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Un’analisi del voto: Meloni, Conte, Schlein e il problema della rappresentanza

 

Il primo dato che mi sembra da rilevare in queste elezioni politiche nazionali nell’Italia del 2022 è che l’affluenza è stata la più bassa della storia repubblicana. Quasi il 40% degli aventi diritto ha scelto di non votare. Questo significa che chi va al governo non rappresenta la maggioranza degli elettori, ma una piccola minoranza.

Se sommiamo la percentuale di voti andati a partiti diversi dalla coalizione vincitrice (26,13 del PD; 15,43 del M5S; 7,79 del Terzo Polo; 1,90 di Italexit; 1,43 di Unione Popolare; 1,24 di Italia sovrana e popolare; 1 circa di altre liste più piccole) scopriamo che oltre la metà di chi si è recato alle urne alle elezioni di domenica 25 settembre 2022 non ha votato la coalizione che governerà l’Italia nei prossimi anni.

Se a questo aggiungiamo che il 36% degli aventi diritto si è astenuto, scopriamo subito che la maggioranza degli elettori italiani non ha votato il prossimo governo.

Un quorum alle politiche

Come si dice con una certa semplificazione giornalistica, dunque, il primo partito in Italia è, oggi, il partito dell’astensione.

È un partito però che non conta nulla. Pur essendo l’astensione una chiara scelta politica, di rifiuto dell’offerta politica presente, perché nasce dal fatto che non ci si sente rappresentati dai partiti esistenti, l’astensione nel nostro sistema non fa che lasciare la decisione agli altri, che dunque decidono (e governano) anche per chi non vota.

Questo accadrà finché non si deciderà di fissare un quorum per le elezioni politiche nazionali. Solo allora la scelta dell’astensione potrà assumere nei fatti la valenza politica che ha, producendo l’effetto virtuoso di obbligare i partiti a riformarsi per essere realmente rappresentativi.

Niente più logica del voto utile e del voto contro. Non mi sento rappresentato da nessun partito? Non voto. Non ci sarebbe più nessun bisogno di votare il meno peggio, di “turarsi il naso”. Con il quorum il mio non voto assumerà, nei fatti, la valenza politica che in effetti ha: in mancanza del quorum, bisognerà ripetere le elezioni.

Eppure, qualcuno potrebbe osservare, mai nella storia repubblicana l’astensione ha superato il 50%, quindi nessuna elezione si sarebbe ripetuta, nemmeno quest’ultima del 25 settembre 2022. È vero, ma questo accade proprio perché l’astensione attualmente non conta nulla, è un dare carta bianca a chi invece va a votare.

Se venisse stabilito un quorum per cui, come per i referendum, le elezioni non sono valide se non va a votare almeno il 50%+1 degli aventi diritto, vedremo che l’astensione, in mancanza di partiti capaci di rappresentare le istanze dei cittadini, salirà vertiginosamente, costringendo appunto i partiti a cambiare.

Qualcun altro potrebbe dire che ripetere le elezioni finché non si raggiunge il quorum sarebbe, quantomeno, costoso. E qui chiedo: è più costoso questo o una democrazia in cui i partiti non rappresentano più i cittadini, in cui i governi sono eletti da una minoranza e la maggioranza degli elettori rimane inascoltata? Il quorum alle elezioni politiche sarebbe una svolta e una possibile soluzione alla crisi democratica che stiamo vivendo, non solo in Italia.

Contestualmente, sarebbe credo sensato eliminare il quorum dai referendum, in modo da far crescere la partecipazione in occasione di questi rari e fondamentali momenti di democrazia diretta, proprio perché solo chi vota decide e allora conviene esprimersi tutti, per evitare che siano altri a decidere per me.

Il fascismo non c’entra niente

Nell’analizzare le ragioni del grande consenso ottenuto dal partito guidato da Giorgia Meloni dobbiamo partire da un dato che sembra sfuggire: il fascismo non c’entra niente.

Lo dico da antifascista convinto. Lo dico da persona perfettamente consapevole delle origini della fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia e dei fondamenti neofascisti (mai rinnegati) del pensiero e dell’attitudine di Giorgia Meloni, del suo gruppo dirigente e dei suoi sostenitori più accaniti.

Certo, la prossima presidente del consiglio italiano viene dalla storia del postfascismo italiano. Certo, i neofascisti in Italia esistono e l’hanno votata, convintamente. Tuttavia, sono, fortunatamente, una minoranza.

Giorgia Meloni ha invece preso il 26% dei voti, la coalizione di destra oltre il 40%, cioè circa 12 milioni di voti. In Italia, fortunatamente, non ci sono 12 milioni di fascisti. Il fascismo certamente ancora strisciante nella società italiana non basta a spiegare questi numeri.

Sono stato criticato perché in un mio precedente intervento avevo scritto che, in assenza dei partiti e delle ideologie (sparite, o meglio uniformatesi all’unica ora dominante, quella capitalista, all’inizio degli anni Novanta con la caduta del Muro e con Tangentopoli), alle elezioni “vince il nuovo” e che era stato così per Silvio Berlusconi nel 1994, per Matteo Salvini e per il Movimento Cinque Stelle nel 2018.

Ma anche per Matteo Renzi, con quel 40,81% delle elezioni europee del 2014, che rimane il miglior risultato della storia del Partito Democratico che in quel momento, però, democratico non era per nulla, era il Partito di Renzi, in un momento in cui Renzi era visto come il nuovo: infatti ora il partito di Renzi, Italia Viva, prende invece cifre risibili e si deve nascondere dietro l’io ipertrofico di Carlo Calenda per riuscire a entrare in parlamento.

So benissimo che la vittoria di Berlusconi si basava su un solido sistema economico-mediatico, su una trasformazione culturale della società italiana tramite il monopolio dei canali televisivi, su clientele e corruzione, su rapporti ormai acclarati con tutti i poteri e potentati italiani, compresi quelli occulti (Licio Gelli e la loggia massonica P2) e criminali (tramite Dell’Utri).

So benissimo che i successi elettorali di Renzi nel 2014 e di Salvini e del Movimento 5 Stelle nel 2018 hanno anche ragioni profonde: di abilità propagandistica, di difetti dell’informazione, di ingerenze di potenze mondiali, di capacità (momentanea) di certi leader populisti di intercettare e sfruttare le paure delle persone.

Eppure, è un dato di fatto che la grande maggioranza degli elettori italiani vota, non da oggi, per ragioni molto più terra a terra: questo ci ha deluso? Bene, proviamo questo che è nuovo, che non ha mai governato. È successo con tutti i sopra citati, succede anche ora con Giorgia Meloni. Se non si dimostrerà capace, quel consenso sparirà più in fretta di come è nato.

Questo è infatti anche il motivo per il quale il consenso è così volatile: nel giro di pochissimo tempo si gonfia e sgonfia, sale e poi crolla. Renzi ora prende le briciole di quel 40,8%, Salvini prende un misero 8% che fino al Papeete e all’adesione al governo Draghi era impensabile, il Movimento 5 Stelle, che canta incredibilmente vittoria, nelle ultime elezioni ha dimezzato il suo consenso rispetto al 2018.

M5S dimezzato ma CONTEnto

Qualche altra parola sul Movimento 5 Stelle. Nelle ultime elezioni, Giuseppe Conte ha rappresentato, per molti indecisi, soprattutto a sinistra, un’ancora di salvezza. Molti che non credono più nel PD e nei partitini alla sua sinistra, hanno scelto Conte e il Movimento da lui guidato come unica alternativa all’astensione. C’è stata la solita camaleontica abilità di Conte nel presentarsi con una pelle ancora nuova rispetto alle precedenti, senza vergogna e senza timore di contraddizione.

Dopo aver vestito i panni del federatore di Lega e Cinque Stelle nel Conte 1, di paladino del progressismo italiano nel Conte 2, con periodo da grande statista nei terribili mesi della pandemia, dopo avere sostenuto il governo Draghi insieme a destra e sinistra, ora ennesima giravolta per riuscire a salvare il salvabile (e ci è davvero riuscito).

In questo, Conte è un politico di razza (ha imparato in fretta): ha capito subito che bisogna buttarsi dove c’è il vuoto e con faccia di bronzo sostenere convintamente una tesi, non importa se in palese contraddizione con quello che si è stati fino ad allora: la gente ha memoria corta e a certe promesse è sempre sensibile.

C’è uno spazio a sinistra lasciato dal PD, buttiamoci lì. Non importa se il M5S nasce come partito antisistema, che doveva “aprire il parlamento come una scatola di tonno”, quello del “non siamo né di destra né di sinistra”, della diretta streaming con Bersani per dirgli in mondo visione che lui rappresenta solo il vecchio sistema e che loro, i grillini, quel sistema l’avrebbero fatto crollare e mai avrebbero governato col PD, poi ribattezzato nel 2019 Partito di Bibbiano in riferimento ai fatti scabrosi accaduti nella cittadina vicino a Reggio Emilia.

I Cinque Stelle, ottenuto un grande consenso proprio in virtù di questa loro alterità, si sono poi uniformati a quello che dovevano distruggere, finendo per governare prima con la destra, poi con la sinistra, poi con entrambe nel governo Draghi.

Sono diventati a pieno titolo parte di quel sistema politico che nella piazze dicevano, parole loro, di voler mandare a fanculo. I difetti del sistema sono diventati i difetti dei Cinque stelle, tra incoerenze, trasformismo, oscure manovre tramite la piattaforma Rousseau (povero Rousseau, se sapesse!), scissioni interne e perdita dei giovani leader che l’avevano condotto alla vittoria, Di Maio e Di Battista.

La plateale dismissione dei valori iniziali del Movimento e la sua partecipazione a tutti i governi della passata legislatura rendevano apparentemente inevitabile un crollo elettorale totale.

I sostenitori della prima ora dei Cinque Stelle non possono più votarci, devono avere pensato Conte e i suoi, siamo diventati parte del sistema, è impossibile da negare. E allora che facciamo? Proviamo ad allearci con il PD, tutto sommato sta funzionando. E facciamo cadere il governo Draghi prima del tempo, in modo da riacquisire una centralità politica. Ci distingueremo dalle altre forze che sostengono Draghi. Si tornerà a parlare di noi.

Poi il PD, con mossa davvero poco lungimirante (ma ci siamo abituati), ha scelto di “punire” i Cinque Stelle per questa scelta, credendo così di investire su un consenso nel paese nei confronti di Draghi, che si è rivelato invece pressoché inesistente, tanto che della misteriosa agenda Draghi, dallo stesso ex premier rinnegata, il PD ha presto smesso di parlare dopo le prime settimane di campagna elettorale.

Quindi, rottura con i Cinque Stelle, fine del campo largo. Questo, anziché punire il Movimento, l’ha rafforzato, dandogli la possibilità di rivendicare il proprio essere alternativi sia alla coalizione di destra che a quella di centrosinistra e lasciandogli le mani libere.

Ecco allora l’altra scelta vincente di Conte cui si accennava in precedenza: colmare il vuoto a sinistra, porsi cioè come difensori degli ultimi. Non importa se tale posizione è poco credibile, se il Movimento non ha mai avuto nulla di sinistra.

Abbiamo fatto approvare il reddito di cittadinanza? Sì. Ci sono milioni di italiani che lo percepiscono e che non ne vogliono sapere di perderlo, che ne abbiano diritto o meno? Sì. Bene, prendiamoci quel consenso lì, ci spetta. Praticamente un voto di scambio.

Aggiungiamoci una promessa di salario minimo, contro le paghe da fame e il gioco è fatto. Soprattutto nelle aree del paese dove non c’è lavoro, otterremo il boom di consensi. Ed è stato così. Non importa se il Movimento 5 Stelle nel 2018 aveva preso il 32,8% e ora, nel 2022, prende il 15,4%, avendo dilapidato la metà dei consensi che aveva. Per come si era messa, si tratta di un risultato del tutto insperato.

Il Pd: trovare (finalmente) un’identità, ovvero ripartire da Elly Schlein

Del PD avevamo già detto in precedenza, nell’articolo dell’8 agosto [Qui]. Non c’è molto da aggiungere. Si è verificato esattamente quello che tutti si aspettavano: sconfitta senza appello e resa dei conti interna con tutti a chiedere la testa di Letta, convinti ancora una volta che basti cambiare segretario.

E invece bisogna cambiare il partito, radicalmente. Il campo largo inseguito da Letta (ma con i 5Stelle, non solo con Calenda) avrebbe sicuramente limitato i danni, ma non garantito la vittoria, né risolto i problemi alla radice.

Il campo largo non avrebbe preso la somma dei voti presi dalle singole parti, ma sensibilmente meno. Questo perché chi è andato da solo ha guadagnato consenso, anche grazie alla possibilità di vantare una propria presunta alterità rispetto al PD, cosa che non sarebbe stata possibile in caso di coalizione con Letta.

In ogni caso, se si pensa ancora una volta che per risolvere i problemi del PD basterà cambiare Letta (ennesimo capro espiatorio, prima venerato come Messia da Parigi, ora spinto dagli stessi che lo veneravano a tornarsene in fretta a Parigi) con Bonaccini, Ricci o De Caro, si fa il solito errore, ripetuto ormai decine di volte.

Il PD deve risolvere i problemi che ha dalla sua nascita, deve cioè rispondere a una domanda: che cosa siamo? Siamo il partito di sinistra, ecologista e femminista immaginato da Elly Schlein o quello democristiano perpetrato per tutti questi anni da Dario Franceschini? L’importante è scegliere, una volta per tutte.

Avere coraggio: prendere una parte e sostenerla con coerenza. Provare a rappresentare così una parte della società (non tutta la società) che nel partito tornerà a riconoscersi. Smettere di avere la pretesa di rappresentare tutto e il contrario di tutto, finendo poi per non rappresentare niente e nessuno.

E finirla, una volta per tutte, di concepire la politica esclusivamente come esercizio del potere. Non per ragioni etiche, so che di queste ve ne frega il giusto, ma proprio perché non paga più, non vedete che non vi vota più nessuno, che i vostri amati posti di potere, continuando così, non li raggiungete più?

L’opposizione, se fatta bene, aiuta in questo percorso di trasformazione per tornare ad essere realmente rappresentativi. Cominciamo?

La Russia di Dibba e le scimmiette bianche


Antonio Indelli, giovanissimo e talentuoso storico, inizia oggi la sua collaborazione a
periscopio. Devo dire che, quando ci incontriamo, de visu o da remoto, 8 volte su 10 non ci troviamo d’accordo. Anche per questo tengo particolarmente ad avere la sua voce nel coro polifonico di questo quotidiano. Siamo d’accordo, ad esempio, sulla condanna a Putin e al suo regime, mentre litighiamo sulla Nato e le sue scelte espansionistiche (che lui difende e io trovo sbagliate e pericolose), sull’invio di armi all’Ucraina (lui favorevole, io contrario) e in generale sul giudizio sulla genesi e gli sviluppi della guerra in Donbass.  Nel caso presente, nel mirino di Indelli c’è il tour ‘giornalistico’ (si fa per dire) in Russia di Alessandro Di Battista, il quale Dibba (così il suo popolo ama chiamarlo) esce letteralmente sbriciolato dalla documentata analisi e dall’ironia di Indelli. Ho controllato, su Facebook Dibba ha superato 1,5 milioni di followers; spesso sposa cause nobilissime, ma la sua ignoranza unita a un tot di mala fede (complice Travaglio e il suo il Fatto quotidiano) gli fanno dire una montagna di castronerie. Giusto quindi ‘castigarlo’. Anche se ad Antonio, tanto per litigare, contesterò che “sparare su Dibba é come sparare sulla Croce Rossa”. Buona lettura.
Effe Emme

I noti dispacci dalla Russia di Alessandro Di Battista c’entrano con le trappole per turisti cinesi?
Per capire ciò che intendo è necessario introdurre il concetto di “white monkey” (scimmietta bianca). Si tratta di una pratica di marketing diffusa in Cina da decenni, che prevede l’ingaggio di un ‘bianco’ a fini pubblicitari.
Una sua declinazione comune consiste nell’invitare un influencer occidentale (la ‘white monkey’, preferibilmente un blogger di viaggi) per un tour indimenticabile in una particolare località, secondo una tabella di marcia serratissima che prevede attività ricreative (balletti, sport bizzarri, visite a lunapark…), gastronomiche e culturali (tra cui la partecipazione a conversazioni e cene con i locali, meglio se con minoranze dai costumi pittoreschi, tutti ovviamente istruiti a dovere). L’influencer di turno paga poco o nulla (anzi, spesso è pagato a sua volta): tutto ciò che deve fare è rispettare la tabella di marcia, fare quello che gli è detto e sprizzare da tutti i social felicità e stupore di fronte alle meraviglie locali.

Il gioco è il seguente: da una parte, attirare il ricco turismo occidentale e promuovere all’estero la propria immagine, dall’altra attirare il turismo interno, che considera di particolare prestigio ciò che è gradito ai ‘bianchi’” (i ‘neri’ invece sono spesso sgraditi in Cina).

La formula ha avuto un successo tale da attirare l’attenzione del governo cinese, che prontamente ha deciso di farla sua. In particolare nello Xinjiang, pittoresca patria degli Uyghuri. Ivi si è recato sotto la ferrea sorveglianza degli agenti in borghese un profluvio di influencer occidentali che, visitando sempre gli stessi luoghi turistici secondo le medesime tappe e con annessa la stessa cena presso la medesima ridente famigliola locale, dimostravano al loro seguito adorante come i ristoranti fossero sempre aperti, le persone felici e il governo cinese non vi stesse assolutamente attuando un genocidio.
Ovviamente, le prove schiaccianti che testimoniavano e testimoniano ben altro (raccolte in buona parte da eroici attivisti cinesi con ovvi e notevoli rischi personali) erano tacciate di essere “falsità sinofobe dell’Occidente ignorante e cattivo”.

Per quanto tale iniziativa a dir poco grottesca non sembri aver sortito gli effetti sperati sui governi occidentali, ciò non ha impedito a Bashar al-Assad di importarla in Siria, come documentato da un recente report di Al-Jazeera che vi invito a vedere.

Veniamo dunque al nostro Dibba. Il quale, come è noto, da ormai un mese gira la Russia cercando di mostrarci ‘l’altra parte’ (#laltraparte).
Concretamente, posta su instagram, su tiktok, twitter e  facebook, su youtube ci comunica le sue impressioni (il suo ‘diario’) e risponde ai commenti (con occasionale uscita sulla politica italiana), mentre invia i suoi reportage al Fatto Quotidiano e raccoglie materiale per i documentari che saranno pubblicato su TVLoft, di proprietà del Fatto medesimo.

il risultato è quello che ci aspetteremmo da Di Battista, improvvisatissimo reporter allo sbaraglio: banalità per turisti e luoghi comuni sulla politica russa, che dimostrano gravissime lacune nell’ambito (si veda il commento a un suo video da parte di Marta Ottaviani, che invece la Russia la conosce sul serio).
Si badi, ciò non significa che non sappia nulla di Russia, ma che l’immagine che l’appassionato Di Battista ne ha è mitica, fortemente parziale e superficiale. Dibba non sarà putiniano, ma è sicuramente estremamente filorusso. È per l’allontanamento e la condanna dall’America (e perché no, l’Europa) e la comprensione e la vicinanza alla Russia. Sostiene che Putin strangoli l’opposizione, ma che sia ciò che la stragrande maggioranza dei russi vuole (sulla base del fatto che “pochissimi gli dicono il contrario”; non spiega poi come mai allora strangoli l’opposizione), poiché ha risollevato, riequilibrato e reso forte il paese dopo il caos dell’era Eltsin (vecchio cavallo di battaglia del regime, non serviva andare in Russia per sentire queste cose; ovviamente Dibba non mette minimamente in discussione tale narrazione, né a dire il vero la grandissima parte della narrazione del regime russo, presunto colpo di Stato in Ucraina compreso).

Tralasciamo la validità dei giudizi sulle “sanzioni che non funzionano” (smentito dagli stessi organi ufficiali del Cremlino) e sullo “sfondamento in Donbass” (arenatosi di lì a breve). Non stupisce che ripeta senza riportare un solo dato “quel che sente in giro”, senza dire cosa dicano gli organi di propaganda russi o  come e perché tali opinioni si siano formate, o dare adeguato conto del contesto al di là di basilari notazioni storiche (perlopiù manualistiche).
Gli intervistati, di nessuno dei quali è riportato il cognome, non sono verificabili, e non paiono pressoché mai contraddire il quadro già pensato e più volte espresso da Dibba, che trascrive di solito poche frasi isolate per intervista. Gli elementi da cui trae le conclusioni non possono che essere impressionistici. Così le sanzioni non funzionano perché le burrate autarchiche vanno a gonfie vele mentre la Russia commercia coi fantomatici BRICS , e dove invece funzionano alimentano il patriottismo (non riporta ovviamente la fonte, né come fosse la situazione prima della guerra, né cosa ne pensino gli oppositori a Putin più in vista e seguiti). Degli ucraini si insiste sulla percezione che li vede come nazisti che bombardano e hanno compiuto atrocità che sono alla base della guerra perché i profughi che gli han lasciato intervistare glielo han detto.

Non fa mai una domanda scomoda. Nulla sulla corruzione dilagante o sul processo a Navalny. Nulla sulla chiusura dei giornali. Nulla sui campi di filtrazione, eredità della guerra Cecena, attraverso i quali passano gli Ucraini che vengono deportati in massa in Siberia. Nulla sui bombardamenti dei civili e la distruzione delle città. Nulla sulle perdite e sui coscritti, mandati a morire in condizioni disumane malgrado il governo russo affermasse di non averne mandati affatto. Nulla sulla Wagner, palese eppure illegale, o sui crimini di guerra. Chiede (e a quanto pare, talvolta ripete) ai suoi interlocutori solo le cose che già sosteneva e si sostengono diffusamente in Italia, e che dunque non si capisce perché sia dovuto andare in Russia per riscoprirle, tanto più dato che già l’agenzia TASS (di fatto fonte quantomeno secondaria del Nostro) dice più o meno le stesse cose.

Le fonti riportate esplicitamente con coerente cherry picking, del resto, sono perlopiù giornali della stampa generalista (con ovvio plauso al Fatto Quotidiano e a Travaglio, il ché dovrebbe farci riflettere), Barbero, e almeno in un caso il Papa, di chiara risonanza presso il pubblico italiano.

Più interessanti sono le informazioni accidentali. Un esempio è quando si reca in gita in un campo profughi presso Belgorod, ove è seguito da vicino dal responsabile del campo “che sembra un militare più che un operatore sociale”, il quale tenta insistentemente di fargli il lavaggio del cervello sulla giustizia della ben nota ”Operazione Speciale” contro il nazismo ucraino. Si tratta di un raro caso di dissenso da parte del Nostro, che tuttavia è incapace di riconoscere le palesi falsità espresse dal suo interlocutore sulla mancata presenza di militari a Belgorod (centro logistico importantissimo per le offensive su Kharkiv e nel Donbass) o di commentare l’identificazione dei nazisti con gli europei.

La scimmietta bianca Dibba ci racconta dalla Russia cose che sono già diffuse in lungo e in largo nei media italiani, impegnato a dare conferma alle proprie opinioni, piuttosto che a riportare qualcosa di nuovo. Sorgono allora diverse domande. Chi organizza il viaggio di Alessandro Di Battista? Chi gli fa da guida e da interprete? Chi è di preciso la gente che incontra e lo ospita? Chi è che viaggia con lui e che talvolta compare nelle foto? Chi gestisce e inoltra i contatti?

Nonostante tutto ciò che condivide sui social, del viaggio di Dibba sappiamo in realtà assai meno di quanto vorremmo.
Nulla di grave per un privato cittadino, ma Di Battista è un personaggio pubblico che esercita influenza nella politica italiana, tanto più in questo momento e ancor più con l’enorme visibilità che questi “dispacci” gli danno.

In conclusione, è Alessandro Di Battista la white monkey più amata d’Italia?
Ciascuno lo giudichi in cuor suo. Se anche lo fosse, credo che sarebbe una white monkey straordinariamente sincera e “innocente”. Dibba riporta palate di propaganda russa perché ci crede, non perché ne tragga un diretto vantaggio (indirettamente sì, vista la recente visibilità), e voglio credere che si sforzi di essere distaccato, ma le sue simpatie e convinzioni glielo rendano manifestamente impossibile.
Non desidero infierire oltre su un uomo che probabilmente non si rende conto di quello che fa davvero, in fin dei conti è una vittima della disinformazione anche lui, e va detto che comunque risulta simpatico per il suo temperamento sornione, ironico e travolgente (cosa che però lo rende potenzialmente assai pericoloso).
Di certo Di Battista non riceve supporto e sovraesposizione dai russi, ma dal Fatto Quotidiano, il cui direttore ha deciso promuovere i post di Dibbaloqui in ogni modo possibile dando ad essi la dignità di “notizia”, nel tentativo forse di eterodirigere qualcosa della fumosa e rissosa ex entità politica che sostiene e difende a spada tratta (e di far due soldi dopo i minimi storici toccati dal suo giornale). Così Marco Travaglio procede con testardaggine su una via discendente segnata da traduzioni dall’inglese volutamente sbagliate, telefonate inventate, distorsioni e opposizioni per partito preso e promozione di propagandisti impresentabili. È solo naturale che in molti già l’abbiano abbandonato, esattamente come accaduto al suo coccolato protegé, il professor avvocato Giuseppe Conte.

GLI SPARI SOPRA
«Care compagne e cari compagni».

 

«Care compagne e cari compagni».

Ecco si, il mio discorso lo inizierei così

«Perché mi abbiate scelto a rappresentarvi, al momento mi sfugge. Non capisco quali caratteristiche voi abbiate notato che a me da oltre mezzo secolo sfuggono. Ma tant’è ».
«Il mio pensiero è ottuso e tutt’altro che avanguardistico, credo testardamente nei valori e nelle ideologie del mio e del nostro passato. Ideologia termine fin troppo bistrattato, il cui significato è oltremodo semplice, complesso di idee e concetti alla base di un movimento politico. Già qui per anni ci hanno voluto far credere che il sostantivo femminile ideologia fosse in contrapposizione con il sostantivo femminile idea, non è così. Io sono comunista, forse troppo per qualcuno, forse poco per altri, sono di sinistra nell’unica accezione che io ritengo esista, sono marxista, ateo non integralista, illuminista, abbastanza democratico, femminista, sono abbastanza buono ma non buonista, antimilitarista ma forse non pacifista del tutto, mediocre, con nessuna eccellenza, non sono scrittore ma scrivo, leggo molto perché mi ricordo poco. Non credo di avere un grosso carisma, non sono un leader, non trascino le folle, credo che fare sindacato sia un mestiere mentre la politica non lo è. Ero l’ultimo della classe al liceo, un discreto difensore delle giovanili, non amo il calcio ma sono appassionato di S.P.A.L., sono certo dei miei dubbi e non russo quasi mai».

Qui forse dovrei fare una pausa, arrotolarmi le maniche della camicia, bere un sorso d’acqua e ricominciare.

«Tutti sappiamo cosa rappresenta per noi il pugno chiuso. Da una mano aperta, le cinque dita si stringono come segno di unità, non è un caso se il giornale fondato da Antonio Gramsci sia chiamasse proprio così. L’unità a sinistra però è un concetto più vacuo dell’ araba fenice, più introvabile sacro graal, più leggendario dell’Arca di Noè. La base da cui nascono tutti i movimenti di sinistra degli ultimi due secoli e mezzo è una polvere più fine della farina di riso. Da sempre ci dividiamo, dal 1800 in poi, Anarchici e Socialisti, Socialisti e Comunisti, Comunisti e Sinistra extra parlamentare. Per non parlare poi dell’oggi. Ma poi ci arrivo. Aggiungo un tema centrale di questa ricerca disperata di aggregazione e comunitarismo. Non sto parlando di centro sinistra, verso cui non si può avere un atteggiamento pregiudiziale e nemmeno additarlo come IL nemico, ma sto parlando di aggregazione oltre, molto oltre il PD. Partito verso il quale non ho grosso trasporto e che io, nelle mie classificazione novecentesche, inquadro in uno spicchio parlamentare di centro, liberale, alle volte di destra democratica, ovviamente utilizzando i mie canoni di riferimento. Ora, non distruggetevi in applausi a scena aperta, serbate i pugni nelle tasche, perché pure per noi duri e puri c’è molto da puntualizzare. La mia area politica, oramai estinta, è quella di un partito di massa, di popolo, il partito che fu la speranza di un italiano su tre. Ora nel parlamento italiano credo che l’incidenza della sinistra sia prossima al 3-4%. Poi un partito comunista dell’1% è un ossimoro, una contraddizione in termini. Nella storia recente abbiamo visto quanto le sinistre arcobaleno abbiano fallito, perché raggruppamenti elettorali, dove mille partiti volevano solo mettere i puntini sulle i ad ogni incontro, abbiano avuto vita breve. Quanti sono i partiti che in un qualche modo in Italia si rispecchiano nell’Eurocomunismo o quanto meno rispecchino una sinistra radicale? Cinque, otto, dieci? Io non lo so, ma ritengo questa disgregazione pulviscolare il punto centrale della mancanza di rappresentanza di una buona parte degli elettori della nostra fazione. Come è possibile, ancora oggi nel XXI° secolo dividersi su Lenin, Trotsky e Mao? E’ vero che sono un vetro e trinariciuto nostalgico, ma credo in una terza via. Si, come quel signore sardo che faceva della pacatezza e della calma un’arma micidiale contro il capitale».

E qui secondo me, dovrei divincolarmi, altrimenti riprenderei concetti triti e ritriti, sedimentati nella mia piccola mente.

«Io lo so che le critiche non mancheranno, i compagni mi riterranno troppo morbido, i democratici mi additeranno quale amico delle destre, perché sottraendo voti al centro sinistra la destra sarà al governo. Perché ora dov’è? Ma quello che vorrei dire a me stesso per primo è che occorre un pensiero critico, nei confronti del sistema mondo, è ora di smetterla di fare un passettino in avanti e due indietro, non c’è tempo per inquinare di meno, occorre disinquinare. Occorre de-privatizzare, almeno i beni comuni, la salute, l’ambiente, la scuola, i cimiteri. Certo i servizi cimiteriali sono a scopo di lucro, e a voi sembra normale? Non si può produrre soldi con altri soldi, eliminando la forza lavoro, il prodotto, il manufatto. Occorre risanare, ristrutturare, individuare nella grandi multinazionali il vero nemico, a cui imporre dei limiti chiari, evidenti, mondialisti. Chimica, acciaio, risorse prodotte con una vera attenzione all’ambiente e alla qualità dell’aria e dell’acqua. Non c’è più spazio, non c’è più tempo. Le risorse pubbliche rimangano pubbliche, la solidarietà ritorni ad essere un elemento cardine della società. Come possiamo noi, trucioli di falci e martelli, predicare un internazionalismo proletario quando ancora ci dibattiamo su chi abbia il diritto a fare la guardia al mausoleo di Lenin. Poi, non come primo punto, che rimane la realizzazione di una nuova e unitaria sinistra, aggregante, inclusiva, non settaria, senza niet e senza veti, senza puri (la purezza è di destra, ricordiamocelo), aperta ad un dialogo con forze diverse, si il PD e pure i 5S (o almeno quella parte che era contraria all’aggregazione con la Lega). Non saltate sulle sedie, non datemi del servo del capitale. Ho detto dopo, non prima».
«La tristezza di un mondo dove la sinistra non va più di moda, non ha più attrattiva, non aggrega più, mi disturba, mi fa sentire un fallito, mi vergogno nei confronti di mio padre, di mia bisnonna, di un popolo intero che da due secoli ha cercato di costruire un mondo migliore, per i propri figli, mentre io non l’ho fatto, non ho lottato, non mi sono realmente sacrificato. Non è giusto. Avremmo dovuto lasciare un mondo migliore, come tutte le generazioni passate hanno fatto. Noi no, e siamo ancora qui a dibattere sulla tonalità di rosso più adatta alla nostra bandiera. Che è ancora a terra e che viene sventolata solo alle manifestazioni alternative. Nessuna inclusione, solo steccati, tu si, tu no, un noi talmente tanto ridotto da essere diventato una elité, un club, un gruppo di privilegiati che abbaia ad ogni compagno difforme dalle proprie immutabili tavole della legge, su cui con lo scalpello sono scolpiti i diktat, mai di qua, mai di la, io sono più di te, io sono meglio di te. Per me compagne e compagni, il pugno chiuso è questo, l’Unità come ricerca, approdo e ideologia. Casa per casa, strada per strada (cit.) sogno per sogno».

E a questo punto, tra i pugni chiusi e le lacrime dovrebbe partire l’Internazionale suonata dagli Area.

GLI SPARI SOPRA
L’analisi del Boh

 

“La situazione italiana è grave ma non seria”
(Ennio Flaiano)
… ma viene da aggiungere pure un … boh?

Avrei voluto commentare la caduta del governo Conte due e l’arrivo dell’illustrissimo, esimio professor Draghi. Ma, nonostante stia scrivendo – parole che forse cancellerò prima di cliccare un invio – sono decisamente spiaggiato. Non credo sia grave non avere opinioni, per uno come me intendo. Cioè non sono un commentatore di professione, non sono un ‘proto influencer’ o ‘semi giornalista’, sono solo un cazzone di sinistra, sbandato, senza guida politica, che non risponde a nessun politburo.

Dice: ma al mondo cosa può interessare l’opinione di uno che manco ce l’ha una opinione?
Esatto, saggia domanda.

Ma imperterrito, almeno fino a quando non spingerò il tasto canc, provo a spiegarmi una condizione inspiegabile. Perché ritengo il Conte due un governo che ha avuto più positività che negatività? Forse perché siamo da oltre un anno all’interno di una crisi mondiale che ha stracciato le certezze di un ‘sistema mondo’ sul ciglio della sua autodistruzione? Forse perché una persona distinta, in doppio petto, con la riga da una parte, che non mi rappresenta, alla fine mi rappresenta pure? Al netto dei tanti errori e dei molti ministri molto sotto la soglia della sufficienza, la lotta di alcune persone per bene hanno permesso di tenerci a galla nel marasma, dei Gallera, Fontana, Salvini, Melloni e compagnia cantante. Dovessi dare un voto al governo darei un appena sufficiente, ma in un compito di una difficoltà estrema, con domande che non c’erano sul libro, e neppure si poteva attingere da vecchi appunti, perché la storia arriva a mala pena alla seconda guerra mondiale, manca tutto il secondo novecento, figuriamoci il XXI° secolo, per non parlare della fine del mondo. Non lo so se i miei ragionamenti sono di sinistra, forse sono solo scombinati e senza senso.

Dice: ma uno come te non avrebbe voluto un governo diverso?

Certo che si, avrei molti nomi, che vanno dalla sinistra moderata, all’estrema sinistra, con qualche spruzzata di liberi intellettuali anarchici, operaisti, economisti ecologisti, che poi, per cercare davvero dei nomi che mi piacciono dovrei usare Wikipedia. Peccato che in Italia le forze politiche che io voto, sommate insieme, nei mille simboli che li compongono, forse, arrivano al cinque per cento. Percentuale da estinzione che però non sarà mai agglutinata, perché noi compagni (moderni), non quelli veri di un tempo, non sappiamo aggregarci. Non abbiamo attrattiva, discutiamo nei collettivi in rete, dove abbiamo la capacità di scannarci tra leninisti e trozkisti, tra comunisti e comunisti, tra anti euro e anti Nato. Siamo morti compagni. Non so se qualcuno leggendo, e magari conoscendomi, si preoccupa della mia sanità mentale o della mia ottusa coerenza. Non fatelo, non sono una fake, sono io e per me non c’è speranza e né scelta. Continuerò a votare un qualunque partitino dell’ 1%, non ho alternativa, non ho scampo, quello sono e quello rimarrò.

Tornando a Conte, il sicario ha eseguito il suo intervento alla luce del sole, ha consegnato l’Italia nelle mani dell’unico banchiere in grado di coagulare intorno a lui un ampia rappresentanza, creando un governo d’ammucchiata che Boccaccio scansati proprio. Voleva la destra? E la destra ha avuto.
E quindi, quale era l’alternativa? Alle urne compagni, mobilitiamoci nelle piazze. A no, non si può. Attacchiamo le locandine, consultiamoci nelle sezioni. Le sezioni non esistono più e poi non si può fare neppure quello.

Dittatura! Grida il popolo.

No, un virus di merda, che non riusciamo a debellare perché prima, da sconosciuto ha fatto centinaia di migliaia di morti ed ora, perché le case farmaceutiche hanno bisogno di lucro, continua a farli.

Le elezioni sono un diritto! Guardate che lo so.

Quindi ricapitolando, meglio un banchiere, sicuramente ricco di capacità, amico di Silvio, dei Mattei, l’uno diventato europeista, l’altro spalmato a pelle di leone davanti a Montecitorio, per permettere al Migliore di pulirsi i piedi, con un governo ‘all’altezza’, dove spiccano alcuni personaggi da brivido, o meglio le elezioni? Consultazioni da fare nel pieno di una possibile terza ondata, con centinaia di morti al giorno (in Italia), senza comizi, con una campagna elettorale di una violenza immane, al netto di almeno tre mesi di immobilismo, (mentre stanno arrivando i soldi dell’Europa), con un risultato elettorale già scritto. Destra destra, più centro destra, più centro e più né destra e né sinistra.

Ma la sinistra?

Non c’è compagni, noi non esistiamo, finche rimaniamo fuori, arroccati dentro al mausoleo di Lenin non incideremo mai, ora proprio ora, dove c’è bisogno di noi, perché il sistema capitalistico si sta sgretolando, noi non riusciamo a proporre nulla che non sia litigiosità sulle sfumature da dare alla bandiera rossa. Perché? Perché non riusciamo ad aggregarci, mano aperta che si stringe a pugno, fratellanza che ci portava a dividere il pane, corpi tenuti per mano in un nuovo quarto stato, dove tutti invece di guardare al sol dell’avvenire, si guardano le mani che tengono strette un telefono dallo schermo luminoso. Perché non siamo capaci di unirci, di essere il sogno di milioni di persone come nel ‘900, perché non sogniamo più?

Troppi, perché in un mare di parole inutili.

Lettera aperta a Matteo Renzi

Torino, 3 gennaio 2021

Egregio on. Sen. Renzi,
Le scrivo questo appello come cittadina italiana che crede nella democrazia, nelle istituzioni e nell’Italia.

Ho creduto anche in Lei ed ho votato a sostegno del referendum che lo ha portato alle dimissioni, cosa che ha messo la democrazia italiana in serio pericolo, vista la qualità della destra italiana in questo momento, che purtroppo ottiene anche il consenso della maggior parte dell’informazione del nostro paese.

Il Suo compito istituzionale da persona eletta non è quello di dimostrare di avere ragione, ma è quello, credo, di portare i cittadini, che anche Lei governa attraverso due ministeri, in una condizione di vita sociale, economica e lavorativa migliore di quella che ha trovato quando ha ricevuto il suo mandato.

Capisco molto bene, da quanto i telegiornali trasmettono, che il suo sforzo di indicare al Presidente del Consiglio e alla componente dei M5S che per portare l’Italia fuori dallo sfacelo economico aggravato dalla pandemia, ci vuole un progetto di trasformazione profonda e di grande visione: sia per non sprecare i finanziamenti europei, che per iniziare a costruire veramente una società in grado di affrontare le sfide prossime venture, come il cambiamento climatico ci ricorda quotidianamente.
Sfide che richiedono un cambiamento culturale a partire dalla classe dirigente: politici, industriali, imprenditori e intellettuali, che devono finalmente assumersi la responsabilità che il loro ruolo gli impone. Cioè garantire per prima la democrazia, quindi coinvolgere le istituzioni e i cittadini a partecipare a questo progetto di ricostruzione di una rinnovata società. In secondo luogo valorizzare e sviluppare le risorse imprenditive, produttive e culturali presenti nel nostro Paese, investendo risorse per la creazione di infrastrutture adeguate alla modernizzazione eliminando i vincoli burocratici che riducono la società in categorie clientelari.

Cose che questo Presidente del Consiglio non sta facendo, o per lo meno non sta coinvolgendo le istituzioni nel rispetto della democrazia.
Però non credo che far cadere questo governo, soprattutto in questo momento, sia il modo per rispettare il mandato ricevuto come senatore, né una difesa della democrazia, né tantomeno la difesa degli interessi dei cittadini italiani a tutti i livelli: culturali economici e sociali.

Credo che sia suo dovere istituzionale e di mandato di non far rischiare un disastro per la società italiana e forse anche europea, soltanto per una questione di principio e spero non di orgoglio personale o qualche altro motivo a me ignoto, che non le permette di valutare la situazione in cui Lei personalmente si trova e la situazione di fragilità sociale culturale ed economica in cui si trova l’Italia.
Ho fiducia nella Sua intelligenza e nella Sua sensibilità politica che saprà trovare il modo di non far cadere questo governo, difendendo comunque, anche se in maniera minore e poco appariscente, i suoi progetti. In questo modo sarà il tempo che le darà ragione e soprattutto troverà negli italiani il giusto riconoscimento al Suo vero compito istituzionale, cioè quello di proteggere la loro dignità e la democrazia .

Professoressa Grazia Baroni Architetto

DIARIO IN PUBBLICO
La fatica di vivere oggi

Poche cose mi hanno colpito in questo momento storico, dove vanno ripensati tutti – o quasi – i valori e i delitti che si compiono, quanto questo fatto apparentemente minore che si è svolto all’ospedale di Rimini e che inconsciamente auspico sia una bufala, sapendo già che non lo è.

Leggo in QN di lunedì 26 ottobre 2020, p. 12 che all’ospedale di Rimini nel parcheggio riservato agli operatori sanitari settanta macchine, tutte accuratamente scelte tra quelle in possesso di chi lavora all’ospedale, sono state sfregiate, colpite, prese di mira da qualcuno che le aveva accuratamente scelte. Non una di chi non operava all’interno dell’ospedale. L’indizio che si trattava di una miserabile vendetta contro chi opera nel campo medico consiste nel fatto che nulla è stato asportato all’interno dell’abitacolo.

Un gesto così talmente amorale e terribile può essere messo purtroppo in corrispondenza con le convinzioni di coloro che in regimi totalitari operano per la miserabile soddisfazione di una vendetta pericolosa. E i miei connazionali italioti TUTTI,  anche coloro che sono innocenti, portano sulle loro spalle la spaventosa pandemia dell’immoralità. Vergogna a tutti noi che non sappiamo scrollarci di dosso simili immondi esseri.

Mi rendo conto che la conclusione del discorso potrebbe e può colpire chi da sempre ha lottato e lotta contro il diritto del singolo a non essere chiamato in causa in quello che può parere un coinvolgimento totale nelle colpe di un’epoca pur restandone fuori. Penso ad esempio al giusto scatto reattivo dell’amico fraterno Fiorenzo Baratelli. Ma una lunga telefonata ha spiegato (in parte) la possibilità di una coincidenza tra i due pensieri. Non voglio certamente mettere in dubbio il generoso lavoro svolto da chi non vuole essere responsabilizzato in una generica e forse frettolosa sentenza di coinvolgimento. Guai se non ci fossero coloro che operano in quella direzione di distanziamento! Ma la mia provocatoria battuta riguardava chi, essendone venuto a conoscenza, non avesse potuto o voluto distaccarsene e condannarla.

Certo! Quante persone perbene nei paesi coinvolti nell’ideologia nazista ad esempio ignoravano la terribile realtà storica. Diventavano colpevoli solo quando, avendo saputo la verità, non avevano operato in conseguenza. Ecco in qual modo va inteso il giudizio che ho espresso e che si riferiva al fatto che in quanto  ‘a livello teorico’ tutti portiamo sulle spalle “la spaventosa pandemia dell’immoralità”.

Nel frattempo come diceva mia nonna “sono stato regalato” di un dono così prezioso che faccio ancor adesso fatica a rendermene conto: assistere al concerto di Riccardo Muti al Teatro Abbado di Ferrara. Lo attendevo, in quanto ancora una volta devo ribadire che Riccardo e Cristina Muti sono stati e sono tra gli amici più cari della mia lunga vita. La fraterna amicizia che ci lega non è stata mai scalfita da qualche fraintendimento, che nel mondo della cultura non è così difficile ad attuarsi. Il Maestro mi ha stretto in un abbraccio che tanto rivelava della gioia genuina di vedermi, mentre Cristina dagli splendidi capelli azzurri e avvolta in un manto di raso rosa degno (e probabilmente lo era) dell’inventore della moda, il proustiano Poiret, mi ricordava momenti straordinari del nostra giovinezza fiorentina.

A quel punto s’annuncia Vittorio Sgarbi che con la solita irruenza ricorda anche lui il comune tempo fiorentino. Rimango un po’ interdetto, ma gli amici Muti vogliono portare un modus vivendi tra le lontanissime convinzioni che si ergono tra la mia visione della cultura e quella del critico d’arte. Mi racconta di quello che intende fare per una mostra su Giorgio Bassani e l’arte; mi comunica che gli uffici di Ferrara Arte, l’organizzazione che presiede, si sistemeranno al primo piano di Casa Minerbi, lo splendido palazzo dove è situato anche il Centro Studi bassaniani. Chiede notizie di poter conoscere la curatrice del Centro, la professoressa Portia Prebys, che per un vezzo linguistico chiama Portìa e non Pòrtia; annuncia il progetto di una mostra canoviana da far assieme, tra me presidente dell’edizione nazionale delle opere di Canova e lui presidente della Fondazione Canova di Possagno. Si sa che ormai il giro culturale come da sempre si svolge tra presidenze e direzioni… E questo ritorno al passato, che non si spegne nel giro di un giorno o di un anno, ha la sua conclusione proprio in questi giorni, quando il Maestro indirizza una degnissima lettera al capo del Governo Conte, il cui senso è rinchiuso in queste parole:

Chiudere le sale dei concerti e i teatri è decisione grave. Definire come ‘superflua’ l’attività teatrale e musicale è espressione di ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità.”
La riflessione di Muti non fa leva, o non solo, sul problema del lavoro, ma insiste su quel tesoro culturale che è il senso vero di ciò che la pandemia di corona virus non deve strappare alla nostra provata esistenza: la cultura come tesoro inalienabile della nostra vita.

Il presidente Conte ha saputo rispondere con altrettanta finezza alla richiesta del Maestro. Lo stesso incipit è diverso: “Gentile maestro Muti”; dove sottolineare la ‘gentilezza’ mi sembra un’ottima occasione d’incontro. Sottolineare poi la ‘gravità’ del problema ne dice il senso ed infine la necessità per ragioni di salute lo conclude. Termina Conte: ”Siamo costretti a fare questi ulteriori sacrifici. Ma non intendiamo affatto rinunciare alla bellezza, alla cultura, alla musica, all’arte, al cinema, al teatro” (Corriere della sera, 27 ottobre 2020, p. 1 e 17.)

E’ proprio leggendo questa corrispondenza che ancor più dolorose appaiono le proteste indubbiamente capibili che hanno sconvolto Napoli, Milano, Torino.
Ma non molliamo! Cerchiamo di essere degni della civiltà che ci ha generato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Credo negli esseri umani…

Francamente non ho proprio capito tutta questa polemica sul nostro premier che chiede a questo Aldo Nova – così celebre fra i giovani – di sporcarsi le mani e fare da testimonial a favore del corretto utilizzo della mascherina.
Certo, anch’io al posto del premier avrei agito diversamente.
Magari avrei convocato non lo so, Zdenek Zeman o Rowland S. Howard oppure boh, Georges Bataille: insomma, figure ben popolari fra la gioventù di oggi ma di ben altro spessore.
Ad ogni modo, però: questo è quel che passa il convento.
Sono comunque ben felice di sapere che il buon Aldo Nova (e consorte) ha/hanno accettato di buon cuore di – come si dice fra le persone “in” – “metterci la faccia”.
E che faccia, dico io.
Una faccia pulita, affidabile e che lascia ben sperare per il futuro: che poi, quale futuro?
Che cos’è realmente il futuro?
È per caso – realmente – “solo” quella cosa che arriva dopo il presente, quando meno te lo aspetti?
O è forse solo una parola di cui non sappiamo neanche più indicare un’eventuale manifestazione reale, qualora si presentasse?
Probabilmente sono io che sono paranoico – forse anche totalmente idiota – ma sentendo in questi giorni orde di commercianti che chiedono “il diritto di lavorare” non ho potuto fare a meno di pensare a ipotetiche orde di persone che durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale chiedono “il diritto a uscire nelle ore serali/notturne provvisti di ombrello”.
Tutto questo con le dovute proporzioni, sia chiaro.
Ma siamo sicuri che in un momento come questo, la cosa da fare sia chiedere “il diritto a lavorare”?
Mi permetto umilmente di dire che forse no, non è questa la domanda da fare.
Ovviamente questa è la semplice opinione di un idiota.
Ma non posso fare a meno di pensare a un ipotetico futuro, che ne so, penso a ipotetici esseri umani – esseri umani in cui io credo fermamente, ci tengo a precisarlo – che fra 150 anni si chiederanno: ma oh, ma ci pensi a quelli là che nel 2020 invece di urlare “cacciate i soldi” chiedevano “lasciateci lavorare”?
Non lo so, sarà il mio forte senso dell’imbarazzo ma al pensiero mi vergogno un po’ per tutti.
Comunque buona settimana e – se avete la “fortuna” di lavorare – buon lavoro.

Maggie’s Farm (Bob Dylan, 1965)

LA DIFFERENZA TRA LA CRISI DEL 2008 E DEL 2020
Giuseppe Conte, il Movimento 5 Stelle… e l’ultimo ballo sul Titanic

Il crollo finanziario del 2008, a cui il fallimento della Lehman Brothers diede inizio, fu denso di conseguenze, catastrofiche sicuramente ma anche illuminanti.
La maggior parte dei lettori comprenderà subito cosa intendo quando scrivo “conseguenze catastrofiche”, la mente volerà ai titoli dei giornali e alle aperture dei telegiornali, al ricordo dei suicidi e delle aziende che abbassavano le saracinesche, alle richieste di aiuto degli imprenditori e alle file alle mense dei poveri. Poi all’austerità e a Monti, alla stretta sulle pensioni e alla Fornero.

Ma perché ‘illuminante’? Mi spiego. Dopo il 2008 abbiamo scoperto che:
1) le agenzie di rating potevano dare giudizi da tripla “a” ad aziende (magari banche) che erano destinate al fallimento il giorno dopo e che quindi il loro giudizio non valeva nulla;
2) che il governatore della Federal Reserve Ben Bernanke poteva rispondere in TV a chi lo intervistava che i soldi immessi nel sistema per salvare le banche non venivano dalle tasse dei cittadini ma era una delle possibilità a costo zero delle banche centrali (cioè, le banche centrali “possono creare soldi semplicemente aumentando le riserve delle banche commerciali detenute dalle banche centrali”, schiacciando quindi un pulsante);
3) che il governatore della Banca Centrale Europea Mario Monti poteva rassicurare l’intervistatore sul fatto che le banche centrali “non possono finire i soldi”.

Insomma, la crisi del 2008 ci fornì gli elementi per comprendere in maniera anche plateale, in TV e su youtube, che il sistema si basava su false verità e che il denaro non era il vero problema. Questo si poteva creare alla bisogna mentre ciò che servivano erano controlli, separazione dei ruoli, costruzione di un muro tra economia reale e finanziaria, salvaguardia degli interessi dei cittadini e delle imprese dallo strapotere dei poteri finanziari a cui erano state date le chiavi del mondo.

Sarebbe bastato un po’ di visione politica, di buona informazione e di attenzione da parte delle comunità perché tutto cambiasse, ma non successe nulla. Tanto che le élite realizzarono che in fondo la misura non era colma, che eravamo indifferenti alla nostra stessa sorte … e decisero di affondare il coltello.

La storia continua e alla crisi del 2008 seguì la crisi del 2011, quella dei debiti pubblici. Tutti i debiti privati diventarono pubblici, cioè un peso per i cittadini, quelli che non avevano partecipato alla festa furono chiamati a rimettere insieme i cocci. La grande finanza non voleva perderci, aveva oramai compreso che il popolo non aveva capito ciò che era successo nel 2008 nonostante avessero detto la verità a reti unificate, che in fondo banche e mercati avevano più sostenitori che delatori (c’era addirittura chi voleva cambiare le Costituzioni per dare più spazio al globalismo finanziario), e che l’idea di recuperare le perdite finanziarie ritirando dalla circolazione benessere poteva anche passare se si fosse continuato ad utilizzare l’arma del ‘siamo tutti nella stessa barca’. E di fatto questa idea, per quanto assurda, sembra continuare a convincere i più, di conseguenza remiamo insieme, mano nella mano, con Apple, Amazon e FCA verso il baratro cantando felici Bella ciao.

Sembra proprio che la maggioranza delle persone preferisca seguire il rassicurante pastore fino al macello per paura del lupo. Pochi riflettono sul fatto che il macello da meno possibilità di salvezza del lupo e ancor meno persone vogliono riflettere sull’evidenza che dal 2008 in poi si sarebbe potuto aggiustare tutto semplicemente lasciando gestire la crisi finanziaria alla finanza stessa, senza trasformarla in economia reale, che si poteva rispondere ai soldi con i soldi rimettendo al centro la persona e i suoi bisogni, i lavoratori, le aziende e le famiglie.

Ma far passare il concetto che i soldi non siano un problema avrebbe messo da parte l’élite che sa come gestirli e strumentalizzarli, o meglio, avrebbe eliminato il potere che attraverso il suo monopolio queste “società strumentalizzanti” esercitano sulle popolazioni, avrebbe insomma sconvolto gli equilibri politici e sociali mondiali. Il sovvertimento del rapporto denaro = potere avrebbe addirittura potuto dare pane e lavoro a tutti, quindi questa idea folle non doveva passare. E non è passata.Infatti arrivò Monti, la Fornero e gli equilibri europei a rimettere tutto a posto. A far sembrare che l’unica via per uscire dalla crisi era quella del dolore e della sofferenza. E talmente sono stati convincenti che è diventato impossibile dire il contrario, rappresentare la semplicità dell’assurdità di tali assunti.

Cosa ci resta a questo punto se non la certezza che l’unica via è l’attesa. L’attesa del disastro e della caduta finale, perché solo a quel punto sarà chiaro quello che sta succedendo e che non è più possibile fermare. Non è utile opporsi alla folla che scalpita e urla, come non serve provare a farsi ascoltare da Lilly Gruber.
In questi giorni siamo andati oltre grazie sia al Recovery Found che al nostro Primo Ministro Conte, che ha lottato fino allo stremo insieme al M5S arrivando agli applausi finali in Parlamento. Ha lottato perché non si scegliesse il MES e alla fine ha vinto, portando a casa un grande risultato. Quale?
Quello di aver fatto completamente dimenticare gli insegnamenti, seppur di velata memoria, che per fare quello che farà il Recovery Fund, o che avrebbe potuto fare il MES, devono farlo invece le Banche Centrali che ne hanno gli strumenti ed esistono per questo. E che possono farlo senza indebitare i popoli, restituendo loro democrazia attraverso la restituzione della proprietà della moneta.
Conte è riuscito nell’arduo compito di annullare gli ultimi residui di ricordo delle parole di Bernanke e Draghi, è riuscito ad eliminare dai dibattiti i paper della BCE e persino della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) che dimostravano la possibilità di intervento delle banche centrali durante le crisi. Conte ha eliminato qualsiasi speranza che si ritorni a parlare di monetizzazione dei debiti sovrani.

E grazie alla sua opera nell’Eurozona si consolida l’idea di un “gold standard without gold”, cioè un sistema dove la moneta è merce nonostante non sia più rappresentativa di un gold standard da almeno cinquant’anni.
Ha rafforzato l’idea che uno Stato per avere soldi deve chiederli a qualcuno, chiamare a raccolta i nanetti per scavare buche sotto le montagne svizzere o nel lontano Klondike. Un anacronismo storico che confonde i nostri figli, mette contro le generazioni che si ritrovano nemiche e rafforza il potere di chi gestisce il denaro a scapito di chi vive di forza lavoro, di sudore e di inventiva. Conte e il M5S hanno contribuito a rendere divino il capitale, professandosi contemporaneamente difensori del popolo e dei lavoratori.
E ancora gli applausi riecheggiano, come quelli che accompagnarono l’ultima ballata dei musicisti del Titanic.

SCHEI
Recovery Fund: dai Mister No alle Wonder Women

Recovery Fund: imperversano ovviamente le reazioni alla più importante trattativa tra Stati europei del secondo dopoguerra – o, se preferite, della prima guerra batteriologica della storia. Inizio citando l’europarlamentare della Lega Gianna Gancia, moglie di Roberto Calderoli, che scrive su Twitter (rivolta a Salvini e Meloni): “Che spieghino agli italiani da dove avrebbero preso i soldi loro”. Lodevole manifestazione d’indipendenza intellettuale. Parliamo dell’ex presidente della Provincia di Cuneo, leghista della prima ora. Giorgia Meloni, peraltro, da paracula-mica-scema-romana, afferma adesso che “Conte si è battuto” e che “l’Italia esce in piedi dalla trattativa”. Di Ursula Von der Leyen e del suo piglio e linguaggio nuovo ho già parlato: è stata la prima a chiedere scusa all’Italia e a cambiare l’atteggiamento della Commissione Europea verso di noi, i più colpiti economicamente dall’epidemia, ma perché siamo stati i primi a chiuderci a chiave. E di questa scelta si coglie tutto il drammatico valore adesso, che negli Stati Uniti le persone stanno cadendo come mosche e in Brasile si comincia a parlare di genocidio commesso dal proprio Presidente. Le due nazioni che più di ogni altra hanno rubricato per mesi la pandemia al rango di febbriciattola.

Ma la vera protagonista del cambio di passo è stata Angela Merkel, cancelliera di Germania. La ragione è molto semplice: se non fosse stata la Germania (la nazione di maggior rilievo economico dell’Unione) a cambiare atteggiamento verso l’ipotesi di un debito europeo mutualistico e condiviso (perché questo è il Recovery Fund), gli equilibri non si sarebbero mai modificati. Se lei non avesse spostato letteralmente il peso della Germania dai paesi cosiddetti “frugali” – con gli altri, visto che ad esempio i Paesi Bassi hanno il più alto debito privato pro capite dell’area, e sottraggono miliardi di euro di entrate fiscali ai paesi vicini con il loro dumping  – verso i paesi ad alto debito pubblico ma anche alta responsabilità sociale, come Italia (soprattutto), Spagna, Portogallo e Francia, questo accordo non sarebbe stato possibile. Non vogliamo annoiare con i numeri (li potete trovare un po’ dappertutto in questi giorni), ma non credo possa essere disinvoltamente e sbrigativamente definita una “fregatura” il fatto che più di un quarto delle risorse nuove stanziate andrà all’Italia. Non importano le ragioni che hanno spinto la Merkel a cambiare idea: a volte un sano egoismo da politica navigata, che può passare alla storia come l’affossatrice dell’Europa unita o come la sua salvatrice e sceglie la seconda strada (e non ce n’era una terza), è il veicolo che trasporta un concetto di solidarietà tra nazioni diverse e lontane culturalmente, socialmente, economicamente; nazioni che si ritrovano a firmare un compromesso fondato sull’idea che nessuno si salva da solo, e questa volta la frase non suona stucchevole, perché si tratta della pura verità.

Naturalmente le incognite sul campo rimangono tante. Ci sono delle condizionalità, c’è un ruolo lasciato al Consiglio europeo (i singoli Stati) anziché alla Commissione Europea nel valutare le riforme dei singoli paesi beneficiari. Ma è caduta l’idea che uno Stato singolo possa mettere il veto sulla destinazione dei denari: si decide a maggioranza. A questo punto tocca a noi. Il premier Conte ha dimostrato capacità negoziali niente affatto scontate: se la mettano via i sarcastici dei DPCM uno al giorno, avrei voluto vedere loro (o uno qualunque dei politici di mestiere sulla scena) a portarsi a casa un risultato paragonabile a quello che porta a casa lui. Adesso gli tocca un compito ancora più arduo, a lui e al suo fragile governo, che deve dimostrare la stessa tenuta nervosa: quello di cambiare alle fondamenta un paese che sembra immodificabile nei suoi difetti atavici. Non solo. La crisi economica più grave della storia moderna è già cominciata, e quando inizierà a mordere troppa gente (perché i soldi del Recovery non arriveranno certo a settembre) sarà già tardi, se non saranno state messe in campo misure contingenti di salvataggio (ricordiamo, rimborsabili quelle adottate da febbraio 2020) per garantire la sussistenza materiale delle persone. Dovranno essere un mix di varie cose, dalle moratorie fiscali a sovvenzioni alle persone fisiche, per fare la spesa, per comprarsi i vestiti. E’ un’impresa complessa, purtroppo, perché nel frattempo lo Stato deve incassare i soldi per la gestione corrente: che serve a pagare gli stipendi, le pensioni, l’assistenza sanitaria, le strutture scolastiche. Questo è il rischio più incombente che vedo, ed è un rischio che è capace in un baleno di distruggere anche il patrimonio di credibilità che Conte si è guadagnato. Perché quando la gente non ha più un euro in tasca tu puoi anche essere Gorbaciov (mi viene in mente lui, se penso ad un gigante politico che ha tentato un’operazione gigantesca), ma il tuo popolo se la prenderà con te.

In questo quadro, mi sembrano ingenerose le critiche di chi, anche dalle pagine di Ferraraitalia, lamenta un arretramento, una rivincita della Vecchia Europa, una vittoria dei mercatisti come messaggio di fondo dell’accordo raggiunto. In una Europa minacciata dai sovranisti, non solo nel blocco di Visegrad ma dentro gli stessi paesi del Nord, un accordo con questi contenuti è un ponte aperto per attraversare il baratro. Senza, ci sarebbe il baratro e basta. Mai come in questo caso, il meglio è nemico del bene.

Infine: sarà la pressione di questi mesi di lockdown e di paura del futuro che mi spinge ad alleggerire, e mi diverto allora a pensare ad alcuni dei protagonisti di questo negoziato come dei personaggi dei fumetti: Rutte – Mister No che viene piegato a più miti consigli da una batteria di donne combattenti: delle vere Wonder Women. Credo infatti che in questa occasione le donne forti della politica europea abbiano fornito un contributo di concretezza e pragmatismo che può essere ascritto a qualità “di genere”.

Copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

CAMMINIAMO INDIFESI VERSO LA GRANDE CRISI
Sotto il vecchio e inefficace ombrello di Colao e Confindustria

Si sono dunque conclusi gli Stati generali dell’Economia promossi dal governo e, in primis, dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Mi pare sbagliato etichettarli come una semplice passerella dei vari soggetti, né peraltro si può dire che, al di là dei titoli del piano di rilancio annunciato per settembre, essi siano approdati a decisioni chiare e definitive. In realtà, quest’appuntamento è semplicemente servito ad evidenziare meglio le posizioni in campo sul come affrontare la profonda crisi economica e sociale che si è aperta con il Coronavirus. Andando per schemi, quello che si può dire è che, intanto, è emersa con una certa forza la ricetta del tandem Colao-Confindustria.
Li metto insieme non perché le proposte siano coincidenti, ma perché accomunati da una medesima filosofia. La si può così sintetizzare: per uscire  dalla crisi, bisogna semplicemente affidarsi alla centralità dell’impresa e del mercato e l’intervento pubblico deve limitarsi a svolgere un ruolo ancillare a questo fine. Tutto discende da lì: è l’impresa che crea ricchezza e occupazione ed essa va sciolta dai ‘lacci e lacciuoli’ che le impediscono di esprimere fino in fondo questa sua vocazione. Da qui il sostegno indiscriminato alle imprese, la semplificazione amministrativa – leggi: meno vincoli e controlli, a partire dalla revisione del Codice degli appalti –  rilancio delle Grandi Opere, eliminando il ‘potere di veto’ degli Enti locali e spingendo ulteriormente le privatizzazioni nei servizi pubblici, a partire da quello idrico, turismo, arte e cultura letti unicamente in chiave economica, come brand per il Paese: E niente su scuola e sanità, con la scusa che non era questo il campo su cui la commissione Colao doveva esercitarsi.
Per certi versi, quanto espresso da Confindustria traduce quest’impostazione in una logica ancora più grezza, della serie “prendi i sodi e scappa”, addirittura presentando in termini rivendicativi il rimborso alle imprese per 3,4 miliardi relativo alle accise sull’energia elettrica, con un’idea per cui bisogna alzare ancor più la posta, per intavolare una trattativa con il governo da posizioni di forza.

Il punto è però che, sia pure ammantata da affermazioni roboanti sulla modernizzazione del Paese, questa è una ricetta vecchia e che non funziona. In fin dei conti, è la medesima ricetta che ci è stata proposta dalla crisi del 2008 e nei gli anni seguenti, forse un po’ meno pesante viste le condizioni sociali oggi ancora più aggravate da allora, ma sempre ispirata dagli stessi assiomi di fondo. Facendo finta di non vedere l’evidente: e cioè che l’idea di una crescita trainata dalle esportazioni, cui ci si è affidati negli anni passati, non regge più. Non a caso si stima che nel 2020 il commercio internazionale potrebbe crollare di circa il 10% e che la ripresa non avverrà in tempi brevi e uniformi nei vari Paesi: A partire dall’autunno, una volta fuoriusciti dai provvedimenti emergenziali di questi mesi, si prospetta una drammatica crisi sociale e un forte impoverimento.
Dunque una ricetta vecchia e inefficace. Ce lo dicono con chiarezza i dati di questi anni e quello che sta producendo la crisi da Coronavirus, come ci ricorda la Corte dei Conti nel suo ultimo Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica: “l’attuale recessione colpisce l’Italia in uno stadio nel quale il prodotto interno lordo ha recuperato solo la metà delle perdite registrate a seguito della doppia recessione del 2009 e 2012 (pari a circa 9 punti di prodotto). Solo le componenti esterne della domanda aggregata hanno superato da qualche anno il livello del 2007. Sia durante le recessioni post crisi 2008, che nelle fasi di ripresa del biennio 2014-15, il differenziale di crescita rispetto al complesso dell’Area dell’euro e ai principali partner è rimasto ampio e si è anzi allargato”.
La Banca d’Italia stima una riduzione del Pil nel 2020 che può andare dal 9 al 13%, un debito pubblico superiore al 155% del Pil, una caduta occupazionale che può riguardare dalle 900.000 a 1milione e 200.000 unità lavorative. Insomma: il motore del mercato si è inceppato, non è più in grado di prospettare una ripresa dello sviluppo e dell’occupazione neanche in termini quantitativi, né qualche presunto intervento ‘modernizzatore’ – da un nuovo grande piano di infrastrutturazione alla digitalizzazione dell’economia – riuscirà a eludere questo dato di realtà. Eppure non si vuole riconoscerlo, con la conseguenza che questa riproposizione del Pensiero Unico rischia di essere ‘egemone’ ( ma sarebbe meglio dire espressione di comando).

Questo mi sembra anche il portato dell’atteggiamento  del governo, che in modo balbettante fa capire che l’impostazione di Confindustria è troppo ‘estremistica’, che non si può assecondarla fino in fondo, che andrà mediata anche con altre esigenze e quindi occorrerà destinare risorse anche al welfare, in particolare alla sanità, e tutelare un po’ di più il lavoro rispetto alle pretese padronali di azzerarne diritti e passare direttamente ai licenziamenti. E che si vuole produrre un intervento sul fisco, magari abbassando un poco l’IVA con un occhio di riguardo verso i ceti medi. Ma in ogni caso il governo non sembra affrancarsi dalla ricetta neoliberista proposta (imposta) da Confindustria, rimanendone infine subalterno e imprigionato.

Non è da questa dialettica tra Confindustria e governo che possiamo aspettarci una risposta positiva per la condizione della gran parte delle persone, gravate oggi, e ancor più da prossimo e vicinissimo autunno, dal peso della crisi economica e sociale. Altri soggetti devono scendere in campo e far sentire  la loro voce: dal sindacato, finora troppo schiacciato in una logica difensiva e poco impegnato nella definizione di un’altra idea di modello produttivo e sociale, al variegato mondo dei movimenti sociali – i soggetti che in questi anni si sono battuti per l’affermazione dei Beni Comuni e dei diritti fondamentali, dall’acqua pubblica alla scuola, come il movimento delle donne e quelli che rivendicano la giustizia climatica e ambientale-  che si trovano davanti alla necessità di superare la frammentazione e costruire una nuova dimensione progettuale del proprio agire.

DIARIO IN PUBBLICO
Il passo dei politici visti da un criceto

Molto attento, da buon criceto, alle mosse altrui mi attardo a considerare il passo dei politici che vorrei copiare ma che è indice esclusivamente della loro funzione e mestiere. E’ un passo affrettato, ma deliberatamente attardato, che esprime il concetto: “vedete nonostante sia oberato da tanti immani compiti che producono la corsa, tuttavia attendo voi che doverosamente dovrete illustrare sulle pagine dei giornali il mio pensiero, il mio sforzo, la mia dedizione.” Campioni assoluti della corsa rallentata sono Matteo Salvini e il premier Conte. Chi invece sceglie l’indugio, il passo fainéant, quasi da mascalzoncello è sicuramento l’altro Matteo, il Renzi, mentre su un’onda danzante s’avanzano la Santanchè  e la Bernini, ma soprattutto Giorgia Meloni, che aggiunge anche una perfetta roteazione. Sul passo da processione, in forma benedicente, Zingaretti e Berlusconi, imitatissimi dal sindaco ferrarese Alan Fabbri. Sul distratto, esitante, cammina Del Rio mentre con passo fermo e cadenzato procedono Toti e Zaia, molto imitati da Nicola Naomo Lodi vicesindaco di Ferrara. Altre mille e diverse forme del procedere (metafisico e non) ci offre la classe politica, soprattutto quella europea tra cui la mia scelta cade sulla Merkel, perfetta nell’avanzo, esibente maestose cime e rotondi pianori, guance, giro vita, leggermente sbilenca la postura, dovuta al fatto che sempre porge la parte destra all’ascolto. Non commento l’andatura trumpiana che definirei tronfia, come una coca cola gasatissima, munita di gambe, nascosta sotto un pagliaio.

Se dovessi commentare la mia? Beh, sarei molto perplesso perché conoscendola abbastanza capisco sia legata ai momenti della giornata. Dal lento solenne dell’alzata, al presto del bagno, all’andante mosso della vestizione e al clip clop della discesa in strada, fino a – quando si poteva – assumere l’andatura saltellante con improvvisa fermata, simile allo schiacciamento delle noci. Sempre invidiata, quella dei radical chic, posata e apparentemente distratta: purtroppo non ci riesco.

Nel mio walk about giornaliero tuttavia noto che qualcosa sta cambiando. Si fanno sempre più evidenti segni di livore, o meglio di stizza, che infarciscono i commenti nelle pagine di fb, luogo deputato allo sfogo rapido e spesso immotivato, ma anche nei commenti agli articoli pubblicati dal giornale su cui scrivo, cioè questo. Così a giuste considerazioni, o perlomeno che ritengo giuste, si accoppiano scatti spesso illogici. Una mi ha colpito, che sbrigativamente tacciava di ‘fesserie’ un ragionamento con cui non si esigeva ci fosse un accordo, ma che andava calibrato con più ‘finesse’. Ma chi son io per emettere giudizi? Se non un criceto che aspira alla dignità canina, ma che sempre più vede allontanarsi la sua aspirazione. Ora leggo inorridito che qualche scienziato prova la trasmissibilità del virus sui gatti!!! E sarà un’ulteriore ipotesi di un mondo che sarà da ora in poi tutto fondato sull’ipotesi della vita. E non è poco.

Attendo, sempre più stanco, l’appello delle 18, dove ci danno l’esatta situazione del procedere del virus, ma ora credo che sia meglio rifugiarmi come il criceto nel mio tempo sospeso, per non incorrere in quella sopraffazione del sentimento che ieri sera mi ha impedito di rivedere Il pianista di Roman Polanski perché, nel frattempo, soffocato dalle lacrime, ricordavo i viaggi a Varsavia, città amatissima dove ho trascorso indimenticabili soggiorni.

Ritorno dunque a una andatura saltellante; cerco di rompere le noci col piede, ma a volte sbaglio la mira. M’impongo, mi sforzo di stare in casa tutto il giorno ma, per fortuna ogni tanto vado in giardino ad accarezzare i petali ormai sfioriti delle mie camelie attendendo con ansia l’esplosione dei profumi dei mughetti e dei gelsomini.

ACCATTATEVILLO! L’arte di sorridere rimanendo seri
(La nuova Certificazione da scaricare e stampare)

L’Italia, si sa, è (anche) il Paese delle barzellette, delle storielle, dei lazzi, delle battute salaci verso i potenti. Da sempre il popolo italiano si esercita nel tiro al bersaglio. E il bersaglio è sempre lassù in alto: Il Re, il Duca, il Conte, Il Marchese (dalle braghe pese). Il Governo, insomma. Quale sia il colore dello stesso: l’altro ieri il Biancofiore democristiano, ieri l’esperimento giallo-verde, oggi (dentro la bufera) il governo giallo-rosso guidato dall’avvocato Giuseppe Conte.
Vuol dire che noi italiani siamo ingovernabili? Incivili, indisciplinati, irresponsabili? Non direi. Gli italiani, semplicemente, si difendono. E sorridere è un modo splendido di difendere la propria vita. Di continuare a vivere. Anche se, appena fuori casa, “il morbo infuria, il pan ci manca”, e il governo (di turno) va avanti a tentativi, aggiustamenti, postille, allegati bis.
Dunque non stupiscono le ironie fiorite sul Nuovo Modulo di Autocertificazione per gli Spostamenti. La quarta edizione in pochi giorni. Ho visto che a Napoli – una città talmente meravigliosa che, se non ci fosse, non riusciremmo a inventarla – la pandemia si gioca al lotto, consultando la smorfia, LA CORONA e IL VIRUS sono un fantastico ambo secco.
Dentro la tragedia, gli italiani stanno dimostrandosi seri, responsabili, solidali. Perché si può essere seri sorridendo. Sorridere è il nostro modo di resistere, di più, è una grande prova di  “resistenza umana”. Vorrei dirlo ai tedeschi, agli olandesi, agli austriaci (non tutti ovviamente, parlo dei loro governi) che non l’hanno proprio capito. Che – senza l’ausilio del sorriso e dell’ironia, immemori del valore della solidarietà, assaliti dall’egoismo della paura – vorrebbero mollare l’Italia e la Spagna al loro destino e uccidere definitivamente il sogno europeo.
Ecco quindi il Nuovo Modulo. Il quarto. Prendiamolo come una preziosa, una rara occasione per regalarci un sorriso “ai tempi del colera”. Ma, sorridendo, non dimentichiamo le nostre responsabiità. Quindi? Quindi: ACCATTATEVILLO!. Stampatelo, compilatelo e usatelo alla bisogna.

 

IL MODULO COMPILABILE DA SCARICARE E STAMPARE 

La firma va però apposta, solo in caso di controllo, davanti al pubblico ufficiale.

nuovo modello autodichiarazione 26.03.2020 editabile

 

La sindrome del colibrì:
il virus che ha infettato la politica

So che il direttore di Ferraraitalia ha scritto, giustamente, di non voler prendere parte al diluvio informativo che sta accompagnando questo difficile periodo contrassegnato dal tentativo di contrastare il diffondersi del Coronavirus.
Queste righe non vogliono entrare nel merito delle misure prese da Governo e Regioni colpite: troppo severe o sensate? Non ne sono capace.
Anche perché resta forte il dubbio che molte voci che ora puntano il dito su provvedimenti giudicati eccessivi (finiscono per aggravare una situazione economica già di suo sull’orlo della recessione), siano le stesse a gridare contro le istituzioni colpevoli, in caso contrario, di avere preso sotto gamba il problema.
Sono piuttosto i risvolti politico-istituzionali della vicenda a suscitare qualche impressione. Lombardia e Veneto, si sa, sono le regioni colpite per prime in Italia e con il maggior numero di casi. Dunque, i loro governatori si sono trovati in prima linea a dover far fronte alla diffusione dell’epidemia.
Sapendo come ragiona la politica, almeno dalle nostre parti, è difficile trattenere la sensazione che fin dall’inizio le due terre per antonomasia del buongoverno leghista, abbiano voluto dare conferma della loro esemplare amministrazione con provvedimenti pronti, chiari, decisi, efficienti e senza tentennamenti, per mettere le briglie alla diffusione del virus.
Di fronte a un governo nazionale ormai più simile a un morto che cammina, l’impressione è stata quella di prove tecniche di buongoverno, per dimostrare che… se si andasse al voto, meglio prima che poi, il Paese può essere messo in buone mani, senza altri inquilini coi quali scendere a patti.
Se, e sottolineo se, qualcuno ha fatto questi conti, ha dovuto scontrarsi con una situazione ben più complessa che ha finito per vanificare ogni ipotesi di blitzkrieg.
Non si spiegherebbero altrimenti alcune uscite singolari dei governatori Attilio Fontana (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto).
Attilio Fontana, come scrive Marco Damilano (L’Espresso 1 marzo), prima paragona la sua regione alla città cinese di Wuhan, da cui tutto e partito, poi di fronte al pericolo paralisi della potente macchina produttiva lombarda cerca di correggere il tiro. Quando, in seguito, indossa in diretta video la mascherina anticontagio, persino Giorgia Meloni ha commentato che se la poteva risparmiare.
Il secondo, Luca Zaia, si è invece prodotto in un feroce paragone fra le normali condizioni igieniche del popolo veneto e i cinesi: Tutti abbiamo visto che i cinesi mangiano i topi vivi.
Non è stato da meno il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quando, con un accenno che tutti hanno inteso diretto all’ospedale di Codogno, se l’è presa con alcune falle del sistema sanitario lombardo, notoriamente un modello in cima a tutte le statistiche nazionali.
La scivolata istituzionale ha prontamente provocato la reazione stizzita del governatore Fontana, che gli avrebbe dato del ciarlatano.
Come se non bastasse, mentre le borse perdono punti come la nostra Spal e lo spettro recessione è sempre più una dura realtà, Matteo Salvini, pare con la sponda dell’altro Matteo (Renzi), se ne viene fuori con la proposta di un Governo di Unità Nazionale per gestire meglio la crisi (il come non è dato sapere) e accompagnare il Paese a nuove elezioni.
Nel frattempo Giorgia Meloni, da Lilli Gruber, lamenta la totale assenza dell’Europa sull’emergenza in corso. La sovranista, nazionalista, italianissima leader di FdI chiama Bruxelles a battere un colpo? Per carità, è sacrosanto denunciare l’assenza di linee europee per evitare che si chiudano a capocchia i confini, ma proprio da quel pulpito dobbiamo sentire la predica?
Per inciso, dopo narrazioni martellanti secondo cui ondate di virus sembravano venire dai barconi dei migranti, con misure draconiane sui porti tricolori, ora sono proprio gli italiani (per giunta lombardo-veneti) ad essere rifiutati.
Chissà se il cuore immacolato di Maria, il crocefisso e la Madonna di Medjougorie, se la sono legata al dito?
Tanto per restare in area celeste: facevamo volentieri a meno anche del monito di don Livio Fanzaga di Radio Maria, secondo il quale Corona-virus ricorda la corona del rosario. Per farla breve, l’epidemia sarebbe un ammonimento divino a pregare prima che arrivi l’apocalisse.
Intanto che ciascuno è libero di immaginarselo all’inferno, condannato a trascorrere l’eternità in compagnia degli inventori delle statuette da giardino di Biancaneve e i sette nani e degli infissi in alluminio anodizzato, più acqua e molto meno vin santo nel calice della messa è il consiglio che mi sento di dare, spassionatamente.
Tornando fra i comuni mortali, sembra proprio che alla classe dirigente che ci ritroviamo manchi il senso della prudenza. Un elemento che dovrebbe essere suggerito dal fatto che un’emergenza come questa presenta più incertezze che certezze.
Non si spiega proprio la fiducia ottocentesca con la quale ci si ostina a chiedere risposte alla scienza. L’impressione è che si possono consultare tutti i virologi che si vuole, ma una risposta certa sul Coronavirus al momento non c’è. Ci sono tante risposte, ma non ‘la risposta’.
Dovrebbe essere noto che, dopo la sbornia positivista, la scienza è ricerca, processo, non ‘soluzione’. Dal principio di falsificabilità (Popper), a quello di indeterminazione (Heisemberg) e alla relatività (Einstein), il mondo scientifico nel Novecento si è ritirato dall’illusione apodittica ed è entrato nella dimensione probabilistica e delle ipotesi. Quindi, la scienza può continuare a essere utile sul piano dell’indagine razionale, ma non su quello fideistico-dogmatico della risposta univoca e definitiva.
In secondo luogo, il momento della decisione politica – chi fa cosa – cade su un assetto istituzionale nel quale le competenze, da troppo tempo, sembrano distribuite da un ubriaco.
E’ del Centrosinistra la riforma costituzionale del 2001, che ha finito per creare problemi in ordine alle competenze statali e regionali, con un’area di materie concorrenti fra i due livelli istituzionali, fonte di contenziosi e discussioni che tuttora attendono soluzioni.
E’ ancora del Centrosinistra una riforma costituzionale e istituzionale (peraltro fallita nel 2016), con la quale si è inteso semplificare il quadro istituzionale giudicato troppo complesso, composto da Comuni, Province e Regioni. Il risultato di questa furia riformatrice (della quale, naturalmente, nessuno rivendica la firma autografa), è un nuovo assetto, più semplice (?), composto da Comuni, Unioni di Comuni, Agenzie, Città Metropolitane e Regioni. Come se non bastasse, qualcuno ha pure ipotizzato le Aree Vaste, non si è mai capito se come livello istituzionale o non si sa bene cosa.
Terzo: dopo decenni di decentramento, sussidiarietà verticale e federalismo, il risultato finale è che mai come oggi le risorse, frutto dell’imposizione fiscale, sono centralizzate. Tanto che i sindaci sono come i soldati lasciati in trincea senza armi, munizioni e con le suole delle scarpe di cartone.
E il peggio è che chiunque voglia mettere ordine in questo tessuto istituzionale, pare lo faccia più per essere fotografato con la scopa in mano, piuttosto che concentrare l’attenzione sul pavimento che s’intende pulire. Così, sono più le scorie che si lasciano in giro, in un disordine crescente di compiti e di norme che, come le pezze, sono sempre peggiori del buco.
Come se non bastasse, l’emergenza Coronavirus grava su un sistema sanitario falcidiato da anni di tagli a risorse, strutture e personale. L’esempio degli ospedali Spallanzani e Sacco, nei cui laboratori sono stati isolati i virus per mano di ricercatori precari, è la cifra drammatica di un Paese ingrato, che chiede adesso a questi cervelli superstiti e maltrattati di compiere il miracolo.
Se questa, appena abbozzata, è l’istantanea di un Paese disordinato, sfibrato e bombardato, con quali velleità di protagonismo una classe dirigente può pretendere di governare un’emergenza, immaginando d’intestarsi qualsiasi vittoria?
Non sarebbe meglio, data la situazione, scendere dal pero della presunzione e cercare insieme le risposte migliori – non miracoli – nell’interesse comune?
Batta un colpo se c’è qualcuno disposto ad aiutare l’Italia a uscire dalla sindrome del colibrì: un Paese che spreca la gran parte delle proprie risorse per restare immobile.

Ferrara, 29 febbraio 2020

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