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La finta polarità
Perché mercato globale e critica del mercato finiscono spesso per volere la stessa cosa

La finta polarità
Perché mercato globale e critica del mercato finiscono spesso per volere la stessa cosa

Fino a qualche anno fa veniva raccontata una mappa politica molto semplice che ha ancora un suo peso specifico: da una parte un mondialismo finanziario e tecnocratico che spinge verso l’occidentalizzazione del pianeta in nome dei libero mercato; dall’altra un’opposizione che si dichiara anticapitalista, critica del neoliberismo, essa stessa organizzata su scala globale in nome dei diritti umani.

Due poli, un conflitto. Era ed è ancora una mappa per taluni rassicurante. Ed è, nella sua parte più istituzionalizzata e visibile, largamente imprecisa se non falsa. Imprecisa  innanzitutto, perché riguarda una popolazione assolutamente minoritaria sul pianeta quale è quella sedicente “occidentale” con la sua pretesa universalistica (stimiamo 0,8 – 1,2 miliardi di umani a seconda dei criteri di aggregazione su più di 8 miliardi complessivi).

La stessa idea di individuo

Secondariamente suona falsa, non perché le due posizioni coincidano nei contenuti dichiarati; ma perché condividono, per grandi linee, la stessa idea di persona umana (l’individuo sciolto da ogni appartenenza, libero di ricomporsi come meglio crede) e lo stesso lessico di legittimazione (quello dei diritti individuali).

Il polo finanziario la  chiama libertà di mercato e di movimento del capitale. Il polo che si dice anticapitalista – nelle sue componenti più istituzionalizzate – la chiama liberazione dalle strutture oppressive.

L’accento cambia, la grammatica antropologica sottostante che lo sostiene, no. Entrambi i poli, per ragioni opposte nelle premesse, ma identiche negli effetti, trattano allo stesso modo il vero ostacolo comune: tutte le forme sociali aggregate, che si pongono prima della scelta del cittadino/consumatore universalizzato, si mostrano come istituzioni tradizionali e ruoli ascritti.  

Famiglia tradizionale, comunità religiosa, nazione, comunità e cultura tradizionale, identità razziale, istituzioni locali storicamente radicate, perfino sesso, genere, età — insomma: tutto ciò che produce appartenenza e vincola l’individuo prima che egli scelga cosa essere — sono un freno tanto alla piena mobilità del capitale quanto alla piena disponibilità del soggetto come destinatario di advocacy (difesa) universalista.

Chi contesta l’ordine dominante ne adotta il repertorio simbolico

Non serve immaginare un accordo, tantomeno un complotto. Basta un meccanismo che la sociologia politica del primo Novecento aveva già isolato con precisione. Robert Michels mostrò che ogni movimento, per avere efficacia, deve strutturarsi — e ogni struttura genera un ceto di gestori i cui interessi di sopravvivenza organizzativa finiscono per convergere con quelli delle istituzioni già esistenti, semplicemente perché è con quelle che occorre negoziare finanziamenti, visibilità, un posto ai tavoli internazionali.

Vilfredo Pareto aggiunse il tassello mancante: un’élite che contesta l’ordine dominante, per affermarsi davvero, finisce per adottarne il repertorio organizzativo e simbolico. 

Non tradimento. Condizione stessa della presa di potere in un campo le cui regole — lessico dei diritti, forma organizzativa transnazionale, capitale culturale accademico-mediatico — sono già state scritte da altri.

L’anticapitalismo che si istituzionalizza — ONG internazionali, fondazioni filantropiche, reti di advocacy, una parte consistente dell’accademia globalizzata — non tradisce per corruzione dei singoli. Si struttura invece e la struttura lo rende omologo, nella forma non meno che nel linguaggio a ciò che dice di combattere.

Il capitalismo finanziario non teme l’autonomia degli individui: se ne nutre

C’è un secondo argomento, più fine, offerto oltre due decenni fa da due sociologi francesi, Luc Boltanski ed Ève Chiapello (in un testo ormai classico: Il nuovo spirito del capitalismo): il capitalismo post-fordista ha digerito con straordinaria efficienza proprio la critica (recente) centrata su autenticità e autonomia individuale, molto più facilmente di quanto abbia mai digerito quella (passata) centrata su sfruttamento e disuguaglianza materiale.

La sinistra novecentesca, nata come critica materialista, si è progressivamente spostata su questo secondo terreno proprio mentre il capitalismo finanziario imparava a farne il proprio combustibile. Un capitalismo flessibile e finanziarizzato non teme chi gli chiede più autonomia, più mobilità, meno vincoli identitari: anzi, se ne nutre.

Ne fornisce una controprova empirica il sociologo francese Emmanuel Todd, mostrando come le società a struttura familiare più individualizzata, con legami intergenerazionali deboli — tipicamente anglosassoni –  sono anche quelle dove l’individualismo liberale attecchisce con minore attrito, tanto nella versione di mercato quanto in quella progressista.

Non stupisce che l‘establishment progressista-finanziario globale prosperi proprio lì, mentre le resistenze culturali più tenaci — al mercato dispiegato non meno che alla decostruzione identitaria — vengano da società a struttura familiare maggiormente comunitaria (Qui)

Il contro-movimento che dice di rispondere alla logica mercatista finanziaria

Karl Polanyi (1886-1964) insegnava ai suoi tempi che alla disarticolazione mercatista della società, la società civile avrebbe reagito storicamente con un contro-movimento protettivo: creando corpi intermedi come sindacati e associazioni, apparati di  welfare, regolazione pubblica. Cosa effettivamente successa nel dopoguerra e con indubbi benefici.

Oggi però, il contro-movimento auspicato da Polanyi, nella sua ala dominante, ha sostituito la protezione della comunità concreta con la protezione dell’individuo astratto. Si è convertito, in parte, nel proprio opposto: un movimento di liberazione dell’individuo da ogni comunità concreta, esattamente ciò di cui il mercato globale ha bisogno per prosperare e completare la propria opera.

C’è una controprova che rafforza questa tesi invece di indebolirla. Il campo dei tecno-ottimisti e accelerazionisti (Qui) da Ray Kurzweil a Peter Thiel, da Nick Land a Nick Bostrom — è quanto di più lontano si possa immaginare dalla retorica progressista dei diritti umani. Eppure anche qui la convergenza regge, sia pure con segno opposto: l’accelerazionismo teorizza esplicitamente il capitalismo come processo che dissolve ogni forma sociale precedente, in nome di un’efficienza che trascende la scelta politica.

Il punto di contatto con l’anticapitalismo istituzionale non è nei contenuti — gli accelerazionisti disprezzano il linguaggio progressista (vedi Qui)— ma nella funzione: entrambi i poli trattano quelli che sopra abbiamo definiti come corpi intermedi (secondo Polanyi), istituzioni tradizionali e ruoli ascritti, come attrito da rimuovere: l’uno in nome dell’efficienza tecnica, l’altro in nome dell’emancipazione individuale.

Esistono ancora correnti anti-capitaliste autentiche?

Se questa è una tendenza strutturale e oggettiva, essa non va assolutizzata poiché non è, credo ed auspico, un destino universale senza eccezioni. Esistono infatti correnti anticapitaliste che questa cattura l’hanno teorizzata e compresa e se ne sono divincolate: la sinistra “decrescitista” di ispirazione illichiana, il municipalismo che ricostruisce corpi intermedi locali invece di dissolverli, la critica anti-imperialista che smaschera l’interventismo umanitario come prosecuzione della geopolitica occidentale, la critica interna alla “ONG-izzazione” dei movimenti sociali. 

La formulazione più difendibile dunque, non è che l’intero anticapitalismo sostenga la globalizzazione mondialista, ma che la sua ala istituzionalizzata e internazionalmente interconnessa — quella con accesso ai tavoli ONU, alle grandi fondazioni (un caso esemplare Qui), ai circuiti accademici globali, ai media mainstream — converga strutturalmente con il polo che dichiara di avversare. Le ali più radicali, meno finanziate – per fortuna –  restano eccentriche rispetto a entrambi, e per questo doppiamente marginalizzate: estremiste per il mainstream progressista, irrilevanti per quello tecno-liberale.

Sotto questo profilo, la mappa dominante da cui siamo partiti — volgarizzata anche come: sovranismo contro globalismo, identitarismo progressista contro populismo nazionale — descrive ancora nella percezione di molti una faglia reale, ma certo non la più profonda. 

Ce n’è una seconda, più difficile da nominare perché attraversa il campo che si autorappresenta come opposizione al sistema: la faglia tra chi tratta l’appartenenza come ostacolo da dissolvere (in nome del mercato o dei diritti, indifferentemente) e chi la considera condizione d’essere di ogni possibile resistenza reale.

Riconoscerla non è un invito al tradizionalismo. È un invito a diffidare di ogni mappa politica che si presenti come naturale, e a chiedersi, di fronte a chi si dichiara critico del sistema, quale effetto produca davvero sui “corpi intermedi” (oltre che sui ruoli ascritti e sulle forme culturali tradizionali) — indipendentemente dal linguaggio con cui si giustifica.

In copertina: Foto di Thomas Ulrich da Pixabay

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Bruno Vigilio Turra

È sociologo laureato a Trento. Per lavoro e per passione è consulente strategico e valutatore di piani, programmi e progetti; è stato partner di imprese di ricerca e consulenza e segretario della Associazione italiana di valutazione. A Bolzano ha avuto la fortuna di sviluppare il primo progetto di miglioramento organizzativo di una Procura della Repubblica in Italia. Attualmente libero professionista è particolarmente interessato alle dinamiche di apprendimento, all’innovazione sociale, alle nuove tecnologie e al loro impatto sulla società. Lavora in tutta Italia e per scelta vive tra Ferrara e le Dolomiti trentine.

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