Parole a capo /< br> Lucio Toma: «Faro de la Jument». Alcune poesie
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Lucio Toma: «Faro de la Jument». Alcune poesie
Ho incrociato questo libro di poesie quasi per caso. Una volta iniziata la lettura di «Faro de la Jument» di Lucio Toma (ilglomerulodisale Edizioni, 2026), non me ne sono più distaccato e, terminato, l’ho riletto ancora perché ho trovato diverse assonanze e vicinanze con la mia quotidianità. Una diversità nel dolore ed un’uguaglianza nella voglia di vivere, di guardare avanti portandosi addosso il peso di un faticoso e ruvido passato. La scelta delle liriche, da proporre al lettore di questa rubrica, non è stata facile. A proposito del titolo, nella prefazione Alberto Fraccacreta scrive che “Il faro della Jument, eretto agli inizi del Novecento nell’isola di Ouessant in Bretagna, è la metafora di cui Toma si serve per rivendicare la potenza perpetuante e la resistenza della parola poetica: come la ginestra leopardiana, come l’anguilla montaliana, il faro è emblema di un vigore, di una fermezza etica contro le tragedie della vita (così nel testo eponimo: «Dunque malatamente vivo/ sorridendo come il faro de la Jument/ in mezzo agli schiaffi e ai pugni/ dell’Atlantico che non c’è/ da starsene allegri. E così sono/ la mia forza e quella di chi/ mi guarda per scamparla»). Il faro è stato infatti costruito in un tratto di mare esposto a intensissime correnti: la poesia sembra rimanere intatta dinanzi alle avversità ed è addirittura in grado di ‘riparare’.“
«La poesia si rivolge a tutti, dunque a nessuno e non attende alcuna risposta; la reazione che provoca non è una replica verbale, ma l’ammirazione e la meditazione».
(Tzvetan Todorov)
Stato di ritardo
Treno terno all’otto o forse
delle nove proveniente da Bari
arriva con due ore di ritardo!
L’annuncio fa solito il sangue marcio
per questo Stato di cose, il ritardo
che dà diritto solo al rimborso.
Che poi a quale ufficio rivolgersi,
a chi per il risarcimento danni
dei binari promessi negli anni
se ad altra velocità divarica
ancora la distanza dal Nord?
*
Domenica delle Palme
Che poi ci piace fare i Signori
dell’antropocene in giacca e iphon
nella mano a dirigere il mondo
che è cosa nostra, predicatori
di paci e beni che razzolano
la guerra come nulla fosse
basta
poi metterci una croce sopra,
una ics che cancelli, resetti.
Non c’è da starsene allegri
ma nemmeno da stupirsi:
è domenica di salme oggi
dobbiamo farci gli auguri
scambiarci baci e abbracci
e brindare forte per non sentire.
*
Mi ferisce
Dove non osa altra offesa, balzello
o pena mi ferisce il parcheggiatore
abusivo e l’ambulante che tutta
la strada è sua e fa grossa la voce
tanto se ne fotte del Dio che impreca,
perciò non fa una piega la strafottenza
e la sopraffazione di chi si scrive
regole e detta legge con la cecità
dell’opportunista, dello spacciatore
di fumo e di balle, delle belle fake
news flexate a destra e a manca
che a volte pure il dotto prezzolato
vende a duecentocinquanta euro
con fattura, duecento senza!
P.s. Flexare sta per mostrare, ostentare a scopo di vanto nello slang giovanile
della generazione Z.
*
Marx doveva averci visto lungo
se ad ogni fatto storico cambiano
i sistemi economici, le regole
del gioco. Difatti quell’anno spuntò
il coronavirus tra capo e collo,
invase il petto, strinse i polmoni.
In molti persero il respiro, l’aria
la vita nell’impotenza della Gaia
Scienza. Le preghiere rimasero
chiuse in Chiesa, le grida sgridate
dai balconi e subito rintanate.
Solo uno slogan faceva eco più
del contagio: “Vietato uscire!”
La Milano da bere e da vivere
come ogni città del pianeta
divenne da vomito e da fuga:
un paziente virale e moribondo.
Ma più dell’amore, della morte è
il business che muove il mondo,
e lo scosse quando dagli Uffici tutti
ci accomodammo a casa: si poteva
lavorare da remoto! Chi l’avrebbe
mai detto a Marx? In tanti allora
presero dimore di campagna, poderi,
ristori, e a lavorare per vivere
piuttosto che vivere per lavorare,
e presero pure a giocare col meno
col silenzio e con i battiti
finalmente sincronizzati
sulle rette degli antichi tratturi.
*
Versi
Li giro e li rigiro come calzini,
li squadro da ogni lato,
annuso che siano lindi
e poi li scrutino i versi
per taglia e colore prima
di appaiarli in questo
cassetto bianco dove
ci ho messo il cuore
lasciato aperto per te.
*
Acrobati
Vivere è un’acrobazia
tra chimica di elementi
e fisica dei movimenti.
E noi corpi folli (e un po’ molli)
sul trapezio dei giorni
in un circo di numeri già visti
facciamo il nostro, a tempo
unico e solo sempre in balia
del vuoto guardando il cielo.
*
A Niscemi
ora che si sgretola la terra
ai piedi della biblioteca e vacilla
sul precipizio che nessuna mano
in coscienza a Zeno ha evitato,
mai pugno duro ha affrontato
ecco, signore e signori, l’ennesima
cronaca di una morte annunciata.
Con le unghie dei pilastri stanno
quattromila tomi e romanzi
e cinquecentine coll’inchiostro
sospesi che neppure quel Cristo
inchiodato può salvare a un passo
dal salto mortale che guardiamo
incapaci di capire fino a fondo.
*
Lucio Toma, docente, poeta e giornalista, è nato nel 1971 a San Severo (FG). Nel 1999 pubblica Zigrinature (Centro Ricerche Culturali All’insegna del Cinghiale ferito) e nel 2006 A Gonfie Vene (Ianua editore con pref. di Plinio Perilli). Ha collaborato con magazine locali e quotidiani, ha presentato diversi eventi letterari e curato alcuni interventi critici. Ha co-diretto per radio Gargano la rubrica “Books & Music”. Alcuni suoi versi sono apparsi su varie antologie e riviste anche on line. Alcune liriche hanno ottenuto alcuni riconoscimenti e premi (Menzione Premio Lucini 2024, 1° Premio “Tratturo Magno 2024”). Del 2019 è l’uscita di Strada di Damocle per Arcipelago Itaca con prefazione di Anna Maria Curci. Il suo ultimo libro di poesia è Faro de la Jument (ilglomerulodisale) con la prefazione di Alberto Fraccacreta.
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