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«Buongiorno sono Folco Quintale e sono un RSPP»

«Buongiorno sono Folco Quintale e sono un RSPP»

(un racconto)

«Buongiorno sono Folco Quintale e sono un RSPP»

«Buongiorno» Risposero in coro gli astanti.

«Dunque, sono qui perché… già, perché sono qui?»

«Perché noi ti possiamo capire, perché anche noi siamo o siamo stati RSPP, perché anche noi abbiamo intrapreso il tuo percorso di disintossicazione, tanti sono i perché, raccontaci il tuo.»

«Beh, a dire il vero ancora non lo so il perché, da un po’ mi scrivo con Chat GPT e credo che ciò non sia particolarmente un buon segnale»

«No!» Rispose il coro con un eco sinergico

«Ok, ma voi, almeno nei film è così, non dovreste essere una ventata di positività in un percorso di ombre? Dico così, perché negli alcoolisti anonimi il coro funziona da incoraggiamento, non è un riflesso delle mie turbe, perché se così è che cazzo me ne faccio di voi? Perché sono qui non lo so, perché parlo neppure, ma ora comincerò a farlo»

«Bene, bravo, sfogati»

«(A me sto’ coro sta cominciando a rompere le palle). Io sono RSPP per caso, ho un diploma inutile, ho fatto qualche lavoro prima di diventarlo, prima apprendista operaio metalmeccanico poi rappresentante di prodotti da parrucchiera, guardiano in un magazzino vuoto, manovale edile, addetto ai generi vari di un ipermercato.

Ecco quelli erano i lavori adatti a me, invece faccio un corso a Bologna di mille ore e mi ritrovo nell’Ufficio Sicurezza e Ambiente di una delle più grandi Cooperative edili d’Italia. In due, perché il capo ufficio nel frattempo si era fumato la testa ed era a casa in depressione, a proposito. Gestiamo dal punto di vista della sicurezza sul lavoro cento cantieri, fabbriche, fornaci e officine. Siamo in trincea da prima della 626, sapete cos’è vero? Siete del mestiere? Ecco se non lo sapete non ditemelo.»

«Si lo siamo e lo sappiamo», in tono gentile e accattivante.

«Dieci anni in cui ci credo, penso di essere una specie di sindacalista camuffato, una serpe in seno, un Pasquino contro lo Stato Pontificio. Insomma combattiamo per anni per cercare modi e procedure contro gli infortuni, imparo un lavoro, accumulo esperienza. Poi fallisce la Cooperativa, divento metalmeccanico, sono solo contro tutti, ci provo, mi imborghesisco, divento un mago della carta, combatto con gli enti più che contro i pericoli del lavoro. Fallisco ancora, rimango metalmeccanico, ufficio e poi cantiere.

Un cantiere dentro una grande fabbrica, un piccolo mondo dentro un grande mondo, contornato da mura di cinta, una galera a cielo aperto, disseminata di colonne, sbuffi, tralicci, tubi, pipe rack, tratturi, gru, Manitou, camion gru, furgoni e tute blu. Tute blu a perdita d’occhio, un mondo operaio diverso da quello che sempre è stato, un quarto stato che la pensa come il padrone, peggio del padrone. Un mondo in cui io mi perdo, mi sento un pugile con la guardia al livello della cintura, la borghesia a sinistra (si fa per dire), l’operaio a destra.

Immigrati leghisti, gruisti fascisti, saldatori nostalgici di quando c’era lui, mi manca l’aria, la mia rabbia si trasforma in rassegnazione, mulino pugni all’aria, alle volte sembro uno zombie. Sono afflitto dalla sindrome dello studente somaro, quale sono sempre stato, la domenica provo le stesse sensazioni di quando ero a scuola e venivo travolto dal lunedì senza avere fatto i compiti. Un sapore amaro in bocca, il trillo del tornello come il rumore di un grillo parlante stonato, dove la coscienza diviene un refrain monotono, un rumore sordo sempre più lontano e attutito.»

«Burnout?» Sussurrano i colleghi guariti, forse.

«Non lo so, se no non sarei qui, e sarei felice a fare procedure, documenti e Piani di sicurezza. Poi è pure una diagnosi di cui io mi vergogno tantissimo, i colleghi sugli impianti, sui ponteggi e le piattaforme, loro si che lavorano e soffrono, io non avrei il diritto di lamentarmi, ma lo faccio. Avete presente quando il vestito che ti è stato cucito addosso diviene davvero il vostro essere, quando ciò che si pensa tu sia, lo si diviene? Non facile da capire, ma succede.

Non sono più un bambino, nessuno mi darà l’opportunità di diventare capitano della S.P.A.L., non diventerò mai il nuovo Berlinguer e nemmeno il nuovo Di Vittorio, non farò successo come scrittore e nemmeno camperò con le parole. Sarò un RSPP in un angolo, come un vecchio ubriacone al bancone del bar davanti a un bicchiere vuoto e opaco a causa dei mille lavaggi.»

«Noi siamo qui per aiutarti, dicci come possiamo fare?»

«Ma lo sapete o no che siete dei bei paraculi, cioè io dovrei dirvi come aiutare me stesso, dovrei suggerire a voi la terapia e le dosi di endorfine da somministrare al paziente, che non è paziente per nulla. Comunque me lo immaginavo, come sempre mi arrangerò, bacerò le mie femmine di casa, tornerò in piscina, inizierà un nuovo campionato, ci sarà sempre una pagina bianca da riempire e voi RSPP anonimi rimarrete chiusi tra l’art. 31 e 33 del D.Lgs 81/2008, mentre io sarà altro da voi e pure da me stesso».

«Avanti allora, il prossimo candidato».

Cover: Foto di Mufid Majnun da Pixabay

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Cristiano Mazzoni

Cristiano Mazzoni è nato in una borgata di Ferrara, nell’autunno caldo del 1969. Ha scritto qualche libro ma non è scrittore, compone parole in colonna ma non è poeta, collabora con alcune testate ma non è giornalista. E’ impiegato metalmeccanico e tifoso della Spal.

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