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Le voci da dentro /
“Prison songs” al Carcere di Ferrara

Le voci da dentro.
“Prison songs” al Carcere di Ferrara

Non è un avvenimento comune che artisti di vario genere accettino di esibirsi gratuitamente in un carcere a favore di persone detenute ma, nelle varie occasioni in cui ciò è avvenuto a Ferrara, c’è sempre stato un arricchimento reciproco e si è sempre percepita una grande emozione, sia da parte delle persone detenute che di chi entrava per la prima volta in una prigione.

Il non sentirsi isolati dal resto del mondo, insieme a diverse altre attività, è di una importanza vitale nel percorso di rieducazione e di preparazione al rientro in società dei ristretti.

La costruzione di quel ponte fra carcere e città, di cui spesso parliamo e in cui crediamo, inizia anche da queste aperture: dall’affrontare i pregiudizi e dal superamento degli stereotipi; le attività culturali, proprio per il loro linguaggio universale, rappresentano un ottimo messaggio di vicinanza e di accoglienza.

Nel tempo, oltre agli spettacoli teatrali, alle maratone di lettura, alle presentazioni di libri, presso la Casa Circondariale di Ferrara si sono esibiti diversi musicisti più o meno conosciuti (fra questi vale la pena ricordare Teresa De Sio, l’Orchestra a plettro Gino Neri, il gruppo Ferrara Gospel Choir Academy, buskers da vari paesi del mondo, gli allievi del Conservatorio della città e altri.

Il 6 febbraio scorso si è svolto un concerto fra i più singolari che si siano mai tenuti in un carcere.

Marco Vignazia alla chitarra e Sara Piolanti alla voce hanno presentato un progetto musicale unico e davvero speciale: “Prison Songbook”, una ricerca fatta sul blues carcerario a cavallo tra gli anni 20 e gli anni 50. In pratica si tratta di una lunga serie di canzoni sulla e dalla prigione scritte da musicisti che interpretavano il blues e che la galera l’hanno vissuto sulla propria pelle.

Prison Songbook racconta la musica e la poesia di grandi artisti a cui veniva letteralmente pagata una cauzione dai pochi filantropi del tempo perché potessero almeno per un giorno uscire di prigione e registrare le opere senza le quali la musica, per come la conosciamo e apprezziamo oggi, non esisterebbe.

foto di Jari Salamone
foto di Jari Salamone

Sono tanti gli artisti blues che, giustamente e ingiustamente, hanno vissuto l’esperienza della carcerazione. Qualcuno di loro ha registrato canzoni (Bukka White al Mississippi State Penitentiary e Lead Belly allo Lousiana State Penitentiary) o interi dischi (Robert Pete Williams registrò Angola Prisoner’s Blues nel 1959).

Altri bluesmen hanno tenuto concerti memorabili in varie prigioni, fra questi: B.B. King che suonò in oltre 50 prigioni americane e registrò un paio di dischi stupendi come Live in Cook County Jail del 1970, e Live at San Quentin del 1990; John Lee Hooker che con il suo Live at Soledad Prison del 1972 ci ha lasciato un disco diretto e potente. Anche se eseguiti da musicisti country e non blues, è giusto menzionare altri tre dischi dal vivo registrati in carcere; sono: Folson Prison del 1968 e At San Quentin del 1969 di Johnny Cash e In prison, in person del 1977 di Sonny James che suonò con una band di musicisti detenuti: Tennessee State Prison Band.

Sembra che il termine “blues” derivi dall’espressione “To have the Blue devils” (Avere i diavoli blu) cioè uno stato d’animo caratterizzato da una forte tristezza, dalla malinconia, dalla depressione, spesso dovute alla mancanza di diritti delle persone nere e alle loro condizioni disumane causate dall’odio razziale, dai soprusi, dalle ingiustizie, dai tormenti interiori.

Ebbene Marco Vignazia e Sara Piolanti, con Prison Songbook, hanno voluto omaggiare quel blues che racconta la perdita della libertà e della dignità cioè il blues delle carceri e dei campi di lavoro.

Lo spettacolo era già stato presentato in vari teatri, ma loro due l’hanno eseguito per la prima volta in un carcere proprio a Ferrara e lo hanno fatto in una maniera straordinariamente espressiva, emozionante e coinvolgente.

Il pubblico presente ha risposto ascoltando la musica ma soprattutto sentendola dentro, provando gli stessi stati d’animo di chi l’ha composta molti anni fa… stupenda suggestione che solo il blues riesce a trasmettere in maniera così intima, commovente e travolgente (vedi uno spezzone della loro esibizione in carcere a Ferrara qui).

Questa la serie di canzoni eseguite da Sara e Marco: When can i change my clothes di Bukka White, Penitentiary blues di Otis Webster, I’m lonesome blues di Robert Pete Williams, Ball and Chain for me di Otis Webster, Duckin’ and dodging di Hogman Maxey, Judge Harsh di Furry Lewis, Some got Six Months di Robert Pete Williams, No More My Lord (brano traditionale), Penal Farm di Scraper Blackwell, Electric Chair di Guitar Welch, Parchman Farm di Bukka White, Good Road Champ Blues di Skip James, Mississippi County Farm di Son House.

Il fatto che gli autori abbiano pensato di proiettare i testi sia originali che tradotti ha creato una enorme empatia tra il pubblico ed i musicisti che ha portato ad una partecipazione incredibile. Chi ha assistito al concerto ha apprezzato moltissimo la tecnica sopraffina di Marco e le grandi doti della voce “nera” di Sara.

Altri mi hanno riferito di aver sentito il cuore e la passione di chi stava suonando e cantando e questa cosa ha creato una grande sintonia e simpatia intesa nel senso del “patire insieme”. L’entusiasmo creato da brani particolarmente ritmati ha fatto battere le mani e ballare.

Marco Vignazia, dopo il concerto, ha scritto: “Non mi sarei mai aspettato una partecipazione così sentita da parte dei detenuti della casa circondariale di Ferrara. È stata per me un’esperienza fortissima emotivamente. Un crescendo di energia mai provata prima in trent’anni di musica suonata tra Teatri, Blues Festival e Club in Italia e all’estero. Il battito delle mani ci restituiva il quadruplo dell’energia che noi inviavamo al pubblico in un crescendo che sembrava non avere mai fine.

La dimensione poetica dei brani eseguiti è stata resa accessibile grazie alla videoproiezione in doppia lingua e questo ha fatto capire ai detenuti come le canzoni dei vari Bukka White, Robert Pete Williams, Guitar Welch, Son House, Hogman Maxey, Otis Webster parlassero di cose che in qualche modo riguardavano anche loro.
Pensando alla distanza culturale e generazionale di un repertorio così particolare colpisce come il blues sia ancora un linguaggio vivo, liberatorio e capace di coinvolgere anche persone non appassionate al genere
.”

Il dottor Mario Pantaleoni che, grazie al suo gran lavoro di intermediazione, ha reso possibile l’iniziativa, esprime così il suo stato d’animo: “Sono particolarmente contento ed orgoglioso che proprio nella Casa Circondariale della mia città sia avvenuto questo battesimo inaugurale per questo meraviglioso progetto che trova la sua appropriata location proprio in questo luogo. La data 0 è stata fatta nel 2021 allo String Theory Music Fest a Lendinara ma quella di Ferrara è stata la prima esibizione all’ interno di un istituto carcerario.

Da molti anni durante il mio lavoro come consulente infettivologo presso l’Istituto pensavo come il blues potesse entrare nelle carceri con tutto il suo potenziale valore taumaturgico/riabilitativo. La scoperta dei due artisti Marco e Sara ed il loro lavoro encomiabile ha fatto il resto! L’evento al suo debutto esclusivo in carcere in Emilia Romagna ed ancor di più riferito alle carceri su tutto il territorio nazionale ha sancito un successo inaspettato con partecipazione empatica dei numerosi detenuti presenti tra cui molti extracomunitari. Le sensazioni e le vibrazioni che abbiamo ricevuto sono all’unisono estremamente positive e meritano valorizzazioni. Auspicabile ora un effetto domino e l’implementazione del progetto a diffusione capillare.”

Il fotografo Alessandro Corona ha riassunto in questo modo il suo pensiero: “Il progetto è molto interessante perché è sicuramente una strada che porterà lontano, un mio forte dubbio è quanto sia fattibile in altre situazioni carcerarie e quanto, mi sento di dire, il sistema politico carcerario italiano potrebbe sostenere una cosa del genere. Per farlo funzionare bene creando una catena perfetta ci vorrebbero aiuti non solo economici ma anche politicamente corretti. Anche con realtà estere, e magari un promoter che crede ciecamente al progetto Prison Songs di Vignazia/Piolanti.”

foto di Alessandro Ettore Corona

L’iniziativa, realizzata grazie al supporto della direttrice della Casa Circondariale Maria Martone e dalla capo area trattamentale Annamaria Romano, è sicuramente riuscitissima e sarebbe da proporre ad altri penitenziari per portare la bellezza dove non c’è ma dove ce ne sarebbe un gran bisogno perché è solo coltivando bellezza che si può sperare in un altro futuro a partire dalla consapevolezza che ciò dipende dal piccolo che ciascuno di noi potrà metterci.

Sara e Marco, a dispetto del luogo, sono riusciti in un’opera enorme: hanno coinvolto, appassionato ed avvicinato persone che prima non conoscevano il blues ma soprattutto sono riusciti a creare un’atmosfera di libertà unica e ad insegnare che la partecipazione è il primo passo verso un processo di crescita personale e sociale.

In copertina: foto di Alessandro Ettore Corona
Le fotografie scattate all’interno del carcere di Ferrara sono di Alessandro Ettore Corona.

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Mauro Presini

È maestro elementare; dalla metà degli anni settanta si occupa di integrazione scolastica degli alunni con disabilità. Dal 1992 coordina il giornalino dei bambini “La Gazzetta del Cocomero“. È impegnato nella difesa della scuola pubblica. Dal 2016 cura “Astrolabio”, il giornale del carcere di Ferrara.

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