La condanna a morte di Naser Bakrzadeh, che nei giorni scorsi aveva lanciato un messaggio dal carcere alla comunità internazionale chiedendo un intervento per fermare la sua esecuzione e dichiarando di essere stato condannato a morte solo perché curdo e sunnita, e di Yaqoub Karimpour, precedentemente condannati per “spionaggio a favore di Israele”, è stata eseguita segretamente nella prigione centrale di Urmia.

Secondo un rapporto pubblicato dall’organizzazione per i diritti umani Hengaw, all’alba di oggi, sabato 2 maggio 2026, Naser Bakrzadeh, 26 anni, e Yaqoub Karimpour sono stati impiccati nella prigione centrale di Urmia. L’agenzia di stampa governativa “Mehr” ha confermato ufficialmente l’esecuzione delle condanne.

Naser Bakrzadeh, prigioniero politico di 26 anni originario di Urmia, era stato sottoposto a gravi torture per estorcere confessioni forzate ed era stato condannato a morte dal Tribunale Rivoluzionario con l’accusa di “spionaggio a favore di Israele”. La sua condanna era stata confermata per la terza volta dalla Corte Suprema in un processo accelerato durato solo dieci giorni.

Yaqoub Karimpour, laureato in diritto, originario di Miandoab, di etnia turca e praticante della religione Yarsan, era stato arrestato durante la guerra di dodici giorni tra Iran e Israele. Era stato condannato a morte dalla Prima Sezione del Tribunale Rivoluzionario di Urmia con l’accusa di “corruzione sulla terra” attraverso “spionaggio a favore di Israele”. Per esercitare pressione su di lui, le autorità di sicurezza avevano arrestato anche sua moglie, Saboura Lotfi.

L’organizzazione per i diritti umani Hengaw ha definito queste esecuzioni come omicidi di Stato e una totale violazione degli standard internazionali di un processo equo. Le condanne sono state eseguite nonostante i fascicoli fossero pieni di ambiguità legali e le confessioni fossero state ottenute sotto tortura. Hengaw ha inoltre espresso profonda preoccupazione per la situazione di Mihrab Abdollahzadeh, trasferito contemporaneamente ai due detenuti in una località sconosciuta.

Si sottolinea l’urgenza e la necessità di una seria reazione della comunità internazionale alla nuova ondata di esecuzioni politiche in Iran. La prosecuzione di queste esecuzioni, in un contesto di tensioni regionali, indica l’uso della pena di morte da parte della Repubblica Islamica come strumento per creare paura e intimidazione tra i cittadini.

È tempo che il mondo, politici, associazioni e organizzazioni per i diritti umani, così come i cittadini allarghi lo sguardo. Guerra, occupazione, dittatura, ingiustizia e genocidio non riguardano un solo luogo. Ucraina, Afghanistan e molte altre guerre come anche la questione curda sono cadute nell’oblio. Oggi si parla della guerra tra America, Israele e Iran, ma troppo spesso si ignora la sorte dei giovani in Iran, che vengono incarcerati, uccisi o impiccati, così come la fame che colpisce bambini, donne e anziani.

È necessario superare visioni parziali e condannare tutte le violazioni dei diritti umani, ovunque avvengano. Occorre scendere in piazza anche contro la dittatura in Iran, sostenere le madri che perdono i loro figli a causa dell’ingiustizia e risvegliare una coscienza collettiva su tutte queste questioni. È necessario intervenire contro tutte le forme di genocidio: è ora di togliere i paraocchi e ampliare la propria visione.

Le ultime parole e l’appello di Naser nel carcere della morte:

“Mi chiamo Naser Bakrzadeh, sono un prigioniero politico curdo condannato a morte per impiccagione; state ascoltando la mia voce dalla prigione centrale di Urmia — forse questa sarà la mia ultima voce.
L’impiccagione non è qualcosa con cui una persona possa convivere facilmente; questa condanna non ha distrutto solo la mia vita, ma anche quella della mia famiglia, gettando un’ombra di paura e ingiustizia su tutti noi.
Ho 26 anni, sono figlio di Mullah Mansur e fratello di due sorelle più giovani. A 23 anni, quando ero nel pieno dei miei sogni e delle mie speranze per la vita, sono stato arrestato, in un paese dove la voce del dissenso può portare alla condanna a morte.
Vi chiedo di non restare indifferenti; oggi è il mio turno, ma se il silenzio continua, domani potrebbe essere il turno di chiunque altro. L’impiccagione non è solo la fine della vita di una persona; è il segno di un regime che, invece di ascoltare le voci, le soffoca e le riduce al silenzio.”

Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)

da pressenza del 2 maggio 2026

Cover: condannati a morte iraniani – immagine UDIK