, conosce tutto e tutti. Basterebbe un suo cenno. Ne semm capii[4].
Ed eccoli lì! Il giovin poeta e il maninpàsta. Occhi negli occhi come già col Paolazzi, ormai tra i più…
…Beh…sì…fa il Gufi…lei ha pubblicato con Alfabeta…molto, molto, prestigioso. Complimenti.
…Sa…incede il Vito Giuliana…mi chiedevo se lei mi potrebbe dare una mano a pubblicare con un buon editore…il Paolazzi diceva che…
…Paolazzi purtoppo è morto!..
…Eh…sì, putroppo è così. Lui mi aveva fatto una proposta interessante…qualcosa di più di una semplice proposta…voleva pubblicarmi con…
…Sì, sì, capisco…interrompe mieloso il Gufi…ma Paolazzi è morto…lei capisce…
…Cosa devo capire?..
…No…niente…Senta, facciamo una cosa…le sue poesie sono davvero molto interessanti. Guardi… questo è l’indirizzo di una casa editrice fiorentina, piccola, intendiamoci, ma di alta qualità. Ecco, la contatti. La contatti a nome mio. E vedrà che rimarrà soddisfatto…
…Sì?..
…Sì, sì! A nome mio….
…A nome suo…
Il Vito Giuliana el torna a cà sua. Non vola. Anzi. E’ colto da leggera zoppia depressiva. L’è gris ‘me ‘n sciatt[5].
El dì dopo, el ciama quej de Firenz.
…Sì, sì vediamo vediamo…interessante certo che sì…ehen…uhm…bah…sì sì…mandi pure, mandi pure…ah sì beh chì? Ah sì, il Gufi il Gufi, ha parlato col Gufi. Sì sì, mandi pure a noi…
Passa un mese, passa un anno, passa che siam qui io che scrivo e tu che leggi e, al Vito Giuliana, l’allora giovin poeta, l’ha chiamato più nessuno.
In compenso, poco dopo l’incontro milanese col Gufi, all’orecchio gli è arrivato quell’uccellino che spesso, quando meno te lo aspetti, ti sussurra verità in altro modo inconfessabili.
…E’ inutile che stai lì a bussare a quella porta, Vito!..Inscì el gh’ha dii l’uselin[6]…perché, se nessuno ti dirà mai di No, il Sì te lo scordi per davvero!..
E perché???
Perché, Vito mio caro, tu devi capire una roba che tutti sanno ma nessuno dice:
…I rapporti di dominio economico e culturale di questa società capitalistica (con quel tanto di familismo amorale tipico dell’italica stirpe), si riproducono pari passo nel mondo della Poesia e della Letteratura. Si cooptano gli affiliati, i famigli, gli intimi da letto e le amanti fascinose. Tutti gli altri fanno la fila fuori dalla porta. Tu Vito volevi pubblicare al top!..Ma sei figlio di nessuno; forse sei anche terrone e per giunta lombardo di provincia! Sei il Vito Giuliana! Capisci? E questo ti basti…
…Ostia!…Sbotta il Vito…Ma qualcuno contro sto sistema c’è!..C’era…
…Ma chi?
…Il Paolazzi!..
…Ehe…sai com’è finito…
… No, dai…l’hanno ammazzato?..
…Ma no, no! L’è mort in de per luu[7]. Cause naturali! Capita, dai…
…Ecco!..
…Ecco che roba?…
…Ecco la prova che un certo dio non c’è!..
Tutto sto ragionare l’è vegnuu foeura molti anni dopo che io e il Vito eravamo seduti in una trattoria di provincia….mi ricordo quel giorno. Era felice…
…Guarda Luis!..mi fa…varda chì…
…Vito!..Sei sul Corriere della Sera…
…Ehe sì…un piccolo trafiletto…appena qualche riga…son contento…
…Ma è il tuo ultimo libretto! Non ci credevi nemmeno. Ostia. Sul Corriere della Sera!..
Lui mi luma. Grifagno. Severo.
…Sì…dopo cinquant’anni che scrivo e mi faccio il culo, dai, prima di crepare è una soddisfazione!..Ma scusa…te ci credi ancora a certe cose?..
…Cosa?..
…Alle favole…
…Vito, io credo solo alle brutte storie. Le scrivo…
…Allora ricorda: i poeti, quelli veri, quelli puri, li trovi per strada che son soli…
…E puzzano di mancati suicidi…
…Ecco sì. E tutt el rest ch’el vaga a dà via ‘l cuu!..[8]
…Cià dai finissa el minestron[9]. Questo, almeno, sei sicuro che c’è!..
…Sì sì el minestròn… al gh’è…l’è bon l’è bon el minestron…
Nota al testo:
Vito Giuliana esiste realmente ed è un bravo poeta. Gli altri nomi di persona, ovviamente, pur riferendosi a persone reali, sono inventati.
Note dal dialetto:
[1] Risotto con lo zafferano
[2] Mento
[3] Cispa
[4] Ci siamo capiti
[5] Col morale a terra…
[6] Così gli ha detto l’uccellino…
[7] E’ morto da solo
[8] Vada a dar via il culo
[9] Dai, finisci il minestrone
Cover: Vito Giuliana, immagine di Manni Editori
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