Il popolo di ricambio
Immigrazione, cittadinanza e crisi del patto fiduciario
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Il popolo di ricambio. Immigrazione, cittadinanza e crisi del patto fiduciario
C’è una domanda che il dibattito pubblico italiano evita con cura quasi professionale: perché i partiti che si dicono eredi della classe operaia spingono con tanta insistenza su ius scholae, flussi crescenti e naturalizzazioni accelerate, proprio mentre quella classe operaia che fu la loro ragion d’essere ha smesso da tempo di votarli?
La risposta più comoda è che si tratti di generosità morale, di diritti universali, di battaglia di civiltà. Quella più scomoda, ma più coerente con i dati, è che si tratti anche di un calcolo elettorale preciso: la ricerca di un nuovo elettorato che sostituisca quello perduto.
I numeri del riallineamento di classe sono ormai difficili da ignorare. Le rilevazioni ITANES e Ipsos degli ultimi anni fotografano un Partito Democratico che aumenta di dieci punti percentuali il consenso, passando dalla classe operaia al ceto medio-alto, mentre Fratelli d’Italia e Lega intercettano proprio quegli operai e impiegati che un tempo erano lo zoccolo duro della sinistra italiana.
Alle Europee 2024 alcune rilevazioni stimano che oltre tre italiani su quattro in difficoltà economica non hanno votato affatto. È il fenomeno che l’economista Thomas Piketty ha chiamato altrove “sinistra bramina” un partito progressista che, perso il proprio popolo, diventa il partito dei laureati, della “classe creativa” descritta dal sociologo Richard Florida, dei dirigenti, del ceto colto e urbano. Un partito alla ricerca di numeri e dunque di votanti.
Un partito che perde il proprio bacino storico ha due strade:
1) recuperarlo, affrontando il costoso e doloroso lavoro di ricostruire un rapporto con un elettorato che si sente tradito sul lavoro, sui salari, sulla sicurezza;
oppure 2) trovarne uno nuovo, più semplice da mobilitare.
Cinque milioni e mezzo di residenti stranieri, popolazione giovane in un paese che invecchia, sostanzialmente esclusi dal voto, ma potenzialmente inseribili attraverso una riforma della cittadinanza, sono — in termini di puro calcolo, spogliato di ogni retorica — un bacino elettorale vasto ed enormemente più promettente di un “proletariato” vecchio che ha già votato altrove nei precedenti turni elettorali (Per completezza e con le dovute cautele, va aggiunto che oltre a questi, ci sono circa 2,6 milioni di naturalizzati che già votano; inoltre, tra i 5,5 milioni di stranieri residenti, i cittadini non UE che sono circa 4 milioni non hanno nessun diritto di voto; mentre 1,5 milioni di provenienza UE possono votare ad elezioni comunali ed europee. Tenuto conto di tutto il numero complessivo dell’intero bacino è stimabile in circa 8 milioni di persone).
Non serve immaginare stanze fumose e cinismo consapevole nei singoli dirigenti: basta la logica strutturale che Robert Michels descriveva già un secolo fa, quando mostrava come ogni organizzazione politica tenda, per pura necessità di sopravvivenza, a convergere verso gli interessi che la tengono in vita, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.
C’è poi un secondo beneficio, meno discusso ma altrettanto reale: la “causa migrante” permette a un partito che ha perso il proprio referente materiale storico di continuare a raccontarsi come forza degli ultimi, dei fragili, delle minoranze escluse e sfruttate; insomma, di restare, retoricamente, “dalla parte giusta della storia” senza dover attraversare la revisione più dolorosa, quella sul proprio rapporto ormai logoro con il mondo del lavoro manuale italiano. È un’operazione di coerenza identitaria oltre che di ingegneria elettorale.
Da questo doppio calcolo identitario ed elettorale, discende un secondo problema, più delicato e decisamente più dannoso. Chi costruisce la propria identità politica sulla difesa sistematica del “migrante” finisce per praticare una sospensione selettiva del giudizio: mobilitazione immediata, spesso prima ancora che un processo sia celebrato, quando il migrante è vittima (vedi il recente ‘caso Fakir’ a Bologna); silenzio imbarazzato, minimizzazione, ricerca affannosa di attenuanti sociologiche e psicologiche, quando il migrante è autore di reato.
È un meccanismo speculare, su scala diversa, a quello praticato dalla destra quando presume la colpevolezza collettiva (dei migranti, islamici etc.) prima che siano acclarati i fatti specifici. Sono due patologie identiche nella struttura: sostituire il giudizio sul singolo con l’appartenenza alla categoria.
Il problema non è annullare la lettura strutturale della devianza, che resta scientificamente fondata: l’irregolarità giuridica, la marginalità economica, l’assenza di rete sociale spiegano buona parte della sovra-rappresentazione straniera nelle carceri italiane, oggi al 31,5% (fonte DAP) a fronte di una presenza sul territorio del 9,4% (5,56 milioni: fonte ISTAT). Ma spiegazione strutturale e responsabilità individuale sono piani distinti, e tenerli insieme senza farli collassare l’uno nell’altro è precisamente ciò che la retorica della difesa a prescindere non riesce a fare.
Il risultato è un logoramento silenzioso di quello che i sociologi chiamano patto fiduciario: la fiducia diffusa che la legge si applichi allo stesso modo a tutti, indipendentemente da chi la invoca. A tale riguardo Max Weber ci ricorda che l’obbedienza volontaria all’ordine legale, non la coercizione, è il vero fondamento della tenuta dell’ordine sociale. Ogni erosione percepita di questa uguaglianza mina la fonte stessa della legittimità della pratica giudiziaria e dunque dello Stato.
C’è infine un paradosso che chi pratica questa difesa acritica raramente considera. In Italia vivono e lavorano milioni di persone di origine straniera che nulla hanno a che spartire con la criminalità: braccianti, badanti, infermieri, imprenditori, artigiani, operai regolari che nel 2024 hanno prodotto 177 miliardi di euro di valore aggiunto, il 9 per cento della ricchezza nazionale (fonte: Fondazione L. Moressa), con punte del 16-18 per cento in agricoltura ed edilizia — settori che l’Italia, da sola, non è più in grado di sostenere.
Sono esattamente le comunità — penso ai lavoratori cinesi, filippini, a tante famiglie rumene e ucraine ben radicate — che presentano i tassi di detenzione più bassi in assoluto, segno che dove l’integrazione economica funziona la devianza si riduce drasticamente.
Eppure ogni narrazione che minimizza sistematicamente i reati commessi dalla componente minoritaria, spesso concentrata proprio nell’area dell’irregolarità, finisce per fondere agli occhi dell’opinione pubblica queste popolazioni radicalmente diverse in un’unica categoria indistinta. È un meccanismo di stigmatizzazione per associazione ben noto alla sociologia della devianza: il paradosso è che sia proprio la difesa acritica della categoria a produrre lo stigma collettivo che dice di voler combattere.
Il lavoro, per gran parte del Novecento, è stato il principio ordinatore attorno a cui si organizzava il conflitto politico e si ricomponeva, faticosamente, la solidarietà sociale. Quel principio si è indebolito, e l’identità — nazionale, etnica, religiosa — ne sta prendendo il posto per tutti gli schieramenti, non solo per chi ne fa bandiera dichiarata.
Costruire la propria base elettorale su un’operazione percepita come sostituzione demografica, indipendentemente da quanto sia fondata la percezione, significa giocare esattamente sul terreno più incendiario disponibile in un’epoca in cui quel terreno, non più quello economico, è diventato il principale campo di contesa politica (vedi Qui per una spiegazione di questo processo).
Non è un discorso sulla generosità o sulla sua assenza. È un discorso sul prezzo, pagato da tutti — migranti onesti compresi — di un calcolo che si maschera da principio di una retorica che si presenta come verità comprovata.
Cover: Bandiera Pd. – foto Antonio Pinna, ilmiogiornale.net su licenza Creative Commons
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