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Siccità (che ferma le centrali nucleari) e incendi: due facce della stessa medaglia

Siccità (che ferma le centrali nucleari) e incendi: due facce della stessa medaglia

Nel sito della testata EnergiaOltre del 20 agosto un articolo di Antonino Neri tratta una questione molto delicata e importante, relativamente alla convocazione d’urgenza da parte della Commissione Europea di una riunione straordinaria per discutere le eventuali chiusure delle centrali nucleari a causa della siccità presente in molti paesi dove sono funzionanti questi impianti.

L’incontro del Gruppo di Coordinamento per l’Elettricità, con i Paesi dell’Unione Europea, la Rete europea dei gestori dei sistemi di trasmissione (ENTSO-e), i centri di coordinamento regionali competenti e il Segretariato della Comunità dell’Energia, è stato convocato per martedì 25 agosto per discutere della sicurezza dell’approvvigionamento di energia elettrica nell’Europa centrale e sudorientale.

“Nelle ultime settimane – scrive Neri – la siccità e le temperature eccezionalmente elevate hanno portato i livelli del Danubio su valori molto bassi, con effetti significativi sulla produzione elettrica europea. Il caso più evidente è quello dell’Ungheria, dove la centrale nucleare di Paks utilizza l’acqua del Danubio per il raffreddamento.”

Ma anche il caso della Romania risulta particolarmente preoccupante. “Ancora più grave la situazione alla centrale di Cernavoda, continua l’articolo, dove il primo reattore era stato fermato già a fine luglio, mentre il 13 agosto è stato avviato lo spegnimento controllato del secondo, perché il livello del Danubio era sceso sotto la soglia necessaria per garantire un adeguato raffreddamento.”

Le conseguenze degli eventi climatici di questa estate rovente sono che “il paese è rimasto temporaneamente senza produzione nucleare, nonostante Cernavoda rappresenti normalmente circa il 20% della generazione elettrica nazionale”. La Romania, si afferma, ha dovuto compensare il calo di produzione energetica con importazioni da altre fonti.

Negli stessi giorni un altro caso, riportato dal Corriere della Sera, tratta della centrale di Gravelines, la più grande dell’Europa occidentale, posizionata lungo la costa sul Canale della Manica tra Calais e Dunkerque. La centrale è costituita da diversi reattori messi in crisi a causa delle altissime temperature di questi mesi, le quali hanno modificato i delicati equilibri che ne garantiscono il funzionamento.

“Cause diverse e del tutto originali – scrive il Corriere – hanno costretto allo spegnimento di alcuni reattori (sembra tre secondo Euronews, della centrale). Già era accaduto la prima volta un anno fa con le medesime modalità.” A causa delle alte temperature ambientali le acque di fiume o del mare entrano già tiepide nell’impianto, rendendo meno efficiente lo scambio termico e riducendo l’efficienza dello stesso.

“Ma l’aumento delle temperature – continua il Corriere – può causare il riscaldamento della temperatura dell’acqua e favorire la proliferazione del plancton e degli organismi di cui si nutrono le meduse, che accelerano i loro cicli vitali e prolungano la stagione riproduttiva.

In Francia è accaduto che una eccessiva concentrazione di meduse vicino alla riva dell’oceano – dovuta sia all’innalzamento delle temperature atmosferiche che dell’acqua calda scaricata dagli impianti di raffreddamento della centrale e ad altre cause – ha intasato le pompe di aspirazione che, pompando milioni di litri d’acqua marina al minuto quando intere colonie di meduse si avvicinano alla costa a causa delle correnti o dei venti, finiscono facilmente nei canali artificiali di prelievo delle centrali e vengono risucchiate bloccando le pompe con una poltiglia gelatinosa. E se l’acqua non passa più, le pompe vanno in sofferenza e i sistemi di sicurezza spengono i reattori per evitare pericolosi surriscaldamenti”.

Secondo Euronews la Francia, per cause dovute a “vincoli ambientali” o a “cause esterne legate all’ambiente”, ha registrato nella prima quindicina di agosto un deficit di oltre il 20% della propria capacità di produzione di elettricità di origine nucleare, in totale 13 reattori sui 57 del parco nucleare francese ne sono stati coinvolti: un nuovo record di indisponibilità.

Interessanti considerazioni sugli eventi descritti vengono dal sito di CUENEWS, un network editoriale tecnico-scientifico fondato nel 2014 come Close-up Engineering, dove l’articolo Siccità in Europa 2026: fiumi in secca e centrali ferme, a firma di Carolina Valdinosi si occupa della siccità in Europa di questa estate riferendosi in particolare al nostro Po, il cui livello è sceso al di sotto del record del 2022, del Danubio ai minimi storici e degli impianti nucleari fermi in Ungheria e Francia.

Se le notizie sulle fermate o le difficoltà degli impianti nucleari in diverse parti d’Europa sono state in primo piano sui media italiani ed europei (ad esempio El Pais, come riportato dal settimanale Internazionale del 21 agosto scorso), l’articolo di CueNews affronta la questione in modo più completo. Si legge infatti che “la siccità in Europa del 2026 ha smesso da settimane di essere una questione agricola. È diventata un vincolo di esercizio per il sistema elettrico, e riguarda contemporaneamente idroelettrico, nucleare e trasporto delle materie prime energetiche”.

L’articolo citato inizia descrivendo lo stratagemma utilizzato i primi di agosto (un’esplosione programmata) per far arrivare più acqua ai sistemi di raffreddamento dell’impianto messi a dura prova dalla siccità. “Un intervento di questo tipo – continua l’articolo – dice molto sul punto in cui è arrivata l’estate europea: per tenere in funzione un reattore si è scelto di modificare fisicamente il fondo del secondo fiume più lungo del continente”.

Il testo, che vale la pena leggere per intero, parla anche dei problemi di casa nostra, a iniziare ovviamente del sistema idrico del bacino Padano. In uno speciale di Sky TG24 di fine luglio – Po, peggiora lo stato di siccità: oltre 100 Comuni del Nord in difficoltà idrica – veniva evidenziato che “il livello di siccità del fiume diventa «alto», come emerso dall’ultima riunione dell’Osservatorio permanente per gli utilizzi idrici. L’allarme quindi si alza per l’intero bacino padano, in particolare per le forniture di acqua potabile”.

Altre fonti, mettendo in luce quanto il sistema idrico italiano sia “fragile”, hanno elencato almeno quattro elementi che vanno in tal senso, a cominciare dalle perdite che superano del doppio la media dell’Unione Europea, poi i consumi pro-capite che superano la media Europea del 35%, ma anche che solo il 5% dell’acqua depurata è destinato al riutilizzo, rispetto al 20% della media UE e infine come il prezzo dell’acqua potabile sia del 30% inferiore rispetto alla media dell’Unione e le tariffe di autoprelievo agricolo/industriale (circa 0,04 €/m3) siano inadeguate a stimolare comportamenti virtuosi di consumo.

Il punto critico in Italia è perciò il bacino padano, in quanto “cuore” della capacità idroelettrica nazionale. “Secondo i dati dell’Osservatorio sugli utilizzi idrici dell’area del Po – viene scritto nell’articolo di CueNews – a Cremona il fiume ha una portata di 193 metri cubi al secondo contro una media di 602, e la scarsità riguarda anche i laghi prealpini che lo alimentano, in particolare il Lago Maggiore”.

Quest’anno “i livelli hanno superato il record negativo della siccità del 2022, e la centrale idroelettrica di Isola Serafini, pochi chilometri a sudovest di Cremona, ha sospeso la produzione dopo essere già stata spenta a inizio luglio e poi riattivata”.

La fotografia più netta, argomenta il network, arriva dal programma europeo di osservazione della Terra con le immagini Copernicus Sentinel 2 acquisite tra l’1 e il 3 agosto 2026, le quali mostrano livelli idrici eccezionalmente bassi lungo i tratti di quattro dei maggiori fiumi europei: il Po vicino a Cremona, la Loira all’altezza di Saumur, il Reno nei pressi di Boppard e il Danubio. Il centro europeo segnala che la situazione del Po sta esercitando una pressione crescente su irrigazione, produzione idroelettrica e disponibilità di acqua dolce.

Gli incendi sono gli altri eventi catastrofici legati all’aumento delle temperature e alla siccità. Il 17 agosto scorso l’articolo apparso sul quotidiano La Stampa e dal titolo più che eloquente, Settantamila ettari andati in fumo: l’estate nera dell’Italia che brucia, e riferendosi al report del WWF, ripreso anche da ANSA, descriveva la situazione degli incendi più estremi in Italia e richiamava alla necessità di urgenti interventi di prevenzione rispetto ad una situazione anno dopo anno sempre peggiore, con il cambiamento climatico che funziona da acceleratore.

Gli ettari andati a fuoco, che, ovviamente, non sono un fenomeno di oggi, hanno visto un aumento del 133% rispetto alla media degli ultimi venti anni, con quasi un terzo dei roghi che ha interessato aree protette. “La situazione, negli ultimi anni profondamente diversa che nel recente passato, denuncia il report WWF, è ancora più grave nel resto d’Europa: in Spagna sono già bruciati 219.000 ettari, in Francia 91.000, con decine di vittime e oltre 300.000 persone costrette ad abbandonare temporaneamente le proprie abitazioni.”
(vedi anche: https://www.wwf.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/e-stata-la-mano-delluomo-cambiare-strategia-per-prevenire-gli-incendi-estremi/).

Complessivamente in Europa, a causa del cambiamento climatico che rende più frequenti e intensi gli eventi estremi, sono già andati in fumo circa 435.000 ettari, 100.000 in più dello stesso periodo del 2025, il peggiore degli ultimi venti anni in Europa, che ha visto in tale periodo un totale di più di un milione di ettari bruciati: ma oltre alle alte temperature e alla mancanza di piogge, quali effetti del cambiamento climatico, si aggiunge come elemento peggiorativo la gestione non adeguata dei territori.

Di questa grave emergenza ambientale ne parlano anche ISPRA, in una pagina del proprio sito aggiornata al 28 luglio scorso, e ASviS dando notizia della strategia europea contro gli incendi boschivi, ma anche il dossier di UNCEM (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) che tratta il tema degli incendi boschivi dal punto di vista della prevenzione, organizzazione e gestione forestale.

Immagine di copertina: Foto di Tharushi Jayawardana da Pixabay

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Gian Gaetano Pinnavaia

Ho lavorato come ricercatore presso l’Alma Mater Università di Bologna nel settore delle Scienze e Tecnologie Alimentari fino al novembre 2015. Da allora svolgo attività didattica come Docente a Contratto. Ferrarese di nascita ma di origini siciliane. Ambientalista e pacifista fin dagli anni degli studi universitari sono stato attivo in Legambiente e successivamente all’interno di Rete Lilliput di Ferrara fin verso il 2010. Attualmente faccio parte della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. Sono socio dell’Associazione culturale Cds OdV – Centro ricerca Documentazione e Studi economico-sociali, del cui direttivo faccio parte e collaboro da anni all’Annuario socio-economico ferrarese. Nel 1990 sono stato eletto con la lista “Verdi Sole che ride” nel Consiglio Comunale di Ferrara fino al 1995; in seguito, dal 1999 al 2004 consigliere della Circoscrizione Nord per la lista “Verdi”.

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