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Siamo tutti Occidentali, ma di quale Occidente?

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Tutti crediamo di sapere che cosa sia l’Occidente (Ne abbiamo già parlato Qui). La parola torna ogni giorno nei titoli di giornali e TG e nei discorsi ufficiali: la usiamo con la disinvoltura di chi maneggia un’evidenza. La usiamo per costruire amici e  soprattutto nemici. Ma se ci chiedessero a bruciapelo di definirlo, la risposta non sarebbe affatto scontata. Proviamo, ad esempio, a stilare l’elenco dei paesi occidentali: comincia bene, sembra facile ma finisce male, nella confusione. Sempre.

Guardando all’indietro per fare chiarezza, il compito sembra più semplice: l’Occidente appare come uno spazio che si sposta e si allarga — prima mediterraneo, poi continentale europeo, poi atlantico — tenuto insieme da una tradizione cristiana, da una famiglia di lingue, da un fondo culturale comune. È una definizione onorevole ed è anche una ricostruzione retrospettiva che ci sembra  credibile.

Un concetto senza referente

La definizione geografico-religiosa era già rotta molto prima della globalizzazione. Nel 1949 l’alleanza atlantica include la Grecia ortodossa e la Turchia musulmana; il Giappone, che con Atene e Roma non c’entra nulla, ne è parte a tutti gli effetti; e quando negli anni Novanta si ridisegna la mappa delle civiltà e, in particolare, del sedicente Occidente, l’America Latina finisce fuori. Cattolica, neolatina, erede della cristianità iberica: fuori. Se il criterio fosse la religione o la lingua sarebbe questa una scelta incomprensibile. Diventa limpido se il criterio è un altro: la posizione nella gerarchia della potenza a livello mondiale.

“Occidente” appartiene del resto ai concetti che non descrivono ma dividono: nominano un “noi” soltanto producendo un “loro” squalificato. E, dividendo, compattano una parte – la nostra – contro le altre parti che ci appaiono minacciose. Elleni e barbari, civilizzati e primitivi, mondo libero e comunismo. Il concetto non ha mai avuto un referente stabile perché non ne ha mai avuto bisogno: la sua funzione non è dire dove siamo, ma stabilire chi conta.

Tre Occidenti in una parola sola

Oggi, sul piano geopolitico, l’Occidente coincide grosso modo con l’anglosfera e i suoi alleati. È una constatazione che prende forma per strati successivi.

La lingua in cui si generano le categorie con cui ci descriviamo è l’inglese. Il diritto dei contratti finanziari transfrontalieri è la common law, anche quando nessuna delle parti è anglosassone. Moneta, agenzie di rating e principi contabili hanno una sola origine. E poi c’è lo strato più rivelatore: il lessico morale politically correct; il conflitto culturale europeo si combatte con parole importate e quasi mai tradotte — e le importano entrambi i poli (destra e sinistra). Non si importano le posizioni: si importa l’asse del disaccordo.

La lite è nostra ma la grammatica è altrove.

Per arrivare a questo esito piuttosto recente non c’è stata una conquista: c’è stata piuttosto una selezione. Un sistema che richiede individui mobili, sciolti dagli obblighi verso chi li ha preceduti, contrattualizzabili uno per uno, incontra il minimo attrito dove la struttura familiare aveva già prodotto quel soggetto per conto proprio: la famiglia nucleare di modello anglosassone. Tutti i paesi dell’intero continente Europeo  vengono messi in relazione con una forma antropologica più compatibile con la mega-macchina planetaria (ovvero con il Finanz-capitalismo già descritto da Luciano Gallino), e, con questa, finiscono per convergere.

Ne risulta che una parola sola copre tre cose che non coincidono affatto. Un Occidente-civiltà — greco  , latino, cristiano — evocato nei discorsi assai più di quanto sia abitato nelle pratiche. Un Occidente-macchina — dollaro, common law, lingua  inglese, piattaforme digitali — l’unico pienamente operativo. E un Occidente-normativo, il progetto universalista dei diritti, oggi rivendicato più dalla periferia continentale (EU) che dal proprio egemone (USA). La sovrapposizione non è un’imprecisione: è una risorsa politica. Quando ai popoli europei  si chiede di allinearsi alla mega-macchina, lo si chiede in nome della civiltà, dei valori (occidentali) e dei diritti.

L’egemonia anglosassone ha centocinquant’anni, il sedimento latino-cristiano millecinquecento e scambiare una congiuntura per una struttura è un errore che va evitato con cura. Inoltre l’Europa (intesa come EU) non è completamente passiva:  i suoi regolamenti su dati e algoritmi fissano standard poi adottati ovunque. Ma l’Europa regola ciò che l’America costruisce, e lo fa nel tempo lento del diritto contro un potere (dei mercati) che riprezza ogni mattina alle nove.

Il vissuto occidentale 

Se è difficile definire univocamente cosa sia l’Occidente, è forse più facile capire che cosa sia il vissuto di un occidentale, di uno di noi. Per alcuni quel vissuto può essere associato ad certo orgoglio identitario, per altri è senso di colpa, per i più è una sorta di  neutralità percepita.

La maggior parte degli occidentali non pensa affatto di essere superiore, ma agisce ugualmente come se lo fosse. Il meccanismo è l’asimmetria della marcatura: gli altri hanno una cultura, noi la realtà; gli altri hanno tradizioni, noi abbiamo diritti; gli altri un’identità etnica, noi siamo semplicemente persone. L’universale che l’occidente crede di abitare è il particolare che ha dimenticato di esserlo.

In nome di questo universalismo dato per scontato imporre la griglia di interpretazione della realtà (ad altri)  non si vive come un atto d’imperio, come un’imposizione. Si vive piuttosto come togliere un ostacolo. Chi porta i propri principi non crede di esportare il prodotto di una storia particolarissima (quella occidentale): crede di rimuovere ciò che impedisce agli altri di essere quello che già potenzialmente sono (e che noi già siamo). In nome di questo principio dato per scontato l’atto più invasivo si vive come il più minimale.

Il secondo movimento è temporale: la differenza (tra noi occidentali e loro) viene convertita in ritardo. L’altro non sta accanto a noi nello stesso presente, sta dietro di noi lungo un’unica linea di sviluppo temporale. Non sei diverso: sei precedente. Ne nasce l’affetto tipico dell’occidentale, che non è odio né disprezzo ma – in un certo senso –  impazienza pedagogica: all’insegnante non serve sentirsi superiore, basta essere più avanti nel programma.

Insomma: “non stiamo conquistandovi con la forza o l’inganno: vi stiamo svegliando in anticipo”.

Che questo sia un nucleo profondo, e non un’opinione passeggera, lo dimostra la velocità con cui sono cambiate le giustificazioni dell’ Occidente nel corso della storia: salvezza delle anime, civilizzazione dei barbari, superiorità razziale, sviluppo, diritti umani, oggi standard linguistici e conformità (compliance) tecno-scientifica. Ogni versione ha delegittimato la precedente con sincera indignazione. Nessuna ha toccato l’assunto realmente fondativo: “esiste una misura unica, la deteniamo noi, la vostra deviazione è un difetto e non una scelta”.

Il carisma di gruppo e l’operaio

C’è poi un fenomeno ulteriore che le statistiche economiche non spiegano. Chi appartiene al gruppo dominante (l’occidente) partecipa del suo prestigio anche senza ricavarne vantaggi — e proprio perché non possiede altro, ne dipende di più: è la sola proprietà che nessuna crisi può pignorare.

Ecco perché l’operaio deindustrializzato, espropriato dalla stessa macchina che produce l’egemonia occidentale, ne difende con ardore l’appartenenza. Non è falsa coscienza: è l’ultimo bene non alienabile. Quando l’altro si sottrae, resta l’appartenenza come unica posizione — e la si esibisce di lato, perché è lì che può ancora essere riconosciuta.

La superiorità simbolica diventa più preziosa nella misura esatta in cui quella materiale evapora.

Si dirà: ma l’Occidente è oggi la civiltà che più si accusa e si scusa, che sa fare autocritica. Vero, ma questa è la forma perfezionata della stessa struttura, non il suo contrario. Il rimorso conserva la premessa: solo l’Occidente è un agente, dunque solo lui può esserne responsabile; gli altri restano oggetti e, come tali, incapaci di riflessione critica (“se non educati da noi”)

Attribuirsi la colpa di tutto è un modo per attribuirsi la causalità di tutto. E la denuncia dell’etnocentrismo si conduce in nome di principi occidentali, in inglese e la si richiede agli altri come criterio di ammissione: la griglia non è stata smontata, è stata aggiornata.

L’adattatore come metafora

Arriviamo al punto che lega tutto: oggi, il vissuto occidentale non è più prodotto da una narrazione: lo produce l’involucro tecnico. Essere occidentali significa sperimentare ogni giorno che il mondo funziona quando lo si tocca, quando ci si connette. Il passaporto apre le frontiere senza domande. Il modulo prevede il nostro alfabeto. La tastiera del PC ha i nostri caratteri per impostazione predefinita, gli altri come eccezione da configurare. Il calendario conta gli anni dalla nostra incarnazione (la nascita di Cristo) anche quando siamo atei. Al massimo il viaggiatore occidentale deve portare con sé un adattatore per la corrente: è l’unica cosa per cui debba adattarsi.

L’universale è esattamente ciò che non richiede adattatore.

Ecco perché questo vissuto sopravvive alle proprie contraddizioni e confutazioni: si può passare la giornata a decostruire il colonialismo mentre ogni dispositivo che tocchiamo conferma la centralità della nostra posizione. Una convinzione si smonta argomentando, un’esperienza infrastrutturale no.

Ed è lì che la griglia ha trovato la forma più efficace: non più solo morale o militare ma tecnica. Standard e protocolli non dicono agli altri popoli che sono inferiori; dicono che, per partecipare, devono essere compatibili con noi. È l’universalismo perfetto, perché non chiede di essere creduto: il missionario poteva essere respinto, il protocollo tecnico no.

Il caso italiano e una buona notizia

L’Italia è il caso più istruttivo d’Europa, perché è insieme fondatrice dello spirito dell’Occidente e sorvegliata speciale. È la terra del diritto romano e della divisione dei poteri tra papato e impero che aprì lo spazio delle città libere, il paese dove si posero alcune basi del capitalismo. Ma è anche il paese il cui Mezzogiorno fu descritto con le categorie che l’Europa riservava alle colonie, i cui emigranti furono descritti razzialmente altrove; il paese che nel discorso finanziario compare più come osservato che come osservatore. Ne risulta un vissuto scisso: l’appartenenza occidentale, qui, non è mai stata posseduta pienamente ma è sempre stata rivendicata. Per questo è più accesa: il prestigio di gruppo lo invoca soprattutto chi teme di restarne fuori.

E proprio qui si apre lo spiraglio. Se quel sentimento di essere occidentali non è più sostenuto da una fede né da un progetto di civilizzazione (come fu in passato), ma solo da una infrastruttura tecnica e dal potere,  allora è un vissuto – per cosi dire –  in prestito: una posizione che può apparire ambigua ma che consente di vedere ciò che una certa idea di  occidente oggi dominante (“noi contro loro”) non permette di vedere. Chi sta un po’ a lato vede ciò che al centro resta invisibile come  l’acqua è invisibile al pesce.

Non è una consolazione automatica: la marginalità produce lucidità tanto quanto risentimento, e, forse, il risentimento è più probabile. Ma la lucidità ha condizioni note, le stesse che rendono vive le comunità generative: tempo lento, relazioni dense, memoria condivisa, qualcuno con cui pensare bene.

Perdere la posizione non marcata all’interno di quello spazio che chiamiamo Occidente, non è allora solo un declino: è l’occasione di una scoperta che in cinque secoli (come occidentali) non abbiamo mai fatto realmente:  accorgersi di “essere uno tra”. Ammettere di avere una cultura e non la realtà; di avere una storia che va valorizzata in modo diverso poiché non è il percorso indubitabile che tutti dovranno seguire.

Chi attraversa questo passaggio non diventa più povero: diventa capace di conversazione. Ed è l’unica condizione da cui l’eredità migliore dell’Occidente — il limite del potere, la persona, la libertà — possa tornare a essere offerta anziché imposta. Non più come misura di tutti e unico percorso.  Finalmente come dono.

Cover: Foto di günter da Pixabay

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Bruno Vigilio Turra

È sociologo laureato a Trento. Per lavoro e per passione è consulente strategico e valutatore di piani, programmi e progetti; è stato partner di imprese di ricerca e consulenza e segretario della Associazione italiana di valutazione. A Bolzano ha avuto la fortuna di sviluppare il primo progetto di miglioramento organizzativo di una Procura della Repubblica in Italia. Attualmente libero professionista è particolarmente interessato alle dinamiche di apprendimento, all’innovazione sociale, alle nuove tecnologie e al loro impatto sulla società. Lavora in tutta Italia e per scelta vive tra Ferrara e le Dolomiti trentine.

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