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Evviva La Costituzione! Ma un referendum non fa primavera

Evviva La Costituzione! Ma un referendum non fa primavera

Non era un risultato scontato. Anzi, negli ultimi giorni di campagna, quando Giorgia è scesa in campo con la sua aurea di imbattibilità e le sue bugie velenose sembrava che il Sì alla Riforma Nordio avrebbe prevalso anche se di misura. È andata diversamente ed è stata una sorpresa per tutti, di una e dell’altra parte.

– Prima di tutto una grande affluenza al voto, quasi il 60%, dieci punti sopra le ultime Europee.
– Dentro i votanti, altra sorpresa, spiccano i giovani dai 18 ai 35 anni. Due giovani su tre hanno votato, e per farlo, i fuori sede hanno fatto miracoli e centinaia di chilometri.
– Terza sorpresa, la più grande, la vittoria schiacciante dei NO, con 7 punti e mezzo di scarto e 2 milioni di voti in più del SI’.

Detto questo, al netto dell’euforia dei sostenitori del NO e della cocente quanto malcelata delusione dei sostenitori del SI’, è importante capire (e molti commentatori l’hanno rilevato)  che se lo scontro referendario ha visto schierati da una parte il Centrodestra unito e dall’altra il Centrosinistra con qualche defezione (Azione, Italia Viva e frange del PD), la grande vittoria del NO (14,5 milioni di voti) non coincide con la vittoria dei partiti di opposizione. Certo, per PD, 5Stelle e AVS l’esito referendario è una iniezione di fiducia dopo 4 anni di bocconi amari, ma la marea dei NO – ripeto: non prevista e forse imprevedibile – non finisce automaticamente nei forzieri dei partiti di opposizione.

Un Referendum è cosa ben diversa dalle Elezioni Politiche.  Lo è sempre stato anche in passato, e lo è oggi il referendum sulla giustizia, o sulla separazione delle carriere, comunque lo si voglia chiamare. Di conseguenza, i voti che sono finiti nelle urne referendarie non possono essere spesi direttamente nella prossima campagna elettorale.

È questo il vero punto dirimente che stava alla base del referendum, il punto che ha mobilitato e convinto tanta gente a votare NO, comprese molte persone che da anni avevano scelto l’astensionismo. Chi ha votato NO ha votato per difendere la Costituzione, e per battere una deriva in atto, e non da oggi, che limita o confonde le garanzie e l’autonomia dei poteri. Si è votato NO, almeno in molti lo hanno fatto, anche contro le politiche del governo in carica, e per avversione o semplice stanchezza verso lo stile autocratico e nepotista inaugurato da Giorgia Meloni.

Tutti gli altri elementi, parlo del contenuto specifico del quesito referendario (separazione delle carriere, sdoppiamento del CSM, sorteggio dei giudici, ecc. ) sono rimasti in secondo piano. E non perchè (come ha detto puntualmente qualcuno) “gli italiani non hanno capito”, “non hanno studiato la lezione”, o perchè i promotori della riforma non sono stati abbastanza bravi a spiegare il quesito.

Gli italiani, invece, hanno capito perfettamente quale era la posta in gioco:

– punto primo la difesa della Costituzione (uno dei pochi tesori superstiti),
– punto secondo  l‘insofferenza verso la Meloni e la sua Italia egoista e trumpiana.

Questa volta – è successo altre volte nella storia della Repubblica – gli italiani si sono dimostrati più intelligenti e più lungimiranti della classe politica.

Si tratta ora di capire se il messaggio radicale lanciato da 14,5 milioni di NO verrà raccolto dai partiti di opposizione.
Fra poco più di un anno avremo la risposta. Per ora, e appena dopo la vittoria referendaria, sono ripresi alla luce del sole i messaggi, gli assaggi (non ancora le trattative) tra i partiti maggiori del tribolato Campo Largo. Si tratta di accordarsi su come presentarsi alle elezioni del 2027: Conte ripropone le Primarie, Schlein fa una mezza marcia indietro.

Dopo il voto referendario, per salvare la faccia, Giorgia Meloni ha deciso un (piccolo?) terremoto e ha fatto dimettere, prima Andrea Delmastro, poi Giusi Bartolozzi, infine, anche se malvolentieri, Daniela Santanchè. Carlo Nordio (dal cui ministero dipendevano sia Delmastro sia Bartolozzi) invece resta al suo posto, anche perchè la sua posizione è troppo legata a quella del Presidente del Consiglio.

L’opposizione chiede a gran voce le dimissioni di tutto il governo e si dice pronta alle elezioni anticipate (anche se è tutt’altro che pronta). Ma le Dimissioni non verranno, perchè Meloni le ha negate in anticipo e perchè oggi non le convengono: le basta fare un po’ di pulizia e sperare in una prossima generosa finanziaria.

L’unica indicazione che circola come una parola magica negli stati maggiori dei partiti di opposizione è: facciamo le primarie. Confesso che le primarie non mi sono mai piaciute tanto. Da subito, da quanto le propose Veltroni l’americano, presto sparito a fabbricare libri e documentari.

Perchè le primarie, invece di incoronare un leader, possono essere il teatro di scontri e divisioni intestine.

Ma insomma, magari le primarie non sono sbagliate in sé (anche se in passato non sono mancati i giochetti sottobanco), ma il punto è se le primarie siano davvero il toccasana, e soprattutto se siano una scelta adeguata nella situazione attuale. Possono diventare un campo di battaglia per  2, 3, 4, 5 concorrenti e lasciar per aria i contenuti.

Dovrebbero battezzare il leader, il candidato che sfiderà Giorgia Meloni. Ma è come partire dalla coda invece che dalla testa. Su cosa il vincitore delle primarie (più o meno acciaccato) sfiderà Giorgia Meloni e il Centrodestra? Con quale programma, su quali priorità, su quali obiettivi?

Prima di pensare alla leadership – e magari continuare a parlarne per mesi e mesi –  sarebbe necessario scrivere nero su bianco che cosa farebbe il Centrosinistra se vincesse le elezioni e andasse al governo. Prima il programma?  Tutti lo dicono, ma nessuno ha il coraggio di farlo questo programma di legislatura. E solo un programma chiaro, conciso, radicale può convincere il grande popolo del NO a votare per il Campo Largo.

Cosa metterci nel programma? I temi sono tutti sul tappeto, ma in questi anni l’opposizione si è occupata più di fare le pulci al governo (nulla ottenendo se non un po’ di clamore), piuttosto che promuovere e sviluppare obbiettivi ritenuti da alcuni troppo “rivoluzionari”. Eppure è esattamente questo che vogliono gli italiani del NO e i giovani in particolare. Hanno difeso la Costituzione e ora vogliono applicarla. Vogliono un “nuovo inizio”.

Ecco di seguito alcuni temi e obbiettivi che potrebbero e dovrebbero essere al centro di un programma di alternativa. Sono, a ben guardare, argomenti che la Sinistra non ha mai affrontato e proposto in modo chiaro. Per paura, per tatticismo, per incapacità di pensare al nuovo.

  • Ius Soli (era una promessa di Bersani prima di essere impallinato da Grillo)
  • Istituzione del Salario Minimo
  • Abolizione del Jobs Act e difesa dello Statuto dei Lavoratori
  • Patrimoniale e Tassazione dei Superprofitti
  • Misure di sostegno alla povertà e all’accoglienza
  • Stop ai finanziamenti per il riarmo europeo
  • Rilancio della Sanità Pubblica e nuove corpose assunzioni
  • Fine della aziendalizzazione della scuola pubblica
  • Politica estera centrata sul Mediterraneo, la cooperazione e la pace
  • ridare potere al Parlamento contro lo strapotere del Governo

Quando finiranno i festeggiamenti per il NO e per le dimissioni di questo o quel sottosegretario. le forze di opposizione dovranno armarsi di coraggio e preparare un programma di alto profilo. Se invece si infileranno subito nelle alchimie e nei conteggi delle primarie si perderanno mesi preziosi. Il governo e Giorgia Meloni ha incassato una sconfitta, ma resta forte e maggioritario nel Paese. Senza un programma capace di infiammare le coscienze e le intelligenze, le Elezioni Politiche segneranno un’altra vittoria delle Destre.

Poi, solo dopo il programma, si potrà parlare del leader dello schieramento di opposizione. Che forse può essere individuato fuori dal torneo delle primarie, ma rivolgendosi a figure di prestigio ed esperienza apprezzate da tutti gli elettori progressisti. Faccio solo due Nomi: Pier Luigi Bersani e Rosy Bindy.

Cover: 2 giugno 1946 il Referendum Monarchia Repubblica – da Collettiva

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Francesco Monini

Nato a Ferrara, è innamorato del Sud (d’Italia e del Mondo) ma a Ferrara gli piace tornare. Giornalista, autore, infinito lettore. E’ stato tra i soci fondatori della cooperativa sociale “le pagine” di cui è stato presidente per tre lustri. Ha collaborato a Rocca, Linus, Cuore, il manifesto e molti altri giornali e riviste. E’ direttore responsabile di “madrugada”, trimestrale di incontri e racconti e del quotidiano online “Periscopio”. Ha tre figli di cui va ingenuamente fiero e di cui mostra le fotografie a chiunque incontra.

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