28 Settembre 2022

Un’analisi del voto: Meloni, Conte, Schlein e il problema della rappresentanza

Michele Ronchi Stefanati

Tempo di lettura: 9 minuti

 

Il primo dato che mi sembra da rilevare in queste elezioni politiche nazionali nell’Italia del 2022 è che l’affluenza è stata la più bassa della storia repubblicana. Quasi il 40% degli aventi diritto ha scelto di non votare. Questo significa che chi va al governo non rappresenta la maggioranza degli elettori, ma una piccola minoranza.

Se sommiamo la percentuale di voti andati a partiti diversi dalla coalizione vincitrice (26,13 del PD; 15,43 del M5S; 7,79 del Terzo Polo; 1,90 di Italexit; 1,43 di Unione Popolare; 1,24 di Italia sovrana e popolare; 1 circa di altre liste più piccole) scopriamo che oltre la metà di chi si è recato alle urne alle elezioni di domenica 25 settembre 2022 non ha votato la coalizione che governerà l’Italia nei prossimi anni.

Se a questo aggiungiamo che il 36% degli aventi diritto si è astenuto, scopriamo subito che la maggioranza degli elettori italiani non ha votato il prossimo governo.

Un quorum alle politiche

Come si dice con una certa semplificazione giornalistica, dunque, il primo partito in Italia è, oggi, il partito dell’astensione.

È un partito però che non conta nulla. Pur essendo l’astensione una chiara scelta politica, di rifiuto dell’offerta politica presente, perché nasce dal fatto che non ci si sente rappresentati dai partiti esistenti, l’astensione nel nostro sistema non fa che lasciare la decisione agli altri, che dunque decidono (e governano) anche per chi non vota.

Questo accadrà finché non si deciderà di fissare un quorum per le elezioni politiche nazionali. Solo allora la scelta dell’astensione potrà assumere nei fatti la valenza politica che ha, producendo l’effetto virtuoso di obbligare i partiti a riformarsi per essere realmente rappresentativi.

Niente più logica del voto utile e del voto contro. Non mi sento rappresentato da nessun partito? Non voto. Non ci sarebbe più nessun bisogno di votare il meno peggio, di “turarsi il naso”. Con il quorum il mio non voto assumerà, nei fatti, la valenza politica che in effetti ha: in mancanza del quorum, bisognerà ripetere le elezioni.

Eppure, qualcuno potrebbe osservare, mai nella storia repubblicana l’astensione ha superato il 50%, quindi nessuna elezione si sarebbe ripetuta, nemmeno quest’ultima del 25 settembre 2022. È vero, ma questo accade proprio perché l’astensione attualmente non conta nulla, è un dare carta bianca a chi invece va a votare.

Se venisse stabilito un quorum per cui, come per i referendum, le elezioni non sono valide se non va a votare almeno il 50%+1 degli aventi diritto, vedremo che l’astensione, in mancanza di partiti capaci di rappresentare le istanze dei cittadini, salirà vertiginosamente, costringendo appunto i partiti a cambiare.

Qualcun altro potrebbe dire che ripetere le elezioni finché non si raggiunge il quorum sarebbe, quantomeno, costoso. E qui chiedo: è più costoso questo o una democrazia in cui i partiti non rappresentano più i cittadini, in cui i governi sono eletti da una minoranza e la maggioranza degli elettori rimane inascoltata? Il quorum alle elezioni politiche sarebbe una svolta e una possibile soluzione alla crisi democratica che stiamo vivendo, non solo in Italia.

Contestualmente, sarebbe credo sensato eliminare il quorum dai referendum, in modo da far crescere la partecipazione in occasione di questi rari e fondamentali momenti di democrazia diretta, proprio perché solo chi vota decide e allora conviene esprimersi tutti, per evitare che siano altri a decidere per me.

Il fascismo non c’entra niente

Nell’analizzare le ragioni del grande consenso ottenuto dal partito guidato da Giorgia Meloni dobbiamo partire da un dato che sembra sfuggire: il fascismo non c’entra niente.

Lo dico da antifascista convinto. Lo dico da persona perfettamente consapevole delle origini della fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia e dei fondamenti neofascisti (mai rinnegati) del pensiero e dell’attitudine di Giorgia Meloni, del suo gruppo dirigente e dei suoi sostenitori più accaniti.

Certo, la prossima presidente del consiglio italiano viene dalla storia del postfascismo italiano. Certo, i neofascisti in Italia esistono e l’hanno votata, convintamente. Tuttavia, sono, fortunatamente, una minoranza.

Giorgia Meloni ha invece preso il 26% dei voti, la coalizione di destra oltre il 40%, cioè circa 12 milioni di voti. In Italia, fortunatamente, non ci sono 12 milioni di fascisti. Il fascismo certamente ancora strisciante nella società italiana non basta a spiegare questi numeri.

Sono stato criticato perché in un mio precedente intervento avevo scritto che, in assenza dei partiti e delle ideologie (sparite, o meglio uniformatesi all’unica ora dominante, quella capitalista, all’inizio degli anni Novanta con la caduta del Muro e con Tangentopoli), alle elezioni “vince il nuovo” e che era stato così per Silvio Berlusconi nel 1994, per Matteo Salvini e per il Movimento Cinque Stelle nel 2018.

Ma anche per Matteo Renzi, con quel 40,81% delle elezioni europee del 2014, che rimane il miglior risultato della storia del Partito Democratico che in quel momento, però, democratico non era per nulla, era il Partito di Renzi, in un momento in cui Renzi era visto come il nuovo: infatti ora il partito di Renzi, Italia Viva, prende invece cifre risibili e si deve nascondere dietro l’io ipertrofico di Carlo Calenda per riuscire a entrare in parlamento.

So benissimo che la vittoria di Berlusconi si basava su un solido sistema economico-mediatico, su una trasformazione culturale della società italiana tramite il monopolio dei canali televisivi, su clientele e corruzione, su rapporti ormai acclarati con tutti i poteri e potentati italiani, compresi quelli occulti (Licio Gelli e la loggia massonica P2) e criminali (tramite Dell’Utri).

So benissimo che i successi elettorali di Renzi nel 2014 e di Salvini e del Movimento 5 Stelle nel 2018 hanno anche ragioni profonde: di abilità propagandistica, di difetti dell’informazione, di ingerenze di potenze mondiali, di capacità (momentanea) di certi leader populisti di intercettare e sfruttare le paure delle persone.

Eppure, è un dato di fatto che la grande maggioranza degli elettori italiani vota, non da oggi, per ragioni molto più terra a terra: questo ci ha deluso? Bene, proviamo questo che è nuovo, che non ha mai governato. È successo con tutti i sopra citati, succede anche ora con Giorgia Meloni. Se non si dimostrerà capace, quel consenso sparirà più in fretta di come è nato.

Questo è infatti anche il motivo per il quale il consenso è così volatile: nel giro di pochissimo tempo si gonfia e sgonfia, sale e poi crolla. Renzi ora prende le briciole di quel 40,8%, Salvini prende un misero 8% che fino al Papeete e all’adesione al governo Draghi era impensabile, il Movimento 5 Stelle, che canta incredibilmente vittoria, nelle ultime elezioni ha dimezzato il suo consenso rispetto al 2018.

M5S dimezzato ma CONTEnto

Qualche altra parola sul Movimento 5 Stelle. Nelle ultime elezioni, Giuseppe Conte ha rappresentato, per molti indecisi, soprattutto a sinistra, un’ancora di salvezza. Molti che non credono più nel PD e nei partitini alla sua sinistra, hanno scelto Conte e il Movimento da lui guidato come unica alternativa all’astensione. C’è stata la solita camaleontica abilità di Conte nel presentarsi con una pelle ancora nuova rispetto alle precedenti, senza vergogna e senza timore di contraddizione.

Dopo aver vestito i panni del federatore di Lega e Cinque Stelle nel Conte 1, di paladino del progressismo italiano nel Conte 2, con periodo da grande statista nei terribili mesi della pandemia, dopo avere sostenuto il governo Draghi insieme a destra e sinistra, ora ennesima giravolta per riuscire a salvare il salvabile (e ci è davvero riuscito).

In questo, Conte è un politico di razza (ha imparato in fretta): ha capito subito che bisogna buttarsi dove c’è il vuoto e con faccia di bronzo sostenere convintamente una tesi, non importa se in palese contraddizione con quello che si è stati fino ad allora: la gente ha memoria corta e a certe promesse è sempre sensibile.

C’è uno spazio a sinistra lasciato dal PD, buttiamoci lì. Non importa se il M5S nasce come partito antisistema, che doveva “aprire il parlamento come una scatola di tonno”, quello del “non siamo né di destra né di sinistra”, della diretta streaming con Bersani per dirgli in mondo visione che lui rappresenta solo il vecchio sistema e che loro, i grillini, quel sistema l’avrebbero fatto crollare e mai avrebbero governato col PD, poi ribattezzato nel 2019 Partito di Bibbiano in riferimento ai fatti scabrosi accaduti nella cittadina vicino a Reggio Emilia.

I Cinque Stelle, ottenuto un grande consenso proprio in virtù di questa loro alterità, si sono poi uniformati a quello che dovevano distruggere, finendo per governare prima con la destra, poi con la sinistra, poi con entrambe nel governo Draghi.

Sono diventati a pieno titolo parte di quel sistema politico che nella piazze dicevano, parole loro, di voler mandare a fanculo. I difetti del sistema sono diventati i difetti dei Cinque stelle, tra incoerenze, trasformismo, oscure manovre tramite la piattaforma Rousseau (povero Rousseau, se sapesse!), scissioni interne e perdita dei giovani leader che l’avevano condotto alla vittoria, Di Maio e Di Battista.

La plateale dismissione dei valori iniziali del Movimento e la sua partecipazione a tutti i governi della passata legislatura rendevano apparentemente inevitabile un crollo elettorale totale.

I sostenitori della prima ora dei Cinque Stelle non possono più votarci, devono avere pensato Conte e i suoi, siamo diventati parte del sistema, è impossibile da negare. E allora che facciamo? Proviamo ad allearci con il PD, tutto sommato sta funzionando. E facciamo cadere il governo Draghi prima del tempo, in modo da riacquisire una centralità politica. Ci distingueremo dalle altre forze che sostengono Draghi. Si tornerà a parlare di noi.

Poi il PD, con mossa davvero poco lungimirante (ma ci siamo abituati), ha scelto di “punire” i Cinque Stelle per questa scelta, credendo così di investire su un consenso nel paese nei confronti di Draghi, che si è rivelato invece pressoché inesistente, tanto che della misteriosa agenda Draghi, dallo stesso ex premier rinnegata, il PD ha presto smesso di parlare dopo le prime settimane di campagna elettorale.

Quindi, rottura con i Cinque Stelle, fine del campo largo. Questo, anziché punire il Movimento, l’ha rafforzato, dandogli la possibilità di rivendicare il proprio essere alternativi sia alla coalizione di destra che a quella di centrosinistra e lasciandogli le mani libere.

Ecco allora l’altra scelta vincente di Conte cui si accennava in precedenza: colmare il vuoto a sinistra, porsi cioè come difensori degli ultimi. Non importa se tale posizione è poco credibile, se il Movimento non ha mai avuto nulla di sinistra.

Abbiamo fatto approvare il reddito di cittadinanza? Sì. Ci sono milioni di italiani che lo percepiscono e che non ne vogliono sapere di perderlo, che ne abbiano diritto o meno? Sì. Bene, prendiamoci quel consenso lì, ci spetta. Praticamente un voto di scambio.

Aggiungiamoci una promessa di salario minimo, contro le paghe da fame e il gioco è fatto. Soprattutto nelle aree del paese dove non c’è lavoro, otterremo il boom di consensi. Ed è stato così. Non importa se il Movimento 5 Stelle nel 2018 aveva preso il 32,8% e ora, nel 2022, prende il 15,4%, avendo dilapidato la metà dei consensi che aveva. Per come si era messa, si tratta di un risultato del tutto insperato.

Il Pd: trovare (finalmente) un’identità, ovvero ripartire da Elly Schlein

Del PD avevamo già detto in precedenza, nell’articolo dell’8 agosto [Qui]. Non c’è molto da aggiungere. Si è verificato esattamente quello che tutti si aspettavano: sconfitta senza appello e resa dei conti interna con tutti a chiedere la testa di Letta, convinti ancora una volta che basti cambiare segretario.

E invece bisogna cambiare il partito, radicalmente. Il campo largo inseguito da Letta (ma con i 5Stelle, non solo con Calenda) avrebbe sicuramente limitato i danni, ma non garantito la vittoria, né risolto i problemi alla radice.

Il campo largo non avrebbe preso la somma dei voti presi dalle singole parti, ma sensibilmente meno. Questo perché chi è andato da solo ha guadagnato consenso, anche grazie alla possibilità di vantare una propria presunta alterità rispetto al PD, cosa che non sarebbe stata possibile in caso di coalizione con Letta.

In ogni caso, se si pensa ancora una volta che per risolvere i problemi del PD basterà cambiare Letta (ennesimo capro espiatorio, prima venerato come Messia da Parigi, ora spinto dagli stessi che lo veneravano a tornarsene in fretta a Parigi) con Bonaccini, Ricci o De Caro, si fa il solito errore, ripetuto ormai decine di volte.

Il PD deve risolvere i problemi che ha dalla sua nascita, deve cioè rispondere a una domanda: che cosa siamo? Siamo il partito di sinistra, ecologista e femminista immaginato da Elly Schlein o quello democristiano perpetrato per tutti questi anni da Dario Franceschini? L’importante è scegliere, una volta per tutte.

Avere coraggio: prendere una parte e sostenerla con coerenza. Provare a rappresentare così una parte della società (non tutta la società) che nel partito tornerà a riconoscersi. Smettere di avere la pretesa di rappresentare tutto e il contrario di tutto, finendo poi per non rappresentare niente e nessuno.

E finirla, una volta per tutte, di concepire la politica esclusivamente come esercizio del potere. Non per ragioni etiche, so che di queste ve ne frega il giusto, ma proprio perché non paga più, non vedete che non vi vota più nessuno, che i vostri amati posti di potere, continuando così, non li raggiungete più?

L’opposizione, se fatta bene, aiuta in questo percorso di trasformazione per tornare ad essere realmente rappresentativi. Cominciamo?


Commenti (2)

  • Condivido molto di questa analisi e di alcune proposte. Non tutto. Sono più generoso di Michele nella valutazione dell attuale guida 5stelle: Conte non è solo un politico di razza in senso cinicamente andreottiano, o peronista, ma ha mantenuto una credibilità (a mio avviso) in situazioni nelle quali la credibilità l’hanno persa tutti, Draghi incluso. E il partito in questione si è anche liberato di una zavorra interna. Poi secondo me non voleva far cadere il governo, lo ha accettato come rischio ma non era quella l’intenzione. Altrove invece vedo tuttora una clamorosa miopia, rispetto alla quale, in questa situazione, si brucerebbe pure Elly. Ci vuole un percorso.

  • L’ ho letto il tuo articolo. Ci sono riflessioni interessanti e talvolta ingenue. Comunque sottolini la necessità di un quorum. È una tesi molto discutibile. Nessun paese democratico prevede il quorum. Se guardiamo il trend mondiale l’ Italia si sta adeguando rapidamente. Sono lontani i tempi in cui il 90% degli aventi dritto si recava al voto. Basta leggere le percentuali dei votanti negli stati uniti e recentemente in Francia nelle elezioni politiche.

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