Un carcere, un gelato e una seconda possibilità
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Un carcere, un gelato e una seconda possibilità
Quando pensiamo al carcere, una delle ultime cose che ci possono venire in mente è il gelato.
Eppure, nel carcere di Sutton, in Inghilterra, è proprio da lì che qualcuno ha deciso di cominciare.

L’imprenditore italiano Roberto Costa ha portato dentro la prigione un progetto che insegna ai detenuti un mestiere legato alla cucina italiana: pane, mozzarella, prodotti da forno e, naturalmente, gelato… anzi il “Jail lato” (il termine “jail”, in inglese, significa prigione)
Potrebbe sembrare una cosa curiosa.
Ma proviamo a guardarla da un’altra prospettiva.
Che cosa può essere più utile a una persona che sta scontando una pena: dirle continuamente che cosa ha sbagliato oppure darle la possibilità di imparare qualcosa che domani potrebbe servirle per ricominciare?
Attenzione perché la domanda è semplice, ma non banale.
Quando parliamo di carcere diciamo spesso che bisogna “rieducare”; è una parola importante che però rischia di rimanere vuota se non si traduce in qualcosa di concreto.
Imparare un lavoro è concreto, come pure avere delle responsabilità e scoprire di essere capaci di fare qualcosa.
E forse lo è ancora di più sapere che quella capacità potrà essere utilizzata quando la porta del carcere si aprirà.
Perché prima o poi quella porta, per la maggior parte delle persone detenute, si aprirà.
E allora come vorremmo che fosse “il nostro vicino di casa?”, si chiedeva Horacio Czertok in un bel testo teatrale pensato dopo che vicino a casa sua andò ad abitare un ragazzo che aveva conosciuto all’Arginone durante i corsi di teatro che proponeva ai detenuti.
Una persona che abbiamo semplicemente tenuto chiusa per qualche anno?
Oppure una persona che ha avuto la possibilità di imparare, cambiare, assumersi responsabilità e costruirsi un futuro?
Non penso che un laboratorio di cucina possa risolvere i problemi del carcere.
Non basta un gelato per cancellare un reato, né per cancellare il dolore di chi lo ha subito. Ma forse il punto non è questo.
Il punto è capire se vogliamo che il carcere sia soltanto il luogo dove una persona paga per ciò che ha fatto oppure anche il luogo dove può cominciare a costruire ciò che farà dopo.
A Sutton hanno scelto di partire da una cosa molto semplice: insegnare un mestiere.
E io penso che dovremmo fermarci un momento a riflettere.
Perché quando insegni a una persona a fare il pane, non le stai insegnando soltanto a fare il pane.
Quando le insegni a fare un gelato, non le stai insegnando soltanto a fare un gelato.
Le stai dicendo: puoi ancora imparare qualcosa. Puoi ancora essere utile. Puoi ancora costruire qualcosa.
E forse, qualche volta, la rieducazione comincia proprio così.
Con una ricetta. Con un lavoro. Con qualcuno che, invece di guardare soltanto ciò che hai fatto ieri, prova a chiederti: «Che cosa possiamo fare insieme per il tuo domani?»
Foto di copertina: JAIL-Lato – immagine da https://www.husk.co.nz/stories/little-lato/
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