La mia vita tra l’Italia e l’Iran. Intervista a Leily Fazeli
La mia vita tra l’Italia e l’Iran. Intervista a Leily Fazeli
Comunità iraniana di Ferrara
Cominciamo con le presentazioni:
Sono Leily, sono iraniana e vivo da molti anni in Italia, ma la mia vita resta profondamente legata all’Iran. Ho amici e famiglia che vivono sotto la repressione del regime e seguo le lotte delle donne e dei giovani per la libertà. Parlo per raccontare ciò che molti in Iran non posssono dire apertamente.
Senza entrare nel merito dell’aggressione unilaterale israeliana e statunitense, che ha complicato ulteriormente la situazione iraniana portando alla quasi immediata successione di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, mi potresti dare una misura della lotta interna al sistema?
La lotta al sistema degli ayatollah in Iran è di lunga durata. Già l’8 marzo1979 le donne iraniane scesero in piazza contro l’obbligo del velo. Da allora le mobilitazioni sono state ricorrenti: 1999 (studenti), 2009 (Onda Verde), 2017-2019 (proteste economico-sociali), dal 2022 il movimento Donna, Vita, Libertà.
Le ultime proteste dell’8 e 9 gennaio sono state represse con estrema crudeltà. un manifestante scomparso in quei giorni è stato ritrovato morto dopo quasi cinquanta giorni con segni evidenti di tortura. Gran parte della società iraniana protesta contro il regime, che, al di là di quello che mostrano i media iraniani è appoggiato solo dal 10% per cento della popolazione, anche musulmana. Il potere viene mantenuto attraverso la paura, la repressione, il blocco intermittente di internet. Rispetto alle manifestazioni precedenti adesso la contestazione è più trasversale, oltre alle donne coinvolge giovani, studenti, lavoratori e minoranze etniche, mettendo in discussione l’intero sistema e non il singolo leader.
Adesso l’opinione pubblica internazionale “democratica” condanna duramente il raid statunitense che, violando il diritto internazionale, ha portatto alla morte di Khamenei presentandosi come “liberatore” del popolo. La risposta bellica del governo iraniano ha coinvolto quasi tutto il Medio Oriente e bloccato il transito delle petroliere, creando una situazione di rialzo dei prezzi energetici. Questi fatti hanno sicuramente contribuito a mettere in secondo piano la causa dello donne iraniane. Anche prima , però, le violenze subite dal popolo iraniano non sono state supportate dai media e dai molti movimenti organizzati e spontanei che sono sorti a sostegno della causa palestinese. Quali sono secondo te i motivi di questa reticenza?
La causa palestinese è presente da decenni nello spazio pubblico europeo, è legata direttamente al dibattito politico su Israele e sugli Stati Uniti e quindi alla politica interna dei paesi occidentali. L’Iran, invece, era percepito più come un attore “lontano”, prevalentemente come un problema nucleare. Inoltre il regime iraniano ha utilizzato la causa palestinese per presentarsi come difensore degli oppressi contro la politica israeliana. Questo crea confusione all’estero, molti non distinguono tra il governo e il popolo iraniano. Di conseguenza la repressione interna diventa meno visibile e la nostra causa riceve molta meno attenzione.
E poi c’è una certa stanchezza mediatica. Le proteste iraniane non sono più nuove e la nostra causa riceve molta meno attenzione.
Qual è la relazione fra la lotta delle donne e i movimenti di protesta in Iran contro il regime?
Le donne sono al centro della protesta contro il regime. Il movimento Donna Vita Libertà nasce dall’uccisione di una giovane donna, Mahsa Amini, per una questione di velo. il corpo delle donne è uno dei principali strumenti di controllo del regime: il modo di vestirsi, di muoversi, di lavorare, di viaggiare. Per questo la rivolta delle donne è anche una rivolta contro l’intero sistema politico che decide sui loro corpi e sulle loro vite.
L’Iran è un Paese formalmente musulmano, una teocrazia, ma l’obbligo del velo non è solo una questione religiosa: è uno strumento politico. Il velo obbligatorio (anche per le non credenti) serve a rendere visibile l’obbedienza al sistema. Non è solo “coprirsi i capelli”, è accettare che lo Stato decida sul corpo delle donne. Per questo tante donne oggi sfidano questa legge: non è una guerra contro la religione, ma contro l’imposizione.
Imposizione fra l’altro anche per le donne non iraniane. Memorabile il gesto di rifiuto di Oriana Fallaci davanti all’ayatollah e la rinuncia di molte donne occidentali a recarsi in un Paese che pretende l’adeguamento a un velo mai portato in vita loro. Oltre la cancellazione del velo obbligatorio quali altri diritti rivendicano le donne?
Oltre al velo obbligatorio ci sono molte altre limitazioni: la donna ha meno diritti in materia di eredità, testimonianza legale, matrimonio e divorzio; per viaggiare spesso ha bisogno del permesso del marito o del padre, la custodia dei figli è sbilanciata a favore dell’uomo; ci sono restrizioni su alcuni lavori e sulla presenza negli spazi pubblici. Tutto questo crea una cittadinanza “serie B” per le donne.
Molti invece descrivono il mondo femminile iraniano come più avanzato rispetto a quello italiano o europeo : molte donne ricoprono posizioni apicali nelle aziende, ma non possono partecipare alla vita politica, riservata agli uomini. Come hai detto anche nella vita privata esistono forti disparità di genere: approfondiamo il tema del divorzio e del diritto di interruzione di gravidanza.
L’aborto è in gran parte vietato, salvo per motivi terapeutici specifici. Il divorzio esiste, ma non in condizioni di parità: l’uomo ha più facilità a chiedere il divorzio, mentre la donna deve dimostrare gravi motivi e affrontare stigma sociale e ostacoli legali. Nel regime islamico alcuni diritti delle donne non sono garantite dallo Stato, ma dipendono dalla volontà del marito. Nel contratto matrimoniale l’uomo può concedere alla moglie la libertà di divorziare, di lavorare, di viaggiare o scegliere dove vivere. Ma se lui non lo concede, la donna non ha questi diritti. È un sistema che trasforma la libertà femminile in una concessione privata, non in un diritto. Negli ultimi anni sono state varate anche leggi che scoraggiano la contraccezione e promuovono le nascite, riducendo ulteriormente l’autodeterminazione riproduttiva della donna.
Dopo l’uccisione di Khameini si è manifestata la volontà statunitense di controllare la successione. Inoltre Reza Palhavi, figlio dello scià, si è proposto come figura di riferimento per una transizione democratica dell’Iran. Pensi che sia possibile questa transizione verso un governo democratico?

Reza Palhavi ha un discreto seguito in una parte degli iraniani, che lo vedono come simbolo di alternativa al regime. Lui oggi parla di transizione democratica e non chiede esplicitamente il ritorno alla monarchia. Personalmente penso che nessuna figura singola possa “salvare” l’Iran. Il punto da modificare non è un nome, ma un sistema con regole democratiche, separazione dei poteri e rispetto dei diritti. Se lui od altri vogliono avere un ruolo devono passare attraverso un processo democratico, non partendo da una nostalgia. Non credo a una transizione magica dall’oggi al domani. La vedo come un processo, che ponga fine al monopolio del potere religioso, con la separazione tra Stato e Religione, con libere elezioni e partiti reali. Fondamentale la liberazione dei prigionieri politici e la libertà di stampa. Il rischio che stiamo correndo è il caos o un nuovo autoritarismo con un volto diverso. Per questo è importante che la società civile, dentro e fuori l’Iran, lavori già su cultura democratica, diritti e responsabilità.
Cover: autoscatto di Leily Fazeli
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