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Virginia Union Gospel Choir
“Voci” per un Natale straordinario

 

Immergersi nell’atmosfera natalizia non è solo fare lunghe file fuori i negozi per accaparrarsi l’ultimo regalo. E neppure cominciare dal 22 di dicembre a comprare prelibatezze per i cenoni che la tradizione culinaria italiana ci impone. Esiste anche altro. Come la musica. Perché solo la musica riesce a creare un’atmosfera particolare. Anche se non appartiene propriamente alla nostra tradizione, i cori gospel in Italia stanno acquistando nuovi e sempre più numerosi estimatori. La musica dal vivo poi è un’altra esperienza. Così, vuoi per l’energia dei coristi, vuoi per l’intesa tra coro e pubblico, martedì 21 dicembre al Teatro Nuovo ho deciso di immergermi nel calore che la musica gospel soprattutto in questo periodo dell’anno può regalare.

Virginia Union Gospel Choir

Inutile dirlo, ma io ho cominciato ad amare questo genere musicale, ascoltando le straordinarie doti vocali dei coristi nei film di Whoopi Goldberg della serie Sister Act. E forse è successo così per molti della mia generazione. Storicamente i due stili del gospel americano, quello della ‘musica nera’ e quello della ‘musica bianca’, ovvero la musica nata nelle chiese afroamericane negli anni 30 e quella suonata successivamente da cantanti di qualunque comunità (soprattutto negli stati del sud degli Stati Uniti), rimangono formalmente distinti. Ma entrambi derivano dagli inni cristiano-metodisti degli afroamericani, e ancora più indietro, dai canti spontanei della schiavitù nei campi di cotone degli Stati Uniti D’America.

E come ogni corrente musicale dal blues al jazz, si è stata sviluppata ed evoluta fino ad arrivare a noi con caratteristiche anche molto diverse. In particolar modo il Virginia Union Gospel Choir diretto da J. David Bratton che ho ascoltato mercoledì, partendo dall’inconfondibile tradizione classica che vede la modalità solo vs coro (ad una sola frase di un cantore risponde un coro), si arricchisce di elementi musicali diversi che si fondono nel corso dell’esibizione. A giri di batteria particolarmente ritmati (simili ai canti tribali africani) si aggiungono attacchi jazz, la carica del blues e le straordinarie performance delle voci soliste dei cori. Non sono mancate le classiche canzoni natalizie americane (ormai entrate a far parte anche della nostra tradizione) come Amazing Grace, Let it be dei Beatles, So Merry Christmas e Oh, Happy Day

Nella recente storia del genere, questi cantanti si esibiscono non solo in chiesa, ma anche (per alcune correnti) nei night club. Non a caso infatti molti dei più famosi cantanti della scena musicale mondiale, hanno esordito proprio con questa musica da Carrie Underwood a Mary J. Blige, da Aretha Franklin a Whitney Houston e Mariah Carey. Ascoltando le incredibili capacità canore di ognuno dei membri se ne può bene capire il perché.

In Italia la musica gospel ha conquistato e trovato una sua dimensione di tutto rispetto. Cori di grande qualità musicale, nati spesso per studio della tradizione di origine afroamericana o in collaborazione diretta con i cori americani più affermati, sono cresciuti numerosi e senza fatica si sono imposti a sottolineare eventi sacri di caratura nazionale. Mentre in America il fenomeno coinvolge la quotidianità della comunità religiosa di riferimento anche delle più piccole città, in Italia sembra che lo spazio deputato ai cori gospel sia limitato alle grandi festività, soprattutto natalizie. E questo naturalmente non deve sorprenderci, data la sua diffusione da rintracciarsi più nelle radici teatrali e spettacolari che nella tradizione religiosa.

Virginia Union Gospel Choir 3

Una cosa è certa la qualità più rilevante di questo tipo di musica è quella che porta a coinvolgere il pubblico in sala, ed è quello che io ho personalmente sperimentato. Perché la caratteristica spettacolare e teatrale è forse, in America come in Italia, nelle chiese come nei teatri, la più pregnante. Per questo consiglio a chiunque di farsi trascinare dall’energia di questa musica. Il pubblico durante l’esibizione è protagonista attivo, si fa coinvolgere (e questo succede anche per il pubblico italiano più restio) alza le mani, le batte e canta a squarciagola, come è successo in questa occasione. Certo, complice anche il fatto, di tornare finalmente a godersi un buon concerto. E augurandoci che con il nuovo anno, un nuovo lockdown non ci blindi eventi culturali e spettacoli di vario genere, vi lascio con uno dei cori gospel più famosi del cinema mondiale.

GLI 80 ANNI DI DYLAN
(Per una teoria dell’immortalità)

 

Forse non ha molto senso festeggiare gli 80 anni di Bob Dylan.
Naturalmente tutti i compleanni sono celebrazioni convenzionali, ma nel caso di Dylan, almeno stando a certe sue dichiarazioni, la cerimonia appare particolarmente insensata. In un’intervista su Rolling Stone di pochi anni fa ha dichiarato al povero giornalista che lo stava intervistando che lui era morto da tempo, per l’esattezza nel 1964. Subito dopo gli ha mostrato un articolo con una fotografia di un certo Bobby Zimmerman (nome originario di Dylan), un motociclista californiano ucciso in un incidente stradale. Il giornalista ha pensato a un caso di omonimia, ma è stato subito messo a tacere.
“Nessuna omonimia. Semplicemente ero io. Quel Bobby Zimmerman di cui hai visto la fotografia adesso non c’è più, se ne è andato definitivamente. Vorrei poter tornare indietro a dargli una mano, dirgli che sono suo amico, ma è impossibile. Adesso ci sono io, Bob Dylan, con cui ora stai parlando, la trasfigurazione di quel Bob Zimmerman. Perché io sono morto nel 1964 e poi mi sono trasfigurato.“
Il giornalista gli chiede cosa significhi esattamente, e se lui, Dylan, è morto oppure trasfigurato, ma lui in sostanza gli risponde che non è questo il punto e che, alla prova dei fatti, non c’è differenza: “Tocca a te indagare su cos’è la trasfigurazione. Ma se credi puoi tranquillamente scrivere che stai intervistando un morto. Io non avrei ragione di oppormi.” Poi Dylan prosegue sostenendo che lui non è certo l’unico trasfigurato al mondo, che ci sono e ce ne sono stati diversi, alcuni famosi, anche se non così tanti, ed elenca vari personaggi da Churchill a Toni Morrison a B.B. King e altri. Tralasciando per eleganza Cristo e Budda. Ci tiene anche a precisare che non si tratta di reincarnazione o trasmigrazione delle anime, ma di pura e semplice trasfigurazione.

Altri tentativi di capirci qualcosa di più falliscono: bisogna andare a leggere i vangeli o i libri di alcuni mistici dove si parla della trasfigurazione, dice. A una prima lettura è facile sospettare che lui e il giornalista si siano messi d’accordo per divertirsi alle spalle dei lettori di Rolling Stone, ma sarebbe un errore. Perché in diverse occasioni Dylan ha ripetuto che la morte fa parte della vita, o meglio che si appartengono a vicenda, che la morte siede ogni mattina con te al tavolo della prima colazione e che la concezione lineare del tempo è pura apparenza. Che il passato continua a vivere nel presente finché a un certo momento ti accorgi che non esiste più, che è proprio passato per davvero.
E allora non sai più dove ti trovi e capisci di essere fuori dai giochi. Mentre gli altri fanno il loro gioco a volte ti capita di stare lì a guardarli, ma poi alla fine scopri che stai bene con te stesso perché tutto questo non ti riguarda, stai da un’altra parte, in un tuo angolo gelosamente custodito, un altrove accessibile a pochi. I’m not there, “Io non sono qui” è il titolo di una canzone dei primi anni sessanta scritta da Dylan che dà anche il titolo a un film di Todd Haynes sulla sua vita. Ed è proprio questo il punto forse più interessante.
Nell’universo di idee, immagini, metafore, citazioni e rielaborazioni che popolano le canzoni, nei libri e nelle interviste rilasciate da Dylan la questione del tempo è assolutamente centrale. Solo il presente e il futuro sono certi, il passato lo puoi trasformare a tuo piacimento, dice ribaltando un luogo comune consolidato. Tranne che il presente passa troppo in fretta e il futuro ancora non c’è.
In un’altra occasione ha dichiarato che il passato, il presente ed il futuro possono convivere in una stessa stanza. Liberi di credere che si tratti solo di frasi a effetto o magari di pura cialtroneria, paradossi mescolati con citazioni erudite o misticheggianti, come capita spesso nelle interviste a molte celebrità pop desiderose di stupire. Ma anche questo sarebbe un errore, perché se si riflette con più attenzione, poco alla volta si fa strada una precisa visione del mondo, anche se in perenne evoluzione e a volte contraddittoria. E in ogni caso all’inizio dell’intervista Dylan premette subito che sta cercando di spiegare cose che non si possono spiegare e chiede aiuto al giornalista che lo intervista per spiegare l’inspiegabile.

Quindi anche io, nello scrivere queste righe, cerco soltanto di spiegare le idee di qualcuno che fa fatica lui stesso a spiegare. Un’impresa destinata al fallimento. Eppure dietro il caos e l’apparente illogicità di tante dichiarazioni persiste la sensazione che ci sia un ordine mentale molto ben organizzato. E soprattutto una concezione particolare del tempo e della sua percezione che, almeno in parte, sfugge alle definizioni e alle spiegazioni fornite dalla filosofia.
Basta citare alcuni versi da canzoni famose per avvertire la presenza quasi ossessiva del tempo. ‘I was so much older then, I’m younger than that now’, ‘Then take me disappearing/through the smoggy rings of my mind/Through the foggy ruins of time’ ‘Inside the museums eternity goes up on trial’ ‘If the bible is right/ the world will explode… The next sixty seconds/could be like an eternity’ ‘And there’s no time to think’ solo per citarne alcuni.
Uno dei suoi dischi più famosi, del 1997, si intitola Time out of mind, tradotto come “Tempo immemorabile”. E molte sue citazioni, similitudini, proverbi più o meno deformati o ribaltati provengono non solo dalla Bibbia, secondo alcuni la sua principale fonte di ispirazione, ma anche da testi di classici greci o latini, come ad esempio Tacito, molto da Shakespeare e da Blake, da cantanti blues o jazz spesso poco conosciuti, da poeti simbolisti o surrealisti o da frasi di generali o politici vissuti durante la guerra civile americana. Nell’intervista a Rolling Stone dice che la storia serve come fonte di ispirazione, ma che la natura umana non è legata a un periodo storico particolare.

La stessa voce sepolcrale con cui canta ormai da qualche decennio evoca tempi e luoghi lontani. Una voce che si potrebbe definire fuori campo e fuori tempo, proveniente da quell’altrove storicamente e geograficamente indefinito.
Quando dice che in molte delle sue canzoni ogni verso può essere l’inizio di un’altra canzone e che potrebbe anche combinarsi con i versi di altre sue canzoni espone un principio matematico che rimanda ad una potenziale infinità di collegamenti e contaminazioni. La continua trasformazione delle stesse canzoni ogni volta che le esegue dal vivo, arrangiamento e testi, sta a simboleggiare un work in progress senza sosta, un presente continuo; una canzone del 1965 cantata nel 2016 non è più la stessa canzone, per questo l’unica vera musica è quella eseguita dal vivo e non quella che esce dagli studi di registrazione. Perché, dice, la trasformazione è nella natura dell’esistenza. Il tentativo è quello di modellare il tempo – ma anche i tempi della metrica dei versi e il ritmo della canzone – secondo criteri puramente soggettivi, estemporanei. Un’eternità mobile, fluida, inafferrabile, che ti sfugge tra le mani, con i vivi e i morti che coabitano, dialogano e si mescolano nello stesso spazio, nella fattispecie nello spazio di una singola canzone come nell’insieme di tutte le canzoni composte e variamente eseguite da Dylan durante i suoi infiniti concerti dal vivo.

Interessante anche il fatto che questa visione del tempo, ma anche dello spazio, sia stata ispirata da un maestro di pittura, tale Norman Raeben, un ebreo di Odessa, ex pugile, emigrato a New York. Su questo argomento molto è stato scritto da Alessandro Carrera, il traduttore in italiano dei testi di Dylan, suo massimo studioso italiano e non solo, scopritore degli angoli meno conosciuti dell’arte di Dylan.
Una canzone deve essere come un quadro, deve poter essere percepita e assimilata in un unico colpo d’occhio (o di orecchio). Impresa materialmente impossibile, ma possibile metaforicamente se con la memoria musicale e l’immaginazione si riesce con un movimento circolare a ricongiungere l’inizio della canzone con la sua fine fino a confonderli.
Pare che l’ispirazione originaria per questa idea sia venuta a Dylan, da sempre molto interessato alla pittura, da Chagall. Nei quadri di Chagall la forza di gravità (che in diverse occasioni Dylan giudica un elemento di disturbo, una forma di prigionia) viene sostanzialmente abolita insieme alla prospettiva. Oggetti e figure umane galleggiano nello spazio e i piani prospettici si sovrappongono a scapito della prospettiva. Ma anche dal punto di vista del racconto contenuto nei dipinti di Chagall difficilmente si trova un punto di vista che dia un ordine temporale a quanto accade. I punti di osservazione si mescolano e il passato ormai morto, il mondo dei vecchi villaggi ebraici distrutti prima dai russi e poi dai nazisti, continua a vivere in una dimensione al di fuori delle coordinate spazio/temporali.
Ecco allora che ritroviamo alcune idee forza che sottendono la poetica e l’idea di musica di Dylan: la memoria (Proust) che va oltre il semplice ricordo, la durata, la percezione e la circolarità del tempo, l’abolizione del tempo lineare. C’è dietro naturalmente molta filosofia, da Bergson a Nietzsche fino a Sant’Agostino e Heidegger e alla tradizione dei mistici ebraici e cristiani, altre idee prese dalla tradizione religiosa orientale, ma la filosofia deve farsi accettare con il suo linguaggio specifico e i suoi processi mentali per poter entrare nella vita delle persone, e solo di alcune, e nel farlo perde necessariamente dei pezzi, lasciando frammenti aridi, scollegati. Mentre l’arte, come nel caso di Dylan o come appunto in certi quadri di Chagall, penetra nella vita di tutti i giorni senza mediazioni, attraverso un approccio sensoriale, emotivo.

E’ stato pubblicato su Ferraraitalia il racconto breve di Francesca Alacevich Chi guarda chi [Qui], circolare già dal titolo, che sembra ispirato proprio a questa idea di atemporalità. La modella del quadro di Corcos sta lì e conserva il suo dolore e il suo rancore per secoli, chiusa in un museo e tenuta sotto processo per l’eternità, come dice Dylan in Visions of Johanna.
L’impatto è tanto più profondo quanto più viscerale, evoca una maledizione e fa pensare al blues, che continua a riecheggiare nelle composizioni musicali di Dylan. Ancora il blues, che con la sua selvaggia antica irriducibile malinconia e voglia di vivere, con la sua invincibile vocazione alla ribellione e alla sconfitta, contiene elementi di immortalità.
Molta musica contemporanea fatica a liberarsi dal blues, forse proprio perché, come dice Dylan, il blues fa parte della natura umana e la natura umana non appartiene a un periodo storico determinato. Le mode scorrono su un piano temporale parallelo che non si incrocia con il genere di arte di cui stiamo parlando.
Una teoria dell’arte che Dylan trasforma coerentemente in uno stile di vita, attraverso una serie continua di concerti dal vivo in giro per il mondo, il Neverending Tour, che gli permette di vivere dentro le sue canzoni, perennemente trasformate, l’unica realtà per lui degna di questo nome.
Una realtà senza tempo vissuta sopra un palco, capace di ingannare il passare degli anni, la vecchiaia e la morte. Una strada per l’immortalità.
Viene in mente la sua canzone Journey through a dark heath, dove canta: ‘There’ s a white diamond gloom/ on the dark side of this room/ and a pathway that leads up to the stars/ if you don’t believe there’s a price/for this sweet paradise/just remind me to show you the scars’, tradotto da Carrera con ‘C’è un alone di diamante bianco che brilla/ nell’angolo buio di questa stanza/ e un sentiero che conduce su fino alle stelle/ se non credi che c’è un prezzo/ per questo bel paradiso/ ricordami di mostrarti le ferite.’ 

Io contengo moltitudini è il titolo di una delle canzoni del suo ultimo recente album (Rough and Rowdy Ways). Poi però – dice in un’altra intervista – bisogna un po’ per volta sgombrare il campo e trovare un’identità utile al momento, più o meno dice così. E le tante moltitudini ci ricordano il Io è un altro di Rimbaud, una dichiarazione di poetica che Dylan doveva avere ben presente sin dalle prime canzoni degli anni Sessanta. Ecco perché è poi arrivato a dischi come Blood on the tracks, dove i narratori – l’io, il tu e il lui/lei – si mescolano e i tempi, come i personaggi del racconto si confondono fino a formare un affresco senza inizio e senza fine. Ecco come una canzone può essere percepita in un insieme, al di fuori dello scorrere del tempo lineare, proprio come un quadro. E questo è l’intento consapevole con cui ha scritto le canzoni di Blood on the tracks e in particolare Tangled up in blue, la più famosa di quell’album.
Contenere moltitudini non è un’esperienza comune, così come l’essere dei morti e/o trasfigurati che parlano e cantano con molte voci, alcune prese dalle cantilene religiose ebraiche altre dalla musica afroamericana e altre dal jazz o dal country o da un rap ante litteram, e poi trasformate sul palco, dal vivo.
Cantare le stesse canzoni sino a renderle irriconoscibili, cambiando i testi sul momento a secondo dell’umore e delle circostanze, spiazzare i musicisti evitando le prove e cambiando la scaletta, tutte queste non sono esperienze comuni. Così come l’inattualità di Dylan rispetto alle mode correnti non è una posa, che del resto molti hanno imparato a simulare, ma una necessità intrinseca al suo modo di immaginare la musica e le canzoni. In questa prospettiva parlare di mode, letterarie o musicali, non ha senso, quindi più che parlare di non attualità nel caso di Dylan bisognerebbe parlare, appunto, di atemporalità.

In conclusione, tanto per chiudere in modo circolare così come ho cominciato: ha senso scrivere un articolo per celebrare l’ottantesimo compleanno di un morto/trasfigurato che vive nell’atemporalità e che è immerso da tempo immemorabile in un paesaggio mentale che potrebbe trovarsi ovunque ma al tempo stesso esiste solo nella sua sconfinata immaginazione?
Come le mitologiche Highlands, una canzone di sedici minuti dell’album Time out of mind, luogo reale nel nord della Scozia ma usato da Dylan come metafora di quel “sentiero che conduce su fino alle stelle” o forse di questo altrove in cui si è rifugiato.
Probabilmente celebrare questo compleanno è fuori luogo, ma ormai è troppo tardi per fermare tutti coloro che hanno deciso di farlo.

Bob Dylan [vedi Wikipedia] andrebbe letto, ascoltato e riascoltato, dal principio alla fine e (viceversa), o iniziando da un punto e da una canzone qualsiasi. Il suo sito ufficiale [Qui]. Per un sito italiano di riferimento [Vedi qui]

I Don’t Know Where Dan Treacy Lives

Bene, siamo più o meno tutti adulti e vaccinati e come tutti gli adulti vaccinati siamo anche calendarizzati.
Sapremo quindi bene che questa settimana chiuderà il mese più sghembo dell’anno, il sempre imprevedibile febbraio.
Colgo allora l’occasione per salutarlo e ringraziarlo raccontando qualcosa che so solo io e altre cose che altri sanno già.
Un venerdì sera di questo mese mi trovavo a tavola per con due amiche per una cosa che ultimamente è diventata un po’ un rito: la serata gnocchi.
Stavamo aspettando la fame quando – parlando del più e del meno – una persona che chiameremo “ET” se n’è uscita così: ma il tipo dei Television Personalities?
E l’unica risposta che siamo riusciti a darci è stata un laconico “eh, non si sa più niente”.
Ma andiamo per gradi.
I Television Personalities sono stati un gruppo per cui – per una volta – l’espressione “di culto” non sa di frase fatta o proprio di cagata.
Da quel che so io si sono formati a Londra – Londra quella vera, quella che sotto le campane – nel 1978 circa, quindi più o meno durante la comunemente detta “era punk”.
Quando dico “sotto le campane” lo dico perché chi li ha già sentiti ha ben presente l’accento del cantante, Dan Treacy.
E’ l’accento cockney più peso della storia, penso.
Fra tutti i tantissimi baronetti del pop/rock-come-lo-vogliamo-chiamare britannico a lui lo dovrebbero baronettizzare anche solo per quell’accento.
Ma quell’accento è il meno.
I Television Personalities sono un gruppo punk ma lo sono davvero a modo loro.
Sembrano una specie di Kinks non da camera, più “da cameretta” ma avendo contribuito a fondare l’estetica – ormai anche sfinitissima – della “musica da cameretta” hanno solo i pregi e non i difetti di quel piglio lì.
E quando dico “Kinks” non lo dico a caso.
Dan Treacy, che scrive, canta, suona la chitarra – gran chitarrista poi – in tutti i pezzi, è proprio l’apoteosi di quella tradizione lì tipicamente british, quasi se la gioca con Ray Davies.
Tutto quell’umorismo, quel modo di raccontare persone/storie e anche stronzate con quell’aplomb a metà fra il pungente, il nostalgico e la presa per il culo bella e buona, nei suoi pezzi arrivano a un livello talmente estremo da saturarti il cervello come una bottiglia intera di gin e sì, forse battere persino Ray e i Kinks in quel settore.
Qualcuno, un tipo molto più rispettabile di me, l’ha definito “the last bluesman in England”.
Non so se sia vero ma è sicuramente uno dei migliori e non solo di quest’epoca o almeno, è molto più english e molto più bluesman lui di un Eric Clapton o di un John Mayall.
I Television Personalities sono “famosi” per aver scritto I Know Where Syd Barrett Lives, forse la dedica più bella di sempre a Barrett.
Si dice anche che la loro ossessione per Barrett, nel 1984, li abbia fatti rispedire a casa durante un tour in cui aprivano per David Gilmour.
Tutto questo perché – non oso immaginare come – avevano scoperto l’indirizzo del vecchio Syd.
Si dice anche che un Dan Treacy un po’ con le pezze al culo sia stato parecchio coinvolto nella scrittura di tutto il primo disco degli Arctic Monkeys

Non so se sia vero ma purtroppo Dan Treacy è noto per i suoi alti e bassi.
Ma ‘ste cose le vorrei lasciar perdere.
Preferirei ricordare quanto è stato gentilissimo con me circa una decina di anni fa.
Ai tempi non avevo praticamente più una chitarra perché la mia prima schifossima Yamaha stava perdendo i pezzi tipo lebbra.
E ai tempi ero anche bello in fissa con il primo disco dei Television Personalities, “…And Don’t The Kids Just Love It”.
Quel disco aveva dei suoni di chitarra semplici ma stranissimi.
Una roba un po’ a metà fra le chitarre surf, Barrett nel primo dei Pink Floyd e un marciume generale un po’ dilettantesco.
Una roba che mi sembrava il suono di una Tele o di una Danelectro.
Così cerco un po’ su internet, e cerco di capire.
Le Danelectro costavano (e costano ancora) relativamente poco ma a parte qualche problema di tenuta dell’accordatura sono delle gran chitarre.
Le fanno ancora come ai vecchi tempi: due pezzi di plasticazza con in mezzo del cartone pressato, riga di nastro attorno + uno, due o tre pickup che originariamente erano avvolti da degli involucri avanzati da una fabbrica di rossetti.
Dubito che usino ancora gli involucri di quei rossetti ma la forma dei pickup è rimasta la stessa e così sono rimaste anche le loro chitarre che sembrano ancora un cremino con il manico e la paletta.
Questa cosa apparentemente schifosa porta però a ottenere un suono particolarissimo.
A quel punto, mentre guardo i prezzi e confronto i vari modelli, mi viene l’idea più banale del mondo: cercare il buon Dan Treacy su Facebook e scrivergli per chiedere lumi direttamente a lui.
Alla fine lo trovo, gli scrivo, lui mi risponde in modo cordiale e dettagliato confermandomi che sì, in quel disco suonava una Danelectro quindi non solo inizia a darmi delle dritte su come usarle e gestirle con riverbero, pedalini, feedback e blah blah blah ma così, col tempo, inizia a impezzarmi lui così, quand’è in biblioteca per i cazzi suoi al pomeriggio.
Sembrava proprio un tipo simpatico e che non se la tira.
Purtroppo però, qualche anno dopo è sparito da Facebook e, peggio ancora, più o meno dal mondo reale.
E allora da quella sera della serata gnocchi, dalla mattina dopo, ho iniziato a cercare notizie di Dan Treacy su internet e ho scoperto che è vivo e sembra stia più o meno bene, o almeno, meglio di come stava quando fu costretto a sparire.
Scoprendo questa cosa ci siamo sentiti tutti un po’ meglio e io, ovviamente, sono tornato in fissa con i TVPs per tutto questo mese.
L’altra settimana poi sono andato in stazione con le cuffie a palla e la bigliettaia, sentendo il mio consueto casino che usciva dalle cuffie mi ha chiesto cos’era quel casino e mi ha chiesto anche mezza cuffia per ascoltare.
La sua domanda è stata “che fighi, chi sono?” e la mia risposta è stata “i Television Personalities”.
Solo che parlo così male che gliel’ho dovuto scrivere su un pezzo di carta.
Ma chi se ne frega.
Se i TVPs sono un gruppo “di culto”, come per ogni culto serio l’importante è fare del sano proselitismo.

Mummy Your Not Watching Me (Television Personalities, 1982)

Il mestiere di scrivere.
Gli ‘spettri ad altezza di naso’ di Carla Sautto Malfatto

Intervista a Carla Sautto Malfatto: scrittrice, poetessa, pittrice. Ha collezionato più di 120 premi, l’ultimo dei quali le è stato assegnato da una Giuria presieduta da Alessandro Quasimodo

di Eleonora Rossi

“L’arte di scrivere – annotava Henri Bergson – consiste nel far dimenticare al lettore che ci stiamo servendo di parole”. Perché scrivere è raggiungere il cuore di chi legge, saper emozionare. Con questa profonda convinzione Carla Sautto Malfatto si dedica appassionatamente alla scrittura. La parola non è soltanto il suo spazio vitale, di realizzazione e libertà, ma un talento che le è riconosciuto dai prestigiosi premi nazionali ed internazionali collezionati in questi anni: una scia luminosa di traguardi che si possono ammirare, accanto alle opere letterarie e pittoriche, sulla sua pagina www.carlasautto.it.

Sei riconoscimenti letterari le sono stati conferiti soltanto nel mese di ottobre 2016. L’ultimo di questi, al Premio letterario internazionale “Energia per la Vita” promosso dal Lions Club Rho, le è stato assegnato il 15 ottobre da una giuria presieduta da Alessandro Quasimodo, attore e regista, testimonial nel mondo della poesia del padre, il Premio Nobel Salvatore Quasimodo. A Rho, Carla Sautto è stata proclamata vincitrice assoluta della sezione narrativa con il suo racconto inedito “Blues”, mentre pochi giorni prima era stata premiata al teatro Comunale di Canaro per la poesia “Accelerazione”, aggiudicandosi il XXXII Premio nazionale di poesia “Cosmo d’oro”. Primo posto anche per un’altra poesia, “Per dirci”, al XXVII Premio “Valle Senio” di Riolo Terme, unita ad una menzione speciale per la narrativa. Al XII Premio letterario nazionale “Il Trebbo” di Riolunato, la scrittrice ha ricevuto il secondo premio per la lirica “Senza nemmeno un paio d’ali”. Infine al V Concorso internazionale “Locanda del Doge” – con 400 volumi concorrenti – Sautto ha conseguito un premio speciale per il libro di racconti “Farfalle e Scorpioni”, già pluripremiato.

Che cosa rappresentano per te questi riconoscimenti?
Un riconoscimento è una valutazione operata da esperti. Partecipare a concorsi seri, vuol dire avere l’umiltà di mettersi in gioco e di accettare il verdetto della Giuria. Nel tempo, ho conseguito più di centoventi importanti premi per la poesia, la narrativa, la pittura in concorsi nazionali ed internazionali, che rappresentano il mio onesto, indiscutibile biglietto da visita. Tra questi, vi sono cinquantotto premi di podio, la Targa d’Argento della Presidenza della Camera dei Deputati, la Medaglia del Senato, il Premio Consiglio dei Ministri, il Premio Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Premio alla Cultura e, per la pittura, il Premio Terme di Salsomaggiore 2002. Ogni premio, inoltre, infonde un rinnovato entusiasmo a continuare nella propria attività, mentre ogni cerimonia di premiazione offre l’opportunità di incontrare vecchi e nuovi amici e colleghi, di aprirsi a nuove esperienze.

Mi piacerebbe molto leggere il tuo racconto “Blues”: verrà pubblicato? Probabilmente in un futuro non prossimo, in una silloge di racconti. Mi sto dedicando al mio primo romanzo, un altro è nel cassetto e c’è sempre una raccolta di poesie cui dare vita stampata. Quindi ora stai scrivendo un romanzo.

Puoi anticiparci qualcosa?
Come in tutti i miei racconti, il finale andrà a sovvertire le iniziali previsioni, costringendo il lettore a riconsiderare il tutto sotto un altro profilo. Si presenta come un diario, poi…

Quali sono i tuoi autori preferiti? C’è qualcuno a cui ti ispiri?
Non mi ispiro ad alcuno. Ho uno stile mio proprio, che costituisce la mia “originalità”, che si tratti di scrittura o di pittura. Amo l’approfondimento psicologico, sondare le ragioni di un comportamento, ovvero descrivere le pulsioni interiori dei protagonisti. Inoltre, non mi interessano le azioni eclatanti, gli atteggiamenti estremi, ma i fatti e i misfatti di tutti i giorni, le semplicità e gli eroismi “quotidiani”, che per me hanno sempre un carattere di straordinarietà, rappresentando la ricchezza e la complessità del vivere, l’unicità di ogni individuo. Per questo, molti si ritrovano nelle mie parole o vi ritrovano la persona “della porta accanto” e si lasciano trascinare da questa “sensazionale-normalità”, perché viva, palpabile, reale. Il tutto svolto con la leggerezza di una narrazione (ma pur sempre una scrittura incisiva, corposa, potente) permeata di una buona manciata di ironia. Per le letture quindi prediligo quelle autrici e di quegli autori che soddisfano questa mia esigenza di introspezione.

Un indice per individuare un buon autore?
Oltre ad una trama che rispetti i tempi giusti di tensione, se “vedo” e “sento” ciò che mi descrive, se rende vivi i personaggi e gli spazi intorno a lui, se riesce a calarmi in quelle situazioni.

Un esempio per tutti?
Marguerite Yourcenar nel suo “Memorie di Adriano”, non scrive come se fosse un imperatore: “è” l’imperatore Adriano.

Che cosa significa per te scrivere?
Scrivere è l’esigenza di tradurre e trasmettere visivamente quello che provo, sento. Quando nasce l’ispirazione per un racconto o un romanzo, conosco da subito l’incipit e la frase conclusiva; il corpo del testo si snoda man mano che mi accingo a scrivere. La poesia invece si rivela per improvvise intuizioni. Scrivere rappresenta la mia libertà, la mia creazione, il mio modo di esprimermi; rappresenta le mie emozioni, rese fruibili per gli altri. Comunque, sia lo scrivere che il dipingere, non sono, per me, “operazioni” né semplici, né indolori: oltre alla necessità di isolarsi, infatti, richiedono massima concentrazione, impegno creativo e una successiva, lunga correzione. Per lo sforzo profuso, sono un lavoro: il mio lavoro. Inoltre, narrativa, poesia e pittura mi sono sempre state d’aiuto per superare momenti difficili: un po’ come benefico sfogo, un po’ come rivincita su un destino avverso, un po’ come ostinazione per non lasciarsi sconfiggere, un po’ come speranza per un futuro migliore.

Quando scrivi, generalmente, e per quante ore al giorno?
Solitamente, per quanto riguarda la prosa, scrivo nel pomeriggio, sino a sera. Per la poesia, invece, non ci sono vincoli. L’ispirazione può presentarsi in qualsiasi momento, anche per strada, o in auto. Allora mi fermo, estraggo il block notes e scrivo. Oppure, si presenta di notte: in questo caso, ho un block notes rigido, dotato di cursore con un’asticella orizzontale, che mi permette di scrivere, a matita e al buio, senza accavallare le righe. Nei giorni dopo, intervengo per limare. Definisco la mia poesia, “poesia di terra”, non perché, nella sua simbologia, usi costruzioni o termini “poveri” o abbia una tematica agreste, ma per il brivido provocato da intenzionali granelli di sabbia che scricchiolano tra i denti. Avendo comunque fatto la scelta di dedicarmi alla famiglia, agli altri, non solo a me stessa e alle mie passioni, sono sottoposta ad uno sforzo doppio per attendere a tutte le mansioni, e il tempo limitato incide sulla “quantità” delle opere prodotte. Opto quindi per la “qualità”.

E i numerosi e prestigiosi premi conseguiti onestamente per la narrativa, la poesia e la pittura, lo certificano inequivocabilmente. Quando ti dedichi alla scrittura hai in mente un destinatario?
No. Se non devo soddisfare impegni, scrivo per un’esigenza personale, per concretizzare un pensiero o uno stato d’animo, che risente di un particolare momento e dei tempi che vivo, e che faccia riflettere. Se ritengo che l’opera sia valida, la sottopongo ad un’accuratissima limatura. In un secondo tempo, chiedo il parere di mio marito, e, per opere più corpose, anche di familiari e amici, specie valenti colleghi: tutte persone scelte per la loro “brutale” onestà di giudizio e mancanza di invidia. In ultima analisi, però, decido io, prendendomi tutta la responsabilità.

Alla fine di un racconto o di una poesia, quando rileggi ti capita di rimanere tu stessa sorpresa da quello che hai scritto?
Sicuramente. Quando mi concentro, entro in una dimensione parallela al reale. Lì, propongo e dispongo, con meccanismi e linguaggio che non sono quelli usuali. È come sdoppiarsi: lo faccio da sempre, sono “strutturata” così. E in quel “mio mondo”, raggiungo livelli tali di concentrazione da non accorgermi di chi mi sta intorno, da non avvertire il trascorrere del tempo, né fame, né sete. Mio marito, che mi conosce perfettamente e mi ama così come sono, quando mi vede calata in quella dimensione, predispone perché nulla mi disturbi e, se è necessario “riportarmi alla realtà”, lo fa con grande cautela, altrimenti rischierebbe di spaventarmi. Una volta, per esempio, mi scorse dipingere in una stanza semibuia: eppure io vedevo perfettamente e dipingevo con dovizia di particolari. Anche per questa ragione, per questa capacità di totale concentrazione, non ho esercitato pienamente la mia arte sino a quando i miei figli non hanno raggiunto una certa età e mi sono occupata “solo” della mia famiglia e del mio lavoro, ripresentandomi nel 2001. È da quella data che conto tutti i miei riconoscimenti. Comunque, per una migliore gestione del tempo, ora mi circondo di… sveglie. La mia grande soddisfazione è che i miei figli hanno accettato questa mamma un po’ particolare e, anzi, ne sono orgogliosi.

Ci racconteresti qualcosa della tua infanzia? Quando hai iniziato a scrivere? Come hai scoperto invece il tuo talento di pittrice?
Questi due talenti a volte s’incontrano… Da piccina, rivelai subito potenzialità notevoli riguardo il disegno. Poi, quando imparai la scrittura e la possibilità di fissare il pensiero sul foglio, le attitudini progredirono di pari passo. Avrei voluto frequentare un istituto d’arte o un liceo. Mi iscrissero invece ad un istituto tecnico, dove conseguii un non ambìto diploma di ragioniera. Quindi la vita, con le sue esigenze… Studiai sempre moltissimo e coltivai caparbiamente i miei talenti, doni con cui si nasce. Quando mi propongo in prosa, poesia o pittura, mostro il livello di competenza cui sono giunta dopo un intensissimo lavoro, che è sempre “in progress”.

Qualcuno ti ha incoraggiato?
Mio marito e i miei figli mi hanno sempre appoggiata e hanno sempre creduto nelle mie capacità. Scrittura e colore sono parte di me, quindi indissolubilmente fusi: il pubblico e la critica affermano che, quando scrivo, dalle mie parole scaturiscano immagini, e, quando dipingo, sulla tela si dipanino discorsi. Antonio Caggiano, il critico che si occupò sovente della mia produzione letteraria e artistica, la definì una “scrittura disegnata” e una “scrittura-pittura portante”. Indicativo è il logo che mi rappresenta. È un mio quadro surrealista: su sfondo azzurro si staglia un profilo blu dalla cui bocca esce una mano dove, il dito indice, ha l’ultima falange trasformata in pennello, mentre il medio ha l’ultima parte trasformata in penna. Dalla punta del pennello e della penna prendono vita due arcobaleni. Il significato? “Mi esprimo” (titolo del quadro) con la scrittura e la pittura, non a parole parlate. Ultimamente, ho messo un po’ da parte la pittura, per dedicarmi maggiormente alla prosa e alla poesia.

Dopo tante soddisfazioni, hai ancora un sogno nel cassetto?
Potrà sembrare banale, ma desidero vivere in serenità e in salute, ed è quello che desidero con tutto il cuore per i miei e per tutti. Conosco la sofferenza e la malattia che, se da una parte limitano o impediscono una vita sociale (spesso senza la comprensione degli altri) e una produzione artistica, e impongono uno sforzo sovrumano per compiere quello che le persone considerano “normale”, dall’altra “insegnano” molto, anche se non tutti ne comprendono il messaggio e lo portano in arricchimento della propria vita e nell’arte. Un messaggio di sensibilità ed empatia, di umanità, che credo di trasmettere nelle mie opere, anche se non tratto certo di malattia. In campo artistico-letterario, spero quindi di continuare a lavorare per giungere a saggiare i miei limiti.

GENTE DI NEBBIA
di Carla Sautto Malfatto

Dimmi cosa vedi
quando penetri le nostre nebbie
che si affollano
corvi al pasto
di luci, strade e umori
e a banchi si affastellano
in densi muri
d’angoscia e d’abbandono
o ad improvvisi veli
spettri ad altezza di naso.
Noi siamo lì
insondabili
gente di nebbia
dalle bocche a taglio
ermetici ricci indaffarati
sornioni e maledetti
come i gatti neri.

Un gioiello jazz americano
Sax tenore, batteria e piano nella Parigi degli anni ’80

di Federico Benedetti

Quando ero giovane ero particolarmente stupido, e anche ignorante (spero di essere cambiato nel frattempo, oltre ad avere perso i capelli…). Correvo dietro alle mode, ero violentemente attuale, nel senso che amavo tutti quegli artisti neanche considerati dalla stampa musicale, che va poi sempre a braccetto col mercato, cioè raccomanda sempre ciò che si deve vendere, proporre il nuovo fenomeno che tutti devono conoscere e naturalmente, per quanto riguarda i giovani musicisti, imitare… Correvano gli anni Ottanta, e a Parigi, dove vivevo, eravamo tutti post-Coltraniani, cercavamo il virtuosismo di Michael Brecker e l’espressione di Dave Liebman, volevamo suonare forte e veloce, scale complicate, sostituzioni armoniche ardite, composizioni spesso astruse ma di certo MODERNE, assolutamente MODERNE!
Ebbi la fortuna di studiare, poi di collaborare con un grande jazzista che allora aveva una sessantina d’anni, e, con grande esperienza e pazienza, cercava di insegnarci il valore della tradizione, non per farne un museo, ma per appropriarci di quel linguaggio che era, di fatto, anche quello di Coltrane. Ci spiegava che Trane e gli altri l’avevano certo rinnovato e fatto evolvere, ma con i piedi ben piantati nel suolo, che poi si chiamano proprio radici. Si chiamava Roger Guérin, e sapeva di che parlava, avendo suonato con Django Reinhardt, Dizzy Gillespie, Duke Ellington, Quincy Jones… Fu lui che mi consigliò di ascoltare, tra gli altri, Lester Young. Che sia benedetto per l’eternità!…
Assiduo frequentatore delle discoteche pubbliche, dove si potevano prendere in prestito dischi e i primi CD, mi procurai quel gioiello che è proprio il Trio di Lester con Nat King Cole e Buddy Rich. Sapevo del primo che era stato l’influenza maggiore di Charlie Parker, ma lo relegavo per questo nel rispettoso museo della genealogia del jazz, niente di più. Per quanto riguarda Nat King Cole, conoscevo di lui solo il crooner impomatato con sottofondo di violini zuccherosi, non certo uno swingman dei più temibili (oggi, alla luce del grande pianista, apprezzo anche lo swing imbattibile del crooner). Mai mi sarei aspettato il florilegio di interplay, poliritmia e il feeling impetuoso in cui mi trovai immerso fin dal primo ascolto.
Il primo brano, Back in the Land, è un semplice blues in Fa, ma dietro tale apparente banalità (il rischio della routine è grande, in simili casi), tutto si gioca sul contrasto tra l’incalzare implacabile dei bassi di Nat (tutto uno spingere e tirare di formule in 12/8) e l’elegante indolenza di Pres (the President era il soprannome che sanciva la superiorità riconosciuta a Lester dall’unanime mondo musicale di New York). La voce di Lester è un lamento forte e sicuro (lamentarsi ma con forza e sicurezza: i nostri sindacalisti avrebbero tanto da imparare da lui…), che paradossalmente non ha nulla di lamentoso… L’assolo di Cole continua secondo le premesse: la mano destra e la sinistra conversano concitatamente, sembrano quasi bisticciarsi in una fantastica poliritmia, mentre Buddy Rich, sornione, tesse la sua solida tela con le spazzole, aspettando il suo momento.
I Cover the Waterfront è una soave ballad, cavallo di battaglia del Presidente. Il suono opaco e spesso del sax tenore distilla la melodia con drammaticità, concludendo ogni frase con un sottile vibrato la cui eleganza non ha eguali, salvo, naturalmente, in Billie Holiday, il cui stile era quasi simbiotico rispetto a quello di Lester (si ascoltino le session Verve dove sono insieme) – personalmente, ho sempre trovato che il vibrato è l’aspetto del suono più “pericoloso”, un pelo di troppo e si cade rovinosamente nel cattivo gusto; loro mai… Sempre in felice contrasto, anche qui Nat King Cole fa un assolo di un modernismo stupefacente, giocoso sincopato poliritmico e sempre al limite del double time: sembra di assistere in diretta alla nascita del bebop (si possono immaginare Bud Powell e ancor di più Thelonious Monk con le orecchie dritte, attenti ad ogni mossa del King…). Gli stessi aspetti si trovano nell’altra struggente ballad dell’album, The Man I Love.
In Somebody Loves Me il tessuto ritmico è analogo e ancora più esplicito: la mano sinistra di Nat, piena di sincopi e anticipazioni anche violente, è sostenuta dall’operosità sicura di Buddy Rich, sempre alle spazzole, quel “cookin’”, lavorio incessante e indispensabile, che è l’essenza stessa dei batteristi swing. Sull’ultimo chorus di Lester lo scambio si anima e Nat e Buddy si lanciano insieme in una fantasmagoria di break improvvisati in cui il batterista mostra il suo melodismo, e le pelli dei tamburi miracolosamente cominciano a CANTARE.
Ma il senso, quasi la filosofia della formazione si coglie in I’ve Found a New Baby, vecchia canzone mille volte suonata dai jazzmen dai tempi di New Orleans, brano in tonalità minore, spesso eseguito in modo indiavolato. Qui anche i diavoli fuggono impauriti davanti a tanta geniale irruenza: all’inizio, ex-abrupto, in uno scambio di quattro battute ognuno, senza accompagnamento, ognuno esegue con perizia ed entusiasmo il proprio festoso salto nel vuoto. Prima Lester, con un’involata di crome spigolose, con quel suo naturale tirare indietro sul tempo (lay back, si dice in gergo), poi si butta Buddy Rich a salvare il tutto con un lavoro di rullante tutto in sfumature, poi Cole in un ricamo di arpeggi, e di nuovo Lester, come un barrito irruento, Buddy, poi una discesa cromatica di piano lancia il tema. Quando Lester comincia il tema, dietro è ormai il delirio, tutto break, pedali, arresti e ripartenze. Lester è a nozze, anche lui scompone il fraseggio in mille segmenti sincopati. L’assolo di Nat continua nella stessa vena, ma il bello arriva con Buddy: break e accenti ovunque, tutto va in bellissimi frantumi, Cole non resiste e si associa all’assolo di batteria dialogando abbondantemente con lui, anche Lester, di solito così dinoccolato, si lancia, ed è tutto un gridare, un chiamarsi, un giocare a tutto spiano. L’ultimo tema è ormai ridotto a un insieme di riff, calls, effetti di suono, e il brano finisce con un festival di ritmi ed una mitragliata finale di crome di Lester e di Buddy Rich.
Si resta senza fiato, e in ogni caso lo restai quando, credendo di trovarmi davanti ad un jazz digestivo e senza sorprese, scoprii che quei mostri che quella musica l’avevano creata, non avevano nulla da invidiare in quanto a senso del rischio, dell’improvvisazione e dell’espressione al jazz cosiddetto contemporaneo.
Non parliamo poi di I Want to Be Happy, in cui Cole sembra aver rubato tutti i suoi accordi a Stravinsky e a Bartok, Rich suona con una libertà senza fine e Lester è imprevedibile nel finale, in cui i due compari lo acchiappano al volo proprio sul bordo del precipizio.
Si trattava insomma di instancabili sperimentatori, anche in quella formula di trio senza contrabbasso che fu poi così poco ripresa nella storia del jazz (e che in questo caso -mi perdonino i bassisti- non ci fa rimpiangere neanche un secondo che non ne abbiano preso uno…). Ma proprio l’assenza della figurazione fissa in quarti del basso offre ai tre la possibilità di scomporre forme e fraseggi a piacere, senza essere ancorati ai quattro bassi per battuta. Bisognerà aspettare Mingus e Scott Lafaro per avere contrabbassisti che giocheranno con ritmo e pulsazione liberando lo strumento dall’obbligo di “tenere il tempo”.
Da quel giorno cominciai ad ascoltare con grande interesse tutto il jazz, anche quello da cui molti decenni mi separavano, e capii definitivamente che la musica creativa non ha età, e che in ogni tempo la grande arte è sorpresa, rischio, avventura.

Lester Young Trio (1946)
tracce: “Back to the Land” (Young) – 3:52 – “I’ve Found a New Baby” (Palmer, Williams) – 4:04 – “I Cover the Waterfront” (Green, Heyman) – 4:03 – “Somebody Loves Me” (MacDonald, DeSylva, Gershwin) – 3:54 – “I Want to Be Happy” (Caesar, Youmans) – 3:56 – “The Man I Love” (Gershwin, Gershwin) – 4:48 – “Mean to Me” (Ahlert, Turk) – 4:09 – “Peg O’ My Heart”[5] (Bryan, Fisher) – 4:02
formazione:
Lester Young – sax tenore
Buddy Rich – batteria
Nat King Cole – piano

Italian Occult Psychedelia: Auguroni ad Alfio Finetti!

di Andrea Pavanello

Mentre il mondo è ancora sconvolto a causa di un uomo dai capelli tinti, io gradirei soffermarmi sulla bellezza e su una ricorrenza particolare.
Perché oggi, 14 Novembre, uno dei miei artisti preferiti, uno degli ultimi giganti della musica pop – ma pop davvero – ne fa 83.
E allora auguri al Signor Alfio Finetti – aggiungo anche un bel “diomà” – e proclamo non solo questa giornata, ma tutta questa settimana “Settimana Mondiale di Alfio Finetti”.
Mi pare doveroso e aggiungo ancora un “diomà” come rafforzativo.
E anche se purtroppo il nostro eroe non è più sulla scena da un po’, beh, la forza della sua musica – e anche delle sue barzellette – resta qua più carica che mai.
Perché il signor Finetti è sempre stato un uomo del popolo.
Di più, un uomo del popolo più acuto della media.
Cioè, ce lo immaginiamo un suo parere boh, su Donald Trump?
Io sì, diomà.
E ne sono sicurissimo: la sua voce troneggerebbe come sempre sopra le altre, romberebbe potentissima spazzolando via tutti questi Mentana brisa per confinarli proprio dove meritano.
Dove?
Beh, ovvio: là, oltreoceano, nel freddissimo stato del Mentana.
Ma chi è Alfio Finetti?
Premessa: io sono un ferrarese adottivo quindi chiedo già scusa ai ferraresi hardcore per eventuali interpretazioni troppo personali e/o fuorvianti e/o inesattezze varie.
Quindi, provando a garantire una partenza equa verso il mondo del signor Finetti ai ferreresi e non, partirò con un (più o meno) imparziale copia/incolla da Wikipedia:
Alfio Finetti (Ambrogio di Copparo, 14 novembre 1933) è un cantautore italiano, autore di canzoni in dialetto ferrarese[1]. Attivo da circa 50 anni, la produzione di Alfio Finetti è costituita interamente di canzoni dialettali, talvolta con l’aggiunta di parti di testo in inglese. Lo stile musicale è essenzialmente blues con forti influenze del “liscio” tipico delle province emliano-romagnole. Ha all’attivo oltre 130 canzoni. È diventato noto all’inizio degli anni ’70, quando le sue canzoni furono incise dalla casa discografica Ricordi. Ha scritto circa duecento canzoni, pubblicate in venti album.[2] Un suo brano è stato adottato come inno ufficiale della SPAL, la principale squadra di calcio di Ferrara. Sono stati prodotti due video di sue canzoni. Ha composto un musical in lingua italiana dal titolo “Passeggiando nel 2500 e rotti”, con scene realizzate da Carlo Rambaldi. È autore anche di alcuni libri, tra cui raccolte di poesie. Il successo di Finetti, nonostante l’impronta fortemente locale che deriva dalla scelta linguistica, è dovuto in gran parte alla verve comica espressa dai testi.
Bene, smaltiti i convenevoli adesso posso raccontare la mia umile e stupida esperienza.
La prima volta che ho sentito nominare Alfio Finetti è stata dieci anni fa tondi tondi in un’occasione davvero improbabile: stavo andando a vedere gli Stooges.
Con me, un gruppo di amici miei, tutti parecchio saganati con Iggy Pop e in particolar modo con il primo Iggy, quello 21/22enne dei primi due album degli Stooges.
Era anche il mio primo concerto e, mentre ci sentivamo al telefono con il capo della spedizione, lui mi dice: siamo io, te blah blah blah e ah, viene anche Alfio.
Non sapevo chi fosse Alfio ma essendo questo Alfio un fan degli Stooges, così convinto da farsi tutte quelle ore di treno, avevo capito che era senz’altro un bravo tipo.
Così, la sera prima, ceniamo tutti insieme e per la prima volta conosco questo Alfio, il quale si presenta giustamente come Alfio sebbene non si chiamasse davvero Alfio.
Anche se ero un teppistello che diceva cose come “Fun House degli Stooges è la vetta della creatività umana e chi non è d’accordo merita di rotolare giù dalla vetta”, all’epoca ero anche un timidone e non mi sembrava giusto chiedere ad Alfio perché si chiamasse Alfio anche se avevo già intuito che Alfio non era il suo nome.
Così, la mattina dopo, svegli dall’alba, ci siamo lanciati in questo vero e proprio pellegrinaggio fatto di treni, digiuni, bottiglie d’acqua e l’indescrivibile epifania dell’apparizione di quel tappo di Iggy in persona, affiancato dai redivivi fratelli Asheton, con un sacco di volume a personificare il Verbo del Grande Vangelo dei Grandissimi Stooges.
Fu durante il viaggio di ritorno, che, frastornato e beato, finalmente glielo chiesi: ma perché ti chiamano Alfio?
Risposta: Alfio!! Per Alfio Finetti!
E a quel punto non avevo mica ancora capito, forse perché ero a Ferrara da neanche un anno.
Solo l’intervento del capo spedizione riuscì a fare chiarezza spiegandomi che lui, il capo spedizione, era “Cesare” perché di cognome faceva Ragazzi e Alfio era “Alfio” perché faceva Finetti di cognome.
Ne parlavano in un modo davvero molto occulto, un po’ come si fa adesso con quelle vaccate dell’Italian Occult Psychedelia.
E per almeno tre anni, per me, Alfio Finetti fu davvero un occultissimo enigma.
Poi un altro mio amico mi aprì le porte dell’Italian Occult Psychedelia (Loggia della Grande Ricciola d’Italia, rito Sfoglia) facendomi ascoltare “Salama da sugh”.
Io sono uno che è cresciuto ascoltando solo r’n’r in inglese, facevo fatica persino con i CCCP e di italiano -in italiano- mi piacevano solo gli Impact, ma questo Finetti, già al primo ascolto, aveva davvero parlato al mio cuore di ferrarese acquisito – ma soprattutto – inossidabile militante buontempone.
Da quel momento ho cercato di indagare il più possibile questa figura, troppo moderna per finire in un’antologia di Lomax e al tempo stesso troppo “arcaica” per parlare a un certo pubblico attuale.
In molti potrebbero ridere per questo mio scomodare Lomax. ma non mi sembra proprio un’idea bislacca.
Perché andando avanti con le mie indagini ho scoperto cose che non potevo proprio immaginare, cose davvero occulte.
Ho scoperto delle canzoni grandiose che mi hanno insegnato un sacco di roba.
E non parlo mica dei rudimenti del dialetto ferrarese.
Parlo di intuizioni che sono davvero avanti anni luce, (l’inizio di “A Go Al Grezz” sembra registrato ieri) parlo di suoni asciuttissimi e di una sezione ritmica intelligente come la mano sinistra di Ray Manzarek e tutti gli arti di John Densmore.
A un certo punto ero preso così bene che ho cercato il batterista che suona in “Al Condominio” sull’elenco telefonico per chiedergli se gli andava di fare delle tracce di batteria per il mio disco.
E l’avevo anche trovato! Ma poi mi sono detto che forse non era il caso di fare come quel campagnolo di Cobain che scrive una letterina al tipo degli Os Mutantes chiedendogli se si gli va di rimettere su la baracca per le date brasiliane dei Nirvana.
E quindi ho capito, ho capito un sacco di cose.
Ho capito che Finetti è davvero un grande ponte, un ponte fra quella tradizione popolare italiana che è finita nelle bobine di Lomax e tutta la musica “popolare” che sarebbe arrivata dopo, purtroppo in ritardo per saltare sul treno del signor Lomax.
Insomma, Finetti è un bluesman come lo può essere quell’R.L. Burnside che però per motivi geografici Lomax l’ha incrociato.
E quando un bluesman incrocia Lomax si sa, il successo è più garantito di quando incrocia il proverbiale diavolo dell’incrocio.
E allora oggi io sono qui per tentare di rendere umilmente giustizia ad Alfio Finetti proclamando a pieni polmoni che Alfio Finetti è il più grande bluesman emiliano e non solo.
Quest’uomo è realmente una specie di folk singer/bluesman elettrico, uno che il blues se l’è mangiato e l’ha risputato fuori davvero a modo suo, uno che non si è limitato a copiare ma che ha steso davvero un grande ponte dal Po al Mississippi, diomà.
Poi: si sarà davvero ispirato al blues?
Boh, io non lo so perché purtroppo non l’ho mai conosciuto e non l’ho neanche mai visto dal vivo a parte qualche spezzone su YouTube.
Ma parecchi miei amici l’hanno visto anche più di una volta e dai loro racconti è paurosamente simile ai racconti di chi ha visto Muddy Waters.
Poi: chi se ne frega se Alfio Finetti si è ispirato al blues o no.
Leadbelly si metteva per caso là, sulla sua bella sedia con la sua bella chitarra dopo aver cogitato delle ore per poi concludere con un bel “oh, là, adesso devo proprio fare del blues”?
Non penso proprio.
Leadbelly – parole sue – suonava la roba che aveva imparato in campagna mischiandola alla roba che sentiva alla radio.
E durante i concerti raccontava pure storielle e barzellette, proprio come il signor Finetti, diomà.
A parlare sono i fatti e i fatti lo dicono chiaro e tondo: Alfio Finetti è il nostro Leadbelly.
E io oggi sono qua con uno scopo, predicare la grandezza di Alfio Finetti nel mondo perché questo è il momento giusto.

Un uomo molto più saggio di me una volta ha scritto che “il metallaro è un tipo con i piedi saldamente ficcati nel fango e la testa altrettanto saldamente puntata verso le stelle”.
E il blues non è per caso il grande nonno del metallo?
Certamente.
E quella definizione non è perfetta anche per un Leadbelly e un Alfio Finetti?
Io direi di sì ma poi fatevi voi la vostra idea.
Quindi di nuovo auguri e via con uno dei miei pezzi preferiti.

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

INSOLITE NOTE
Il piccante blues dei Fratelli Tabasco

Inizia con un urlo da rocker “Radioactive mama”: una scarica di blues elettrico che apre “The Dock Dora Session”, l’album d’esordio dei Fratelli Tabasco.
Il disco è registrato in presa diretta dal vivo per riprodurre le atmosfere dei Juke Joint, conosciuti anche con il nome di Barrelhouse: locali gestiti soprattutto da afro-americani nel sud degli Stati Uniti, dove si suonava, ballava, beveva e giocava. I Juke Joint erano delle palestre di talenti, in cui i migliori bluesman si esibivano prima di diventare leggende.

La copertina di The Dock Dora Session
La copertina di The Dock Dora Session

I Fratelli Tabasco, amici e non parenti, si sono formati a Torino nel 2013, accomunati dalla passione per il blues, contaminato da influenze piccanti quali funky, rock, Louisiana, peperoncino, Mississippi e soul. Il nome del gruppo sintetizza il calore e l’origine della loro musica, senza tralasciare l’identità italiana.
I testi delle canzoni rappresentano i loro blues trascritti in musica: con l’aiuto di metafore, personaggi bizzarri e contesti surreali descrivono il nostro tempo, stimolando la sensibilità e le emozioni di loro stessi e di chi li ascolta. L’armonica di Boris, il cantante, evoca ricordi e realtà, suggestioni create dalla peculiarità di questo strumento, il più usato nel blues che, soffiando ed aspirando dallo stesso foro, produce due note diverse.
Nel 2015, i Fratelli Tabasco hanno vinto il concorso “Rocks the Docks”, il cui premio consisteva nella registrazione di un intero album nella zona Docks Dora a Torino, luogo storico per la città: i suoi club notturni negli anni Novanta hanno animato la scena musicale, diventando un punto di riferimento per la cultura underground della città.

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Blues d’attesa nel brano “Jack Knife”, voce e armonica dialogano in attesa di animarsi nel successivo “Blues on!” e nel rockeggiante “D.Q.T.H.L.”, da cui è stato tratto il video ufficiale.Il blues dei Fratelli Tabasco entra in circolo senza bisogno di molecole, wireless o pillole per la pressione sanguigna, come in “Up all night”, caratterizzato da uno splendido dialogo tra voce e organo Hammond, per non parlare di “Ask yourself”, dove l’armonica richiama un piccante e nutriente roadhouse blues.
“Same damned shame” è il titolo del primo singolo estratto dall’album, uno dei brani più coinvolgenti, servito con voce, chitarre, batteria e tanta grinta, diverso da “Boris’ Boogie”, dove il front man può liberamente sviscerare la sua anima blues.
La registrazione in diretta con il pubblico ricorda i vecchi dischi di blues a cui i fratelloni si ispirano. Non siamo sulla riva del Mississippi, ma su quella del Po’ torinese: un piccolo dettaglio che nulla toglie alla genuinità e alla qualità della loro musica, per non parlare della nostalgia che riempie le loro note blu.

I Fratelli Tabasco
I Fratelli Tabasco

I Fratelli Tabasco sono:

Boris Tabasco – Voce/Armonica.
Joele Tabasco – Chitarra.
Simone Tabasco – Batteria.
Lorenzo Tabasco – Tastiere.
Marco Tabasco – Basso

Guarda il video ufficiale di D.Q.T.H.L.

INSOLITE NOTE
Universale esigenza Che ci amino gli altri

Nasce da una verità, l’esigenza “Che ci amino gli altri”, il secondo album di Alessio Creatura, uno degli autori e delle voci più promettenti della nuova scena pop italiana. L’album contiene 10 brani inediti: un percorso di ballate e canzoni dalle sonorità brillanti che trova nell’esasperazione emotiva la chiave della propria originalità.
“Che ci amino gli altri”, oltre a essere il pezzo che dà il titolo al disco, rappresenta le due anime di Alessio, due diversi modi di interpretare un brano che suscita emozione e attenzione. La versione acustica è commovente ed evocativa, magnificata dalla fisarmonica di Massimo Tagliata, mentre l’edizione “studio” dona alla canzone un’altra energia e un ritmo diverso. Nelle parole di Alessio si cela spesso un po’ d’amarezza, soprattutto quando parla d’amore, reminiscenze di periodi difficili e di una sensibilità straordinaria, forse un po’ esasperata: “È che siamo persone che non chiedono e sai, che se chiedono amore a chi è come me… beh… che chiedano agli altri…”.

La copertina di Che ci amino gli altri
La copertina di Che ci amino gli altri

La voce di Alessio, sostenuta dal violoncello di Fabio Gaddoni, introduce “Cerco trasparenza”, brano moderno e d’atmosfera guidato dalla chitarra elettrica di Mirko Guerra.
“Lolita” è uno dei pezzi più difficili da leggere: uno sguardo verso l’anemia morale dei giovani, addolcito dall’ammonì suonato da Michele Guidi e da un coro talmente efficace, soprattutto nel finale, da fare invidia a qualsiasi bluesman. “Ma signor giudice è lei, sveste gli scrupoli miei”. “Dici di non pretendere”, invece, inizia con un tempo sospeso per poi ampliarsi in un vortice di suoni acustici ed elettrici, necessari per sostenere un inciso tanto inconsueto quanto efficace: “Vorrai da me una risposta quando non c’è! Vorrai da me una carezza quando non è”.

“Non sono più lo stesso” unisce ironia e swing, accompagnati dalla sintesi additiva dell’ammonì di Pippo Guarnirà, mentre “Ti porto rancore” sfoga la rabbia di chi ha visto calpestati i propri sogni, un po’ come scrisse Fortis nei confronti di Vincenzo, anche qui chitarre elettriche, voce e cori sopra a tutto. Un pezzo da ascoltare dal vivo.
“Grazie al cielo” è un brano dolce, un vocepiano iniziale rivela l’aspetto nostalgico e introspettivo di Alessio, qui nei panni di un viaggiatore in cerca dell’origine dei sentimenti, disponibile anche a compiere qualche passo a ritroso. Il timbro pieno della chitarra a 12 corde è il corretto supporto per un brano essenzialmente melodico: “Piango al cielo perché sono ancora capace di avere rimorsi…”. Tra gli arrangiatori Pasquale “Paki” Canzi, storico componente dei Nuovi Angeli, al piano il bravo Luca Bonucci.
La ballata di “(Cir)Costanza” riporta alla poesia provenzale, una filastrocca tra gioco e ironia, dove dame e cavalieri sono guidati da oboe e flauti, cembali e dalla voce del baritono Dino Vighesso, azzeccato preambolo della versione acustica di “Che ci amino gli altri”.

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Alessio Creatura © Youness Taouil

Il secondo disco di Alessio Creatura è un passo importante verso la maturità artistica, un lavoro suonato da artisti in carne e ossa, che sorprende per la cura dei dettagli, gli effetti e la facilità con cui attraversa epoche e generi, dal pop alla ballata, sino al medioevo. Le potenzialità sono ancora da definire pienamente, ma il talento di Alessio è puro, e “Che ci amino gli altri”, stupisce e convince. Ne abbiamo parlato con l’artista in persona.

Dopo cinque anni dal precedente disco hai pubblicato “Che ci amino gli altri”, un lavoro in cui riveli una forte emotività espressiva…
Il nuovo album è intimo, riflessivo, di sincera narrazione dei miei stati d’animo: le paure e le fragilità e il percorso intrapreso alla riscoperta della parte più vera di me stesso. È questo che a me interessa: far arrivare alle persone la parte più autentica, evitando qualsiasi forma di omologazione artistica. Nella track list ballate suggestive e malinconiche asi alternano brani dalle sonorità rock e trascinanti. Il disco si apre con “Cerco trasparenza”, dove mi divido tra autoritratto dell’anima e pragmatica presa d’atto delle verità terrene, come il labirinto dei pensieri che si distingue in un livello divino e in uno umano, quasi a simboleggiare il pericoloso contatto tra bene e male, tra perdizione e redenzione.

© Youness Taouil
Alessio Creatura © Youness Taouil

Un altro brano importante è “Che ci amino gli altri”…
“Che ci amino gli altri” ha un forte impatto emozionale, delicato e commovente, soprattutto nella versione acustica dove è intervenuto il fisarmonicista Massimo Tagliata, compositore e musicista di notevole versatilità. La canzone esprime il desiderio di essere amati, in sintesi è l’espressione della paura che qualcuno si approfitti di noi, ben sapendo quanto sia illusorio credere che la nostra felicità dipenda dall’amore degli altri.

A questo progetto hanno partecipato tanti bravi artisti…
Ai cori si sente la presenza di Manuela Cortesi, una delle voci più calde della scena musicale italiana, nota al pubblico come vocalist di artisti quali Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Gianni Morandi, Mina, Celentano, fino ad arrivare ai grandissimi Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Manuela ha dato tutto per questo disco: anima cuore professionalità, intuizione, guizzo. Ho seguito personalmente l’arrangiamento di tutti i brani, nati anche grazie a proposte da parte dei collaboratori: Mirko Guerra, Massimo Roccaforte, Fabio Sartoni, Paki Canzi. Il mixaggio è frutto del lavoro di Loris Ceroni, la masterizzazione invece è opera di Stefano Cappelli.

Fotografie di Youness Taouil

Guarda il video ufficiale di “Che ci amino gli altri” (acoustic version)

Guarda il video ufficiale di “Cerco trasparenza”

Tutte le sfumature di un’armonica: intervista a Paolo Santini

di Vittorio Formignani

Ha frequentato il corso di clarinetto del Conservatorio “Girolamo Frescobaldi” di Ferrara e nello stesso tempo studiava da autodidatta il saxofono e l’armonica. Ha girato l’Italia in lungo e in largo, ma non solo: con la Banda dell’Artiglieria Contraerea Leggere dell’esercito ha partecipato anche al Festival Internazionale di Bande Militare svoltosi ad Albertville.
È Paolo Santini, insegnante dal 2011 al 2015 di armonica presso la scuola di Musica Moderna e polistrumentista, attualmente fa parte dell’organica di The Big Solidal Band, Blues Brothers Tribute Band, in veste di sassofonista e armonicista.

La prima domanda non può che essere in che modo sei venuto a contatto con l’armonica e qual è il percorso che ti ha condotto a questo strumento?
Il primissimo contatto penso sia identico a quello di tutti coloro che da bambini hanno avuto un’armonica di plastica, magari presa al mercato, e hanno provato senza pensarci due volte a soffiarci dentro. Tuttavia, al tempo, non successe nulla di più di questo, anzi in seguito decisi di dedicarmi allo studio di tutt’altro strumento.
Infatti, una volta iscritto al conservatorio ho frequentato fin oltre al quinto anno il corso di clarinetto, strumento cui poi ho affiancato anche il saxofono, studiandolo però da autodidatta.
Il fascino dell’armonica nel frattempo ha continuato a crescere e mi ha spinto a commettere un incredibile atto di immodestia: ritenermi capace, dopo 5 anni di clarinetto, di poter suonare l’armonica senza troppi problemi. Quindi, nel lontano 1986, mi sono comprato un’armonica diatonica e lì sono stato severamente punito per aver pensato di riuscire al volo a suonarla. Infatti, l’inizio è stato traumatico perché si fa davvero fatica a fare ciò che si vuole e, in particolare, a centrare esattamente un foro. In più, quando cominci a suonare un foro alla volta, ti rendi conto che ci sono delle note che vengono ripetute. E allora il primo pensiero è stato quello di aver acquistato un’armonica difettosa, fatto che mi ha portato a lasciare nel cassetto l’armonica per quasi vent’anni. Nonostante ciò, a posteriori, mi è venuto il dubbio se fosse difettosa l’armonica o io. Una volta datomi una risposta, mi sono messo a studiare in maniera un po’ più seria e poi pian piano a suonare.”

Quindi, così come per il saxofono, hai intrapreso lo studio dell’armonica da autodidatta?
Precisamente. Tuttavia, devo dire che lo stimolo maggiore di riprendere in mano l’armonica me lo ha dato l’aver assistito alla prima edizione del concerto “Play Mr. D’Adamo”, evento di cui sono venuto a sapere quasi per caso, leggendo il giornale proprio quella mattina. Incuriosito la sera sono andato alla sala estense e mi si è aperto un mondo che praticamente non conoscevo. E’ stata una specie di illuminazione.

Sebbene all’inizio fossi solo uno spettatore, alla fine sei riuscito a diventare parte attiva del “Play Mr. D’adamo” esibendoti proprio come armonicista e poi, in seguito, anche a diventare insegnante di armonica alla scuola di Musica Moderna.
Verissimo. Anche se ci è voluto un po’ ed è stato tutto molto graduale. Inizialmente, ho cercato di apprendere qualche metodo da autodidatta, anche perché non ci sono molti corsi d’armonica, anzi, possiamo quasi dire che non esistono. In più, il continuare a seguire il “Play Mr. d’Adamo”, rendendolo praticamente un appuntamento fisso, non ha fatto altro che aumentare e crescere la mia curiosità e l’entusiasmo verso l’armonica.
La svolta è arrivata quando ho conosciuto Gianandrea Pasquinelli. È successo tutto in maniera abbastanza casuale e fortuita: lui già da tempo gestiva un sito nel quale adesso collaboriamo, www.bluestime.it. Era un sito nel quale mi andavo a informare, quando ho visto improvvisamente sparire il sito gli ho mandato una mail chiedendogli cosa fosse successo. Lui è stato molto disponibile e mi ha detto che aveva avuto problemi con l’hosting e che, purtroppo, temeva di aver perso tutti i contenuti presenti. Allora io gli ho risposto che forse sarei riuscito a recuperare tutto. E da lì è nata un’amicizia. Oltre a questo, poi, ho anche azzardato la richiesta di cambiare la grafica perché, nonostante i contenuti fossero interessanti, il sito aveva un’unica pagina in cui dovevi fare dei chilometri per leggere tutto. Per questo, gli ho proposto di fare una rivisitazione del sito e lui è stato ben felice della cosa: il risultato è il sito nella veste che ha oggi.
Da tutto questo poi, nell’ambito di una delle guide all’ascolto, è nata l’idea di far partire un corso di armonica tenuto inizialmente proprio da Pasquinelli. Nonostante il primo anno di corso sia addirittura cominciato in febbraio, ha subito incontrato un gran favore: si sono iscritte subito 11 persone. Il corso, inizialmente, aveva cadenza quindicinale, ma aveva durata doppia: stavamo assieme dalle 3 alle 4 ore. Il primo anno, la lezione del sabato era quasi diventata un happening. La svolta è arrivata nel 2011, a metà luglio, quando ho ricevuto una telefonata da Pasquinelli in cui mi chiedeva se me la sentissi di prendere le redini, dato che non riusciva più a portare avanti il corso. Ho accettato e il corso è ripartito con due alunni nella sede vecchia, l’anno scorso però erano in 9. Quest’anno, nonostante l’ambiente sia particolarmente stimolante e piacevole, ho dovuto fare la scelta di mettere in pausa il corso, a causa di esigenze lavorative. Roberto Formignani sta già spingendo perché io ritorni a far parte della squadra il prossimo anno e per questo mi sto già organizzando.

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Paolo Santini

Rimanendo sempre sul tema armonica, questo strumento nell’immaginario comune porta con sé una serie di preconcetti e pregiudizi, non è vero?
Adesso ti dirò una cosa che, se la pubblichi, probabilmente mi arriverà addosso di tutto, ma fa lo stesso. Sai qual è il problema dell’armonica? Dato che tutti ne hanno avuta una e l’hanno provata senza troppi sforzi, uno pensa che sia uno strumento che non richiede la cura e lo studio degli altri strumenti. E proprio a causa di questo preconcetto non esiste un metodo d’insegnamento standardizzato. In più, un secondo pregiudizio consiste nella convinzione che l’armonica sia lo strumento per eccellenza che devono suonare tutti quelli che la musica non la conoscono e non ne vogliono neanche minimamente sentir parlare dal punto di vista teorico. È proprio in questo contesto che sono nate le tablature, ma neanche in questo caso un armonicista ha vita facile: a differenza degli altri strumenti, le tablature per armonica non sono state standardizzate. In più, sull’armonica noi abbiamo a che fare con un foro che può produrre due note: una soffiata e una aspirata, quindi ognuno può segnalare la differenza tra nota soffiata e aspirata come vuole. Per esempio, tu potresti indicare quella soffiata con la lettera S e l’aspirata con la A mentre io invece, potrei intendere con un freccia in su, la nota aspirata, e con una freccia in giù quella soffiata. Quindi, finisce che ognuno fa un po’ quel che vuole. In più, le tablature sono spesso sovraccaricate di informazioni perché, prendendole come riferimento, tu potrai anche sapere la nota che indica il foro, ma difficilmente ne viene indicata la durata. Per questo, attraverso un tablatura, non riesci mai a capire subito un brano com’è. Per di più, data la varietà di modelli di tablature, per un armonicista risulterebbe addirittura più difficile imparare i vari stili rispetto a imparare le note sul pentagramma, conoscenza che si rivelerebbe anche più utile.

Ora toglimi una curiosità. A me pare che il blues per un armonicista risulti essere più difficile del folk, forse dati i numerosi musicisti che hanno affiancato l’armonica alla chitarra. E’ veramente così o è un altro preconcetto?
Per quanto riguarda il blues, esiste un contro senso nell’armonica. Sull’armonica diatonica sono già presenti i tre accordi principali del blues e sono anche abbastanza facili da riprodurre. Il blues può apparire difficile, se cerchi di spingerti oltre, ma come forma base alla fine, è una delle cose più semplici.
Nell’armonica però c’è un piccolo meccanismo a tradimento, che riguarda l’uso della tonalità corretta. Mi spiego meglio. Questo strumento è nato in Germania per accompagnare la musica popolare tedesca che, fondamentalmente, si basa su accordi di prima e di quinta. Per cui, in questo genere musicale, un armonicista può, senza troppa fatica, fare l’accompagnamento della musica tradizionale da ballo. Nel blues, le cose si ribaltano perché, per suonarlo, devi considerare come accordo fondamentale quello che aspiri. Quindi, prendendo come esempio un’armonica in Do, avremo che l’accordo di prima della tonalità dell’armonica risulta essere, invece, la quinta. A questo punto, se prendo il SOL come accordo di prima, quello soffiato diventa la 4a mentre, la 5a la ottengo prendendo prendo due fori distanti un’ottava. In conclusione, nel blues, non abbiamo che un ribaltamento della musica tradizionale tedesca.

Per quanto riguarda la convivenza con gli altri strumenti, dove e come si potrebbe inserire un’armonica?
La convivenza può risultare difficile in particolare nel caso dell’accompagnamento. Tuttavia, su YouTube ci sono molti video in cui armonicisti abbastanza esperti si alternano con un cantante o un chitarrista facendo in modo che ci sia una compenetrazione delle due parti. Tradizionalmente, parte la chitarra a fare l’accompagnamento lasciando la parte solista all’armonica, ma spesso per rendere una canzone meno ridondante ci può essere anche uno scambio di ruoli facendo rivestire all’armonica la parte d’accompagnamento.
È un meccanismo un po’ più complesso del solito ed è da mettere a punto con piccole formazioni di massimo due o tre componenti. Diciamo che, in una ipotetica jam, un’armonicista non può fare tanto di più di un assolo mentre, l’accompagnamento diventa praticamente impossibile.

Nel caso del Play Mr D’Adamo, invece direi che, la convivenza è pienamente riuscita, nonostante la presenza sul palco di molti musicisti.
Il bello di questa manifestazione si può vedere in vari aspetti. Il primo: è una bella testimonianza di chi ha condiviso con D’Ada anni di musica e negli anni ci tiene a mantenerne vivo il ricordo. Tra l’altro, io non ho avuto il piacere di conoscerlo, ma ho comunque avuto modo di capire di chi potesse essere attraverso i dischi dei Bluesman. Quindi il desiderio di volerlo ricordare, oltre ad essere la ragione principale di questo evento, è già di per sé una cosa molto bella. È un legame sanguigno. Poi il fatto di avere un evento in cui si alternano addirittura 16 armonicisti sul palco, come nel 2015, rappresenta una grande manifestazione della diversità di stili e peculiarità presenti tra i vari armonicisti. Non si va ad ascoltare un concerto o un ricordo fatto da un persona sola, ma si ha modo di sentire almeno 16 modi differenti di interpretare l’armonica: può capitare che i medesimi brani qualche anno dopo vengano riproposti, ma la cosa straordinaria è che, se un brano viene interpretato da un armonicista diverso, si sentono modi di suonare completamente diversi. Ognuno ci mette del proprio. E’ quella parte che rende ognuno di noi unico. Già il primo anno mi sono reso conto che l’ambiente è tale da farti sentire a tuo agio, per cui il poco che porti è comunque un contributo che può servire.

Parliamo, ora, dell‘impiego nei vari generi musicali dell‘armonica. La diatonica possiede un range abbastanza ampio, tuttavia esistono anche altri tipi di armonica per allargare il ventaglio delle possibilità?
Sì, esistono altri tipi di armoniche. Una è la cromatica, per la quale vive un altro armonicista presente al “Play Mr D’Adamo”, Angelo Adamo. Per spiegarti la differenza tra diatonica e cromatica ti faccio un parallelismo con la tastiera del pianoforte. La diatonica è come una tastiera senza i tasti neri e per aggiungerli devi cercare degli espedienti. La cromatica, invece, si avvale di un bottoncino, chiamato registro, che senza gli espedienti della diatonica permette all’armonica di avere anche i tasti neri, rendendola così uno strumento completo. Tuttavia, c’è anche uno svantaggio: non puoi approcciarti alla cromatica come faresti con la diatonica, perché è anche uno strumento che copre generi musicali diversi. Si sentono pochi cromatici suonare blues e quelli che lo fanno è come se stessere suonando una diatonica, snaturando in questo modo lo strumento.
Se parliamo, invece, della diatonica, tutti la conoscono come strumento da blues, anche se la trovi molto impiegata nel country e nella musica irlandese, genere per cui Brendan Powers si è speso molto. Infine, la trovi nella musica leggera e pop, e tra gli utilizzatori anche musicisti come: Bennato in Italia, Alanis Morissette, Bruce Springsteen e Bob Dylan, in America.

Abbiamo parlato, precedentemente, delle difficoltà per una persona che vuole approcciarsi all’armonica. Quali sono effettivamente gli ostacoli più grandi?
L’armonica, a differenza degli altri strumenti, non ha un metodo standardizzato di apprendimento. Questo problema deriva dal fatto che per l’armonica grandi esecutori spesso, risultano essere pessimi didatti. Inoltre, quando si deve redigere un metodo senza toccare quasi minimamente la teoria, ci si rende conto che anche molti metodi qui hanno sempre qualcosa di fallace. La mia opinione è che, anche per chi si approccia all’armonica, un minimo background musicale è obbligatorio. Poi sarebbe necessario creare in Italia un movimento per standardizzare il metodo dell’insegnamento di questo strumento che, di per sé, sembra banale, ma potrebbe avere difficoltà maggiori. Mi riferisco in particolare al fatto che, essendo diatonico, c’è n’è una per ogni tonalità, quindi quando mi approccio a un brano devo avere ben chiaro tutto il trasporto. Per questo motivo, da strumento che appare banale, può diventare forse più difficile di tanti altri.

Come hai menzionato all’inizio dell’intervista, hai frequentato il conservatorio. Come mai hai scelto di intraprendere questo percorso e come è stato il passaggio da un’impronta più classica a quella completamente moderna dell’armonica?
Quando ci siamo iscritti, io e un mio amico, al corso di clarinetto io avevo 11 anni e lui 10 e ci piaceva ascoltare un vinile 33 giri che aveva mio papà. Il disco conteneva la Rhapsody in Blue di Gershwin e mi ricordo che rimanevamo sempre incantati dall’inizio, quel pezzo di clarinetto famosissimo: ci siamo detti che dovevamo riuscire a suonarlo. Abbiamo fatto l’esame di ammissione, quasi per scherzo e digiuni di qualsiasi nozione musicale: quando all’esame abbiamo visto e sentito ragazzi più grandi di noi, che avevano già cominciato a suonare nelle bande di paese, siamo rimasti affascinati anche solo dallo strumento, perché in realtà non l’avevamo neanche mai visto. In ogni caso quelli erano anni in cui davano possibilità a molti e ci presero. E abbiamo continuato per sette anni, finché io non ho preferito investire il mio tempo nel lavoro. Per dirla tutta, invidio chi riesce ed è riuscito a farne una professione, ma per quanto riguarda me vedevo e ho visto difficoltà nel portare a casa la pagnotta. Per questo ho portato avanti il discorso del conservatorio parallelamente a quello della scuola, e poi, in generale, quello della musica a quella del lavoro. La musica l’ho presa come un hobby, anche se senza dubbio mi ha permesso di cavarmi qualche soddisfazione.
Per quanto riguarda il passaggio dall’impronta classica a quella moderna, diciamo che partendo dalla formazione più jazzistica del clarinetto, sebbene con molte tracce di classica, mi sono trovato già a metà strada dalla musica moderna.

Oltre a essere stato insegnante della scuola di Musica Moderna, hai portato avanti anche il discorso musicale tramite una band?
Attualmente suono con la Big Solidal Band come sax tenore e armonica. La cosa incredibile, che mi dà davvero molta soddisfazione, è il fatto che siamo riusciti a creare un ambiente piacevole nonostante tutti i problemi logistici. In più, sono già arrivato a 70/75 date da quando ho cominciato con la Big Solidal Band e ho notato, magari un po’ immodestamente, che oltre ad avere un certo seguito siamo notevolmente cresciuti dalle prime registrazioni.

E a scuola di Musica Moderna che ambiente hai trovato?
“Allora, partirei dicendo che qui ho trovato una realtà che non mi sarei mai aspettato una cosa. E ciò che mi ha colpito di più è il comportamento dei fondatori della scuola e di quelli che ho conosco dal conservatorio che erano già miei idoli allora. Sono tutte persone estremamente alla mano, che se gli dai uno strumento fanno il disastro e che ti considerano come al loro livello o almeno, ti fanno sentire tale. Per cui, anche quando quest’anno ho dovuto abbandonare, mi è dispiaciuto. E lo stesso discorso vale anche per la Big Solidal Band.”

da “Un fiume di Musica”, rivista musicale indipendente e autogestita dagli studenti della Scuola di Musica Moderna Amf di Ferrara.

LA SEGNALAZIONE
Tutti i graffi dell’anima di Janis Joplin nella biografia in pellicola di Amy Berg

Freedom’s just another word for nothing left to lose.
“Bobby McGee”, da Pearl (1971, postumo)

Lei qualcosa da perdere non ce l’aveva mai avuto, ma sarebbe stata la musica a perdersi qualcosa se non avesse conosciuto Janis.
Presentato fuori concorso alla 72esima edizione del Festival del Cinema di Venezia e nei cinema dall’8 ottobre, “Janis” di Amy Berg è il film documentario che, attraverso testimonianze audiovisive, lettere ad amici e familiari, fotografie, racconta la vita di Janis Joplin.
La pellicola della Berg riesce a privilegiare l’aspetto personale e intimo della donna e quello emotivo dell’artista, senza mai cadere in una falsariga retorica né nostalgica, né tanto meno censoria, del suo modo di essere totalmente inadatto, vero, autolesionista, tanto oggi quanto negli anni in cui è esplosa. Perché nascere in una tranquilla famiglia borghese degli anni Quaranta in una provincia battista del Sud e non riuscire a essere come tutti gli altri – partite di football e bella faccia anonima da poter esibire vicino ad altre mille uguali e insignificanti – voleva dire, e vuole dire tutt’oggi, essere fuori dal mondo, messa in un angolo. Ma mettere in un angolo una come lei è cosa ardua. Cacciata dal coro in cui canta, abbandonata la scuola all’ultimo anno di college, sempre al centro di risse, che scatena durante le scorribande con inseparabili amici rigorosamente uomini, preferenza di genere che manterrà un po’ ironica e un po’ seria negli anni a venire. Giocando a fare quella cattiva ragazza che in realtà non è. Solo così riesce a difendersi e a non lasciarsi ammazzare da una sensibilità emotiva completamente, stupidamente inadatta per chi come lei nasce con la dote di essere diverso, ma nello stesso tempo con il desiderio di essere accettata e apprezzata.
Lei il suo sogno americano lo vuole comunque. E se lo conquista con i rischi e le critiche del caso, abbandonando l’abito al ginocchio, la villetta a schiera e la famiglia seduta al tavolo rotondo in una sbiadita fotografia per diventare una ribelle beatnik che beve, fuma e canta con una voce che viene da chiedersi se davvero sia bianco il corpo dal quale esce.
Per lei, conquistarsi la copertina della rivista più in voga significa avere fatto qualcosa per cui meritare di sentirsi dire “brava”. Ma “brava”, al pari di “bella”, sente di esserlo solo quando lascia Port Arthur per San Francisco e trova i primi ingaggi, con quella voce sporca e sincera, scoperta per caso cantando un brano di Odetta, il suo primo grande amore insieme a Big Mama Thornton e Bessie Smith. Poi Aretha Franklin e Billie Holiday, quelle che dopo tre note ti hanno già fatto rapito. E ancora Otis Redding, che ascolta per caso una sera a un concerto, prendendogli a prestito il groove vocale della ripetizione.
Si presenta all’audizione con i Big Brother and the Holding Company e ne diventa la vocalist, trascinandoli in un successo dietro l’altro a partire dal debutto nel Festival di musica pop di Monterey, fino a intraprendere la carriera solista con gruppi di supporto tra cui la Kozmic Blue Band.
Folk, rock, country, bluegrass, il blues, per cui ha una empatia particolare, e il soul, forse il genere che le appartiene più di ogni altro. Li attraversa tutti, i generi musicali; se li fa tutti, nello stesso incondizionato modo in cui si abbandona all’altra grande compensatrice della sua anima: l’eroina, che la stona per l’ultima volta il 4 ottobre 1970. L’ultima fermata del treno che taglia la campagna assolata – immagine ricorrente nel film della Berg – correndo verso nuovi traguardi senza lasciarsi mai davvero alle spalle quella arrabbiata malinconia, graffiata di continuo dall’amore di cui è alla perenne ricerca e che non trova mai fino in fondo. Non importa essere ormai un simbolo indipendente, forte e deciso, quanto sensibile e devastato dalla solitudine in cui ripiomba ogni volta che lo spettacolo finisce, non importa avere lo stesso manager di Bob Dylan, né avere un contratto con la Columbia, né avere conquistato il disco d’oro dopo tre giorni dalla pubblicazione del nuovo album. La musica è semplicemente il mezzo, il “la”, attraverso cui si dà completamente, sofferente e delicata, scoprendo sul palco quello che c’è fuori e dentro di lei.JANIS JOPLIN “Quando canti entri in contatto con la tua immaginazione e la sua verità, cose che difficilmente proveresti passando da una festa all’altra, facendotela con chi ti pare.” È sempre e solo una questione di sentire, quando canti e quando vivi. Te lo dice quel “Ce n’è ancora” urlato dal palco di Woodstock a fine canzone, rivolto al pubblico e a se stessa, prima di ogni altro.
Perché se di te stesso dai solo una parte, allora, come essere umano e come artista, nella vita di graffi ne hai ricevuti troppo pochi.

ACCORDI
Ray.
Il brano di oggi…

Ray-Charles-The-Genius-Hits-the-Road1Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

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Ray Charles – Georgia on my mind

Il 10 giugno del 2004 moriva a Beverly Hills, all’età di 74 anni, Ray Charles. Ceco dall’età di otto anni, pianista e cantante unico, tra i pochi musicisti capaci di amalgamare tra loro svariati generi musicali come Blues, Country e Soul, Ray Charles è stato e rimarrà sempre una delle più amate leggende della musica del novecento. Tra numerosissimi testi, su tutti probabilmente spicca quello dedicato alla sua terra, la Georgia, cover di un brano del 1930 e da lui reinterpretata nel 1960 all’interno dell’album The genius hit the road.

ACCORDI
Energicamente domenica.
Il brano di oggi…

81be0A6B4mL._SL1213_Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

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Black Keys – Lonely Boy

Un po’ di energia per questa domenica e ultimo giorno di maggio con uno dei successi musicali più importanti degli ultimi anni: il brano Lonely Boy degli Black Keys, primo singolo estratto dall’album El Camino del 2011. Un concentrato di blues, rock e country che rendono la musica del duo statunitense tra le più apprezzabili e orecchiabili in circolazione.

ACCORDI
Bud Spencer e il blues
Il brano di oggi…

bsbeOgni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Bud Spencer Blues Explosion – Fanno meglio

Si mettano insieme l’energia di Bud Spencer e la potenza del blues, ed ecco creato un duo tutto italiano: i Bud Spencer Blues Explosion, ovvero Adriano Viterbini (voce e chitarra) e Cesare Petulicchio (batteria). Attivi dal 2007, i due artisti romani incarnano un rock denso, dai suoni profondi esattamente come i testi proposti. Fanno meglio è un brano estratto dal loro album di debutto, il quale prende il nome dalla stessa band.

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Dagger Moth: la ragazza “solitaria” della musica indipendente

L’appuntamento è al caffè Tiffany, nella sala superiore appese ai muri le foto in bianco e nero dei più grandi musicisti della storia, direi che è il posto giusto per ciò che mi aspetta. Incontro Sara per saperne qualcosa di più sul progetto Dagger Moth, un disco autoprodotto che dalla sua Ferrara la porta in giro per l’Italia a suonare in solitaria: chitarra, voce, e una serie di pedali, loop station, che fanno il resto sotto la sua sempre attenta regia.

Vorrei sapere da dove deriva la sua forza, la sua musica, qual è la sua storia, e le sue parole schiette producono questa prima immagine: una bambina disegna sul tavolo della cucina, ritrae delle bambole, oppure un gatto, o ancora la propria mamma. Dalla finestra filtra la luce gialla dell’estate inoltrata. Fra un po’ è il suo compleanno. E’ una bambina magra, timida e un po’ solitaria, che col tempo ha imparato a riempire i suoi pomeriggi con l’immaginazione. Non ci sono fratelli e non ci sono molti coetanei nel suo quartiere, per cui la piccola inventa, apprende come fare da sé.

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Sara Ardizzoni da bambina, foto di Giorgio Ardizzoni

Accanto alla presenza scenica, a una produzione musicale originale e inconsueta per il panorama italiano, trovo un fare semplice, disponibile, il bell’accento della sua terra, e tanta autoironia.
La seconda immagine porta ancora nel passato: è quella di una liceale ancora introversa, che grazie alla passione paterna cresce con il blues di B.B. King, Roy Buchanan, Steve Ray Vaughan, col jazz di Django Rienhardt, le note di Coltrane, e gli immancabili Pink Floyd. Cresce e osserva quella chitarra elettrica nel salotto, finché un giorno per caso la imbraccia, e non la molla più. Quindi la scuola di musica moderna dove incontra i primi amici veri, insieme alla passione.

Ma se l’immagine è ancora quella di una ragazza, il quadro non è del tutto completo. Manca il lato perfezionista e meticoloso di questa liceale, l’impegno scolastico che la porterà dritta alla laurea in Architettura. Non sembra una che lasci qualcosa di incompiuto, anche se sorridendo confessa che, da quando lavora e suona, i libri li lascia sempre a metà, la stanchezza finisce per sfinire pure la curiosità. Nel frattempo il tempo passa e lei ha seguito la scena grunge nata a Seattle negli anni ’90, si è nutrita di punk e hardcore, ha scoperto la diabolica chitarra di Marc Ribot, ascolta i Portishead e P. J. Harvey, si innamora dei Fugazi: una delle band culto della scena alternativa americana.

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Foto di Davide Pedriali

Poi c’è questo pomeriggio e la terza immagine: una donna magra che porta lunghi capelli neri e un lieve filo di trucco. Ha una certa dose di sensualità, ma la indossa quasi involontariamente. E’ appena uscita dall’ufficio dove si guadagna da vivere: l’architettura le ha fornito un lavoro e rappresenta il dovere, la musica uno scopo, e incarna la vita.
Mentre conferma di non aver mai vinto la ritrosia, di portarsi appresso l’antica timidezza, e farsi continua violenza per salire su un palcoscenico davanti al pubblico, Sara sembra essere una donna forte. Conosce i suoi difetti, le paure, e non si sottrae alla sfida continua per superarle. Lo fa col sorriso. Per questo ci vuole coraggio.“Qualcosa di estremamente doloroso mi ha insegnato che non c’è un attimo da perdere, e da allora ho iniziato a correre. Ho deciso che non mi sarei più fermata, non avrei rimandato ciò che desideravo fare, e i miei mi hanno trasmesso che la vita coincide col fare, non con l’attendere”.

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Foto di Emanuela de Toffani con Giorgio Canali

Molte persone credono nella musica di Sara, e il progetto Dagger Moth nel suo piccolo ha realizzato aspirazioni e abbattuto muri. Caparbia, non ha avuto più voglia di aspettare che arrivassero risposte o conferme, e direi che col proprio talento si è appropriata di ciò che le spetta.
Mi descrive ancora incredula quella volta che si ritrovò nella mail la richiesta di una collaborazione da parte di quel Joe Lally che suonava il basso proprio con i suoi amati Fugazi. Oppure l’album prodotto con l’aiuto della Psicolabel di Giorgio Canali, ex CSI e PGR, che ha cantato in Mind the gap insieme a lei.

Questa è Sara Ardizzoni ai miei occhi, anche se per capire il ritratto e dare essenza alle parole occorre ascoltare Dagger Moth, la sua cullante psichedelia, le parole dal ritmo lirico, e il canto mai urlato, accompagnato da un tappeto di arpeggi intensi, in cui a volte irrompe il suono cattivo e saturo della sua chitarra elettrica. Ascolto Ghost, un’onda che ripetutamente si espande e si ritrae, il cui testo ha un sapore poetico ed essenziale che cerco di tradurre: “Non posso cancellare/ una luce così forte/ Non un movimento/ Non un’ombra/ Ho migliaia di parole da pronunciare/ che ho fatto sprofondare”. O ancora Out of shot, scritto a quattro mani con Lally, in cui dichiara che nella vita non si accontenterà di imbrigliare i sogni di qualcun altro, e so che andrà come scrive. “All that I’ve ever learnt/ all that I’ve ever seen/ is not enough for me/ tame your dreams”. Crushed velvet tra le altre cose è rivendicazione delle proprie scelte, il diritto di scegliersi la propria strada e il modo di amare, inevitabilmente costellato di errori “So I don’t want a ruler to gauge a wrong side of life/ (…) to gauge a wrong side of love”.

E’ un modo di stare al mondo, quello di Dagger Moth. C’è grazia in Sara Ardizzoni e nel suo viaggio. E’ ciò che cerco in questo innocuo e forse inutile vagare verso gli altri! Non mi interessa altro che il moto di chi mi sta davanti e cosa lo genera. E’ un modo come un altro per sentire tra le mani un flusso che scorre inesorabile.E allora imbraccia la tua chitarra e metti più aria che puoi nei polmoni, così da riuscire ad andare lontano come desideri. Non fermarti Sara… continua a correre!

Dagger Moth (Sara Ardizzoni)
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Il blog di Sandro Abruzzese

La foto in evidenza è di Luca Cameli

 

Sara-Ardizzoni

Dagger Moth, una donna e la sua chitarra alla conquista della scena musicale. Stasera live con Canali e Santimone [videointervista]

Nel giorno dell’atteso concerto Trans-Jectoires Improbables che si terrà questa sera al Teatro De Micheli di Copparo, vi proponiamo la video intervista a Sara Ardizzoni, in arte Dagger Moth, l’unico componente femminile del trio che oggi salirà sul palco.
Abbiamo scelto Sara per tanti motivi. Innanzitutto perché è brava.
Poi perché è un peccato che i ferraresi si accorgano sempre dopo gli altri dei talenti che hanno in casa.
Inoltre perché Giorgio Canali (ex chitarrista dei Cccp/Csi/Pgr e oggi Rossofuoco) e Alfonso Santimone (pianista di fama internazionale), gli altri due musicisti che si esibiranno, non hanno bisogno di presentazione.
E ancora perché senza il disco di Sara al quale entrambi hanno collaborato e che ha ispirato il direttore artistico dell’evento, Davide Pedriali, forse questa serata non ci sarebbe mai stata.
Infine perché l’8 marzo è la festa della donna, e per questa volta gli uomini si devono fare da parte.

TRANS-JECTOIRES IMPROBABLES
Le traiettorie si possono percorrere anche in senso contrario, il tempo mai.
Giorgio CANALI Alfonso SANTIMONE e Dagger MOTH LIVE IN CONCERTO
Data unica: sabato 8 Marzo 2014 ore 21 TEATRO COMUNALE DE MICHELI – COPPARO
Ingresso offerta libera

Sara-Ardizzoni
Sara Ardizzoni (foto di Davide Pedriali)

L’intervista a Sara Ardizzoni è durata di più dei dieci minuti di filmato che vi abbiamo proposto. Qui potete leggere tutto quello che non c’è nel video.

“Mio padre mi ha sempre chiesto di suonare. Quando lui ha smesso di chiedermelo, ho deciso che era il momento di iniziare.

Fin da piccola ho ascoltato tanto blues, tanto jazz, tanto rock, poi da adolescente ho conosciuto il punk, hard core, grunge, dark e quant’altro. Da qualche anno a questa parte è molto più semplice, ma all’epoca, vent’anni fa circa bisognava essere curiosi, andarsi a cercare le cose, leggere, documentarsi. Quindi fino all’adolescenza come ascolatrice sono stata piuttosto onnivora, però ho sempre avuto una predilezione per i chitarristi ed i brani strumentali.

Non mi ha mai interessato fare cover, ho fin da subito composto cose mie.
La mia prima formazione sono stati i Pilar Ternera.
Poi ci sono state le Sorelle Kraus, gruppo punk rock femminile.
Infine i Pazi Mina, con i quali ho anche inciso un album.

Da quando ho avviato il progetto solita Dagger Moth ho suonato un po’ in giro per tutta l’Italia. Dalla Puglia al Friuli, al Piemonte, passando per Roma e varcando i confini per andare in Croazia.

Quando ho passato i primi provini dei brani a degli amici perché li ascoltassero, sembrava che il comune denominatore fosse l’atmosfera notturna un po’ scura ed ho cercato di immaginare un nome che avesse a che fare con questo mood. Così mi sono venute in mente le falene e guardando i vari esemplari, ne ho trovata una che sia chiama appunto Dagger Moth dove moth significa prorpio falena, quindi qualcosa di esile e delicato e dagger significa pugnale, perché sulle ali ci sono dei disegni che lo ricordano, e mi piaceva questo accostamento, così ho scelto il nome.

Il lavoro all’album è durato sei, sette mesi.
Alla base l’idea di darsi dei limiti, perché quando ti ritrovi da solo ti si apre un mondo dove puoi fare tutto e niente soprattutto con le tecnologie che sono disponibili oggi però l’idea era quella di fare qualcosa che da sola, dal vivo, sul palco io riuscissi a gestire.
Quindi nelle prime bozze che ho registrato qui in casa, non dovevo abbondare in sovraincisioni e arrangiamenti, perché poi ti viene voglia di usare strumenti virtuali, campionare tastiere, percussioni, però poi una volta che sei dal vivo o paghi l’effetto karaoke del tipo che spingi un pulsante metti su la base e ci suoni sopra e non era quello che volevo, oppure ti tocca stravolgere e fare un live che non c’entra niente con il disco che vai a registrare.
Io ho seguito il tipo di procedimento inverso, cioè: che tipo di live voglio proporre?
In base a quello ho strutturato e arrangiato i pezzi e registrato il disco poi mi sono data dei limiti tecnologici, del tipo: di cosa ho bisogno per fare queste cose? Di un certo numero di pedali che chiaramente ho scremato dalla quantità di cose che ho accumulato in questi anni suonando.
E poi di una loop station abbastanza potente che potesse campionare live ma supportare anche campioni preregistrati piuttosto che fare mille cose in mille modalità diverse.
Chiaramente l’utilizzo di questi strumenti comporta anche mesi di studio e di prove per capire come gestirli, come funzionano, perché alla fine sono anche apparecchiature piuttosto complicate, che richiedono letture di manuali, cose non troppo divertenti che però alla fine si sono rivelate necessarie e utilissime.

Questo disco non è un concept album ma è stato ispirato da un aggregarsi in maniera disordinata di idee che avevo represso, messo in un angolo, di idee nuove anche a livello di testi, che io
scrivo in inglese.
Non c’è un filo conduttore, ma si rifanno quasi tutte al piano personale, momenti di vita vissuta ricordi, impressioni, paure, ansie legate ad ambiti affettivi piuttosto che al posto dove vivo che è Ferrara, alla fine sono sempre stata qui, pur spostandomi di frequente.
A livello strumentale ci sono cose molto varie, magari suoni che tendono più al noise quindi distorsioni, effetti, momenti più densi proprio a livello sonoro e altri suoni più puliti più fini più fragili: un insieme di lati opposti che penso tutti abbiano.

Ci sono 12 brani tutti piuttosto variegati ma spero uniti da uno stile abbastanza riconoscibile.
Si apre con un brano abbastanza lungo che alcuni hanno definito una suite perché dura sui 6, 7 minuti. Magari è un po’ inusuale di questi tempi. Ha un’intro ed un’outro strumentali piuttosto corposi e una parte centrale cantata molto più esile e poi si va avanti con un brano che magari ha delle punte anche di elettronica seppur minimale.
E poi ci sono cose molto diverse, da riferimenti a certi ascolti di blues, fino a un certo tipo di psichedelia legata, non so, ai Pink Floyd, per dire nomi molto noti.
Un altro brano è tutto strumentale, pulito, dalle atmosfere piuttosto tese e ritmate, spesso mi dicono che ricorda Robert Fripp anche se di base non è uno dei chitarristi che preferisco

L’idea adesso è di portare avanti questo progetto solitario più che solista, anche perché il disco è uscito neanche un anno fa e penso che possa crescere.
Voglio continuare a muovermi da sola, infatti spesso mi dicono: su questo brano sentirei una batteria, piuttosto che un basso, piuttosto che altri strumenti. Però questa non è una scelta che ho fatto alla cieca, era voluto e quando mi dicono che anche dal vivo riesco a sorreggermi in questa veste è una grande soddisfazione anche se è piuttosto rischioso chiaramente perché di base quando posso suono anche un’ora, un’ora e un quarto. E’ un set un po’ complicato perché in realtà avvalendomi di tutta una serie di apparecchiature che governo con i piedi, prima fra tutte la loop station, devo cantare mentre suono magari faccio cose anche un po’ intricate nel frattempo con i piedi avere l’indipendenza di gestire senza pensarci troppo tutta una serie di cose e quindi anche un gioco spesso di precisione che spero poi non vada a far pesare troppo il lato tecnico su quella che può essere la naturalezza o l’emotività dell’esibizione”.

[Vai al sito di Sara Ardizzoni]

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