I bambini di via Ungarelli
(un racconto)
I bambini di via Ungarelli
(un racconto)
Ma io dico, voi, si proprio voi, mica ci siete nati alla fine degli anni ’60 in borgata, anzi forse neppure sapete che esistono (esistevano?) le borgate. Quelle zone non troppo lontane dal centro che si assomigliavano un po’ tutte, ognuna con le sue peculiarità e differenze, ognuna con una polvere popolare dove pure i respiri erano proletari.
Ecco in una di quelle borgate, a meno di tre chilometri dal centro storico sono nato io, siamo nati noi, tra la fine dei ’60 e gli inizi degli anni ’70. Ne ho già scritto troppo, ma ancora non ho finito e vorrei brevemente parlare dei superstiti, dei sopravvissuti, dei bambini di quegli anni, che a 5 anni già bazzicavano in cortile da soli e che hanno conosciuto prima la strada che l’asilo. Pochi, pochissimi premi Nobel, ma moltissimi premi di partecipazione, con superamento di prove degne del reparto psichiatrico infantile di Aguscello.
I covi, i nidi dove nuvole di pescegattini creavano il loro biotopo erano i cortili, un dedalo di cortili, divisi da reti, cancelli, muri, tutti assolutamente valicabili e assaltabili. Lo spirito di corpo era talmente presente che il campanilismo era tra palazzo e palazzo, tra balcone e balcone, era un continuo tutti noi, contro tutti loro, dove il loro e il noi si modificava giornalmente.
Lotte, guerre, prove di coraggio e il pallone, ma di quello ho già parlato troppo e mi ci soffermerò poco, mentre vorrei parlarvi dei riti di passaggio e delle battaglie, più vere che simulate.
- Prove di coraggio:
Il nostro palazzo aveva un passo carraio che dava accesso al cortile interno dove c’erano i garage. Ecco quel passo carraio aveva un fondo di pavimentazione simil industriale rilevata dal piano campagna di alcuni centimetri, pochi ma sufficienti al rito. La prova consisteva nello sdraiarsi a pancia in su proprio su quel piccolo scalino, il bacino dell’iniziato doveva stare giusto sul dislivello. Il maestro di cerimonia doveva tenere le gambe stese del neofita dalle caviglie, mentre il “capro” doveva starsene il più rilassato possibile nella sua scomoda posizione. Senza nessuna formula di rito e soprattutto senza preavviso, il maestro tirava a sé l’iniziando con un con un breve strattone. L’iniziato normalmente gemendo dal dolore si alzava con il marchio sulla schiena di due puntini arrossati o sanguinanti. Il rito era completato, il bambino era diventato a tutti gli effetti un adepto. Ignoranza? Tanta. Possibilità di farsi male sul serio? Si certo, ma senza rischio non c’è divertimento, si pensava allora, quando eravamo immortali.
Un’altra prova, diciamo più canonica, ma non meno ebete era saltare stando in piedi dalla copertura di un garage e planare sulla ghiaia del cortile. Rischio di farsi male? Tanto. Divertimento? Pure tanto. Mille erano le variabili, il tetto esempio poteva essere lo stesso, ma la zona di lancio no, mi ricordo di un salto da seduto a scavalcare una cancellata e atterraggio sul fondo in un cortile asfaltato ad una altezza non inferiore ai tre metri. Oppure il lancio, in notturna sempre dalla copertura di un garage, ad aggrapparsi ad un cristo “stendi panni”, con semi volteggio e atterraggio alla Yuri Chechi. Non ci credete? Beh chiedete a chi c’era.
Quello di sfidare i grandi, stuzzicarli e poi scappare era un grande divertimento, bastava non farsi prendere, e nel caso di “torture” mai parlare.
- Battaglie, guerre e combattimenti:
Partirei in assoluto dalla più idiota e pericolosa, la battaglia con le cambrette. Non sapete cosa sono le cambrette? Ecco, sono chiodi a piegati ad u a due teste, utilizzate in quegli anni per fissare al muro cavetti elettrici o telefonici privi di canalina o tubi. Materiale che ogni papà aveva nella cassetta degli attrezzi. Bene, prendete ora un elastico di quelli gialli non più grande di dieci centimetri, create due asole alle due estremità? Fatto? E ora colla vinilica a go-go … no, non c’entra un cazzo, ma mi era venuto un Art Attack. Quindi creata l’arma, per meglio dire la fionda, inserite le estremità sul pollice e sull’indice e prendete la cambretta. E ora? E ora tiratela contro i nemici, tra balcone e balcone, tra cortile e balcone, tra cortile e cortile. Abbiamo smesso, quando su “consiglio” degli adulti dopo il ferimento di uno di noi con una cambretta conficcata nel sopracciglio, ci fu gentilmente richiesto di ficcarci i chiodini dove non batte il sole e smetterla. Obbedimmo.
Guerre tra cortili, innumerevoli e cruente. Il nostro era un cortile asfaltato, quello dirimpetto invece era ghiaiato. In pratica era come se le armate di Vega attaccassero San Marino; quindi la strategia militare era sempre la stessa, per i primi quindi minuti i più sprezzanti o ignoranti (io ero sempre in prima linea) dovevano sfottere in campo aperto gli avversari, in modo da farsi prendere a sassate. Quando anche il nostro cortile era ricoperto dalle munizioni avversarie, cominciava il contrattacco e spesso l’invasione, scavalcando una cancellata di ferro arrugginita che in caso di ferita occorrevano undici antitetaniche per evitare infezioni. Zuffa e rientro alla base, più o meno integri.
Le armi potevano variare, al posto dei sassi i fiondini, elastici creati con fette di camere d’aria per biciclette, oppure Bolas, l’arma finale. Per creare una Bolas occorreva una catena di fiondini di 30-40 cm, poi, si rivestiva una palla di carta arrotolata e pressata sempre con rondelle di camere d’aria e la si fissava alla catena e l’arma era fatta. I killer al posto della carta mettevano un sasso col diametro di 5 – 6 cm, ma lì si parla di professionisti del crimine ed è meglio sorvolare.
- La cerbottana o ciri. C’era gente che aveva talmente dimestichezza con l’attrezzo che i nativi dell’Amazzonia venivano ad imparare la tecnica nel mio cortile. Intanto, la ciri del tabaccaio o del Bazar era roba da pivelli ricchi, noi utilizzavamo le aste delle bandierine della Spal, che altro non erano che tubo in plastica RK per elettricisti. La misura giusta era quaranta cm, alcuni coi polmoni di Samanta Fox utilizzavano anche pezzature più lunghe. Le munizioni erano le pirole, in diverse varianti, semplici, alla veneziana o con spillo in punta. Si tagliavano strisce di fogli di quadernone di 4 cm per 20, ancora meglio se la carta era patinata, tipo “Gente”, “Panorama” o “Sorrisi e Canzoni”, cinquanta sessanta strisce erano il quantitativo giusto per andare in battaglia tranquilli di non restare senza munizioni. Il tempo che ci mettevamo per arrotolare, caricare, tagliare le eccedenze e soffiare era inferiore a quello che ci metteva Bob Marley a rollare un joint. Le variabili, come dicevo sopra erano: la pirola semplice, con punta affusolata, alla veneziana con punta ripiegata e rileccata per aumentare il danno e quella con lo spillo … vedasi le Bolas col sasso, per professionisti del crimine, e quindi non descrivibili.
- Arrampicata “sportiva” o raccolta del pallone in qualsiasi condizioni. Per qualsiasi condizioni intendo proprio qualsiasi. A me è capitato di arrampicarmi sui balconi del primo piano, abbastanza di frequente, ero già un metro e ottanta a dodici anni (li poi sono rimasto), e quindi con una buona elevazione quale avevo mi attaccavo alla soletta del terrazzo e a forza di braccia mi ergevo oltre il parapetto a raccogliere il boccio. Mi è pure capitato, più di una volta di arrampicarmi al secondo piano, raccogliere il pallone e salvare la giornata di un nugolo di ragazzini. Il balcone del secondo piano era il mio, mi sarebbe bastato suonare e la nonna mi avrebbe buttato il pallone, ma come avrei fatto a dare mostra della mia immane ignoranza alla banda di ciroli di cui io ero il comandante supremo? Anche i tubi delle grondaie erano appigli idonei per arrampicare. Cancellate, muri, reti divisorie, per salvare il pallone si rischiava la vita, no, non è una metafora, si affrontavano cani a due teste e orchi buca palloni. Perché quel super Tele o quel Tango erano il centro del nostro mondo.
Non finirò mai di scrivere di quel mondo antico, forse perché non riesco a scrivere d’altro o forse perché ne ho una nostalgia bastarda e molti, anche attempati, non sanno di cosa parlo.
Foto di copertina wikimedia commons
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Sono una bambina di via Ungarelli, un po’ più grande di te. Si sente che la tua versione è quella di un maschio. La vita del quartiere per “le femminucce” era un tantino diversa. Ma le cose che descrivi le ho viste e alcune sperimentate. Magari una volta racconto la mia versione. Di ricordi ne ho mucchio potremmo scambiarceli anche se al mio confronto tu sei solo un cirolo😊