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Un’analisi del voto: Meloni, Conte, Schlein e il problema della rappresentanza

 

Il primo dato che mi sembra da rilevare in queste elezioni politiche nazionali nell’Italia del 2022 è che l’affluenza è stata la più bassa della storia repubblicana. Quasi il 40% degli aventi diritto ha scelto di non votare. Questo significa che chi va al governo non rappresenta la maggioranza degli elettori, ma una piccola minoranza.

Se sommiamo la percentuale di voti andati a partiti diversi dalla coalizione vincitrice (26,13 del PD; 15,43 del M5S; 7,79 del Terzo Polo; 1,90 di Italexit; 1,43 di Unione Popolare; 1,24 di Italia sovrana e popolare; 1 circa di altre liste più piccole) scopriamo che oltre la metà di chi si è recato alle urne alle elezioni di domenica 25 settembre 2022 non ha votato la coalizione che governerà l’Italia nei prossimi anni.

Se a questo aggiungiamo che il 36% degli aventi diritto si è astenuto, scopriamo subito che la maggioranza degli elettori italiani non ha votato il prossimo governo.

Un quorum alle politiche

Come si dice con una certa semplificazione giornalistica, dunque, il primo partito in Italia è, oggi, il partito dell’astensione.

È un partito però che non conta nulla. Pur essendo l’astensione una chiara scelta politica, di rifiuto dell’offerta politica presente, perché nasce dal fatto che non ci si sente rappresentati dai partiti esistenti, l’astensione nel nostro sistema non fa che lasciare la decisione agli altri, che dunque decidono (e governano) anche per chi non vota.

Questo accadrà finché non si deciderà di fissare un quorum per le elezioni politiche nazionali. Solo allora la scelta dell’astensione potrà assumere nei fatti la valenza politica che ha, producendo l’effetto virtuoso di obbligare i partiti a riformarsi per essere realmente rappresentativi.

Niente più logica del voto utile e del voto contro. Non mi sento rappresentato da nessun partito? Non voto. Non ci sarebbe più nessun bisogno di votare il meno peggio, di “turarsi il naso”. Con il quorum il mio non voto assumerà, nei fatti, la valenza politica che in effetti ha: in mancanza del quorum, bisognerà ripetere le elezioni.

Eppure, qualcuno potrebbe osservare, mai nella storia repubblicana l’astensione ha superato il 50%, quindi nessuna elezione si sarebbe ripetuta, nemmeno quest’ultima del 25 settembre 2022. È vero, ma questo accade proprio perché l’astensione attualmente non conta nulla, è un dare carta bianca a chi invece va a votare.

Se venisse stabilito un quorum per cui, come per i referendum, le elezioni non sono valide se non va a votare almeno il 50%+1 degli aventi diritto, vedremo che l’astensione, in mancanza di partiti capaci di rappresentare le istanze dei cittadini, salirà vertiginosamente, costringendo appunto i partiti a cambiare.

Qualcun altro potrebbe dire che ripetere le elezioni finché non si raggiunge il quorum sarebbe, quantomeno, costoso. E qui chiedo: è più costoso questo o una democrazia in cui i partiti non rappresentano più i cittadini, in cui i governi sono eletti da una minoranza e la maggioranza degli elettori rimane inascoltata? Il quorum alle elezioni politiche sarebbe una svolta e una possibile soluzione alla crisi democratica che stiamo vivendo, non solo in Italia.

Contestualmente, sarebbe credo sensato eliminare il quorum dai referendum, in modo da far crescere la partecipazione in occasione di questi rari e fondamentali momenti di democrazia diretta, proprio perché solo chi vota decide e allora conviene esprimersi tutti, per evitare che siano altri a decidere per me.

Il fascismo non c’entra niente

Nell’analizzare le ragioni del grande consenso ottenuto dal partito guidato da Giorgia Meloni dobbiamo partire da un dato che sembra sfuggire: il fascismo non c’entra niente.

Lo dico da antifascista convinto. Lo dico da persona perfettamente consapevole delle origini della fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia e dei fondamenti neofascisti (mai rinnegati) del pensiero e dell’attitudine di Giorgia Meloni, del suo gruppo dirigente e dei suoi sostenitori più accaniti.

Certo, la prossima presidente del consiglio italiano viene dalla storia del postfascismo italiano. Certo, i neofascisti in Italia esistono e l’hanno votata, convintamente. Tuttavia, sono, fortunatamente, una minoranza.

Giorgia Meloni ha invece preso il 26% dei voti, la coalizione di destra oltre il 40%, cioè circa 12 milioni di voti. In Italia, fortunatamente, non ci sono 12 milioni di fascisti. Il fascismo certamente ancora strisciante nella società italiana non basta a spiegare questi numeri.

Sono stato criticato perché in un mio precedente intervento avevo scritto che, in assenza dei partiti e delle ideologie (sparite, o meglio uniformatesi all’unica ora dominante, quella capitalista, all’inizio degli anni Novanta con la caduta del Muro e con Tangentopoli), alle elezioni “vince il nuovo” e che era stato così per Silvio Berlusconi nel 1994, per Matteo Salvini e per il Movimento Cinque Stelle nel 2018.

Ma anche per Matteo Renzi, con quel 40,81% delle elezioni europee del 2014, che rimane il miglior risultato della storia del Partito Democratico che in quel momento, però, democratico non era per nulla, era il Partito di Renzi, in un momento in cui Renzi era visto come il nuovo: infatti ora il partito di Renzi, Italia Viva, prende invece cifre risibili e si deve nascondere dietro l’io ipertrofico di Carlo Calenda per riuscire a entrare in parlamento.

So benissimo che la vittoria di Berlusconi si basava su un solido sistema economico-mediatico, su una trasformazione culturale della società italiana tramite il monopolio dei canali televisivi, su clientele e corruzione, su rapporti ormai acclarati con tutti i poteri e potentati italiani, compresi quelli occulti (Licio Gelli e la loggia massonica P2) e criminali (tramite Dell’Utri).

So benissimo che i successi elettorali di Renzi nel 2014 e di Salvini e del Movimento 5 Stelle nel 2018 hanno anche ragioni profonde: di abilità propagandistica, di difetti dell’informazione, di ingerenze di potenze mondiali, di capacità (momentanea) di certi leader populisti di intercettare e sfruttare le paure delle persone.

Eppure, è un dato di fatto che la grande maggioranza degli elettori italiani vota, non da oggi, per ragioni molto più terra a terra: questo ci ha deluso? Bene, proviamo questo che è nuovo, che non ha mai governato. È successo con tutti i sopra citati, succede anche ora con Giorgia Meloni. Se non si dimostrerà capace, quel consenso sparirà più in fretta di come è nato.

Questo è infatti anche il motivo per il quale il consenso è così volatile: nel giro di pochissimo tempo si gonfia e sgonfia, sale e poi crolla. Renzi ora prende le briciole di quel 40,8%, Salvini prende un misero 8% che fino al Papeete e all’adesione al governo Draghi era impensabile, il Movimento 5 Stelle, che canta incredibilmente vittoria, nelle ultime elezioni ha dimezzato il suo consenso rispetto al 2018.

M5S dimezzato ma CONTEnto

Qualche altra parola sul Movimento 5 Stelle. Nelle ultime elezioni, Giuseppe Conte ha rappresentato, per molti indecisi, soprattutto a sinistra, un’ancora di salvezza. Molti che non credono più nel PD e nei partitini alla sua sinistra, hanno scelto Conte e il Movimento da lui guidato come unica alternativa all’astensione. C’è stata la solita camaleontica abilità di Conte nel presentarsi con una pelle ancora nuova rispetto alle precedenti, senza vergogna e senza timore di contraddizione.

Dopo aver vestito i panni del federatore di Lega e Cinque Stelle nel Conte 1, di paladino del progressismo italiano nel Conte 2, con periodo da grande statista nei terribili mesi della pandemia, dopo avere sostenuto il governo Draghi insieme a destra e sinistra, ora ennesima giravolta per riuscire a salvare il salvabile (e ci è davvero riuscito).

In questo, Conte è un politico di razza (ha imparato in fretta): ha capito subito che bisogna buttarsi dove c’è il vuoto e con faccia di bronzo sostenere convintamente una tesi, non importa se in palese contraddizione con quello che si è stati fino ad allora: la gente ha memoria corta e a certe promesse è sempre sensibile.

C’è uno spazio a sinistra lasciato dal PD, buttiamoci lì. Non importa se il M5S nasce come partito antisistema, che doveva “aprire il parlamento come una scatola di tonno”, quello del “non siamo né di destra né di sinistra”, della diretta streaming con Bersani per dirgli in mondo visione che lui rappresenta solo il vecchio sistema e che loro, i grillini, quel sistema l’avrebbero fatto crollare e mai avrebbero governato col PD, poi ribattezzato nel 2019 Partito di Bibbiano in riferimento ai fatti scabrosi accaduti nella cittadina vicino a Reggio Emilia.

I Cinque Stelle, ottenuto un grande consenso proprio in virtù di questa loro alterità, si sono poi uniformati a quello che dovevano distruggere, finendo per governare prima con la destra, poi con la sinistra, poi con entrambe nel governo Draghi.

Sono diventati a pieno titolo parte di quel sistema politico che nella piazze dicevano, parole loro, di voler mandare a fanculo. I difetti del sistema sono diventati i difetti dei Cinque stelle, tra incoerenze, trasformismo, oscure manovre tramite la piattaforma Rousseau (povero Rousseau, se sapesse!), scissioni interne e perdita dei giovani leader che l’avevano condotto alla vittoria, Di Maio e Di Battista.

La plateale dismissione dei valori iniziali del Movimento e la sua partecipazione a tutti i governi della passata legislatura rendevano apparentemente inevitabile un crollo elettorale totale.

I sostenitori della prima ora dei Cinque Stelle non possono più votarci, devono avere pensato Conte e i suoi, siamo diventati parte del sistema, è impossibile da negare. E allora che facciamo? Proviamo ad allearci con il PD, tutto sommato sta funzionando. E facciamo cadere il governo Draghi prima del tempo, in modo da riacquisire una centralità politica. Ci distingueremo dalle altre forze che sostengono Draghi. Si tornerà a parlare di noi.

Poi il PD, con mossa davvero poco lungimirante (ma ci siamo abituati), ha scelto di “punire” i Cinque Stelle per questa scelta, credendo così di investire su un consenso nel paese nei confronti di Draghi, che si è rivelato invece pressoché inesistente, tanto che della misteriosa agenda Draghi, dallo stesso ex premier rinnegata, il PD ha presto smesso di parlare dopo le prime settimane di campagna elettorale.

Quindi, rottura con i Cinque Stelle, fine del campo largo. Questo, anziché punire il Movimento, l’ha rafforzato, dandogli la possibilità di rivendicare il proprio essere alternativi sia alla coalizione di destra che a quella di centrosinistra e lasciandogli le mani libere.

Ecco allora l’altra scelta vincente di Conte cui si accennava in precedenza: colmare il vuoto a sinistra, porsi cioè come difensori degli ultimi. Non importa se tale posizione è poco credibile, se il Movimento non ha mai avuto nulla di sinistra.

Abbiamo fatto approvare il reddito di cittadinanza? Sì. Ci sono milioni di italiani che lo percepiscono e che non ne vogliono sapere di perderlo, che ne abbiano diritto o meno? Sì. Bene, prendiamoci quel consenso lì, ci spetta. Praticamente un voto di scambio.

Aggiungiamoci una promessa di salario minimo, contro le paghe da fame e il gioco è fatto. Soprattutto nelle aree del paese dove non c’è lavoro, otterremo il boom di consensi. Ed è stato così. Non importa se il Movimento 5 Stelle nel 2018 aveva preso il 32,8% e ora, nel 2022, prende il 15,4%, avendo dilapidato la metà dei consensi che aveva. Per come si era messa, si tratta di un risultato del tutto insperato.

Il Pd: trovare (finalmente) un’identità, ovvero ripartire da Elly Schlein

Del PD avevamo già detto in precedenza, nell’articolo dell’8 agosto [Qui]. Non c’è molto da aggiungere. Si è verificato esattamente quello che tutti si aspettavano: sconfitta senza appello e resa dei conti interna con tutti a chiedere la testa di Letta, convinti ancora una volta che basti cambiare segretario.

E invece bisogna cambiare il partito, radicalmente. Il campo largo inseguito da Letta (ma con i 5Stelle, non solo con Calenda) avrebbe sicuramente limitato i danni, ma non garantito la vittoria, né risolto i problemi alla radice.

Il campo largo non avrebbe preso la somma dei voti presi dalle singole parti, ma sensibilmente meno. Questo perché chi è andato da solo ha guadagnato consenso, anche grazie alla possibilità di vantare una propria presunta alterità rispetto al PD, cosa che non sarebbe stata possibile in caso di coalizione con Letta.

In ogni caso, se si pensa ancora una volta che per risolvere i problemi del PD basterà cambiare Letta (ennesimo capro espiatorio, prima venerato come Messia da Parigi, ora spinto dagli stessi che lo veneravano a tornarsene in fretta a Parigi) con Bonaccini, Ricci o De Caro, si fa il solito errore, ripetuto ormai decine di volte.

Il PD deve risolvere i problemi che ha dalla sua nascita, deve cioè rispondere a una domanda: che cosa siamo? Siamo il partito di sinistra, ecologista e femminista immaginato da Elly Schlein o quello democristiano perpetrato per tutti questi anni da Dario Franceschini? L’importante è scegliere, una volta per tutte.

Avere coraggio: prendere una parte e sostenerla con coerenza. Provare a rappresentare così una parte della società (non tutta la società) che nel partito tornerà a riconoscersi. Smettere di avere la pretesa di rappresentare tutto e il contrario di tutto, finendo poi per non rappresentare niente e nessuno.

E finirla, una volta per tutte, di concepire la politica esclusivamente come esercizio del potere. Non per ragioni etiche, so che di queste ve ne frega il giusto, ma proprio perché non paga più, non vedete che non vi vota più nessuno, che i vostri amati posti di potere, continuando così, non li raggiungete più?

L’opposizione, se fatta bene, aiuta in questo percorso di trasformazione per tornare ad essere realmente rappresentativi. Cominciamo?

Dove c’è pasta c’è amore (e oscenità)

Guido Barilla è uno dei più influenti imprenditori europei, presidente della Barilla, della quale spesso mettiamo in tavola i maccheroni. In una recente intervista al quotidiano La Stampa, che potete leggere a questo link (https://www.lastampa.it/economia/2021/06/11/news/barilla-ragazzi-rinunciate-ai-sussidi-e-mettetevi-in-gioco-1.40377847),

Barilla ha dichiarato: “Molte persone scoprono che stare a casa con il sussidio è più comodo rispetto a mettersi in gioco cercando lavori probabilmente anche poco remunerati….C’è un atteggiamento di rilassamento da parte di alcuni che io spero termini perché invece serve l’energia di tutti”. E poi ha fatto un appello ai giovani: “Rivolgo un appello ai ragazzi: non sedetevi su facili situazioni, abbiate la forza di rinunciare ai sussidi facili e mettetevi in gioco. Entrate nel mercato del lavoro, c’è bisogno di tutti e specialmente di voi”. In effetti, credo che i suoi figli potrebbero farlo: cercare lavori poco remunerati. Mettersi in gioco, come dice con questo sconcertante topos linguistico utilizzato, chissà perchè, sempre da gente col culo parato. I suoi figli (ben cinque bocche da sfamare) potrebbero mettersi in gioco, a 600 euro mese per 10/12 ore al giorno di lavoro precario: farebbero persino un figurone. Tanto con papà riuscirebbero comunque a mettere su l’acqua per i maccheroni. Con parsimonia, dal momento che il  patrimonio personale di Guido dopo il 2019 è sceso (di poco) sotto il miliardo di dollari. Del resto, non crederete mica che Guido si sia messo in gioco con un soldo di cacio in tasca: prima di diventare dirigente della Barilla, campava all’università coi soldi del padre Pietro, a sua volta nipote del fondatore dell’azienda di famiglia.

Un’altra che la pensa allo stesso modo, dal basso della sua storia di pasionaria coi soldi dei mariti (numerosi, mai uno che facesse il ferroviere o il bagnino), è Daniela Santanchè, che se la prende col reddito di cittadinanza che fa stare in poltrona i ragazzi, invece di spaccarsi la schiena sui suoi ombrelloni per la stessa cifra. Guai poi a parlarle di contratti da rispettare e di paga minima, le viene l’orticaria.

Dentro questo quadro non poteva mancare la quintessenza del parassitismo travestito da laboriosità, tal Matteo Salvini, che non ha mai fatto un lavoro in vita sua tranne il leghista, mestiere peraltro nel quale gli va riconosciuto un certo talento, a dispetto del viale del tramonto che ha ormai imboccato – del resto, tutto ha un inizio e una fine. Il vate della gente semplice e operosa del Nord non ha perso tempo per illustrare il suo ultimo sillogismo: se lo Stato ti dà 600 euro per oziare in poltrona e un ristoratore ti offre la stessa cifra per fare il cameriere, “la soluzione la lascio intuire”, dice il genio. Ovviamente il problema non sta nel fatto che fare il cameriere d’estate a 600 euro mese, per servizi da 10 ore al giorno mediamente, significa essere pagato 3 euro all’ora: un terzo della paga oraria di un lavoratore agricolo in regola, ma giusto la cifra che danno ai clandestini per tirare su pomodori, tanto per capire chi è che guadagna (anche in termini di propaganda) dalla cosiddetta “immigrazione clandestina” in Italia.

Quando leggo cose come queste mi viene nostalgia dei tempi in cui al povero Giovannino Agnelli facevano fare sei mesi da operaio sotto copertura alla Piaggio, per capire cosa producevano quelli che da lì a poco sarebbero stati i suoi operai. Un altro stile, persino nel familismo. Il capitalismo nepotista italiano ha sempre tramandato il potere a figli e nipoti; la sfida, quella vera, del “mettersi in gioco” a 600 euro, quella l’ha sempre lasciata ai figli della plebe. Adesso lo fa senza un velo di ritegno, senza un briciolo di savoir faire, senza un’oncia di decoro. Che gente oscena.

SCHEI
Carlo Bonomi: l’acuto e l’ottuso

Acuto (oksys) e ottuso (moros) sono i due etimi greci che compongono la parola ossimoro, che significa accostamento di parole dal senso opposto; proprio come acuto e ottuso insieme. Ossimoro, appunto.
Bonomia, nel dizionario Treccani, è la “bonarietà, il carattere di un uomo mite e alla buona”. No, non è un articolo di linguistica. E’ che Carlo Bonomi, neo presidente di Confindustria, sembra avere ingaggiato una battaglia con il suo cognome basata sulla strategia dell’ossimoro. Buon uomo e cattivo, mite e bellicoso insieme.

Lumbard purosangue, non era ancora in carica, ma solo designato, che già tuonava contro i contratti nazionali di lavoro, affermando che erano da superare in favore degli accordi aziendali. Ora, siccome nel diritto sindacale l’accordo aziendale già supera il nazionale se prevede migliorie per i lavoratori rispetto alla norma generale, l’affermazione del mite bellicoso aveva un solo significato (altrimenti avrebbe ribadito l’ovvio): trattiamo i lavoratori nelle singole aziende peggio delle regole generali, laddove sia possibile (possibilmente ovunque). Un nuovo contratto nazionale virtuale, insomma, fondato sulla scomparsa del contratto nazionale: in altre parole, fondato sulla sottrazione di diritti e tutele per chi lavora. 

Appena eletto è andato ovunque, anche in televisione, a dire che il Governo tratta male le imprese (e parliamo di imprese grandi, perché Confindustria non rappresenta gli artigiani e i bottegai). Motivo? Emette assegni per il reddito di cittadinanza invece che girarli ai suoi associati. Peccato che nel frattempo ci sia chi letteralmente fa la fame; che il problema semmai è quanto lentamente arrivano questi soldi alle persone fisiche; e che questa lentezza mette fasce crescenti della popolazione nelle mani degli usurai e dei criminali (la mafia e la camorra stanno già facendo la spesa gratis per interi quartieri). Naturalmente i soldi in questione – soldi pubblici – dovrebbero arrivare alle imprese, ma senza che lo Stato possa ficcare il naso nella loro gestione. Altrimenti si crea una nuova Alitalia, altrimenti il governo è comunista. Veramente noi non siamo né comunisti né giacobini, visto che in Francia, invece, il Governo le mani le mette eccome, sulle sue aziende strategiche.

Il buono e cattivo capo degli industriali impartisce anche lezioni di buonsenso al Governo. Invece di erogare la Cassa Integrazione, che arriva tardi o non arriva, tagli l’Irap, l’odiata Imposta sul Reddito delle Attività Produttive (anche io odio l’Irpef, ma la pago fino all’ultimo centesimo da quando per mia fortuna ho un lavoro stabile, altra bestemmia per il buon Carletto). Peccato che il Governo abbia, appunto, tagliato l’Irap sia per il saldo 2019 sia per l’acconto 2020. Quindi, il Governo ha ascoltato il mondo delle imprese. No: secondo il Mite, questo governo ascolta solo i sindacati.

Su una cosa il mite e feroce Bonomi ha ragione: a reclamare il pagamento dei crediti scaduti da parte dello Stato. Basta andare sul sito del Mef per accorgersi dello scandalo: lo Stato “ha reso disponibili risorse e strumenti finanziari pari a oltre 56 miliardi per il pagamento di debiti maturati al 31 dicembre 2013”. Avete letto bene, scaduti da sette anni. Ormai e da tempo, chi lavora con la Pubblica Amministrazione salta per aria, perché chi ti paga dopo sette anni è come se non ti pagasse. Nel frattempo sei morto.

Sospetto che, al fondo, il problema grande sia proprio questo. Non è il malvagio Bonomi o il mangiabambini Landini, non è più Stato o più mercato. E’ che nessuno si fida di nessuno, e a giusta ragione, ciascuno dalla sua prospettiva.
Come fa un’impresa a fidarsi di uno Stato che la paga dopo sette anni? E come fa lo Stato a fidarsi di un settore che evade, secondo le stime, 35,6 miliardi di IVA, 33 miliardi di Irpef, più evasione Irap, Imu, Ires che porta il totalizzatore a circa 100 miliardi l’anno di mancate entrate? Il più pulito c’ha la rogna, con l’aggravante che uno dei rognosi è colui che dovrebbe dare l’esempio, e che invece si comporta peggio di un estorsore. Disperato, peraltro, visto che per rimediare aumenta le percentuali di aliquota, oppure introduce nuovi balzelli, e se la fotografia fiscale della nazione è fasulla alla fine chi paga questi extra? Gli unici onesti, ricchi o poveri che siano. Gli unici la cui dichiarazione dei redditi rispecchia la realtà della loro bottega, o famiglia.

Non c’è da stupirsi che, se siamo un Paese in cui tutti si guardano reciprocamente le spalle, gli olandesi e gli svedesi non si fidino di noi. Ursula Von Der Leyen ci sta facendo un’apertura di credito che le fa molto più onore di quanto traspaia in superficie. Sfidando l’impopolarità dei popoli che l’hanno politicamente allevata, la Presidente della Commissione Europea fa il primo passo: mostra di fidarsi di un paese che non si fida di se stesso.

SCHEI, la rubrica sui soldi, euri, denari, ducati, piotte, cucuzze, fiorini ed affini, a cura di Nicola Cavallini, torna tutti i giovedì su Ferraraitalia.
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In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Un paese di navigator

“L’état c’est moi” pare che abbia detto Luigi XIV, re di Francia, il 13 aprile del 1655 nell’imporre nuove tasse ai suoi sudditi. E qui muore ogni velleità di definire millenaria la democrazia francese. Si sa che l’onorevole cittadino Di Maio ha qualche problema con la geografia e potrebbe aver scambiato la Francia d’oltralpe con la Grecia di Pericle.
Ma poi, perché stupirsi con la solita spocchia da professoroni! Questo governo è finalmente lo specchio del popolo, che può serenamente riflettersi in esso senza correre il rischio di provare complessi di inferiorità.
Lo scrive l’Istat nell’ultimo Rapporto sulla conoscenza del 2018, in cui certifica che l’Italia è tra i paesi europei con la minore scolarizzazione della popolazione adulta. Inoltre il livello di istruzione della famiglia di provenienza incide ancora fortemente sul destino formativo dei nostri giovani insieme al persistere del differenziale tra nord e sud del paese.
Sebbene chi governa oggi non manchi l’occasione per dimostrare di possedere un’istruzione carente, lo studio continua a costituire lo strumento fondamentale per migliorare le proprie condizioni socio-economiche e la principale leva nelle mani della politica per correggere la diseguaglianza delle opportunità.
Ma il problema è che la macchina della formazione non funziona più, non è in grado di produrre più qualificazione e maggiore mobilità sociale. L’esito è un sistema che si incarta su se stesso, con imprese che non assumono manodopera qualificata, perché non fanno ricerca e non si rinnovano, pertanto destinate prima o poi a uscire dal mercato. Non c’è reddito di cittadinanza e riconversione professionale salvifici, se il mercato del lavoro nostrano non cerca personale qualificato, con livelli alti di formazione, che poi dovrebbe pagare di più.
Scarsa istruzione, scarsa economia e il serpente si morde la coda. Se il paese manca di una politica della formazione, è difficile prefigurare una qualsiasi ripresa.
Succede invece che si finisce con l’addossare la colpa agli altri anziché a se stessi, con l’isolarsi e il dividersi, pensando nel frattempo di allontanare da sé le parti più deboli del sistema. E siccome in materia di istruzione tutti i dati confermano che l’Italia è un paese a due velocità, da un lato si racconta di voler dare seguito al dettato degli articoli 116 e 117 della Costituzione, dall’altro in realtà si pensa di correre ai ripari, lasciando che ogni regione si gestisca la sua scuola in modo da liberarsi della zavorra che rallenta la corsa, specie se la corsa è già dura in partenza.
Invece di rispondere con politiche di investimenti sull’istruzione, in modo da colmare il gap tra le scuole del sud e quelle del nord, si dà libero sfogo ai propri pregiudizi, incapaci di concepire un pensiero articolato sul nostro sistema scolastico.
È il caso del ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, in visita alle scuole di Afragola e Caivano nel napoletano, il quale pensa bene di dichiarare pubblicamente che alle scuole del Sud non servono più soldi ma più impegno. Insomma, come alunni svogliati al Sud non ci si impegna abbastanza, il solito Mezzogiorno sfaticato.
Incidente di percorso? Gaffe, luoghi comuni? No, semplicemente la subcultura nutrita da decenni di trascuratezza, a cui ora sono affidate le sorti del paese.
Alla stessa stregua la Regione Veneto rivendica l’autonomia per introdurre il dialetto e i corsi di veneto in tutte le sue scuole, oltre ai test di ingresso per i professori meridionali.
Questa il programma della regione per qualificare l’offerta formativa, in un paese in cui restano scoperte le cattedre di matematica, perché gli insegnanti sono pagati una volta e mezzo il reddito di cittadinanza.
Si inventano i navigator, ma nessuno è stato sfiorato dal grande tema della formazione permanente, dalla realtà dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, istituzioni dello Stato, dipendenti dal Miur, che potrebbero essere preziose risorse per la riqualificazione di chi cerca lavoro. Tra i 25 e i 64 anni la quasi totalità delle attività formative è realizzata al di fuori del sistema dell’istruzione, in attività non formali come corsi, seminari, formazione sul lavoro e informali, quelle attuate nel corso delle attività quotidiane di lavoro, in famiglia e nel tempo libero.
Il Rapporto sulla conoscenza del 2018 segnala che questo dell’educazione permanente è un terreno di intervento urgente, a partire dal quale andrebbe ripensato il sistema formativo di un paese avanzato. Ma la politica è distante, perché culturalmente impreparata.
Come tutta risposta, invece, il governo intende azzerare i vertici dell’Istat così da mutare la narrazione dell’Italia nel mondo, perché noi siamo un paese sovrano di santi, di poeti e ora di navigator. Intanto incrociamo le dita e speriamo di restare a galla.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Il difficile rapporto tra debito/Pil e l’impresa del Ministro Savona

In questo ultimo periodo il Ministro Savona usa spesso dire che intende far crescere il Paese aumentando il Pil e che questa operazione renderà sostenibile il rapporto debito/Pil dell’Italia. Ma cosa può voler dire questa affermazione? Per comprenderlo forse abbiamo bisogno di fare dei passi indietro.
Per prima cosa bisogna ragionare sul fatto che il debito pubblico è uno stock, ovvero un blocco che ci portiamo dietro con costanza di anno in anno. “Stock e blocco che ci portiamo dietro” potrebbe però dare un’idea sbagliata, far pensare al classico macigno legato ai piedi che ci si trascina mentre si scala una montagna. In realtà stiamo parlando di spesa dello Stato e quando lo Stato spende non necessariamente butta i soldi dalla finestra. Nella maggior parte dei casi la spesa dello Stato si trasforma in scuole, ospedali, pensioni, assistenza agli anziani e ai disabili e, non ultimo, in risparmio privato cioè in tutte cose che dovrebbero rincuorare piuttosto che spaventare.
Ogni anno questa spesa dello Stato (se volete siete liberi di chiamarlo debito pubblico) si alimenta sostanzialmente per due motivi, perché si fanno delle spese non coperte da entrate (cioè dalle tasse) oppure perché si pagano degli interessi sui prestiti chiesti gli anni precedenti. Il primo caso è rappresentato dalla Francia, il secondo dall’Italia.
Assodato questo, il rapporto debito/Pil si può abbattere in due modi: smettendo di fare spese oppure abbattendo gli interessi. Un terzo modo in realtà ci sarebbe, ed è quello rappresentato da un taglio del debito stesso che può avvenire in vari modi, ne elenchiamo due (anche qui): il caso Gran Bretagna e il caso Grecia e li mostriamo con le immagini di seguito.
Nel primo esempio la Banca d’Inghilterra ci mostra un taglio del suo debito dopo averlo ricomprato. Cioè quando una Banca Centrale ha in pancia dei Bond che ha ricomprato sul mercato, può decidere di continuare a tenerlo in contabilità (come fa Bankitalia) e continuarlo a farlo figurare come debito oppure, appunto, cancellarlo.

Nel secondo esempio la Grecia, di cui mostro un grafico da me elaborato su dati Oecd, in cui si vede chiaramente che il debito scende in quanto ne viene “condonata” una parte con i piani di aiuto del 2012. La Grecia infatti non può tagliarsi da sola il debito come può fare la Gran Bretagna, la Svezia, il Giappone o gli Stati Uniti, in quanto è sottoposta alle decisioni di una Banca Centrale (la Bce) che non controlla direttamente.

In entrambi i casi, si sottolinea, a monte ci sono delle scelte politiche e non hanno nulla a che fare con l’economia o la necessità. Decisioni politiche che anticipano gli effetti economici, decidono prima cosa fare e magari chi tutelare.
Per comprendere, non solo Savona, ma anche le ricadute economiche sul sociale e sulla vita quotidiana, è necessario partire dall’inizio e l’inizio è il momento in cui qualcuno prende una decisione. Che ci siano soldi per le banche ma non per il reddito di cittadinanza è una scelta, non ci sono tavole sacre né tantomeno le regole economiche sono scolpite sulla pietra. E proprio per questo, fissare dei principi e delle regole economiche valide nei secoli, come è stato fatto con il Trattato di Maastricht e seguenti, è qualcosa che non può funzionare. Ciò che deve essere fissato sono le regole politiche, di convivenza civile e quali siano i valori che tengono insieme le persone. Su questo poi si possono prendere decisioni economiche (di politica economica).
Quindi, a meno che uno Stato non decida di interrompere o le sue spese o di cambiare sistema di finanziamento per tenere sotto controllo gli interessi (e per farlo l’unico modo sarebbe quello di non affidarsi ai mercati finanziari, cioè tornare ad un sistema di controllo della propria sovranità monetaria tipo Usa, Gran Bretagna, Svezia, Norvegia, Giappone, ecc.) e a meno che non si voglia copiare il modello di “non spesa per incapacità tecnica” tipo Burkina Faso, Ciad, Nigeria, ecc. … si dovrà imparare a convivere con questa forma di contabilità che prevede un debito pubblico, cioè che preveda la spesa dello Stato.
Di seguito una serie di grafici che mostrano come i debiti pubblici nei Paesi progrediti presi in esame costituiscano una costante in continua crescita, a meno del verificarsi delle condizioni eccezionali sopra descritte.



Un altro caso in cui il debito rallenta è quando si ha un consistente surplus di bilancia commerciale. Cioè le spese si finanziano con il ricavato delle vendite all’estero, è il caso Germania. Ma non è da considerare un modello sano perché prevede che qualcuno si arricchisca a spese di altri, che ci siano tensioni internazionali, che il modello di sviluppo sia affidato alla sola concorrenza e non alla cooperazione.

Passiamo adesso al Pil che invece non è uno stock, quindi non è qualcosa che ci si porta totalmente in eredità anno per anno, ma bisogna costruire ogni volta da capo. Certo se un Paese ha un’economia solida, delle buone aziende, ingegneri preparati e magari qualche materia prima, o la capacità di trasformare queste materie prime, è chiaro che non si parte proprio da zero ma da una capacità consolidata di creare economia, cioè scambi all’interno dei propri confini e magari anche al di fuori di esso. Questa capacità di fare economia si trasforma in Pil.
Capirete ovviamente che però, per quanto ci siano consolidate capacità produttive e genialità individuali qualsiasi bene creato, inventato o prodotto, perché diventi Pil dovrà essere comprato da qualcuno. Questo perché il Pil, come detto sopra, conteggia ciò che in economia succede anno per anno, cioè ciò che viene scambiato durante un arco temporale.
Questo spiega cosa vogliono dire, ognuno a suo modo, Di Maio e Salvini quando dicono che vogliono dare agli italiani più capacità di spesa, uno con il reddito di cittadinanza e l’innalzamento delle pensioni minime, l’altro abbassando le tasse a tutti. Vogliono lasciare più soldi ai cittadini per “muovere” il Pil. Ma noi stavamo parlando di Savona e per questo, avendo tracciato i presupposti, mostriamo di seguito alcuni grafici i cui dati di base sono estratti sempre dal sito ufficiale di Oecd. E’ evidente la forbice che si crea tra debito e Pil è una forbice che si allarga, vedi in particolare il caso Italia, quando il Pil smette di crescere.





In altri termini e ricapitolando, nessuno Stato occidentale abbassa il tenore delle spese. Nella prima parte abbiamo visto che i debiti pubblici sono in costante crescita perché lo Stato ha bisogno di spendere e assicurare un certo grado di benessere ai suoi cittadini mentre nella seconda, con l’ultima serie di grafici vediamo che quando la forbice tra debito e Pil si allarga il suo rapporto cresce.
Quindi il target che questo Governo, finalmente, si impone è la crescita del Pil che alla fine porterà alla diminuzione del rapporto debito/Pil spostando l’attenzione perversa sul debito tipica di Cottarelli, di Boeri e di Martina. Perché un Paese civile non può cancellare realmente la spesa dello Stato. Chi continua a scagliarsi contro questo si scaglia in realtà contro la ricerca del benessere, contro i cittadini, i pensionati, le persone con disabilità, gli ammalati cronici, i disoccupati, le aziende che producono, la ricerca, l’università, l’istruzione e la civiltà.
I parametri europei si concentrano (insensatamente ma questo è!) sul rapporto debito/Pil e tale rapporto si crea considerando entrambe le variabili. Come si vede nel caso della Francia, il suo debito è in costante crescita ma cresce anche il Pil per cui nessuno si preoccupa quando afferma di voler fare anch’essa, ad esempio, una sorta di reddito di cittadinanza.
Anche il Pil della Germania e della Spagna cresce e quindi il rapporto non è in discussione, mentre l’Italia ha smesso di crescere e quindi il suo debito procede in solitaria staccandosi sempre più dalla linea del Pil.
Per quanto possiamo essere geniali, capaci di innovare e di realizzare, il mezzo per muovere il Pil non potremo mai crearlo noi perché questo mezzo, in un sistema monetario, si chiama moneta. E questa la può creare solo lo Stato che poi può metterla in circolazione in tanti modi. Tra questi ne esiste uno che io sceglierei, se potessi: dare lavoro pagato dignitosamente, stabile e con tutti i diritti conquistati negli ultimi due secoli di storia. Ma anche questa è una decisione politica.

Fonti
Dati per i grafici www.oecd.org
HM Treasury – Whole of Government Accounts – year ended 31 March 2013 www.gov.uk

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
Per un nuovo welfare europeo

Dalla culla alla tomba: era lo slogan del welfare socialdemocratico del Dopoguerra che ha reso l’Europa un modello e un punto di riferimento nella seconda metà del ventesimo secolo. Ormai solo un lontano ricordo: eroso a partire dagli anni Ottanta dal turbocapitalismo e dalla finanziarizzazione dell’economia e, negli ultimi anni, anche dalla crisi, che ha creato ancora più diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e sempre più ridotto le risorse degli Stati. Quelle politiche di austerity riassunte così spesso dalla frase “Ce lo chiede l’Europa”.
Un’Europa costruita – nonostante le utopie dei suoi fondatori, a partire dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi – a partire dai mercati e dalle politiche economiche, piuttosto che dai diritti dei cittadini, soprattutto quelli sociali. Eppure sembra che dall’impasse che l’Europa sta vivendo, se proprio non vogliamo parlare di vera e propria crisi, non si possa uscire se non capovolgendo la situazione: ripartendo cioè dai diritti e costruendo un vero e proprio welfare europeo sempre più condiviso e integrato fra i vari Paesi, che esca dalle mere dichiarazioni di principio e che unifichi l’attuale disomogeneità di politiche negli Stati dell’Ue. Da soli i Paesi e le loro classi politiche non possono farcela contro aziende e mercati globali, che possono spostarsi da una realtà all’altra con un click in cerca di situazioni e condizioni più favorevoli, giocando continuamente una partita al ribasso.
È quanto emerso venerdì pomeriggio dall’incontro ‘L’Europa a misura di cittadino’, svoltosi all’interno del programma di Internazionale a Ferrara nell’aula magna del Dipartimento di Giurisprudenza. Ospiti: Michael Braun di Die Tageszeitung, Antonia Carparelli della Commissione Europea, il docente di Unife Alessandro Somma e, come moderatore, Dino Pesole de Il Sole 24 Ore.

Una discussione quella su sussidi, salario minimo, reddito di cittadinanza, di stretta attualità, dato che proprio in questi giorni si sta svolgendo il braccio di ferro fra Italia e Ue su manovra economica, documento di aggiornamento al Def e finanziamento del reddito di cittadinanza così come concepito dai Cinque Stelle: 6,5 milioni di italiani destinatari di circa 680 euro al mese, per un totale di 10 miliardi di euro.
Antonia Carparelli è partita dalle cifre Eurostat del 2016 sulla povertà: “118 milioni di persone a rischio di povertà in Europa, cioè con un reddito inferiore del 60% al reddito mediano della popolazione, inoltre 12 milioni di persone in una situazione di deprivazione materiale. Per quanto riguarda l’Italia, c’è un 30% di persone a rischio povertà, mentre il 10% delle persone più ricche ha aumentato la percentuale di ricchezza totale del Paese detenuta dal 40% al 50%”. Per la funzionaria della Commissione Europea “bisogna prima di tutto chiedersi quali sono le cause di queste povertà, altrimenti il rischio è che gli interventi siano una goccia nel mare e soprattutto che vengano allocate male le risorse. Per esempio sarebbe un grosso errore dirottare le risorse sul reddito di cittadinanza, lasciando indietro il sistema scolastico”.
Per Michael Braun “l’Europa tornerà a misura di cittadino quando si realizzeranno politiche per far tornare le persone, soprattutto della classe media, a credere nella scommessa, nella promessa del futuro”. Per il giornalista tedesco il successo di populismi e sovranismi deriva dal fatto che “la classe media si preoccupa per il suo futuro e pensa che i suoi figli staranno peggio”. A suo parere il reddito minimo o di inclusione, come dovrebbe essere definito il sussidio concepito dai pentastellati, dato che è una misura condizionale e non universalistica, “è una misura di civiltà. Non credo che sia criticabile l’approccio di dare a ciascuno per garantire un minimo di dignità”. Il rischio però è che accada quello che è avvenuto in Germania, dove questa misura già esiste: “che l’integrazione al reddito diventi un incentivo per i datori di lavoro per pagare di meno”. Per questo Braun insiste sul fatto che non si può prescindere dal “salario minimo garantito”.

Somma, invece, riporta l’attenzione sulle politiche attive del lavoro: i veri problemi sono la mancanza di lavoro e “il lavoro povero” perché così “si rompe il patto sociale” sul quale il welfare è sempre stato concepito. Per nulla tenero sia con l’Ue sia con il Movimento cinque stelle, Somma prefigura addirittura “il lavoro coatto” e di conseguenza “l’ulteriore abbassamento dei salari”, dato che le condizioni per avere il reddito di cittadinanza sono: dimostrare di aver cercato attivamente lavoro, non rifiutare più di due offerte di lavoro in un anno e divieto di licenziarsi più di due volte nell’arco di un anno. “Siamo addirittura giunti al consumo coatto – conclude Somma – dato che uno dei due vicepremier ha affermato che con il reddito di cittadinanza non si potranno fare spese immorali. Chi deciderà quali sono queste spese? È molto preoccupante perché i soldi saranno erogati tramite microchip, con la possibilità quindi di essere controllati e chi sgarra rischia almeno sei anni di galera”.
Ecco allora che sui social già fioccano gruppi sugli acquisti immorali, come per esempio… la pizza all’ananas. Si ride per non piangere!

Dal reddito di cittadinanza alla riduzione dell’orario di lavoro

“Le parole sono importanti”, urlava disperato Nanni Moretti in ‘Palombella rossa’ all’improvvisata giornalista che si beccò pure un ceffone per come si esprimeva nel fare le domande. Ecco, siccome le parole sono importanti parliamo del reddito di cittadinanza, come l’ha chiamato sin dall’inizio il M5s e grazie al quale ha fatto incetta di voti al sud.
Allora, partiamo col riflettere sul concetto di cittadinanza. Tutti sono cittadini di questo Stato e in quanto cittadini hanno diritti e doveri riconosciuti dalla Costituzione. Uguali per tutti. Dunque, essendo tutti cittadini a pari titolo, tale reddito dovrebbe essere riconosciuto a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro condizione occupazionale, patrimoniale, sociale. Proprio solo in quanto cittadini. Altrimenti non si chiamerebbe reddito di cittadinanza, giusto? Sicuramente sarebbe una misura egualitaria sul piano dei diritti di cittadinanza e dovrebbe essere cara alla sinistra che ha fatto dell’uguaglianza una delle sue bandiere principali.
Dice, ma la solidarietà nei confronti di chi non ha lavoro o l’ha perso dove la mettiamo? Se questo è il senso che si voleva dare al reddito di cittadinanza, allora bisognerebbe cambiargli il nome. “Le parole sono importanti”. E allora chiamiamolo reddito di inclusione, sussidio di disoccupazione, sostegno alle povertà, come vi pare. Ma non reddito di cittadinanza. Perché se me lo chiami così io che mi alzo ogni mattina alle sei e mezza per essere puntuale in ufficio alle otto (e sono tra i più fortunati perché non faccio il pendolare, con tutti i disagi che ciò comporta) e farmi le mie quaranta ore settimanali, mi alzo e dico: scusa, sono anch’io un cittadino, perché il reddito di cittadinanza lo date solo a chi non lavora? Chi sono io, un cittadino di serie B? Non sono anch’io un cittadino che per di più paga le tasse con le quali dovreste poi pagare il reddito di cittadinanza? Capite che mi sentirei cornuto e mazziato. E a quel punto mi arrabbio. Non si capisce perché io debba sacrificare un terzo della mia vita a vendere la mia forza lavoro, per mantenere altri cittadini nullafacenti.
E allora oltre a cambiare nome al reddito che dir si voglia provo a fare una proposta, anzi due. La prima. Siccome lavoro quaranta ore a settimana, in buona compagnia di qualche altro milione di lavoratori, e c’è chi il lavoro non lo trova o l’ha perso, stante il livello di innovazione tecnologica esistente, oggi non c’è altra alternativa che dividere il lavoro che c’è tra il maggior numero possibile di persone. Lo dice persino il Papa. Come? “Lavorare meno lavorare tutti”, si diceva una volta. E quindi riducendo l’orario di lavoro settimanale a parità di salario. Scoperta banale, ma è quanto è sempre stato fatto storicamente ad ogni passaggio della rivoluzione tecnologica. Non mi direte che oggi si lavora quanto si lavorava all’inizio del Novecento? Oddio, per alcuni è ancora così, soprattutto nelle campagne e soprattutto per alcune categorie di persone e soprattutto in alcune aree del mondo. Non dico di portarlo a trentacinque ore come in Francia (un altro esempio di Europa a due velocità), ma perlomeno di parificare l’orario settimanale del settore privato al settore pubblico che da decenni, qui da noi, è a trentasei ore settimanali. L’orario di lavoro di quaranta ore nel privato è fermo agli anni settanta quando si ottenne sull’onda delle lotte di popolo per via contrattuale. L’ultima legge che stabiliva l’orario settimanale risale all’inizio del Novecento che lo decretò in quarantotto ore. Da allora non si è più legiferato in materia. Da che mondo è mondo il movimento dei lavoratori e i sindacati sull’onda delle innovazioni tecnologiche hanno sempre condotto lotte per la riduzione dell’orario a parità di salario. Oggi questa sembra essere una bestemmia persino per i sindacati. O per lo meno per alcuni sindacalisti. Quando tempo fa provai a fare questi ragionamenti su facebook (povero illuso!) un sindacalista (di cui non faccio il nome per carità di patria) commentò sarcastico che simili proposte le aveva sentite in alcuni salotti. La mia risposta fu che probabilmente era così visto che sono i salotti che ormai frequentano molti sindacalisti. Non l’ho più sentito. È ovvio che gestire la contrattualistica esistente è più comodo, a volte è meno conflittuale altre no, di certo non necessita di una linea programmatica che impegni in una lotta politica riformista e di equità a lungo termine. Perché di questo si tratta: di equità. Tra chi un lavoro ce l’ha e chi non ce l’ha, tra chi lavora quaranta ore a settimana e chi ne lavora trentasei, tra chi lavora troppo con gli straordinari che si continuano a fare in molti settori e chi non lavora per nulla. Equità, un tema espunto dall’orizzonte politico-sindacale.
La sinistra ha sempre pensato che una volta realizzata l’uguaglianza automaticamente si sarebbe realizzata anche l’equità considerata una sorella minore, a volte sinonimo della prima. “Le parole sono importanti”, appunto. Non c’è bisogno di scomodare sociologi dell’educazione quali Pierre Boudieu per dimostrare che applicare l’uguaglianza a soggetti diseguali nelle condizioni di partenza si commette un’altra diseguaglianza. Basterebbe rileggersi “Lettera a una professoressa” di Don Milani per comprendere a pieno il concetto. La dimostrazione eclatante di quanto sia radicato nella coscienza della sinistra questo errore concettuale di base è data dalla recente costituzione del partito o movimento che dir si voglia di Liberi e Uguali. Ma uguali a chi? A che cosa? Mi sono chiesto appena uscito il nuovo movimento.
Tornando al tema dell’equità nelle condizioni di lavoro, non va trascurato il fatto che con l’innalzamento progressivo dell’età pensionabile prevista dalla legge Fornero, c’è un altro aspetto da considerare e cioè un evidente collo di bottiglia al tourn over. L’uscita dal lavoro si allunga nel tempo e l’entrata di forze giovani ritarda. Una politica miope per l’efficienza stessa dell’intero sistema produttivo.
La seconda proposta. Se proprio si vogliono usare quelle risorse per dare dignità alle persone usiamole come incentivo alle imprese a ridurre l’orario di lavoro e ad assumere giovani disoccupati con contratti solidi. Usiamoli per dare un fondamento all’articolo uno della Costituzione. Che non sia solo il nome dell’ennesimo movimento politico, ma una linea programmatica riformista seria su basi e proposte solide.

Prima noi!

Prima gli Italiani. Dal quattro di marzo populisti e sovranisti sono la nuova religione, oltre il cinquanta per cento del paese.
Il credo nell’Io e Mio assoluti, Qui e Ora e in ogni luogo dello stivale, il popolo di santi, poeti e navigatori, il culto del popolo sovrano, del cittadino primus inter pares è la nuova confessione a cui tutti si dovranno convertire.
Se mai abbiamo temuto uno Stato confessionale, ora è giunto il suo momento, è la stagione della nuova religione che celebra il popolo sovrano, il popolo che comanda, la religione che deve pervadere di sé ogni angolo del paese, ogni sinapsi dei cervelli di questa nazione.
Gli Unti dal Signore hanno ceduto la scena agli Untori, se non sei un fedele del nuovo culto, sei un paria, un reprobo, un nemico del popolo.
Un popolo di cittadini molto post millesettecentottantanove che va all’assalto delle casse dello Stato per rivendicare il diritto naturale al reddito di nascita, passando così dai vitalizi della casta ai vitalizi dei cittadini, perché l’uomo in natura nasce pagato, poi è la politica che lo corrompe, fregandogli il suo malloppo guadagnato per diritto di nascita.
È sempre la solita storia di Giangiacomo, che si nasce buoni in natura, e poi è la società che ci corrompe, non c’è società che si salva, ma si può sempre recuperare la purezza se si è sovrani a casa sua.
Ci aspettiamo la nazionalizzazione delle banche e l’esproprio di tutti i ricchi, una società senza classi, tutti cittadini a reddito o rendita di nascita.
Fuori tutti gli altri, a partire dall’Europa che è solo un accidente geografico e pertanto non può vantare pretese. Per la moneta non c’è bisogno dell’euro, se ci sono i bitcoin che promettono rendite favolose, ci potrà anche essere l’Italo, la moneta fai da te, perché il ritorno alla lira sarebbe un deja vu, Italo è più creativo e fa più sovranità popolare.
Noi poi in quanto ad autarchia e a sovranità popolari abbiamo a nostra disposizione la memoria di un glorioso ventennio di fasti littori da cui attingere e c’è già chi è pronto a dare una mano.
Il lavoro non ci sarà più non perché ci siamo liberati dalla condanna biblica del lavoro, ma perché è il lavoro che si è liberato di noi, di noi non ne ha più bisogno.
Non è che il lavoro è un vecchio arnese destinato a scomparire, che ha finito di sfruttare uomini e donne, semplicemente ha trovato come sfruttarli meglio di prima, con il lavoro sottopagato, con il lavoro in nero, schiavizzando la mano d’opera degli immigrati.
Allora, mettiamoci in salvo almeno noi con il nostro reddito di nascita, chiudendo le frontiere, circondando di filo spinato ad alta tensione le nostre coste, così in casa nostra non ci sarà più nessuno da sfruttare. Non è chiudere gli occhi, e solo allontanare per non vedere. Cosa c’è di male?
Deglobalizziamoci in nome della localizzazione estrema, l’Italia agli Italiani e tutti gli altri fuori.
Gli immigrati a casa loro, a casa loro li possiamo anche aiutare, così loro, da casa loro, in cambio ci pagano il reddito di nascita. Mica vorranno venire a fare le colonie qui da noi, che la colonia la facciano là da dove sono venuti.
Perché combattere il sistema? Roba di cinquant’anni fa! Facciamoci piuttosto il capitalismo di casa nostra, ognuno per sé tutti per uno.
Destra, sinistra, antifascismo litanie d’altri tempi. L’economia oggi corre sul digitale, nell’accumulo delle ricchezze non ce n’è per tutti. Ma non preoccuparti perché se anche nella corsa resterai ultimo per tutta la vita, l’importante è che resti nel tuo guscio con il tuo reddito di nascita garantito. Non pretenderai mica una vita di realizzazione? Non pretenderai mica di correre, se le gambe per correre non ce le hai! E poi, diciamocelo, la felicità, la felicità vera è decrescita. La felicità è non desiderare, la felicità è non avere bisogno, desiderio e bisogno il reddito di cittadinanza li sconfigge alla nascita.
La felicità è qui, lontani da ogni invasione, da ogni cultura che non sia il tuo rassicurante, conosciuto folk. Vuoi scherzare? La parola d’ordine d’ogni novax che si rispetti è “no contaminazione”!

L’APPUNTAMENTO
Pensione delle mie brame: in Ariostea, Somma, Poma e Santolini spiegano cosa ci attende a fine lavoro

Tema già caldissimo che rischia nei prossimi anni di divenire incandescente. L’ultimo appuntamento del ciclo 2016 di “Chiavi di lettura, opinioni a confronto sull’attualità”, ha un titolo provocatorio: “Pensione Miraggio, l’incubo degli italiani: contributi, assistenza previdenziale, reddito di cittadinanza”. Il dibattito, organizzato da Ferraraitalia, grazie all’apporto di qualificati esperti avrà un approccio divulgativo e affronterà le varie e complesse questioni connesse alla salvaguardia di livelli di dignitosa sussistenza per i cittadini giunti a compimento del loro percorso professionale e per coloro che sono stati estromessi dal mondo del lavoro o che non riescono a trovare una collocazione. Si intrecceranno analisi sul sistema previdenziale e considerazioni di ordine politico relative agli attuali caratteri dello stato sociale.
Saranno presenti il professor Alessandro Somma della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, che orienterà il suo intervento in particolare sugli aspetti connessi alle politiche sociali e agli attuali orizzonti del welfare, anche in chiave comparata; il professor Lucio Poma, della facoltà di Economia di Unife, che affronterà il ragionamento sotto il profilo dei complessi equilibri economici e l’esperto di tematiche pensionistiche Ennio Santolini di Cgil Ferrara, che illustrerà alcuni modelli di simulazione sulla basi dell’elaborazione di differenti profili di potenziali pensionati: ciascuno potrà così identificarsi e proiettarsi nella sua futura prospettiva.
L’incontro, coordinato da Federica Pezzoli, si terrà lunedì 23 alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea. Il dibattito sarà filmato e successivamente proposto online attraverso l’archivio tv di Ferraraitalia.

fine lavoro

Il lavoro come servizio

3. SEGUE – In questa terza e ultima conversazione sul tema del lavoro, ho voluto cambiare prospettiva e pensare al lavoro non come a un diritto, ma come a un servizio, reso alla comunità in nome del principio della solidarietà sociale. Si ribalta la prospettiva: non l’idea del reddito di cittadinanza oggi proposta da più parti, ma quella di un esercito del lavoro come esercizio di cittadinanza responsabile. Una leva obbligatoria di un paio di anni per i giovani di entrambi i sessi con il compito di produrre e fornire beni e servizi di prima necessità e garantire così a tutti, senza criteri di censo, i diritti fondamentali al cibo, alla salute, all’abitazione, all’istruzione. È la riforma contenuta nel volume “Abolire la miseria” di Ernesto Rossi, autore insieme ad Altiero Spinelli, Ursula Hirschmann ed Eugenio Colorni e del Manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera e unita”.
“Abolire la miseria”, pubblicato nel 1946 e poi nel 1977 da Paolo Sylos Labini (nuova ed. Laterza 2002), è un vero e proprio piano di protezione sociale e di riforma del sistema scolastico, scritto da un economista liberale e liberista discepolo di Luigi Einaudi, che ha scritto una “Critica del capitalismo”, “Capitalismo inquinato” e “Padroni del vapore”. Era sua opinione che “la libera concorrenza non porta necessariamente al massimo di benessere economico.
È Daniele Lugli, presidente emerito del Movimento Nonviolento ed ex difensore civico della Regione Emilia Romagna, a parlarmi di Ernesto Rossi del suo libro. Ciò che lo ha sempre colpito di lui era la “capacità di fare sempre i conti con il massimo della sincerità, senza curarsi delle contraddizioni eventuali che nella vita possono accadere, mettendosi in gioco ogni volta in modo trasparente. È stato interventista e dal 1919 al 1922 ha scritto sul “Popolo d’Italia” di Mussolini. Poi, l’incontro con Gaetano Salvemini che gli ‘schiarisce le idee’: si schiera con l’antifascismo e ne diventa uno dei protagonisti. Subito dopo la morte di Matteotti, nel 1924, a Firenze costituisce Italia Libera che pubblica ‘Non mollare’”. L’impegno antifascista continua fino al 1930 “quando viene arrestato e il Tribunale speciale lo condanna a 20 anni” per aver fatto circolare stampa contraria al regime e come membro del gruppo dirigente di Giustizia e Libertà. Dopo 9 anni la pena viene commutata in confino sull’isola di Ventotene”. Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione contribuisce alla fondazione del Partito Radicale, dove militerà fino alla morte.
“L’altra componente del suo pensiero, insieme al manifesto federalista europeo, è il contrasto alla miseria, che in certe condizioni può produrre esplosioni rivoluzionarie, come quella avvenuta in Russia nel 1917: secondo lui un sistema che non può funzionare, perché basato sulla costrizione militare e su rigidità burocratiche”. Nemmeno il sistema capitalistico però va bene così com’è. Il limite più forte per Rossi è proprio la miseria, “il non trattare la condizione dei diseredati”, mi spiega Daniele. Per lui la miseria è una malattia che può contagiare il corpo sociale e quindi va affrontata con qualcosa di molto simile a “un sistema sanitario”. “Rossi ci ricorda che il problema dell’abolizione della miseria è un problema politico” e “il modo in cui lo si risolve costituisce in un modo differente la politica”. Dunque la sua idea è “un liberismo in cui a decidere è l’iniziativa delle persone, la loro capacità e propensione al rischio, misurandosi sul mercato, in cui insomma è l’innovazione a spingere avanti le cose, però il problema nodale della miseria deve essere affrontato dalla società nel suo complesso” e attraverso “uno strumento specifico”: l’esercito del lavoro.

Il liberista Rossi progetta una collettivizzazione della produzione di beni e servizi “necessari – scrive – per il mantenimento in completa efficienza fisica e spirituale”, vitto, vestiario, alloggio, scuola, salute, da fornire “a chiunque li chiedesse, povero o ricco, occupato o disoccupato, indipendentemente da ogni suo merito o colpa”. Questo perché la soddisfazione, garantita socialmente, dei bisogni essenziali potrebbe liberare le capacità individuali dalla necessità di fare qualsiasi cosa capiti a causa del bisogno impellente.
“La cosa interessante – secondo Daniele Lugli – è il principio su cui si fonda questa idea: la somma degli interessi individuali non costituisce l’interesse pubblico. Una cosa non così scontata, almeno dalla Tatcher in poi: da allora si pensa che il benessere non è della società, ma degli individui, un concetto che ormai abbiamo introiettato tutti. Rossi insomma è un liberale, ma per lui non contano solo la produttività e il Pil”. “Altro aspetto fondamentale per Rossi è togliere di mezzo logica assistenzialista, per cui ci sono persone che assistono e persone che vengono assistite. Con l’esercito del lavoro obbligatorio ognuno avrebbe dato il proprio contributo, perciò al momento di usufruire del servizio di altri, le persone non graverebbero sugli altri perché quando è toccato a loro hanno fatto ciò che dovevano fare. Non si tratterebbe quindi di solidarietà in termini astratti, ma di una solidarietà vissuta”.
Scrive Rossi: “Il mantenimento generale di un definito minimo di vita civile, che si riconosce essere nell’interesse collettivo non meno che nell’interesse individuale, diviene la solidale responsabilità di tutti i partecipanti ad un indissolubile contratto sociale”.
Dunque, sottolinea Daniele, “l’esercito del lavoro è una modalità concreta di far passare l’idea che ci sono diritti inviolabili, ma anche il dovere inderogabile di solidarietà e non c’è nessun diritto che sia inviolabile se non funziona la solidarietà”, e “l’idea che per certe cose la soluzione non è solo la distribuzione del denaro, cioè la redistribuzione non è sempre risolutiva”. Secondo Rossi non conviene, magari attraverso l’innalzamento delle imposte, dare aiuti ai poveri perché sono poveri o sussidi ai disoccupati perché sono disoccupati, piuttosto bisognerebbe aspirare a una gratuità tendenziale dei servizi di base per tutti, senza limitazione di reddito: attraverso il servizio dei ragazzi dell’esercito del lavoro si arriverebbe progressivamente a provvedere non solo al loro mantenimento – per il periodo di ‘leva’ – ma anche a quello di chi ne facesse richiesta, povero o ricco. Con l’esercito del lavoro si sarebbe sicuri che ciascuno contribuisce nella stessa misura al costo dei servizi pubblici a vantaggio della collettività e, dato che tale contributo deve essere corrisposto attraverso prestazioni personali e non in denaro, nessuno potrebbe rimbalzare su qualcun altro la propria quota o, peggio ancora, usufruire dei servizi pubblici senza avervi contribuito. Non si dà evasione o elusione perché, scrive Rossi “il contribuente legale è necessariamente anche contribuente di fatto”.
E riguardo il reddito di cittadinanza? “Forse non sarebbe stato contrario dati i tempi che stiamo vivendo – risponde Daniele – ma non sarebbe stato d’accordo con il reddito di cittadinanza. A suo avviso si riproporrebbe così l’assistenzialismo: “Dato che non riesci a guadagnare denaro in maniera diversa, tieni questi, non te li danno i tuoi genitori, te li dà lo Stato”. In questo modo cosa si riconosce in quelle persone? La loro dignità di cittadini? Per Rossi ciascuno è in grado di dare il proprio contributo, il problema più grande è l’organizzazione complessiva perché ciascuno possa avere un lavoro che abbia un senso, dato che di lavoro ce n’è tanto in giro. Il reddito di cittadinanza sembra un’idea moderna, ma non lo è: in realtà è carità pubblica”.

Rossi si preoccupa di dimostrare la tenuta economica della sua proposta: per esempio risponde alla possibile critica della minore produttività di maestranza continuamente rinnovate, per lui superabile grazie alla sempre maggiore divisione e automazione del lavoro (oggi ancora maggiori rispetto all’immediato dopoguerra); la standardizzazione a pochissimi tipi di prodotti e servizi per i quali l’esercito del lavoro avrebbe il monopolio, consentirebbe invece di investire i capitali per disporre sempre delle migliori innovazioni scientifiche, inoltre “verrebbero eliminati gli sperperi, derivanti dalle lotte fra le diverse imprese per togliersi reciprocamente una parte della clientela”. I guadagni prodotti dalla concentrazione industriale non andrebbero così a trsusts privati, ma allo Stato, che potrebbe utilizzare i vantaggi che darebbe il monopolio su questi prodotti per abolire la miseria.

Daniele poi afferma che un altro elemento interessante del progetto di riforma sociale di Ernesto Rossi è “il principio che ci sono cose il cui valore non può essere monetizzato. In una realtà nella quale si è abituati a pagare, ciò che è gratis non vale nulla, ma questo è avvenuto perché tutti ci siamo abituati a pensare che le cose valgono quello che costano. È difficile oggi pensare che il valore e il costo non coincidono sempre”. Il crinale sui cui si scivola porta poi a concepire il binomio servizi gratuiti quindi servizi non di qualità: “non bisognerebbe pensare che i servizi gratuiti sono per chi non può fare altro, perché i servizi saranno di qualità bassa. Se si pensa che la scuola pubblica sia solo per chi non può permettersi di iscriversi a quella privata, avremo una scuola pubblica che farà sempre più schifo; al contrario si dovrebbe costruire una scuola pubblica in cui i più abbienti vogliono entrare a tutti i costi”. “Così si rischia di perdere l’idea di cos’è un bene comune”. Non per niente la concezione dell’esercito del lavoro va di pari passo con una riforma del sistema scolastico che garantisca a tutti di poter frequentare fino a 18 anni e la “preparazione per mettere in grado tutti i cittadini di partecipare alla vita pubblica”, scrive Rossi. Non solo: la scuola professionale e la scuola secondaria, in preparazione agli studi universitari, dovrebbero avere pari dignità e gli studenti che terminano gli studi dovrebbero avere all’incirca la stessa possibilità di guadagno. Insomma, studi e lavori diversi, ma redditi simili perché è simile l’importanza sociale del lavoro: “domandare se ha maggiore importanza sociale il lavoro di un ingegnere o quello di un operaio è altrettanto privo di senso quanto domandare se in un orologio ha maggiore importanza per segnare le ore la molla, il bilanciere o una rotellina dell’ingranaggio”, scrive l’economista.
Secondo Daniele Lugli l’attualità di “Abolire la miseria” e del pensiero di Ernesto Rossi sta nel fatto che allora come oggi siamo in una situazione così grave che forse l’unica soluzione è sfruttarla come una “occasione per pensare a cose diverse da fare”. La miseria cui fa rifermento Rossi non è solo materiale, ma anche la povertà morale, delle relazioni sociali. Il progetto di Rossi va ripreso seriamente in considerazione non solo alla luce dell’altro tasso di disoccupazione giovanile – e non solo giovanile – ma anche perché è il momento in cui abbiamo più bisogno di una “costruzione in cui si cerca di far passare nei giovani l’idea che è costitutivo il rapporto di solidarietà, senza il quale non si dà una società”. Ci troviamo di fronte alla “sparizione dell’idea di un agire collettivo intelligente”, secondo Lugli, da qui la “necessità di sperimentare” proposte nuove come a suo tempo lo fu l’esercito del lavoro, anche se non ci sono leggi specifiche al riguardo e farlo anche a livello locale, regionale, non per forza nazionale.

Non stiamo parlando di mera teoria: attualmente in Italia esiste la possibilità di fare il servizio civile universale (art. 8 ddl 1870, la legge di riforma sul Terzo Settore) per i ragazzi dai 18 ai 28 anni, per un periodo che può andare da otto mesi a una anno. Qualcosa di simile dunque a un esercito del lavoro. “Per i giovani – spiega Daniele – potrebbe essere un’esperienza formativa non irrilevante, ma bisogna dare un’offerta seria e significativa, concentrando gli sforzi su questa unica direttrice, non disperdendoli fra altri progetti, come l’alternanza scuola-lavoro o GaranziaGiovani: per esempio alcuni dati dicono che i giovani che hanno fatto servizio civile all’estero, anche in contesti molto delicati, ma con progetti significativi per lo sviluppo delle proprie capacità e dal punto di vista umano, hanno trovato un lavoro più facilmente e più in fretta, anche se è ovvio che non c’è un vero e proprio collegamento diretto”.

L’OPINIONE
Nazionalizzare la Banca d’Italia e garantire un reddito di cittadinanza

“Uno strumento per risollevare dalla difficoltà nove milioni di cittadini, formarli e reinserirli nel mondo del lavoro. L’obiettivo è che nessuno prenda più il reddito di cittadinanza.” Così Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera dei deputati, esponente del Movimento 5 stelle.
E’ il cavallo di battaglia del M5s. La proposta di un reddito di cittadinanza raccoglie fondamentalmente due critiche: la prima, che ricevere reddito senza lavoro bloccherebbe la produzione (vedi Abc economics, ad esempio, che cita addirittura Paperino e Paperoga a supporto dell’obiezione) e la seconda, ovviamente, riguarda le coperture.

Sulla prima obiezione l’onorevole Di Maio ripete spesso che l’erogazione riguarderebbe chi momentaneamente non riuscisse a trovare un lavoro o lo avesse perso. Il ‘fortunato’ dovrebbe accettare di frequentare corsi di reintroduzione al lavoro che, una volta trovato, interromperebbe la fruizione del reddito. Quindi, così impostato, questo reddito di cittadinanza sarebbe una proiezione al lavoro e un incentivo alla continuazione della produzione e non, invece, una misura contro il lavoro e la produzione stessa.

Anche in merito alle coperture il messaggio mi sembra chiaro: devono provenire dalla lotta agli sprechi. Poiché tutti i governi cercano soldi per le loro manovre e quando vogliono li trovano, anche il M5s pensa di poterlo fare, operando però delle scelte di carattere eticamente e moralmente diverse. Per eliminare la Tasi, per esempio, si può tagliare il Senato, oppure privatizzare, oppure diminuire i trasferimenti a Scuola e Sanità. Il M5s per elargire un reddito di cittadinanza taglierebbe i privilegi e gli stipendi dei politici, le pensioni d’oro e magari le spese militari.

Scorrendo un po’ la storia impariamo che dopo l’accantonamento delle teorie keynesiane, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, inizia la lotta all’inflazione e al debito pubblico. Lo Stato diventa un’azienda e assomiglia sempre di più a una famiglia che deve fare attenzione ai deficit. Si dà dunque il via ai pareggi o ai surplus di bilancio e l’Italia dimostra di essere la prima della classe facendo meglio di tutte le concorrenti europee nel regalare ai mercati finanziari miliardi su miliardi di lire/euro tolti ai cittadini grazie anche a una tassazione che da poco più del 20% arriva a circa il 44% di oggi. Quindi, riportando il discorso da dove eravamo partiti, ogni governo nel momento in cui decide di dare qualcosa è costretto a togliere qualcos’altro, in nome della crociata intrapresa dagli anni Settanta e Ottanta.

Grazie a questa ‘guerra anti benessere del cittadino’ non esiste un trasferimento di ricchezza a costo zero, ma esistono solo dei passaggi da un settore all’altro a seconda della scelta politica operata alla fonte. Cioè l’occupazione preferita dei governi sembra quella di ‘coprire i buchi’ e pareggiare i conti, osservando passivamente gli andamenti di borse e mercati, piuttosto che intervenire nel processo economico e nelnome dell’interesse collettivo.

Una novità sembra però esserci e parte sempre dal M5s: l’idea di nazionalizzare la Banca d’Italia. Questa mi è sempre parsa una buona idea e, ormai tre anni fa, con l’aiuto imprescindibile di Giovanni Zibordi e Marco Cattaneo, il Gruppo Economia di Ferrara l’aveva presentata agli stessi pentastellati che oggi sembrano interessarsene. Il ‘pacchetto’ conteneva anche l’idea dei ‘certificati di credito fiscale’ e dei ‘bot fiscali’, tutte misure per reperire risorse nuove senza spostamenti né creazione di ulteriore debito. Indispensabili tra l’altro per chi volesse pensare a un’uscita dall’eurosistema senza eccessivi traumi.

In cifre, comunque, solo la prima di queste proposte potrebbe assicurare un risparmio di circa 80 miliardi all’anno in quanto una Banca Pubblica permetterebbe l’accesso diretto ai finanziamenti della Bce, saltando i passaggi delle banche private, quindi riducendo gli interessi sugli stessi. 80 miliardi all’anno potrebbero bastare per un reddito di cittadinanza? E si consideri – qui sta il punto, perciò lo ripeto – che lo si potrebbe fare senza dover spostare risorse da una parte all’altra, perché anche se taglio gli stipendi alla politica non faccio altro che spostare risorse già in circolo, pur accettandolo come eticamente, moralmente e profondamente giusto.

Personalmente in questo momento faccio il tifo per Luigi Di Maio, perché lo trovo onesto e quindi dotato di una qualità rara in politica, ma mi piacerebbe maggiore chiarezza sul destino dell’euro, su come si intenderebbe intervenire sulle banche e sulla finanza, su come attuare piani di occupazione che prescindano dagli spostamenti di risorse da una parte all’altra.
Mi piacerebbe essere sicuro che i limiti neo liberisti al benessere delle persone reali non appartengano al M5s e capire quale sia la sua teoria economica di base. Oltre agli attivisti, e simpatizzanti a volte anche di un certo peso, che propongono, intervengono e stimolano il variegato dibattito sulla rete e sui social, vorrei conoscere il pensiero economico del partito/movimento e se pensano di dotarsi di economisti di riferimento, qualcuno che magari potrebbe occuparsi di un futuro Ministero dell’Economia e che comprenda il funzionamento di banche, moneta e mercati perché il nemico, per poterlo sconfiggere, lo devi conoscere.

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L’ANALISI
Tecnologia e lavoro: il fantasma del luddismo

Un fantasma si aggira nelle nostre società opulente flagellate dalla crisi; aveva accompagnato lo sviluppo industriale e si ripresenta oggi in forme nuove, spesso non immediatamente accessibili al senso comune: è il timore che la tecnologia, le macchine, possano distruggere il lavoro e l’occupazione, lasciando fasce di popolazione sempre più ampie in balia della miseria. Fino a qualche anno fa si guardava con sufficienza e qualche facile sarcasmo alle rivolte dei luddisti nell’Inghilterra del XIX secolo, ritenute col senno di poi, ovvero dopo che furono migliorate le condizioni economiche e sociali, infondate e basate su paure irrazionali.

Oggi, il dubbio che le nuove tecnologie digitali, pur garantendo sviluppi tutti da esplorare ed ancora oscuri ai non iniziati, possano anche distruggere occupazione in modo irreversibile, sta prendendo nuovamente piede; questa preoccupazione professata da autorevoli esperti, che la danno come prospettiva assolutamente probabile, per non dire quasi certa, si contrappone a quella galassia tecno-visionaria ed utopica che preconizza per l’effetto delle tecnologie le più fantastiche evoluzioni della razza umana. Effettivamente, negli ultimi due secoli, lo sviluppo tecnologico ha contribuito ad alimentare le condizioni che hanno migliorato la qualità della vita di molte nazioni e la tecnologia ha grandemente contribuito a spostare milioni di persone dal settore agricolo a quello industriale, poi da questo a quello dei servizi. Ora, le nuove tecnologie digitali, in rapida diffusione, hanno alcune caratteristiche distintive rispetto alle tecnologie che hanno animato le precedenti rivoluzioni industriali che, in estrema e forzata sintesi, hanno sostituito il lavoro manuale con quello meccanico: da un lato, esse si reggono su una gigantesca struttura fisica tangibile, dall’altro, possono essere utilizzate per razionalizzare e gestire in modo intelligente qualsiasi tipo di processo in ogni settore: dalle catene di fornitura globale ai processi di apprendimento, dalla medicina alla ricerca aerospaziale, dallo sport al turismo, dall’autodiagnosi alla riparazione delle sue stesse componenti. Infine, sono sempre più spesso in grado di simulare e riprodurre operazioni che, fino a poco tempo fa, si pensava fossero attributi del cervello e patrimonio esclusivo della cognizione umana. Superata questa soglia, messo sotto esame il comportamento del cervello, avviata una ricerca massiva sull’intelligenza artificiale, agganciato stabilmente il comportamento umano alle applicazioni tecnologiche, si aprono scenari che, ad un tempo, esaltano e preoccupano. La domanda diventa dunque quanto mai attuale: la tecnologia digitale crea o distrugge lavoro? Oppure, semplicemente, trasloca l’occupazione spiazzando quote crescenti di lavoratori che rischiano così di essere espulsi dai processi di consumo e di creazione di valore?

Lasciamo un attimo in sospeso questa domanda per analizzare brevemente il nostro rapporto con queste tecnologie ed alcune conseguenze che ne derivano. Noi tutti infatti siamo abituati a cogliere solo un lato del problema: quello che ci vede come fruitori, come utilizzatori di dispositivi e consumatori di informazioni che ci vengono presentate ora gratuitamente ora a pagamento, a volte richieste a volte subite nostro malgrado. In questo preciso momento ognuno di noi è connesso ad un dispositivo digitale collegato in rete (altrimenti caro lettore non potresti leggere questo articolo). Per il semplice fatto di essere connessi stiamo fornendo informazioni al sistema: lo facciamo quando telefoniamo da qualsiasi dispositivo, quando usiamo il navigatore dell’auto, quando facciamo zapping in tv o quando ci sintonizziamo su una stazione radio. Lo facciamo quando usiamo il bancomat o la carta di credito e quando scarichiamo ed usiamo una qualsiasi app. Forniamo informazioni quando entriamo ed usciamo dall’autostrada usando il telepass, quando facciamo acquisti online o quando usiamo una tessera fedeltà o quando usiamo i social network. Certo, in alcuni casi paghiamo e, in cambio, riceviamo servizi che a volte ci semplificano la vita; in altri casi, non paghiamo nulla ignorando però che la nostra partecipazione gratuita è l’elemento chiave per generare enormi profitti. Non solo ne siamo consapevoli, ma forniamo informazioni ogni volta che passiamo sotto l’occhio di una telecamera di videosorveglianza ed ogni volta che usiamo la nostra tessera sanitaria; quando attraversiamo il tornello della metropolitana o prendiamo posto su un treno o un aereo. Finora tutte queste informazioni erano archiviate su supporti poco interattivi, sostanzialmente isolate tra di loro: la tecnologia digitale consente ora, con sempre maggiore facilità, di collegarli e renderli facilmente accessibili. Ma non solo. L’internet delle cose sta collegando sempre più strutture ed oggetti in gigantesche reti che producono quantità immense di dati digitali, rendendo possibile una realtà aumentata che arricchisce l’esperienza dei sensi incorporando informazione aggiuntiva in forma digitale. Su piccola scala lo vediamo nei Google glass, nelle applicazioni domotiche e, crescendo di livello, nelle applicazioni industriali di workflow management, nelle tecnologie di traffico intelligente, nelle nascenti smart city, negli ecosistemi militari, nella rete di calcolatori che gestiscono la finanza globale.

Da un lato, dunque si sta costruendo un nuovo ambiente di vita, digitale e digitalizzato, intelligente, caratterizzato da una sensoristica estremamente diffusa che raccoglie informazioni in modo sempre più automatico, depositandola in database sempre più capienti, numerosi ed interconnessi; dall’altro le macchine d’uso comune diventano sempre più intelligenti ed interagiscono sempre meglio con questo ambiente anche a prescindere dalle nostre decisioni. Infine noi stessi offriamo continuamente informazioni a questo ambiente attraverso i nostri comportamenti quotidiani e non solo per il fatto di essere connessi consapevolmente alla rete internet che conosciamo. Le tecnologie digitali consentono di valorizzare tutto questo moltiplicando esponenzialmente la produzione di informazione, rendendo informazioni inutilizzabili immediatamente disponibili, annullando i costi della raccolta di informazione e, in ultima istanza, conferendo valore d’uso enorme a qualcosa che prima, pur potenzialmente presente, non poteva essere utilizzato facilmente. Ovviamente questo è possibile se esistono le infrastrutture per farlo e se i cittadini continuano a funzionare come comoda fonte di informazione. Si tratta, a ben vedere, di una situazione senza precedenti che, per certi versi, ribalta la consolidata logica di un mercato dove ogni cosa ha un prezzo riconoscibile; dietro l’uso gratuito di molta tecnologia di comunicazione vediamo infatti la realtà, piuttosto inquietante per alcuni versi, di un sistema dove noi stessi (o meglio tutte le nostre scelte e comportamenti) siamo la merce che viene venduta. Big data è il nome attraverso cui si riconosce il nuovo campo disciplinare destinato a governare questa immensa mole di informazioni digitali attraverso la potenza computazionale dei calcolatori (computer).

Tutto questo pone ovviamente davanti a sfide gigantesche non ultima quella del lavoro che qui ci interessa. E’ assai probabile infatti che l’applicazione massiccia delle tecnologie digitali porterà all’abbattimento di moltissimi posti di lavoro anche nel settore dei servizi (inteso in senso allargato), seguendo il medesimo trend di quanto successo nell’agricoltura prima e nell’industria poi. Porterà anche ad aprire nuovi settori occupazionali tutti da esplorare e ad alto contenuto di innovazione e creatività, che con ogni probabilità potranno premiare solo le persone più competenti e preparate. Forse, spingerà anche molte persone a guardare con rinnovato interesse ad attività più semplici e naturali, magari facendo impresa innovativa in campo culturale o nel settore agroalimentare che rappresentano pur sempre delle autentica eccellenze italiane. Che ne sarà tuttavia della centralità del lavoro come strumento principe per la costruzione dell’identità e giusto mezzo per guadagnare da vivere? E come conciliare questa situazione con i valori fondativi della nostra Carta Costituzionale? Il documento fondativo del patto sociale su cui si regge la nostra democrazia all’articolo 1 dichiara infatti che:

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”.

Con tali domande lasciamo anche questo scenario possibile, per prendere in esame un’altra vecchia idea, forse poco conosciuta, che sembra conservare una forte carica utopica: quella del reddito di cittadinanza, nozione che a volte e frettolosamente vene considerata equivalente a reddito di base o reddito minimo universale. In verità, esiste più di una differenza tra reddito di cittadinanza e reddito minimo anche se entrambe condividono la prospettiva comune di non abbandonare nessuno al proprio destino: il primo, infatti, richiama il valore etico dell’accesso universale ai frutti delle risorse comuni; il secondo, invece, è selettivo e rimanda al valore del contrasto alla povertà essendo direttamente connesso alla disponibilità di lavoro e di reddito. Come noto, si tratta di un’erogazione monetaria garantita ad intervalli di tempo regolari e per tutta la vita di una persona. Viene riconosciuta a tutti coloro che hanno cittadinanza e residenza, per consentire una vita minima dignitosa; l’erogazione è cumulabile con altri redditi derivanti da lavoro, da impresa e da rendita ed è indipendente dal tipo di attività lavorativa, dalla nazionalità, dall’orientamento sessuale, dal credo religioso e dalla posizione sociale.

In un mondo caratterizzato da un surplus di produzione che impone una sfrenata corsa al consumo, in un contesto che pone forti interrogativi circa la proprietà e l’uso degli enormi archivi di informazioni digitali, dove l’informazione è importante, largamente disponibile poiché largamente prodotta dai comportamenti dei cittadini digitalizzati e fortemente manipolabile, dove aumentano di pari passo la concentrazione della ricchezza e la povertà, dove la piena occupazione è ormai un miraggio, l’idea di un reddito di cittadinanza universale sembra essere pertinente al di là di ogni doverosa considerazione di tipo morale. In assenza di alternative sostenibili, non si può escludere neppure che tale soluzione diventi, in prospettiva, socialmente necessaria se solo pensiamo al potenziale esplosivo connesso ad una forte disoccupazione a fronte della crescente forbice tra ricchi e poveri, effetto non secondario dall’ultima ed attuale fase del capitalismo sostenuto dalle nuove tecnologie.

In aggiunta alle motivazioni di ordine etico e sociale, possiamo dunque pensare che i cittadini ricevano un trasferimento monetario (anche) per il semplice fatto di fornire comunque informazioni indispensabili al sistema anziché pagare per ottenerne i servizi? In uno scenario caratterizzato, se non dalla fine del lavoro, quantomeno da una sua fortissima crisi, può essere il reddito di cittadinanza la soluzione capace di semplificare e rilanciare il sistema di welfare, garantire la copertura dei bisogni essenziali, salvaguardare gli spazi di intrapresa e produrre quel minimo di giustizia sociale che il vecchio modello non sembra più in grado di garantire?

LA RIFLESSIONE
Le tecnologie digitali e il reddito di cittadinanza

La crisi ha riportato in auge uno spettro che ha accompagnato lo sviluppo industriale: il timore che la tecnologia, le macchine, possano distruggere il lavoro e l’occupazione, lasciando fasce di popolazione in balia della miseria. Fino a qualche anno fa si guardava con sufficienza alle rivolte dei luddisti nell’Inghilterra del XIX secolo, ritenute, a ragione, infondate e basate su paure irrazionali. Oggi, il dubbio che le nuove tecnologie digitali, pur garantendo sviluppi ancora oscuri ai non esperti, possano anche distruggere occupazione in modo irreversibile sta prendendo nuovamente piede ed appare, anche ad autorevoli esperti, una prospettiva assolutamente probabile, per non dire quasi certa. Effettivamente, negli ultimi due secoli, la tecnologia ha grandemente contribuito a spostare milioni di persone dal settore agricolo a quello industriale e poi, da questo, a quello dei servizi. Ora, le nuove tecnologie digitali, in rapida diffusione, hanno alcune caratteristiche distintive rispetto alle tecnologie che hanno animato la rivoluzione industriale: da un lato, esse si reggono su una gigantesca infrastruttura fisica tangibile, dall’altro, sono sempre più spesso in grado di simulare e riprodurre operazioni che, fino a poco tempo fa, si pensava fossero attributi del cervello e patrimonio esclusivo della cognizione umana. Superata questa soglia, messo sotto esame il comportamento del cervello, agganciato stabilmente il comportamento umano alle applicazioni tecnologiche, si aprono scenari che, ad un tempo, esaltano e preoccupano. La domanda diventa dunque quanto mai attuale: la tecnologia digitale crea o distrugge lavoro? Oppure semplicemente lo trasloca spiazzando quote crescenti di popolazione che rischiano così di essere espulse dai processi di consumo e di creazione di valore?

Lasciamo un attimo in sospeso questa domanda per analizzare brevemente il nostro rapporto con queste tecnologie ed alcune conseguenze che ne derivano. In questo preciso momento ognuno di noi è connesso ad un dispositivo digitale collegato in rete (altrimenti caro lettore non potresti leggere questo articolo). Per il semplice fatto di essere connessi stiamo fornendo informazioni al sistema: lo facciamo quando telefoniamo da qualsiasi dispositivo, quando usiamo il navigatore dell’auto, quando facciamo zapping in tv o quando ci sintonizziamo su una stazione radio. Lo facciamo quando usiamo il bancomat o la carta di credito e quando scarichiamo ed usiamo una qualsiasi app. Forniamo informazioni quando entriamo ed usciamo dall’autostrada usando il telepass, quando facciamo acquisti online o quando usiamo una tessera fedeltà o quando usiamo i social network. Certo, in alcuni casi paghiamo e, in cambio, riceviamo servizi che a volte ci semplificano la vita; in altri casi, non paghiamo nulla ignorando però che la nostra partecipazione gratuita è l’elemento chiave per generare enormi profitti. Non sono ne siamo consapevoli, ma forniamo informazioni ogni volta che passiamo sotto l’occhio di una telecamera di videosorveglianza ed ogni volta che usiamo la nostra tessera sanitaria; quando attraversiamo il tornello della metropolitana o prendiamo posto su un treno o un aereo. Finora tutte queste informazioni erano archiviate su supporti poco interattivi, sostanzialmente isolate tra di loro: la tecnologia digitale consente ora, con sempre maggiore facilità, di collegarli e renderli facilmente accessibili. Ma non solo. L’internet delle cose sta collegando sempre più strutture ed oggetti in gigantesche reti che producono quantità immense di dati digitali. Su piccola scala lo vediamo nelle applicazioni domotiche e, crescendo di livello, nelle applicazioni industriali di workflow management, nelle tecnologie di traffico intelligente, nelle nascenti smart city, negli ecosistemi militari, nella rete di calcolatori che gestiscono la finanza globale.
Da un lato, dunque si sta costruendo un nuovo ambiente, digitale, intelligente, caratterizzato da una sensoristica estremamente diffusa che raccoglie informazioni in modo sempre più automatico, depositandola in database sempre più capienti, numerosi ed interconnessi. Dall’altro, noi stessi offriamo continuamente informazioni a questo ambiente attraverso i nostri comportamenti quotidiani e non solo per il fatto di essere connessi consapevolmente alla rete internet che conosciamo. Le tecnologie digitali consentono di valorizzare tutto questo moltiplicando esponenzialmente la produzione di informazione, trasformando informazioni inutilizzabili in disponibili immediatamente, annullando i costi della raccolta di informazione e, in ultima istanza, conferendo valore d’uso enorme a qualcosa che prima, pur potenzialmente presente, non poteva essere utilizzato facilmente. Ovviamente questo è possibile se esistono le infrastrutture per farlo e se i cittadini continuano a funzionare come comoda fonte di informazione. Si tratta, a ben vedere, di una situazione senza precedenti che, per certi versi, ribalta la consolidata logica di un mercato dove ogni cosa ha un prezzo riconoscibile; dietro l’uso gratuito di molta tecnologia di comunicazione vediamo infatti la realtà, piuttosto inquietante per alcuni versi, di un sistema dove noi stessi (o meglio tutte le nostre scelte e comportamenti) siamo la merce che viene venduta. Big Data è il nome attraverso cui si riconosce il nuovo campo disciplinare destinato a governare questa immensa mole di informazioni digitali.
Tutto questo pone ovviamente davanti a sfide gigantesche non ultima quella del lavoro che qui ci interessa. E’ assai probabile infatti che l’applicazione massiccia delle tecnologie digitali porterà all’abbattimento di moltissimi posti di lavoro anche nel settore dei servizi (inteso in senso allargato), seguendo il medesimo trend di quanto successo nell’agricoltura prima e nell’industria poi. Porterà anche ad aprire nuovi settori occupazionali tutti da esplorare e ad alto contenuto di innovazione e creatività. Forse, spingerà anche molte persone a guardare con rinnovato interesse ad attività più semplici e naturali. Che ne sarà tuttavia della centralità del lavoro come strumento principe per la costruzione dell’identità e giusto mezzo per guadagnare da vivere?

Con tale domanda lasciamo anche questo scenario possibile, per prendere in esame un’altra vecchia idea poco conosciuta che sembra conservare una forte carica utopica: quella del reddito di cittadinanza (o reddito minimo universale o reddito base). Come noto, si tratta di un’erogazione monetaria garantita ad intervalli di tempo regolari e per tutta la vita di una persona. Viene riconosciuta a tutti coloro che hanno cittadinanza e residenza, per consentire una vita minima dignitosa; l’erogazione è cumulabile con altri redditi derivanti da lavoro, da impresa e da rendita ed è indipendente dal tipo di attività lavorativa, dalla nazionalità, dall’orientamento sessuale, dal credo religioso e dalla posizione sociale. In un mondo caratterizzato da un surplus di produzione che impone una sfrenata corsa al consumo, in un contesto che pone forti interrogativi circa la proprietà e l’uso degli enormi archivi di informazioni digitali, dove l’informazione è importante, largamente disponibile e manipolabile, l’idea di un reddito di cittadinanza sembra sia pertinente, al di là di ogni doverosa considerazione di tipo morale, che necessaria (pensiamo alla crescente forbice tra ricchi e poveri, effetto non secondario dall’avvento delle nuove tecnologie).
Possiamo dunque pensare che i cittadini ricevano un trasferimento monetario per il semplice fatto di fornire comunque informazioni indispensabili al sistema anziché pagare per ottenerne i servizi? In uno scenario caratterizzato, se non dalla fine del lavoro, quantomeno da una sua fortissima crisi, può essere il reddito di cittadinanza la soluzione capace di semplificare e rilanciare il sistema di welfare, garantire la copertura dei bisogni essenziali, salvaguardare gli spazi di intrapresa e produrre quel minimo di giustizia sociale che il vecchio modello non sembra più in grado di garantire?

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