Per anni ci è stato raccontato che l’Italia, grazie a Giorgia Meloni, aveva ritrovato un ruolo centrale nello scacchiere globale.
Un rapporto “privilegiato” con gli Stati Uniti. Una sintonia personale con Trump. Una leadership rispettata, ascoltata, quasi ammirata.
Oggi sappiamo che era una favoletta.
E neppure particolarmente ben scritta.
Trump, in una intervista al Corriere, ha attaccato frontalmente la presidente del Consiglio con parole secche, sprezzanti, personali: “mi sbagliavo su di lei”, “sono scioccato”, “è inaccettabile”.
Ha accusato il governo italiano di non fare abbastanza, di non allinearsi, di non essere utile. Ha evocato lo spettro della guerra, dell’Iran, della sicurezza europea, arrivando a dipingere l’Italia come un Paese irresponsabile, esposto, quasi sacrificabile.
La Meloni aveva osato (molto timidamente, con un ritardo di oltre 9 ore, quando ormai il segnale politico era passato) prendere le distanze sulle affermazioni di Trump riguardo al Papa.
Nulla di rivoluzionario. Nessuna rottura strategica. Solo il minimo sindacale per non apparire del tutto subalterna.
Tanto è bastato per essere “scaricata”.
Il rapporto “speciale” si rivela per quello che è sempre stato: un rapporto gerarchico. Chi comanda decide, chi segue spera di non essere umiliato in pubblico. Questa volta è andata male.
Il punto politico è devastante.
La Meloni aveva costruito gran parte della sua credibilità sull’idea di essere la “pontiera” tra Europa e mondo trumpiano, la leader che parlava la stessa lingua dei sovranisti globali ma con il badge di governo.
Una scommessa rischiosa, ma presentata come geniale. Oggi quella scommessa è persa.
Ma il punto istituzionale è ancora peggiore.
Quando il presidente degli Stati Uniti può permettersi di parlare dell’Italia come di un Paese che potrebbe “saltare in aria in due minuti”, senza che ciò provochi una crisi diplomatica immediata, senza una reazione ferma, senza una linea condivisa, significa che il problema non è solo la Meloni.
È l’idea stessa di sovranità che questo governo ha svenduto, confondendola con l’obbedienza.
Per anni ci hanno parlato di patriottismo, di orgoglio nazionale, di “prima gli italiani”. Ma quando arriva il momento della verità, quando gli USA trattano l’Italia come un vassallo, restano solo silenzio e imbarazzo.
Nessuna indignazione. Nessuna risposta all’altezza. Solo la speranza che passi in fretta.
Ma questa non è una lite personale.
È la fotografia di un fallimento politico.
L’idea che basti essere “amici” dell’uomo forte di turno per contare qualcosa nel mondo si è sbriciolata in poche frasi.
Non è Trump ad aver tradito la Meloni.
È la Meloni ad aver venduto agli italiani una balla.
Quella di un’Italia rispettata, mentre in realtà veniva semplicemente usata. Finché serviva.
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