Le voci da dentro /
È più facile accettare la pena da scontare, soprattutto se lunga, o è più facile togliersi la vita?
Le voci da dentro. È più facile accettare la pena da scontare, soprattutto se lunga, o è più facile togliersi la vita?
di Giuseppe Calabrò
Una cosa è certa: l’impatto col carcere è devastante.
A meno che non si tratti di un plurirecidivo che abbia consapevolmente scelto di continuare a delinquere e, quindi, abbia messo in conto la possibilità di essere ripetutamente arrestato, chiunque entri in carcere come detenuto subisce un forte trauma emotivo.
Per non lasciarsi sopraffare dallo sconforto occorre quindi una certa capacità di adattarsi alle circostanze, tanto che possono trascorrere molti mesi prima che un detenuto metabolizzi l’evento e si rassegni alla sua nuova condizione di vita, privato della libertà e lontano dagli affetti.
Tuttavia, accettare serenamente la pena inflitta, convincersi di aver sbagliato nei confronti della società e iniziare un percorso nuovo di rinascita e rieducazione è possibile, è doveroso, ma non è sempre facile. Tanto che purtroppo ci sono casi in cui la disperazione è tale che il suicidio sembra la scelta preferibile e la via più breve per eliminare la sofferenza.
In quelle circostanze estreme può capitare di dimenticarsi che la vita ha un valore inestimabile ed è comunque degna di essere vissuta in qualsiasi situazione.
Quando un detenuto si toglie la vita una domanda sorge spontanea: perché non è stato ascoltato e non è stato aiutato? Purtroppo non è solo questione di negligenza da parte di psicologi, psichiatri o altro personale sanitario poiché spesso è difficile intuire le vere intenzioni di un detenuto, come di qualsiasi altra persona. Infatti il cervello umano è un organo ancora in parte sconosciuto che, a volte, scatena reazioni inaspettate anche per l’individuo stesso.
Ci sono dunque detenuti che non reggono l’impatto col carcere e che, travolti dagli eventi, dalla nuova situazione, dalla perdita della libertà e quant’altro, non ce la fanno. Però ci sono anche casi più subdoli di persone che hanno quasi finito di scontare la propria pena che si trovano a pochi mesi dalla scarcerazione e tuttavia scelgono il suicidio…
Persone che erano sembrate del tutto normali a chi le aveva viste mezz’ora prima del suicidio. Credo che, in quei casi, scatti qualcosa nel cervello, un attimo di follia che oscura la mente e che porta a commettere un’azione autodistruttiva che mai, in altri momenti, verrebbe commessa.
Per quanto riguarda la prevenzione di tali tristi dinamiche, una cosa certa: l’ozio porta a fare gesti sbagliati, negativi, peggiora il tono dell’umore e crea terreno fertile anche per certe scelte sciagurate. D’altro canto, la somministrazione di psicofarmaci non può rappresentare una soluzione; infatti, pur avendo un effetto ansiolitico, sedativo finiscono per abbattere ancora di più la persona, portandola a stare nel letto tutto il giorno.
Di certo è la scelta più facile e sbrigativa per gestire un detenuto in crisi, ma non è la più giusta, tantomeno nel lungo termine; tutt’al più può essere un coadiuvante per un periodo di tempo limitato.
Anch’io sono passato attraverso una fase di questo tipo durante i primi mesi di carcerazione, quando dovete fare uso di psicofarmaci; rimanevo tranquillo, ma stavo tutto il giorno sdraiato a letto stordito. Così ho interrotto gradualmente l’assunzione di quei farmaci e mi sono trovato un hobby: nella cella in cui scontavo il periodo di isolamento diurno, nel carcere di Velletri, grazie all’insegnamento di un vecchio detenuto ho cominciato a realizzare delle cornici con gli stuzzicadenti. L’attività mi occupava per 6/7 ore al giorno e devo dire che mi ha aiutato molto da tutti i punti di vista; quindi lascio immaginare quanto possa essere di beneficio un lavoro più impegnativo.
Dunque la risposta più efficace alle difficoltà psicologiche in carcere è senza dubbio il lavoro, l’occupazione produttiva del proprio tempo, in una condizione stabile di impegno fisico e mentale che permette di trascorrere proficuamente le giornate, gratificando il detenuto, il quale in tal modo si sente attivo, impegnato e non si perde in pensieri vani e tormentosi: è presente a se stesso e lucido. Poi la sera, naturalmente stanco, dopo aver cenato va a letto e dorme un sonno riposante.
Un sistema di questo tipo rappresenta l’unico valido rimedio per rieducare un detenuto e per tutelare la sua salute mentale.
Se dunque si potesse offrire a ogni detenuto un progetto di lavoro stabile o comunque di impegno quotidiano, la situazione nelle carceri si modificherebbe per il meglio poiché diminuirebbe l’aggressività, ci sarebbero meno casi di autolesionismo o di suicidio e anche i più irrequieti si calmerebbero.
Questi sono gli obiettivi che l’amministrazione penitenziaria dovrebbe perseguire, considerando anche che ogni detenuto ha diritto al reinserimento sociale. Questo naturalmente presuppone anche che il detenuto stesso abbia una ferma volontà di rieducarsi, di migliorare e di cambiare.
Ciò può apparire difficile all’inizio, ma in realtà è un obiettivo alla portata di chiunque voglia iniziare dal proprio reato, dal riconoscimento delle proprie colpe, per proseguire poi su un percorso nuovo, un percorso di cambiamento profondo che porterà ad una nuova vita fuori dal carcere.
Cover: Foto di Pexels da Pixabay
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