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C’era una volta Magistero

 

Il libro Ibridi ferraresi continua a sollecitarmi ricordi, spero di interesse non solo personale.
Si sottolinea l’assenza dell’Università nella riflessione sui processi di trasformazione urbana e sociale che investono Ferrara dal dopoguerra agli anni Settanta.
“C’era il Magistero che era molto modesto” dice giustamente Varese. “Quasi tutte le persone che hanno lavorato come docenti al Magistero sono morte”, annota Scandurra. “Le persone che hanno fatto il Magistero sono morte: Miegge, Magri, Carabelli, Walker”, ribadisce la Zanotti. Bene ho fatto dunque a resistere alle proposte – mi hanno molto lusingato – di Miegge, per rendere più stabile la mia collaborazione di semplice ‘cultore della materia‘. Sulla costituzione ed i primi tempi di Magistero qualcosa, tuttavia, posso dire.

Gli enti locali non danno solo un magro contributo economico, pensano e rendono possibile la realizzazione. L’Università di Ferrara ha una lunga storia. È Università della casa d’Este, poi Università pontificia, quindi Università libera, retta da una commissione di nomina comunale. È divenuta statale dall’anno accademico 1942-43 con intitolazione a Italo Balbo: corsi di laurea in Giurisprudenza, Medicina e Chirurgia, Farmacia, Scienze Matematiche e Fisiche, Chimica, Scienze naturali e biennio di Ingegneria. L’interesse degli enti locali per l’Università, anche dopo la statizzazione, non è mai venuto meno. In particolare nel dopoguerra, su impulso del Comune capoluogo e della Provincia si costituisce il Consorzio fra Enti Pubblici Locali della Provincia di Ferrara per il potenziamento dell’Università degli Studi. Negli anni Sessanta è presieduto dal prof. Amleto Bassi e io ne divento segretario, succedendo al dr. Besini, segretario pure della Provincia, da tempo in pensione.

Il Presidente orienta con decisione l’attività del Consorzio a un unico scopo: realizzazione di una Facoltà che sia un contributo ‘umanistico’ nel quadro universitario presente, elemento di formazione e supporto all’attività educativa, stimolo e ricerca sui servizi pubblici in trasformazione. Magistero appare un obiettivo possibile e condiviso. Ricordo un colloquio, per me interessante e incoraggiante, avuto al riguardo con Luigi Amirante, forse allora preside della facoltà di Giurisprudenza, ma certamente il docente che mi ha fatto appassionare al diritto e alla storia. Ricostruendo le circostanze dell’incontro direi fosse il 1966. Anche dopo la laurea mi avviene di frequentarlo. Ci vediamo a Teatro, alle mostre d’arte. Mi incoraggia alla lettura di Nord Sud, a me nota dagli anni del Liceo, e mi suggerisce una rivista, che non conosco, Il Mulino.
Il mio ruolo nel Consorzio è stato di puro segretario-burocrate: verbali e bozze di convenzione. Bassi ha gestito direttamente i rapporti con Giorgio Spini, che ha dato l’impronta al Magistero.
Tra Spini e Miegge, giovane Preside, hanno realizzato un Magistero che, nelle condizioni date – nozze con i fichi secchi – ha fatto miracoli e si è subito posto come uno dei centri di cultura più vivi in città. “La convenzione istitutiva assegnava alla facoltà cinque cattedre: sette assistenti di ruolo e sette incarichi interni, cioè solo in parte retribuiti… abbiamo dovuto far funzionare cinque istituti e due corsi laurea”, ricorda Miegge. Le lauree sono in Materie letterarie e Pedagogia. E qui non posso non ricordare una straordinaria e vivente pedagogista: Egle Becchi. Quando lascia la facoltà rimangono gli assistenti Annalisa Pinter e Carlo Pancera, divenuti pienamente ferraresi. Ferrarese si è fatto pure Mario Miegge, come Sandro Cardinali e Marco Bertozzi, venuti al suo invito. Non ricordo se il Consorzio abbia con quella realizzazione esaurito la sua funzione. Certo io non me ne sono più interessato. Ho conosciuto Miegge appena giunto a Ferrara, ma non a Magistero, nell’impegno politico, che ho scoperto comune.
Magistero ho però cominciato a frequentare, fin dalle fasi iniziali, su richiesta di Alberto L’Abate, fiorentino, da me conosciuto nel piccolo tenace Movimento nonviolento promosso da Aldo Capitini. Incaricato di Sociologia dell’educazione mi chiede di collaborare. Opere generali di sociologia ho letto fin dal Liceo, su sollecitazione di Paolo Farneti, federalista, allievo di Bobbio, uno scienziato della politica. Sto per iniziare l’attività di assessore alla Pubblica Istruzione a Ferrara, dopo un’esperienza a Codigoro, nel basso ferrarese. Anche per questo accetto volentieri. Collaboro per una decina d’anni, sostituendo il professore in un suo anno sabbatico. Sono anni importanti per me e – mi dicono ancora allieve ed allievi di allora – non solo per me. Nuove amicizie – per restare solo ai primi incontri e non far torto ad altre che sono venute poi – come Carlo Carabelli, vecchie amicizie apparse sotto un diverso profilo, come Sandro Roveri, si spengono con la lontananza e la morte.
Sociologia dell’Educazione è il solo insegnamento di carattere sociologico. Perciò nei seminari largo spazio è dato alle metodologie: causale, strutturale, funzionale, processuale. L’Abate prospetta un modello in cui conflitto e cooperazione coesistono: “equilibrio instabile”.
– Ti ci sei troppo identificato – gli dico io, quando soffre di crisi di vertigine. Conduciamo seminari e ricerche multidisciplinari, soprattutto con Mario Miegge, filosofo e preside della facoltà, Egle Becchi, pedagogista straordinaria e Claudio Greppi, geografo e non solo. I temi sono soprattutto quelli dell’esclusione sociale. Ricordo i seminari di carattere metodologico o sull’esclusione nei suoi vari aspetti, sulla devianza, sulla riforma degli Ospedali Psichiatrici, sull’abbandono scolastico… Ricordo pure le ricerche sulla scuola dell’infanzia, materne e nidi, sulla trasformazione urbana, sulla nascita delle periferie…
Poi c’è tutto l’impegno per le 150 ore, all’Università. Un’attività aggiuntiva, volontaria, straordinaria, con l’esempio trascinante di Miegge e il rapporto con i Consigli di fabbrica. Per me è il coronamento delle iniziative diffuse nei quartieri, dedicate al recupero dell’obbligo scolastico e all’ottenimento del diploma di terza media. Qui siamo già nel ’72/’73. I lavoratori entrano nelle scuole e null’università e con i lavoratori parliamo nelle loro sedi. Ricordo una sera, su invito del Consiglio di fabbrica della Montedison, vado a un’assemblea dei lavoratori per illustrare le diverse iniziative in atto. Alla portineria mi dicono che non posso entrare. Dico di avere un appuntamento al quale non posso mancare e mi denuncino pure, come minacciano di fare. Un rappresentante del Consiglio, forse Barioni, arriva e rientro con lui. Non ho memoria dello svolgimento dell’assemblea. Mi resta solo il calore e l’attenzione. Calore e attenzione si sono spenti, non solo a Magistero. O forse, come spesso capita ai vecchi, ho bisogno ce ne sia di più per accorgermene.

Foto nel testo: Università di Ferrara, la facoltà dell’Ex Magistero, sede attuale della biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia (foto di Valerio Pazzi)
In copertina: il professor Mario Miegge, preside di Magistero.

 

Il VAMPIRO E NON SOLO
La stampa universitaria ferrarese nel dopoguerra

 

Giuseppe Scandurra in Ibridi Ferraresi. L’Antropologia in una città senza antropologi presenta una ricerca su “una rete di intellettuali a Ferrara tra l’inizio degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Ottanta”. Potrei muovere un appunto: numerose e qualificate presenze di studiosi della materia a Ferrara ci sono state anche prima dell’insegnamento a cura di Giuseppe Scandurra, grazie alla mia antropologa preferita, Laura Lepore, da anni qui attiva. Ma Scandurra e Lepore si conoscono e si stimano. Inoltre il piacere che mi ha dato la lettura non mi fa soffermare su questo aspetto. L’inquadramento offerto dall’autore, il ricordo e la diretta testimonianza di cari amici mi sono stati particolarmente graditi e mi stimolerebbero piuttosto a qualche aggiunta.
Una generosa citazione di Ranieri Varese, riportata da Scandurra, mi include nella “rete di intellettuali” dei quali si interessa l’autore. “Poi c’è questo volume di Lugli su un allievo di Capitini – mi mostra il libro pubblicato da Lugli (2017), [n.d.a.] – che dà uno spaccato di Ferrara dal Dopoguerra fino agli anni Cinquanta, poi non ci sono altre cose di questo tipo”.

Il vampiro, rivista universitaria ferrarese, particolare

In un’intervista Franco Cazzola ricorda la modestia dell’apporto culturale dato alla città dagli studenti universitari. Poco viene dagli studenti cattolici e di sinistra. I goliardi dell’Afu pubblicano ogni tanto Il Vampiro. Franco non aggiunge altro. Nei primi anni Sessanta frequenta a Bologna, anche se lo ricordo ben attivo, con me Ranieri ed altri, a costruire l’Unione Goliardica Ferrarese, laica e di sinistra.
Nel 1961 su invito di Massimo Felisatti, che ne cura la redazione, scrivo su Ferrara. Rivista del Comune una Panoramica sulla stampa universitaria, che è, proprio sul tema in questione, “uno spaccato di Ferrara dal Dopoguerra fino agli anni Cinquanta”. Il Vampiro ricordato da Cazzola si definisce un semisatirico ed esce come numero unico. Non è stato sempre così. Il 1° settembre 1945 esce Il Vampiro, promosso da un gruppetto di studenti desiderosi di discussione e di rinnovamento della vita universitaria. È un quindicinale, che ha un buon successo e diviene settimanale. La sua esperienza è di poco più di un anno. Termina infatti il 28 ottobre 1946. Presenta più motivi di interesse. L’orientamento del periodico è lontano dalla sinistra politica e sindacale prevalente a Ferrara, ma non nell’Università. L’affermata “solidarietà tra i lavoratori del braccio e della mente” non trova un riscontro adeguato nella pubblicazione. Un periodico satirico, Uranio 235, sostenitore della prospettiva fusionista tra socialisti e comunisti lo attacca in più occasioni. Polemiche ci sono pure con La Nuova Scintilla della Federazione del PCI.
Non mancano interventi interessanti sulla vita politica, sulle iniziative e sui problemi del tempo. Redattori ne sono, con altri che non ho conosciuto, Giorgio Bissi – socialdemocratico e poi a lungo Presidente della Cassa di Risparmio –,  i miei cari amici Gianluigi Magoni – custode dell’intera collezione de Il Vampiro, all’epoca direttore con Giorgio Franceschini de Il Popolo Libero, combattivo settimanale della DC, e Carlo Bassi – cattolico, buon amico degli antifascisti Balboni, Devoto e Savonuzzi – studente partecipa alle proposte per il piano regolatore di Ferrara nel ’45, collabora pure alla rivista culturale Quartiere, fondata da Claudio Varese. Il settimanale mostra, 10 novembre ’45, apprezzamento per i Corsi della Scuola del lavoratore, nella cui realizzazione Balboni è fortemente impegnato. Oltre a una valenza professionalizzante, hanno lo scopo di rendere capaci i lavoratori di dirigere i Consigli di fabbrica e le cooperative.

Un anno dopo il periodico qualunquista Il torchio, 29 dicembre 1946, censura questo impegno: “Alla Scuola del lavoratore (sezione femminile della Camera del lavoro – fondo della solidarietà nazionale) si esibisce periodicamente il compagno Balboni Silvano, studente di medicina. Cosa insegna questo signore alle lavoratrici (tra cui ragazze di 14 e 15 anni)? L’igiene della casa? Il modo di curare l’influenza o di evitare i contagi morbosi? Ohibò! Neanche per sogno! Il nostro compagno insegna psicanalisi. Ed è notevole la disinvoltura con cui il compagno Balboni volgarizza le più spinose questioni sessuali al lume delle teorie freudiane… Non potrebbe il compagno Balboni dedicarsi ad altro insegnamento più proficuo, tenendo presente che Freud è ancora ai margini della vera scienza e soprattutto che non è ancora arrivato il momento di insegnare le porcherie a scuola. Le porcherie di Freud naturalmente!”.

Il linguaggio del settimanale universitario è diverso ma non gli risparmia l’accusa di qualunquismo. La risposta è nella domanda rivolta a diversi esponenti politici cittadini: “Dato, ma non concesso, il nostro qualunquismo, è legittimo identificarlo col fascismo?”. Vale ancora la pena leggere l’intervento di Giangi Devoto. Ma le risposte complessive scavano un solco maggiore tra questi universitari e la sinistra. Non sono mancati, soprattutto nel primo periodo, ritratti di esponenti particolarmente impegnati, azionisti, socialisti, come, sempre nel ’45, 27 ottobre “Viva Savonuzzi”, 1 dicembre “Viva Devoto”, nel ritratto fa capolino Silvano Balboni, 24 dicembre “Viva Cappelletti”, sindacalista socialista, combattente antifranchista e antifascista. Ancora il 20 aprile del ’46 vi è un ricordo dell’antifascista Francesco Viviani.
La Festa della matricola promossa nel maggio, per modalità e contenuti, provoca però una dura reazione sindacale e politica che ne impedisce il proseguimento. Ancora un mese prima della chiusura pubblica una vera e propria inchiesta, a cura di Bissi e Bolognesi, “Mortara 70, dicono che là dentro sono tutti comunisti, ma sbagliano perché non c’è che un colore: ed è quello grigio e senza vita della miseria, che soffoca come una cappa di piombo…”,

Coetaneo al Vampiro è Ercolino d’Este, promosso dall’Unione Studenti Italiani di orientamento democratico, ma di brevissima durata. Il Fronte della gioventù ha un periodico, Gioventù in lotta, diretto da Vittorio Passerini, comunista, con il vice Valentino Galeotti, cattolico di sinistra. Su questo preferiscono scrivere universitari e giovani intellettuali, comunisti e azionisti, meno i socialisti.
Un fratello minore del Vampiro, sopravvissuto come saltuario numero unico è, negli anni ’50, il Cuchino, promosso da universitari o nostalgici goliardi a Copparo. Una sorta di foglio di servizio è Il Fucino, che ricordo presente negli stessi anni Cinquanta. Dal ’48 fino al ’57 direi, studenti universitari di sinistra (Passerini, Pittorru, Felisatti?) fanno circolare un bollettino ciclostilato di irregolare frequenza, Università Libera. Ricordo di averne visto qualche copia in occasione del mio vecchio articolo sulla stampa universitaria.

La Basilica di San Francesco
un gioiello a Ferrara

 

Mentre camminavo per andare a lezione, sono passata innumerevoli volte davanti alla Basilica di San Francesco, all’angolo tra via Terranuova e via Savonarola a Ferrara. Inizialmente era un gran cantiere: si poteva accedere solamente a circa un quarto della chiesa, tutto il resto necessitava di restauro a causa del sisma del 2012. Un giorno, nel 2019, vi rientrai e mi accorsi che finalmente si poteva camminare per tutta la lunghezza dell’edificio. Scoprii così quella che, secondo il mio gusto personale, è la più bella chiesa che abbia visitato nella città.
La modesta costruzione originaria venne eretta dai Francescani attorno al 1220, mentre il Santo fondatore era ancora in vita. Molto di ciò che possiamo ammirare oggi è frutto dell’idea dell’architetto Biagio Rossetti, che nel 1494 venne incaricato dal Duca Ercole I di erigere l’attuale edificio. La facciata perlopiù in mattoni è in armonia con il resto della città.
Vicina a diverse sedi universitarie, si trova proprio a fianco dell’Oratorio dell’Immacolata Concezione, un tempo sede della scuola per giuristi dello Studio Ferrarese che vantava tra i suoi iscritti anche Niccolò Copernico, dove anche l’Ariosto frequentò i corsi di legge. Lì infatti spese cinque sofferti anni, poiché era stato obbligato verso l’indirizzo giuridico dal volere paterno. Solo alla fine di questo periodo gli fu concesso di dedicarsi alle sue amate lettere. Così raccontò la vicenda all’amico Pietro Bembo:

“Mio padre mi cacciò con spiedi e lancie,
non che con sproni, a volger testi e chiose,
e me occupò cinque anni in quelle ciancie.

Ma poi che vide poco fruttuose
L’opere, e il tempo in van gittarsi, dopo
Molto contrasto in libertà mi pose.”
(Satira VI, 156-161)

UNIFE ESORDISCE IN SERIE A
Nella classifica Censis 2020 Ferrara risulta tra i Grandi Atenei

Da: Unife Ufficio Stampa

Nella classifica Censis 2020 l’Università di Ferrara compare per la prima volta tra i grandi atenei statali, quelli che accolgono tra i 20 mila e i 40 mila studenti. Un esordio accompagnato da ottimi risultati sia a livello di didattica, con diversi corsi di studio nella top nazionale, sia a livello di digitalizzazione.

“Unife è per la prima volta tra i grandi atenei – commenta il Rettore dell’Università di Ferrara, professor Giorgio Zauli -, un obiettivo che abbiamo perseguito in questi anni con caparbietà, sacrificio e senza timore di sperimentare soluzioni nuove, per consentire a un numero maggiore di studenti di entrare nella nostra comunità. Tutto questo mantenendo la qualità dei corsi di studio”.

La capacità di rimodulare i servizi e la didattica dimostrata negli ultimi mesi è stata fonte di successo per Unife, che ha ottemperato alle norme sul distanziamento sociale e garantito al contempo e fin da subito la sostanziale continuità di tutte le attività.

Secondo il Censis, proprio sull’esperienza del lockdown per il Covid-19, e sul livello di accessibilità “a distanza” dei servizi e delle attività formative degli atenei, si gioca il futuro della formazione universitaria e la gestione della difficile fase post-Covid.
“La classifica è accompagnata da una riflessione sulla necessità dei mesi scorsi per gli atenei di riorganizzare e rimodulare online servizi e didattica per garantire alle attività di proseguire, ma in sicurezza – conclude Zauli -. Una esigenza che ha significato uno sforzo collettivo di crescita e sperimentazione, esperienze di cui cogliere e perfezionare le potenzialità, percorrendo tutte le possibilità di riportare in presenza le attività laddove sia fondamentale e realizzabile”.

Unife: dipartimento di economia e management

La classifica Censis, pubblicata il 13 luglio e giunta alla ventesima edizione, offre un’articolata analisi del sistema universitario italiano fondata sulla valutazione delle strutture disponibili, dei servizi erogati, del livello di internazionalizzazione, della capacità di comunicazione 2.0 e della occupabilità. Considera inoltre la didattica analizzando i corsi di studio per aree tematiche. In totale, distribuisce in 64 classifiche tutti gli atenei, statali e non, presenti sul territorio nazionale.

Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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L’odio

Restiamo umani. Il primo pensiero è questo. L’abbiamo ripetuto mille volte, spesso guardando i migranti che in mare cercano salvezza. Non vale solo per loro, ovviamente… è un atteggiamento che si dovrebbe mantenere sempre. Appare incomprensibile, quindi, il comportamento del professor Giangi Franz, docente dell’Università di Ferrara, travolto dalle polemiche per avere manifestato, attraverso i suoi profili Twitter e Facebook, totale indifferenza e nessuna comprensione del dramma che ha sconvolto Venezia e per i toni sprezzanti usati nei confronti della popolazione:

“Sarò duro. Nessuna compassione per Venezia o per i veneti. Il Veneto è la regione con la più alta evasione fiscale. In Veneto la Lega governa da trent’anni rubando o permettendo la corruzione mostruosa praticata da Galan e da Forza Italia. Proprio nessunissima solidarietà. Anche perché vogliono l’autonomia. Vero? E allora che se la cavino da soli”. (Giangi Franz)

I fatti sono noti: c’è una città – Venezia – flagellata da un’alta marea di proporzioni spaventose. Le cause – locali e globali – sono risapute. Noti sono pure i ritardi nel completamento del Mose, l’opera progettata 30 anni fa per il contenimento delle mareggiate, e acclarati sono gli scandali che hanno accompagnato progettazione e realizzazione dell’opera. Di sfondo si sono poi aggiunti l’allarme sul clima e gli effetti prodotti dall’aumento delle temperature…
Ma questo è il momento dell’emergenza e del sostegno.

“Non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame…”
(Fabrizio De André, Il pescatore)

C’è poi una popolazione piegata, ma non doma, che resiste e fa quel che è possibile per fronteggiare l’emergenza. E c’è lo sgomento del mondo che riconosce in Venezia uno dei sommi simboli della bellezza.
Ed ecco che, in questa temperie, sui social s’affaccia il leone da tastiera di turno, che sbotta: “Ben gli sta”. A Unife Franz insegna ‘Politiche urbane e territoriali’ ed ‘Economia urbana e territoriale’. Un professore universitario dovrebbe essere d’esempio. E,  l’uomo di cultura, della bellezza dovrebbe essere ossequioso. Invece, eccola qua l’empatia: “Nessuna compassione, nessunissima solidarietà”, bercia il prof: e si rivolge a tutti, indistintamente…

Certo, lo ribadiamo: ci sono ragioni e responsabilità che andranno affrontate, ma non è questo il momento. Ora è il tempo del ‘fare’, dell’abbraccio solidale, del conforto. Per ragionare di cause, di soluzioni, di comportamenti virtuosi e pelosi, di chi subisce e di chi fa il furbo c’è tempo. Non ora, però, non ora!

Lo ribadisco: lamentiamo in tanti la disumanità di chi abbandona alla propria sorte i migranti del mare, soli con la loro disperazione. Eppure – lo sappiamo bene – non mancano responsabilità, speculazioni, interessi luridi anche in questi casi… Ma nel momento del dramma, quando in gioco ci sono le vite di donne, uomini e bambini conta quello e solo quello. Chi sprofonda va aiutato, senza se e senza ma: non gli si chiedono prima i documenti o la cartella delle tasse. A Lampedusa come a Venezia.

E questa evidenza dovrebbe valere per tutti, anche per coloro – amici o parenti – che hanno vincoli di affetto per chi si lascia trascinare nel gorgo dell’odio. Il giustificazionismo non è una buona medicina. Richiamare gli odiatori a un senso di umanità è dovere anche (e forse prima di tutto) di chi gli sta accanto…

Ora il profilo Facebook di Giangi Franz è oscurato (non quello Twitter, però). Lo ha deciso lui stesso, salutando il popolo del web con un post titolato ‘Mille scuse a tutti’, in cui scrive: “Basta, troppa pressione. Chiedo scusa a tutti per lo sconsiderato post su Venezia, i Veneti, il Mose, la Lega. Non pensavo che si potesse scatenare una reazione di questo tipo. Mille scuse a tutti. Se tornerò su facebook sarà tra un bel po’”.
Ma poco prima ne aveva scritto un altro, riportato dal quotidiano online Estense.com, che ora non appare più sulla bacheca del docente, nel quale, in tipico stile ‘salviniano’, Franz scrive: “Vi voglio bene a tutti”. E aggiunge: “Poi faccio un versamento di due euro a favore di Venezia”, un’affermazione che ha tutto il sapore della presa per i fondelli, senza neppure l’ombra d’un minimo di resipiscenza…

Alessandro Balboni e la nuova destra ferrarese

Alessandro Balboni è quello che si suol dire un figlio d’arte, suo padre, senatore di Fratelli d’Italia, lo ha iniziato sin da piccolo alla cultura politica della destra sociale. Studente universitario, ha portato le idee della destra all’interno dell’università e caso più unico che raro, è stato rappresentante degli studenti con la lista “Azione universitaria”. Ci racconta cos’è la destra sociale a Ferrara e quali sono i programmi per il futuro.

Quello che più mi ha sorpreso è vedere una presenza radicata della destra in una città governata per 70 anni dalla sinistra. Questa destra, secondo te, è pronta per fare il salto e diventare forza di governo?
Il discorso è ampio. Innanzitutto bisogna definire cos’è destra, cosa non è destra e cosa si intende per cultura di governo. A Ferrara la destra è una tradizione fin dal dopoguerra. C’è sempre stato un rappresentante in consiglio comunale già ai tempi dell’ Msi, ininterrottamente, proprio perché è una città rossa paradossalmente; ed è una destra che ha sempre avuto una particolare predisposizione alla militanza e al lavoro. Quindi, benché minoritaria, è sempre stata agguerrita, era una destra molto attiva. Adesso la politica è cambiata nei modi, nei temi, nelle forme, e quindi anche questa predisposizione della destra, come della sinistra, si è andata un po’ a perdere. La destra di oggi non è la destra di vent’anni fa, ma non è neanche quella di 5 anni fa. L’elettorato non si crea e non si distrugge, se adesso la destra è così forte vuol dire che una larga parte di persone che un tempo era nell’area del Pd, ma anche in aree diverse, stanno convergendo in questa direzione. Penso che le persone di destra a Ferrara non siano sbucate dal nulla e che l’offerta non sia tanto diversa da quella di 5-10 anni fa, la competenza dei soggetti c’è, abbiamo espresso dei sindaci di destra in provincia di Ferrara da decenni e per decenni. La vera differenza dagli anni passati è che il livello di trascuratezza e abbandono dell’amministrazione è giunto a un livello tale, ed è talmente palese ed evidente, che ha fatto cambiare idea a tanti cittadini ferraresi.

La destra cosiddetta ‘sociale’, quella a cui si richiama Giorgia Meloni, può rispondere adeguatamente ai problemi di oggi, quelli del lavoro, della sicurezza e la possibilità di avere un futuro? Parlo della città di Ferrara, che sulla disoccupazione non è messa benissimo.
Molto male direi. Basti pensare che Reggio Emilia è a pochi chilometri da qui e ha tassi di occupazione come in Germania. Noi siamo l’anomalia regionale: nel dopoguerra Ferrara era la città più ricca dopo Bologna in regione,  adesso è l’ultima. Comunque, il grande successo che ha lo schieramento di centro-destra in questo periodo lo ha avuto ricalcando dei temi e delle proposte tipiche della destra sociale. La sicurezza, la dignità del lavoro, ma anche della pensione, pensiamo alla riforma Fornero e la sua abolizione che è stato un cult della campagna elettorale, e sono dei temi che non si rifanno tanto più alla destra liberale ma strizzano l’occhio ad una destra sociale o, come piace essere chiamata oggi, sovranista. Quindi è lo stesso elettorato che da dignità e conferma a quelle che erano un tempo le proposte del movimento sociale italiano. I tempi forse son diventati più maturi e la situazione è diventata tale per cui questo messaggio può passare, e perché passa il messaggio? Perché in altre provincie dell’Emilia Romagna probabilmente la sinistra vincerà ancora, essendo province ricche, qui abbiamo di fronte un fallimento totale sotto tutti i punti di vista. Abbiamo i temi della sicurezza, abbiamo l’occupazione, abbiamo la dignità degli anziani, il rapporto tra giovani e anziani, tutti cavalli di battaglia tipici della mia destra, quella che io cerco di rappresentare degnamente.

A proposito di rappresentanza, quanto pesa portare il tuo cognome?
Non è un peso, è un onore. Io ho appena compiuto 26 anni ed ho iniziato a fare politica quando ne avevo 14, paradossalmente sono il secondo più giovane in consiglio comunale, ma per esperienza politica sono tra i più vecchi, togliendo alcuni ‘mostri sacri’ che hanno una settantina d’anni. Ho avuto molti insegnamenti, ho avuto la mia crescita personale che è stata aiutata anche dall’ambiente familiare, ma soprattutto il valore più bello che ho potuto imparare è quello della cultura, cioè la destra è cultura. Non puoi sapere dove vai, se non sai da dove arrivi. In questo caso sono abbastanza avvantaggiato visto che da dove arrivo è un nome illustre per la destra ferrarese, e spesso è stato anche un problema perché ho iniziato a fare questo mestiere di rappresentanza e della politica al liceo, e ci sono stati molti casi di discriminazione. È stato più un handicapp che un vantaggio. Mi han tirato le secchiate d’acqua dal secondo piano in inverno, volantini stracciati, due volte un professore mi ha insultato in assemblea pubblica, essere di destra a Ferrara non è stato facile. E siccome non è stato facile, quando sento parlare una parte politica di discriminazione, di intolleranza, io rido. Sono stato il primo a vedere cos’è la discriminazione nei confronti di qualcuno che non è inquadrato nel sistema, quindi sono il primo a essere democratico e contrario a qualsiasi discriminazione perché l’ho vissuta.

Come rispondi a chi accusa la destra della Meloni, Fratelli d’Italia, la destra sociale di essere razzista verso gli immigrati?
La risposta è molto semplice: non si tratta di vero dialogo, si tratta di una presa di posizione politica, anche quando si parla in consiglio comunale ci sono dei dibattiti, ed io vedo una controparte che non è disposta a parlare sulla realtà effettiva. Preferiscono parlare anche loro per slogan. Ricordo molto bene quando Renzi ha fatto il passaggio da “accogliamoli tutti” ad “aiutiamoli a casa loro”. Questo perché la sensibilità degli italiani è arrivata ad un punto tale da essere davvero arrabbiati per le situazioni che hanno dovuto vivere e per le discriminazioni che hanno visto nei loro confronti. Se una parte politica riporta una situazione di difficoltà e di critica che il popolo stesso approva, vuol dire che si fa portavoce di un’istanza. Questa istanza di stanchezza che molti italiani vivono è la conseguenza diretta alle politiche che abbiamo vissuto negli anni recenti. La destra attuale non è razzista. L’ex ministro degli interni Minniti, uomo sicuramente apprezzabile in ambienti di destra, il quale ha messo in atto delle operazioni di contrasto alla forma di immigrazione più o meno clandestina, ha ricevuto le stesse accuse rivolte a noi. Pertanto è un tema caldo che interessa tutti e che nel lato pratico vede noi impegnati in modo più intelligente. Non ha senso accogliere centinaia, decina di migliaia di persone per poi lasciarli chiusi in un campo di identificazione o per fagli raccogliere i pomodori a 3 euro l’ora, l’ha detto anche il Dalai Lama, nel momento in cui tu Europa accogli questo enorme peso economico ma anche umano e sociale, e svuoti l’Africa dei suoi giovani, chi rimane a costruire là in Africa? A chi spetta la costruzione del futuro in Africa? Noi dobbiamo aiutare chi ne ha bisogno nel proprio paese affinché possano costruire una terra di patrioti africani. Chi è che non ha questo interesse? Se guardiamo a livello europeo, la Francia. Applica signoraggio monetario su molte delle sue ex colonie, che sono tra le più povere e le più disastrate dal punto di vista sociale. Però lo stesso Macron è colui che mette i puntini sulle ‘i’ quando si tratta di immigrazione e prende tempo a chiamarci “vomitevoli”.

Non ha accolto nemmeno l’Aquarius .
Questo è l’esempio più lampante, ma se uno guarda le condizioni del lavoro minorile in tutte le ex colonie francesi africane, verrebbe da dire che, insomma, a essere vomitevole è qualcun altro, sicuramente non l’Italia.

Per quanto riguarda Ferrara invece, sempre sul tema dell’immigrazione, uno dei temi della campagna elettorale sarà il Gad, secondo te cosa ha portato la crisi e quali potrebbero essere le soluzioni?
I miei colleghi fuori sede dell’università quando sono arrivati a Ferrara hanno preso casa in zona grattacielo, erano economiche e anche solo 5 anni fa la situazione per quanto brutta non era così tragica. Adesso chi ha potuto permettersi un appartamento diverso è fuggito. Perchè per 10-15-20 anni si è denunciato un problema reale e concreto e si è rimasti inascoltati? Perchè noi quando parlavamo un anno fa di criminalità, di spaccio e di delinquenza ci si rispondeva parlando di percezioni soggettive e tutto un tratto il Pd fa inversione a U e invece intende di farsi appoggiare da Barnabei che possiamo dire che è un professionista della sicurezza, che è proprio di quella zona, quindi completamente snaturandosi e smentendosi da sola. Il tema del Gad non è una novità per noi che ne parliamo da 10-15 anni. Qui l’ultimo arrivato vuole saltare sul carro del vincitore dopo aver negato il problema e aver creato la condizione per cui il problema dilagasse è proprio il Pd. E non serve certo una scienza per capire che qui si tratta anche di mafia nigeriana, perchè se uno vede le statistiche degli stranieri a Ferrara noterà che i nigeriani non sono i primi per presenza, ma sono tra i terzi e i quarti, eppure ci sono solo loro per strada, con un controllo di più aree del territorio che è uno dei primi sintomi di una presenza mafiosa.

Secondo te l’esercito ha migliorato o peggiorato la situazione? Potrebbe aver semplicemente aver spostato lo spaccio in centro?
Ovviamente la criminalità quando non può più operare in un certo contesto cerca di spostarsi o cambiare le fonti di reddito criminale, l’esercito era necessario. Chiunque ha una ragazza, una madre, una figlia che fa la pendolare magari nele ore tarde o inizio mattina sa benissimo che c’è da avere paura. Il presidio del territorio è una garanzia in più per chi passa o transita nella zona ed è un segnale dello stato che è presente e che non ha abbandonato i suoi cittadini. L’arrivo dell’esercito è stata oltretutto ridicolo, perchè io ricordo molto bene come il Pd locale in pompa magna pontificava sulla sua inutilità e un giorno Franceschini da Roma ha comunicato l’arrivo di quei, pochi, militari.

Sono 8 di numero o sbaglio?
Sì, sono una decina, con una camionetta… quindi un presidio davvero numeroso!

Per te è solo propaganda?
Sicuramente, perché era il tema della campagna elettorale si è pensato di poter rimendiare a un decennio e più di incapacità solo con un azione spot. Fortunatamente i cittadini non si sono fatti fregare. Poi a volte si pensa che l’elettorato abbia la memoria corta e invece in questo caso ha avuto la memoria lunga e ha ben ricordato chi invece parlava di sicurezza e chi invece se n’è ricordato solo in sede elettorale.

Che ne pensi della Lega?
La Lega è molto cambiata nei tempi recenti, ha tolto il ‘nord’ dal nome, e paradossalmente a chi mi chiede ‘come fai a essere in coalizione con la Lega, rispondo che era più complicato stare in una coalizione con una Lega di Bossi che con una Lega di Salvini. Il mio partito ha proprio già il nome ‘Fratelli d’Italia’ l’obbiettivo di mettere l’Italia e gli italiani al primissimo posto, quindi dialogare e allearsi con la Lega di oggi diventa una cosa normale…..abbastanza naturale.

Questo a livello nazionale, e a livello locale?
A livello locale conosco tutti i rappresentanti della Lega, ho avuto anche il piacere, e questo è un tocco di classe, di poter esser giudice alla competizione di salamine con Alan Fabbri e quindi, aldilà della battuta, il rapporto c’è, siamo colleghi di opposizione e noi siamo interessati quanto loro a rovesciare questa amministrazione, mantenendo compatta la coalizione di centro-destra. Perchè non basta vincere, bisogna vincere con un programma coeso e con le idee chiare.

Coeso fino a che punto? In questa coesione rivedi lo schema del governo attuale oppure la coesione solo delle forze del centro-destra?
Per quanto mi riguarda solo centro-destra, poi ovviamente la priorità è riuscire a scalzare questa stratificazione di potere che si è accumulata in capo a una sola parte per più di 70 anni.  Ed esponenti civici o altre liste che volessero appoggiare il centro-destra mi farebbero  solo piacere.

E il Movimento 5 Stelle in questo come lo collochi?
Il M5S da statuto suo proprio non può partecipare alle elezioni coalizzandosi con altri partiti, pertanto qualora volessero allearsi a Ferrara con il la coalizione di forze del centro-destra, arriverebbe il niet dall’alto.

Diciamo che durante la Festa del Tricolore le parole della rappresentante della Lega sono state un pò più di apertura, invece Giorgia Meloni è stata abbastanza netta, non dico troncare qualsiasi tipo di dialogo...
Chiaramente la Meloni ha un respiro più nazionale. Avendo un respiro più locale oppure trovandomi spesso d’accordo o in ottimi rapporti con i colleghi 5 stelle che sono di opposizione quanto me, insomma..

Lorenzo del M5S almeno sul Gad ha posizioni simili.
Federico lo conosco dalla seconda/terza liceo, siamo anche in buoni rapporti personali. Ilaria Morghen se non sbaglio ha un passato in Alleanza Nazionale quindi sicuramente è una persona con la quale riesco a dialogare tranquillamente, ciò nonostante il mio problema non riguarda tanto i 5 stelle locali quanto la loro linea nazionale che io trovo deleteria.

A proposito di Ferrara e delle amministrative di quest’anno, secondo te Fratelli d’Italia è pronta per guidare la coalizione o deve ancora crescere?
Fratelli d’Italia è un partito medio. Stiamo parlando di un partito che si aggira intorno al 4-6%, penso che a Ferrara, per la nostra storia e la nostra preparazione, possiamo dire anche al 6%. Chiaramente se tu mi chiedi di guidare una coalizione, cioè di esprimere un candidato sindaco, non è chiaramente nelle nostre ambizioni. Il candidato sindaco è giusto che lo esprima la forza di maggior peso nella coalizione e in questo caso la proposta spetterebbe alla Lega. Ovviamente poi ci saranno il dialogo, ci saranno i confronti e si parlerà delle persone e dei soggetti. Noi non partiamo presentando un nome, noi ci presentiamo come ascoltatori.

Quindi ascoltare quello che ha da dire la Lega e poi valutare…
Com’era ai tempi del PdL, che non sono tanto lontani, che era il primo a esprimere la parola sul candidato sindaco, e dopo si apriva una discussione interna con gli altri alleati.

La Meloni è anche l’unico leader di partito donna. E a 31 anni era già ministro. 
Una delle più giovani ministri della Repubblica, quindi la sua eccezionalità è essere un grande leader politico. Quindi io non rinfaccerei mai a qualcuno che mi da del sessista che la mia leader di partito è la Meloni, risponderei che la Meloni fa molto di più per le donne di quanto possano fare loro con i loro vuoti slogan e con queste argomentazioni spicciole da bar, anche perché francamente sfido chiunque nell’azione politica del mio partito, ma anche della mia o degli esponenti locali, una qualsiasi minima microscopica traccia di qualsiasi forma di sessismo o di discriminazione verso le donne, è una cosa che mi farebbe ridere.

Anche tu sei molto giovane e, per così dire, ti sei già preso le tue soddisfazioni da un punto di vista politico.
Sono consigliere comunale e anche presidente del consiglio degli studenti dell’Università di Ferrara,  e quando sono entrato in carica, parlo di 2 anni fa, era una cosa eccezionale, la prima volta a presiedere il consiglio studentesco di Ferrara era uno studente di destra, in una città di sinistra. Questa cosa ha scombussolato molte persone, e quando c’erano degli eventi pubblici che riguardavano anche un interesse di ambito universitario/studentesco, l’amministrazione che organizzava 3-4 anni fa era sempre chiamata la rappresentanza degli studenti locali. Quando sono subentrato io non c’è stato più l’interesse nel collaborare e nel dialogare con gli studenti per chiare e ovvie motivazioni politiche. La logica che sta dietro a chi ci amministra è questa: se non sei nella mia rete di conoscenze, con te non ci devo collaborare perché sei un avversario, non un interlocutore. Così si sono arroccati sulle scale del municipio, senza vedere quello che accadeva in città: al Gad, ma anche in San Romano o in via Contrari o in piazzetta della Luna.

Secondo te quale potrebbe essere una soluzione ai problemi di Ferrara, che sono appunto lo spaccio in mano alla mafia nigeriana? E una proposta sulla disoccupazione?
La mia ricetta parte sempre dalla cultura, Ferrara è una città di cultura e dovrebbe vivere soprattutto dei bellissimi poli museali, del rapporto con l’università che, grazie al buon lavoro del rettore, continua a crescere e sta diventando ormai un ateneo di medie dimensioni. Per superare la disoccupazione Ferrara deve puntare sul turismo e sul diventare una vera città di cultura. Chiaramente una città di cultura non può prescindere da un ottimo tasso di sicurezza, perchè i turisti, dove c’è insicurezza e degrado non vengono.

Ho fatto un intervento su La Stampa nel weekend di Internazionale, in cui denunciavo bivacchi con un senzatetto che urinava contro il colonnato del porticato del Duomo, proprio nel weekend dove erano previste 80mila presenze. Come si può pensare di incentivare il turismo se perfino nei weekend importanti non si garantisce un minimo di decoro pubblico e anche di sicurezza? Bisogna partire da questo, sembrano due cose lontane ma in realtà si intrecciano molto bene.

Un tuo intervento che ho apprezzato è stato quello del patentino, e mi è piaciuto la tua proposta del patentino democratico dei valori costituzionali…
Io sono giovane e secondo me i giovani devono dare un impulso per superare  le classiche dicotomie della politica:  sinistra, destra, giusto, sbagliato.. insomma, nel 2019 parlare di antifascismo è fuori dal tempo. Adesso il rischio per chi vuole vivere una politica sana è a tutto tondo. C’è un gruppo di ragazzi di estrema sinistra di Ferrara che si sono beccati una denuncia per minacce a un personaggio politico locale…

Però adesso la domanda te la devo fare: la tua idea personale sul fascismo qual è?
Io sono una persona profondamente democratica e pertanto non posso accettare alcuna ideologia anti-democratica, qualunque essa sia. Sono una persona che opera in ambito istituzionale, non ho mai avuto un atteggiamento al di fuori delle righe, però è tutta la vita che mi devo scontrare con l’accusa di essere un fascista. Mi ricordo addirittura che quando ero alle scuole elementari un giorno tornai a casa chiedendo a mio papà “Papà ma noi siamo stupidi?” e lui mi disse “perchè dovremmo essere stupidi?” e io risposi “Oggi la maestra ha detto che quelli di destra sono tutti stupidi.” Questo è indice di una certa mentalità che non guarda l’avversario per quello che dice, fa o per quello che è il suo profilo istituzionale, come il mio caso penso sia impeccabile, ma cerca di ridurti in categorie che fanno comodo a loro, per addidarti o provare a zittirti o per trovare argomentazioni, qualcosa su cui appigliarsi. Per cui tutte le volte che mi hanno dato del fascista o hanno cercato di riportare il dibattito su questo tema, io ho risposto che la mia condotta, le mie azioni parlano per me. Sono nato, cresciuto e lavoro in un paese e in una città democratica.

Quindi ti dissoci?
Sono accuse ridicole.

Come vedi le amministrative di quest’anno? Ti stai preparando? A livello personale sarai coinvolto?
Io mi preparo già da mesi e mi ricandiderò. Essere consigliere comunale è stato il coronamento di un impegno politico che va avanti da 12 anni; è un esperienza bellissima che mi consente di aiutare in concreto i miei concittadini e di migliorare anche la posizione di questa città. Poterlo fare domani in una situazione in cui faccio parte della maggioranza sarebbe per me una soddisfazione personale immensa.

Anche tu ritieni che un cambio alla guida del governo locale sarebbe anche un indice di democrazia?
Il ricambio è un alternanza democratica ed è normale in tutti i sistemi moderni europei e occidentali, compresi gli Stati Uniti d’America. Il ricambio fa bene sia a chi vince sia a chi perde Credo che al Pd in questo momento serva una lezione di umità per imparare a riascoltare i proprio cittadini e a dialogare con l’opposizione, con chi non la pensa come te.

In ultimo, mi dici che significa per te essere di destra?
Essere di destra è, dal mio punto di vista, il valorizzare alcuni princìpi e alcuni valori della tradizione in una chiave moderna. Quindi essere tradizionalisti nei contenuti ma progressisti nei metodi. Io faccio riferimento ad alcuni valori che ormai sembrano dimenticati e che cerco di portare avanti in prima persona; l’amore per la patria, la valorizzazione dei giovani, il valore di poter vivere e studiare, far crescere la propria patria, il valore del nucleo familiare, la difesa dell’identità nazionale, l’idea di un Europa forte e dei popoli, e non quella della burocrazia e della banche. Essere di destra non è solo un insieme di valori ma, secondo me, è anche uno stile di vita, e io cerco di esserne esempio dai modi ai temi alle cose di cui parlo anche in prima persona.

Un giorno speri di essere sindaco di questa città?
Onestamente, non ho mai apprezzato le persone ambiziose, anche se dicono che le persone ambiziose sono quelle che in politica hanno successo. La mia più grande soddisfazione è quella di essere arrivato in consiglio comunale. Vorrei tornarci al prossimo mandato, poi si vedrà insomma, come si dice “vola basso, schiva i sassi”.

“Entri papa ed esci cardinale”
Esatto, io la vedo così.

Ferrara merita una grande biblioteca dedicata all’arte

di Ranieri Varese

Francesco Monini nel suo intervento del 25 agosto ha, con lucidità, indicato il senso e il ruolo, o almeno uno dei sensi e ruoli, del servizio di pubblica lettura. Mi riconosco nelle sue proposte e, in particolare, in quella della istituzione di una Biblioteca Gad che è certamente uno dei modi, non il solo, penso all’integrazione attraverso il lavoro, per affrontare una situazione che la città vive con grande sofferenza e per la cui soluzione ancora non sono state individuate linee di comportamento realmente efficaci.
Sono egualmente profondamente convinto che una generale meditazione, la quale coinvolga istituzioni, specialisti e cittadini, sulla presenza organizzata e programmata delle biblioteche nel territorio sia una necessità non rimandabile. Ricordo che le associazioni ferraresi organizzarono, nel novembre 2011, una iniziativa simile dedicata ai musei ferraresi. Le proposte non furono nemmeno materia di confronto da parte delle amministrazioni. Mi auguro maggiore attenzione.
Mi sia consentito di partecipare al confronto che la proposta di Monini ha saputo suscitare e che sicuramente avrà sviluppi e arricchimenti, con un’osservazione e una proposta.
Credo sia ingeneroso il giudizio sulla appena terminata direzione del sistema bibliotecario del comune di Ferrara. In una situazione economicamente difficile l’amministrazione civica non ha sentito come prioritario il problema biblioteche, lo stesso è successo per i musei, e ha lasciato declinare strutture che sono essenziali per una città che si autoproclama, con qualche presunzione, ‘di arte e di cultura’. Il puntare quasi tutto su momenti contingenti e di immediata ricaduta e non sulle istituzioni di educazione permanente ha concorso a quell’abbassamento di qualità che molti, giustamente, avvertono e denunciano.
Questo detto ricordo che la ‘Biblioteca ragazzi’ presso Casa Niccolini e il progetto della ‘nuova Rodari’ sono felice frutto della passata direzione e non di quella appena insediata; così come il supporto alle iniziative ariostesche e il mantenimento, dovere istituzionale non facile, della conservazione di un patrimonio che qualifica Ferrara.
La biblioteca deve essere ‘una piazza’: non può essere solo una piazza. La ‘Ariostea’ è anche biblioteca storica e di conservazione: uno dei suoi compiti è quello di agevolare e promuovere la conoscenza, di esserne uno dei necessari strumenti presenti in città.
Vengo alla proposta.
È paradossale, ma noto, che non esista in Ferrara una biblioteca complessivamente dedicata, in termini lati, alla storia dell’arte: né a livello universitario, né presso altre istituzioni. È, naturalmente, sbagliato pensare che non vi siano, nelle biblioteche cittadine, nuclei, anche importanti, dedicati agli articolati settori nei quali si divide la disciplina; manca però un progetto ed una continuità di acquisizioni organiche; sono assenti molti degli strumenti di riferimento a cominciare dal Thieme-Becker, del quale esiste solo una vecchia edizione (presso i Musei Civici) e non quella rinnovata ed aggiornata; lo stesso discorso vale per il Bartsch e per molti altri primari testi di consultazione. Gli studenti e chi deve compiere ricerche, anche di primo livello, è costretto a spostarsi a Bologna o a Padova; per momenti più specialistici a Venezia, Firenze, Roma.
La biblioteca della ex Facoltà di Lettere ha una ricca consistenza di volumi dedicati, nata dalle richieste formulate dai singoli docenti ma è carente nel settore periodici ed è assente una strategia generale.
La Civica Biblioteca Ariostea ha ricchissimi e fondamentali fondi dedicati alla storia cittadina, ma si riscontra una modesta percentuale di nuove acquisizioni sia per quanto riguarda i periodici che gli aggiornamenti di settore. Due, importanti, sezioni collegate sono quella dell’Istituto di Studi Rinascimentali e quella collocata presso i Musei Civici di Arte Antica.
Entrambe, da tempo, prive di aggiornamenti e, attualmente, chiuse alla consultazione. Quella presso i Musei è priva di personale adeguato e competente come dimostra la relazione pubblicata nel periodico online ‘Museoinvita’.
Un nucleo interessante è presso la ex Nuova Cassa di Risparmio ora Bper: custodito presso la chiesa dei SS. Simone e Giuda non è consultabile. È composto, per quel che ci interessa, di volumi dedicati alla storia della città e di storia dell’arte.
La Biblioteca della Accademia delle Scienze, depositata presso una sede universitaria, non possiede materiali legati alla materia.
La Biblioteca della Deputazione di Storia Patria ha acquisito, per lascito testamentario, la biblioteca di storia dell’arte, modesta per consistenza, di Giorgio Padovani; possiede un ricco fondo, in accrescimento, per scambio con istituti analoghi.
La Biblioteca del Seminario, dell’Istituto di Storia Contemporanea, della Camera di Commercio e degli istituti scolastici cittadini hanno scarse testimonianze legate al settore.
Non si può non rilevare che si tratta di una situazione anomala per una città che si dichiara ‘d’arte e di cultura’ e per uno Studio che ha un Dipartimento di Studi Umanistici ricco di proposte, frequentato da un elevato numero di studenti.
Una situazione che penalizza fortemente la città che, allo stato attuale, non può essere sede di ricerca per la assenza di strutture che la consentano. Non mancano i materiali, manca una sede ed un progetto organico che li riunisca e li renda effettivamente fruibili, colmi le lacune e organizzi la gestione e la attività. Manca ancora la possibile ricaduta su Ferrara la quale potrebbe essere resa possibile dall’esistenza di un luogo di ricerca ove sia possibile indagarne la storia, i monumenti e le opere.
L’Università ha indicato una via per superare tale stato delle cose con l’acquisizione, per onerosa donazione, della biblioteca di Eugenio Battisti ricca di circa venticinquemila volumi; tutti trasferiti ma ancora in attesa di sistemazione e di un progetto che ne organizzi al meglio l’utilizzo.
Una conseguente proposta potrebbe essere quella di riunire i fondi sparsi e non collegati, molti nemmeno raggiungibili in Sbn, costruendo un unico servizio che raccolga le molte migliaia di volumi presenti e li ponga a disposizione di studenti e studiosi.
Tale organismo potrebbe essere volano per l’acquisizione di biblioteche private i cui proprietari non hanno un referente per possibili donazioni e rischiano di disperdere le loro raccolte senza beneficio né personale né per la città.
Il Consorzio potrebbe riunire tutti gli enti proprietari dei singoli fondi librari i quali dovrebbero compartecipare, proporzionalmente, alle spese sia di catalogazione che di aggiornamento e di personale.
L’Università, che si è fatta carico dell’acquisizione del fondo Battisti, potrebbe essere capofila per aprire un tavolo di confronto e di discussione per verificare la concreta possibilità di realizzazione di tale progetto.
Alcuni possibili punti fermi sono il mantenimento delle proprietà, l’indicazione di una direzione, di una sede, di un comitato di gestione rappresentativo, di un progetto e di un programma, l’individuazione di una dotazione finanziaria.
Una possibile opzione è quella di accesso selezionato e la sistemazione a scaffale aperto.
Nel giro di pochi anni la città potrebbe aprire al pubblico una biblioteca specialistica di storia dell’arte ricca di oltre centomila volumi intorno alla quale si potrebbero aggregare progetti di ricerca e di formazione.
Sarebbe logica l’aggregazione dei diversi nuclei di Fototeca sparsi presso le singole amministrazioni e i musei cittadini.
Credo valga la pena discuterne e sollecitare l’assunzione di responsabilità delle istituzioni.
Una ultima osservazione. Leggo sempre, e sempre sono costretto a pensare, gli interventi di Francesco Monini. E’ un modo di affrontare i problemi che vorrei fosse anche dei nostri politici, di maggioranza e di opposizione. Sapere collegare principi generali e situazioni particolari è una qualità che dovrebbero avere gli amministratori. Francesco Monini la possiede.

LA RIFLESSIONE
Bassani cala il sipario.
Il ‘Convegnone’ tra grandi nomi e ingombranti assenze

Allora. Si chiude il sipario o lo si alza? Alla fine del tunnel cosa troveremo? Che senso hanno avuto queste celebrazioni?
Domande legittime e forse banali. Scontri e incontri. Il superfluo additus al necessario o viceversa?
Il cosiddetto ‘Convegnone’: “Giorgio Bassani 1916-2016” si è svolto dall’11 al 19 novembre tra Roma e Ferrara e ha rappresentato il più concreto ed esaustivo contributo alle celebrazioni indette dal Mibact per il centenario della nascita dell’illustre scrittore. E basterebbe vedere i loghi che appaiono nella locandina e nel programma: del Comitato Nazionale per le celebrazioni; del Ministero; della Fondazione Giorgio Bassani; del Centro Studi Bassaniani, del Comune di Ferrara, dell’Università La Sapienza di Roma e di Ferrara; di Italia Nostra; del Centro sperimentale di cinematografia; di RAI cultura. Si è voluto cioè intervenire con contributi scientifici, didattici e sociali alla ri-costruzione e alla rivisitazione della poliedrica personalità di Giorgio Bassani scrittore, docente, sceneggiatore, saggista, e non ultimo, fondatore di Italia Nostra.

L’anno bassaniano si è svolto nei luoghi disparati e ha attraversato l’oceano e l’emisfero: dall’Australia, alle Americhe, dai luoghi consacrati della cultura europea fino a raggiungere isole culturali dove il nome dello scrittore è diventato il simbolo di un incontro con una cultura italiana non sempre conosciuta o mal interpretata.
Il Convegnone ha avuto una splendida anticipazione nell’appuntamento a Firenze diretto da Anna Dolfi, emerita studiosa di Bassani, sul ruolo degli scrittori/intellettuali ebrei e il dovere della testimonianza di cui abbiamo riferito in un articolo apparso in questo giornale il 15 novembre (leggi qui). La figura di Bassani si presentava dunque non solo nel suo ruolo di testimone-interprete, ma preludeva nella sua indubbia poliedricità alle sezioni che si sarebbero svolte tra Roma e Ferrara. Così quella dedicata alla letteratura che ha occupato l’intera giornata romana di apertura doverosamente affrontava la prima e insostituibile sostanza dell’opera bassaniana, specie per indagare il primo degli interrogativi, quello che riguardava la riscrittura di ciò che è stata chiamata ‘l’opera-mondo’ di Bassani, “Il romanzo di Ferrara”. Raffaele Manica ne ha dato una convincente e complessa spiegazione. Si è proseguiti il giorno dopo con l’analisi del rapporto di Bassani con il cinema e il teatro: una complessa operazione affidata all’esperta mano di Emiliano Monreale che ha saputo cogliere gli snodi più difficili dell’attività bassaniana legata al cinema. Torna al proposito alla mente l’omaggio che il circolo del tennis Marfisa di Ferrara rese allo scrittore con l’installazione di bacheche intorno ai campi di terra rossa da cui, nella storia, fu allontanato lo scrittore-tennista in cui si citano i luoghi più importanti in cui Bassani scrisse del tennis nelle sue opere e la magica notte di giugno in cui sulle pareti dei palazzi che circondano il complesso della palazzina di Marfisa furono proiettati in contemporanea “Il giardino dei Finzi-Contini”, “La lunga notte del ’43”, “Gli occhiali d’oro”.

La parte romana del Convegnone si conclude con la sezione “Bassani in redazione”, in cui si passano in rassegna i rapporti con gli scrittori che più furono vicini allo scrittore: Sereni, Bertolucci, Gadda, Soldati, Fortini e coloro che vennero descritti nella prima opera pubblicata da Bassani, “Una città di pianura”, pubblicata a causa delle leggi razziali con lo pseudonimo di Giacomo Marchi: Claudio Varese e Giuseppe Dessì, due sardi diventati ferraresi.
L’arrivo del Convegnone a Ferrara infittisce le attività di contorno: una mostra a Casa Ariosto di Eric Finzi sul tema del “Ritorno al Giardino”; l’esposizione finalmente resa pubblica del manoscritto del “Giardino dei Finzi-Contini” alla Biblioteca Ariostea nei giorni del Convegno e presentata dunque alla cittadinanza legittima ‘proprietaria’ delle preziose carte, dopo che furono esibite pochi giorni fa per la visita del presidente Mattarella in Israele, quando fu presentato il progetto del Meis ferrarese. Una mostra a palazzo Turchi di Bagno su “I libri di Giorgio Bassani” e infine l’apertura straordinaria del Centro Studi Bassaniani in attesa della prossima, e si spera, imminente apertura definitiva della Casa Minerbi Dal Sale con le sue importantissime istituzioni.
Il Convegnone prosegue poi con la sezione “I libri di Giorgio Bassani” al termine della quale sono stati proclamati i due vincitori del Premio Roberto Nissim Haggiag, l’uno studioso di filologia, l’altro di problemi ambientali.

Il giovedì 17 finalmente la presentazione ufficiale alla città della donazione del manoscritto del romanzo. Tra comprensibili ritardi dovuti all’apertura degli ascensori (non tutti son giovinetti, compreso chi scrive, per affrontare a passo di carica lo scalone elicoidale dove gli Estensi salivano naturalmente a cavallo), tra alcuni incontri-scontri e finalmente l’apertura fatta dal sindaco che doveva ben presto lasciarci per salire su Italo, il treno veloce che fermerà a Ferrara e i cui dirigenti l’aspettavano in Camera di Commercio. Notevoli le belle parole del presidente del Meis, Dario Disegni, quindi Ferigo Foscari racconta della donazione del manoscritto, di come la nonna Teresa l’aveva a lui affidato per farne poi l’uso che credeva meglio dopo la sua morte e la decisione presa con i famigliari di donarlo al Comune di Ferrara. Ricordavo poi al padre, l’architetto Tonci Foscari, come i legami con Ferrara fossero già da tempo attivi con la sua famiglia, possedendo lui il bellissimo quadro di Hayez della ferrarese famiglia di Leopoldo Cicognara, l’amico di Canova, e il busto sempre di Canova. Le relazioni della mattinata sono state di altissimo livello critico e tutte ruotanti sui problemi filologici storici e cinematografici che il romanzo esige e che ora potranno essere in parte risolti con la possibilità di consultazione del manoscritto.
Al pomeriggio, la sezione è dedicata ai problemi di traduzione e di edizione dei testi bassaniani in altre lingue e paesi.
Il giorno successivo la complessità dei temi ha reso la giornata indimenticabile. Nella prima parte è stata affrontato il difficile problema dei rapporti tra “Bassani e l’arte” (nume tutelare il mai dimenticato rapporto con un ‘vero Maestro’ come suona un celebre saggio di Bassani dedicato a Roberto Longhi). In apertura una testimonianza della figlia Paola Bassani, poi gli interventi che hanno avuto il vertice nella splendida testimonianza-riflessione di Andrea Emiliani; degni di nota anche gli interventi di Riccardo Donati, Stefano Marson, Andrea Baravelli e immodestamente anche di chi scrive queste note.
Mentre per uno strano fenomeno che ancora non mi riesco a spiegare la sala stentava a riempirsi per l’avvenimento clou della giornata, quella che avrebbe visto la partecipazione di alcuni famosissimi esponenti del Gruppo ’63 e quella dello scrittore ferrarese per eccellenza e molto amato dalla città, Roberto Pazzi, dialogante con il presidente del Comitato celebrativo, il professor Giulio Ferroni, mi accorgevo che né un fotografo né un rappresentante della tv locale erano presenti. Solo alcuni eroici giornalisti delle testate locali. Naturalmente nessun rappresentante delle istituzioni o dei giovani che studiano queste cose. Ai miei tempi forse sarei corso per vedere che faccia avevano e che cosa avrebbero detto monumenti culturali quali Fausto Curi o Renato Barilli.
Ma Ferrara come si sa è città dalle cento meraviglie anche in negativo e spesso sa diventare ‘Ferara, stazione di Ferara’. Comunque i numerosi presenti hanno reso il dovuto riconoscimento ai relatori.

Tutto questo può essere ripetuto per il momento forse più atteso del Convegnone “Bassani e l’impegno civile” organizzato dalla sezione ferrarese di Italia Nostra. Due straordinarie conferenze: quella di Piero Craveri, nipote di Benedetto Croce, che ha illustrato le ragioni e il contesto da cui nascerà Italia Nostra e il rapporto d’amicizia che legava sua madre Elena Croce Craveri allo scrittore Bassani; e quella di Andrea Emiliani sulla funzione e il senso della difesa del paesaggio e del ruolo delle istituzioni premesse alla difesa e alla cultura dell’ambiente. Entrambe sono state intervallate dagli scritti di Bassani sull’impegno civile letti in maniera egregia da Alberto Rossatti.
Un raggiungimento dei fini che ci eravamo proposti veramente alto. Peccato per le assenze. Ma anche queste testimoniano i segni del tempo.

Nella mattinata di sabato anche la proclamazione del Premio Bassani, già alla sua quarta edizione, che ha laureato illustri e ora famosi giornalisti, vinto dal bravissimo Paolo Conti del Corriere della Sera e con i due premi della Giuria dati a Roberto Saviano e a Radio Radicale.

Premio della Giuria a Roberto Saviano
Nell’anno in cui si celebra il centenario della nascita di Giorgio Bassani, che tra i primi, come fondatore e presidente di Italia Nostra, ha posto come scopo essenziale dell’Associazione quello di difendere il valore culturale e etico del paesaggio, la Giuria  riconosce all’unanimità una analoga finalità di intenti a Roberto Saviano, eroe moderno capace di battersi, in una situazione difficilissima, per i valori e i diritti della legalità, a cui è  indissolubilmente connessa la protezione dell’ambiente e del paesaggio.

Menzione Speciale alla trasmissione “Fatto in Italia”, di Radio Radicale
La Giuria intende all’unanimità sottolineare la costante presenza e attività di Radio Radicale a sostegno delle battaglie di Italia Nostra per la difesa del patrimonio culturale e del paesaggio, in particolare l’azione incisiva di divulgazione del programmma radiofonico “Fatto in Italia”.

Premio nazionale “Giorgio Bassani” di Italia Nostra
La Giuria riconosce all’unanimità all’editorialista del “Corriere della Sera” Paolo Conti una attenzione costante e puntuale alle battaglie di Italia Nostra. Seguendo l’insegnamento di Cederna, Paolo Conti è diventato nei decenni un cronista attento, “un inviato speciale nei Beni Culturali”, e un acuto commentatore militante dell’impegno mai troppo perseguito del salvataggio del nostro patrimonio culturale e paesaggistico.

L’EVENTO
Il rapporto fra città e musei, se ne parla al Salone del Restauro di Ferrara

Durante il Salone del Restauro, nell’ambito del progetto internazionale “La città dei musei. Le città della ricerca” – responsabile scientifico Letizia Caselli – promosso da Acropoli srl in collaborazione con Bologna Fiere, giovedì pomeriggio in Sala Ariostea (Pad. 5), dalle ore 16.30 si terrà l’incontro “Cambiamo aria. Porte aperte nei musei” organizzato da Siti. Quotidiano on line dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Unesco” (www.rivistasitiunesco.it) e Ferraraitalia.

La tavola rotonda si incentra sul tema della città e dei musei. Ferrara: patria degli Estensi, della Metafisica e di tanti altri strati che appartengono alla sua identità storica. Ma qual è la sua immagine, il suo volto culturale oggi?
Ne parlano in modo interdisciplinare, amministratori della cultura, docenti universitari, presidenti di associazioni di tutela e conservazione del patrimonio artistico e naturale, managers di imprese della cultura creativa.
Il processo della rigenerazione delle identità e delle differenze decostruite dalla globalizzazione è una sfida che riguarda ogni città che intende ri-costruire un’identità collettiva condivisa e spendibile fondata su un’autentica consapevolezza. Oggi si parla di identità non più solo locale, ma ci si confronta con una società multietnica. L’incontro è aperto alla comunità scientifica e a tutta la cittadinanza.

restauro musei 16

Tavola rotonda “Cambiamo aria. Porte aperte nei musei”
Introduce Letizia Caselli
Presiede Ingrid Veneroso, coordinatrice di Siti. Quotidiano on line dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Unesco
Interventi di
Massimo Maisto, assessore alle Politiche culturali del Comune di Ferrara
Patrizia Fiorillo, professore di Arti visuali, Università degli Studi di Ferrara
Michele Pastore, presidente della Ferrariae Decus – Associazione per la tutela del patrimonio
storico e artistico di Ferrara e la sua provincia
Antonio Scuderi, fondatore e CEO di Capitale Cultura, Verona
GianniVenturi, presidente dell’Associazione Amici dei musei e monumenti ferraresi

Giovedì 7 aprile 2016, Sala Ariostea, Pad. 5, ore 16.30-18.30

NOTA A MARGINE
La gestione del patrimonio culturale italiano: occasioni mancate e sfide future

Qual è la situazione attuale e futura del settore dei beni culturali in Italia, della loro conservazione e della loro valorizzazione? A pochissimi giorni dal gravissimo episodio di Castelvecchio a Verona, la nostra città ha ospitato due incontri che hanno cercato di rispondere a questa domanda, anche alla luce dei primi effetti della riforma del Mibact, che porta il nome del ferrarese Dario Franceschini: l’accorpamento della Pinacoteca di Ferrara alla Galleria Estense di Modena e la mancata riconferma di Caterina Cornelio al Museo Archeologico di Palazzo di Ludovico il Moro, sono due esempi che ci riguardano da vicino.
Il primo è stato organizzato dalla sezione ferrarese di Italia Nostra, che ha invitato l’ex-presidente nazionale dell’associazione Alessandra Mottola Molfino, museologa, che a lungo ha diretto il Museo Poldi Pezzoli di Milano, per parlare di opportunità, sfide e pericoli dei musei italiani. Il secondo, parte del ciclo “Il museo dentro e intorno” organizzato da Dipartimento di Studi Umanistici di Unife, Ferrara Arte, TekneHub, Musei Civici di Arte Antica, Amici dei Musei, ha ospitato Simone Verde: blogger, storico dell’arte e responsabile della ricerca scientifica per il Louvre di Abu Dhabi.

simone verde
Simone Verde

Verde vive ormai tra Parigi e gli Emirati Arabi e può quindi osservare da lontano il dibattito italiano sui beni culturali, forse proprio per questo il suo sguardo da esterno è alquanto impietoso. A suo parere, infatti, quello sul settore culturale italiano è un “dibattito manicheo”, che vede fronteggiarsi presunti sostenitori dell’economia della cultura contro i difensori di una supposta tradizione della conservazione: cultura e tutela contro valorizzazione e turismo, “entrambi i fronti esprimono posizioni conservatrici e spesso ideologiche”. A peggiorare le cose ci si mettono poi i giornali che “cavalcano queste posizioni in modo demagogico”, senza volere o sapere – ai lettori decidere cosa sia peggio – entrare nel merito delle questioni. Quello che manca alla politica dei beni culturali in Italia, secondo Verde (e non solo secondo lui) è la sistematicità, una visione organica che governi il presente guardando al futuro. Gli studi di economia della cultura in Italia guardano spesso solamente ai vantaggi economici a breve termine, gli incassi per intenderci, ma “in nessun paese del mondo occidentale la cultura si finanzia interamente da sola”, sottolinea Verde. In più, aggiungo io, quando si parla di istituzioni culturali, in particolare se pubbliche, bisogna sempre tenere presente che l’obiettivo non è la creazione di ricchezza in senso stretto, ma l’offerta di un servizio alla comunità, la creazione e la trasmissione di cultura, cioè di valore fortemente intangibile, certo sempre nel rispetto di una gestione che sappia svolgersi secondo adeguati parametri di economicità.
Ha ragione quindi Verde a sostenere che se un’istituzione culturale segue pedissequamente i gusti del pubblico per fare cassa abdica al proprio ruolo principale: “essere il contraltare del mercato, uno stimolo e un fattore dinamico di pluralismo”. Ecco perché, secondo lui, egualmente dannosa è la “nevrosi italiana” di considerare “i beni culturali come reliquie” che troppo spesso ha chiuso e chiude tuttora il settore culturale italiano “in uno statico culto del passato”: l’importanza del patrimonio culturale non sta, o non sta solo, “nella capacità di legare un territorio alla sua identità storica”. Alla base di una nuova politica culturale per Verde c’è “l’identità progettuale”, cioè quella che “ridefinisce la struttura in cui si vive”, che vede la cultura come “elemento di reinvenzione del presente” e conserva le opere come “frutto della creatività umana” da cui partire per nuove forme di interpretazione della realtà.
Per quanto riguarda la riforma, anche se il suo giudizio non è interamente negativo, sembra che per Verde si sia persa un’occasione per risolvere il “dibattito manicheo” fra economisti e tradizionalisti, rinnovando e ripensando in maniera sistemica e organica la gestione del patrimonio culturale italiano.

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Alessandra Mottola Molfino

Anche Alessandra Mottola Molfino ha chiesto un cambiamento di passo nella gestione del sistema culturale italiano e ha espresso un giudizio ambivalente sull’era Franceschini al Mibact. Tra le cose positive: la creazione della Direzione generale dei musei, che assegna finalmente una fisionomia autonoma a queste istituzioni culturali, e della Direzione generale sull’educazione, il fatto che “la figura e il ruolo del direttore di museo corrispondano finalmente a un profilo ben definito che corrisponde a quello della carta nazionale delle professioni e quindi alle richieste provenienti dagli operatori del settore”, infine l’aver inserito, anche se per i motivi sbagliati, la tutela e la fruizione del patrimonio culturale e ambientale fra i servizi essenziali che lo Stato è tenuto a fornire ai propri cittadini. Tuttavia l’autonomia prevista dalla riforma “è un primo passo, ma non è abbastanza”, per esempio quella dei direttori dei grandi poli museali non è una vera autonomia perché “il personale è rimasto in capo al ministero”: “bisogna liberare veramente i musei dalla burocrazia e dal potere politico”, ha affermato Mottola Molfino. E a questa autonomia, aggiungo io, deve corrispondere anche una sempre crescente responsabilità e trasparenza da parte dei musei riguardo le risorse e le competenze impiegate.
Tante le cose ancora da fare per Mottola Molfino: la certificazione degli standard qualitativi, direttori giovani e competenti, sostegno alla creazione di reti fra musei e promozione della conoscenza del patrimonio, se è vero che ancora solo il 30% della popolazione visita i musei. È necessario “accettare la sfida della valorizzazione” con la consapevolezza che è una cosa diversa dal marketing per i prodotti commerciali che “vanno consumati e poi buttati”. E poi c’è il delicato nodo dei privati, chiamati in causa prima di tutto dal famoso ‘art bonus’, che devono diventare partner mantenendo con la gestione pubblica un reciproco rispetto delle funzioni. Infine, quella che l’ex presidente di Italia Nostra ha chiamato “una vera e propria spina nel nostro fianco”: bisogna con urgenza “normare e regolare i finanziamenti alle grandi mostre per non dare soldi pubblici a mostre commerciali” senza un serio impianto scientifico.
“I musei sono oggi le istituzioni culturali più presenti in Italia, diffusi capillarmente sul territorio” e la rincorsa del risultato economico che si sta trasformando quasi in “ansia da prestazione” non è certo la strada per garantire loro un futuro duraturo. I musei sono istituzioni permanenti al servizio della società e del suo sviluppo, conservano, creano e tramettono cultura e conoscenza, bisogna perciò farne “l’istituzione centrale nell’economia della conoscenza e della creatività, che è quella che salverà il nostro paese”, è la conclusione di Mottola Molfino e tutti noi come cittadini abbiamo il diritto-dovere di chiedere che sia questo il futuro del nostro patrimonio culturale.

L’APPUNTAMENTO
Unifestival: per tre giorni l’Università di Ferrara fa ‘lezione’ in piazza

Era il 4 marzo 1391 quando il marchese Alberto V d’Este, grazie alla bolla concessa dal papa Bonifacio IX, fondava l’Università di Ferrara. Da allora sono passati 625 anni e l’ateneo vuole festeggiare con tutta la cittadinanza questo importante anniversario: lo fa con Unifestival, il festival universitario che dal 25 al 27 settembre porta l’università fuori dalle sue mura per incontrare la città di Ferrara. Perché Unife rivendica “con orgoglio” il suo carattere di “università pubblica”, come ha affermato il rettore Pasquale Nappi durante la conferenza stampa di presentazione, ma anche perché Ferrara diventa sempre più una città universitaria: con i suoi 18.000 studenti, il 60% dei quali provenienti da fuori regione, l’ateneo ferrarese “è una delle università italiane con il maggiore indice di attrattività”.
Unifestival perciò non è solo un’occasione per adempiere un dovere di trasparenza e rendicontazione alla cittadinanza di come vengono usati i finanziamenti pubblici per la ricerca e le attività didattiche, è soprattutto un’occasione di confronto e dialogo fra comunità che quotidianamente incrociano le proprie strade a Ferrara: comunità universitaria, comunità studentesca, comunità economica e comunità cittadina. Il tema principale è il trasferimento di conoscenze, nel senso più ampio del termine, come strumento per accrescere culturalmente ed economicamente il tessuto del territorio, ma soprattutto per “la costruzione di cittadinanza e sapere critico” che permettano “una partecipazione attiva” alla vita della comunità.
Aprendo le proprie porte e portando all’esterno le proprie attività e competenze è dunque un’osmosi di “stimoli, sollecitazioni e sollecitazioni” che Unife propone ai cittadini: “vogliamo ricevere domande, ma anche farle”, ha sottolineato Nappi.
Proprio dalla volontà di coprire a 360° tutte le sfaccettature dalla vita dell’ateneo ferrarese deriva la difficoltà a sintetizzare il programma di questa tre giorni: 200 persone coinvolte e circa 100 eventi organizzati. Si va dagli incontri, dagli esperimenti e laboratori clinici e fisici, tra i quali anche Drain Brain del professor Zamboni portato nello spazio da Astrosamantha, agli appuntamenti sul bilancio di genere e la pink economy, a quelli sulla concorrenza e la legalità, senza dimenticare di fare il punto sul terremoto e nemmeno le attività e gli studenti che portano Unife nel mondo e il mondo a Unife. E poi proiezioni e spettacoli, per grandi e piccoli.
Unifestival si aprirà e chiuderà con due camminate per la città. La prima è una vera e propria celebrazione dei 625 anni dell’ateneo: si partirà venerdì mattina alle 6.25 per percorrere 6,25 km in città. Alle 9.30 si terrà poi l’inaugurazione ufficiale del festival. Domenica 27 alle 21 sarà Francesco Scafuri, “preso a prestito” dall’ufficio ricerche storiche del comune, ad accompagnare chi lo vorrà in un’escursione culturale nei luoghi storici dell’università di Ferrara.

Il programma completo di Unifestival è disponibile alla pagina www.unife.it/primo-piano/unifestival

IMMAGINARIO
Odori in mostra.
La foto di oggi…

Annusare le essenze, sbirciare nelle serre, passeggiare. Dà l’occasione di fare tutto questo la visita guidata in programma all’Orto botanico di Ferrara. Un piccolo tour mirato a guardare e odorare le piante da cui si ricavano le essenze per i profumi. Perché l’orto è tappa della mostra “Stazioni olfattive”. L’esposizione è dedicata ai profumi, alla loro storia, ma anche alla possibilità di crearli. E’ allestita dentro a palazzo Turchi di Bagno, il portone di fronte a quello di palazzo dei Diamanti, che è poi una sede del Sistema museale di ateneo di Ferrara. Da qui si entra anche nell’Orto botanico universitario (normalmente accessibile da corso Porta Mare).

“Stazioni olfattive” è visitabile fino a domenica 19 luglio 2015, da lunedì a domenica ore 10-18, venerdì ore 10-17 a Palazzo Turchi Di Bagno, corso Ercole I d’Este 32, Ferrara. Ingresso libero.

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

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I vasi delle “stazioni olfattive” (foto Giorgia Mazzotti)
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Il famoso “naso” Pierre Bourdon a Palazzo Turchi di Bagno, a Ferrara
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Arancio amaro che apre il percorso tra le essenze del giardino (foto Giorgia Mazzotti)
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Orto botanico universitario (foto Giorgia Mazzotti)
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Sentiero nell’Orto botanico (foto Giorgia Mazzotti)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic su una foto per ingrandirla]

NOTA A MARGINE
L’Italia non è un paese per stranieri: la denuncia di un documentario sui Cie

Per lo Stato sono Centri di identificazione ed espulsione, per chi ci sta dentro sono centri di deportazione. I Cie, quei luoghi tanto simili ad un carcere, ma senza volerlo essere, sono oggetto del documentario “Limbo” di Matteo Calore e Gustav Hofer, presentato qualche giorno fa alla sala Boldini e introdotto dal professor Paolo Veronesi, docente di Diritto costituzionale dell’Università di Ferrara.

Per i Cie, ha usato una definizione ancora più tranchant il Dipartimento di giurisprudenza che ha organizzato tre giornate di approfondimento sul tema, dal titolo “La galera amministrativa degli stranieri in Italia”. Ne ha parlato Luigi Manconi firmatario assieme a Lo Giudice – entrambi senatori del Pd – di un emendamento, passato alla fine dello scorso anno, che porta la durata massima della permanenza nei Cie da 18 mesi, come aveva voluto la Lega Nord, a 3 mesi. Ne ha parlato anche una docente di Oxford che ha messo a confronto il sistema italiano con quello inglese.
Dentro ai Cie, finiscono gli stranieri che vengono trovati senza documenti. Una volta dentro, non possono uscire, ma solo incontrare i familiari e l’avvocato, ed hanno fino a tre mesi di tempo per regolarizzare la loro situazione. Se questo non accade, vengono rimpatriati nel paese di origine.
Questo fa gioire molti in nome della pulizia etnica che si vuole attuare in Italia. Per altri, è un’aberrazione legislativa, che andrebbe soppressa.

Il documentario racconta, attraverso quattro storie, quanto poco basti a stravolgere per sempre esistenze piuttosto ordinarie, comuni a tanti italiani. Alejandro è arrivato vent’anni fa dal Salvador con genitori, moglie e figli, tutti hanno sempre lavorato, finché lui a causa della crisi, è stato messo a casa, non è riuscito a trovare un lavoro in tempo utile per rinnovare il permesso di soggiorno ed è stato chiuso nel Cie, ed ora deve lasciare qui la famiglia e tornare da solo nel suo paese.
Karim è arrivato dall’Egitto che era molto piccolo, di fatto è cresciuto in Italia, parla con un forte accento milanese ed è finito nel Cie perché in un momento di sbandamento della sua vita, ha dimenticato di rinnovare il permesso.
Bouchaib è arrivato dal Marocco, ed all’inizio ha avuto vita difficile, è stato anche in carcere, poi è riuscito a rifarsi una vita, si è fidanzato con una ragazza italiana dalla quale aspetta una figlia, ma il lavoro è ancora precario, per cui niente documenti, quindi finisce anche lui dentro al Cie.
Infine Peter è arrivato dalla Nigeria, sua moglie è riuscita ad ottenere il permesso di soggiorno prima di lui grazie ad un lavoro, lui intanto si occupa del figlio, per lo Stato però è un clandestino illegale per cui viene chiuso nel Cie ed allontanato dalla sua famiglia.
In Italia già è difficile essere italiani, essere stranieri è impresa spesso eroica. Non sono concesse debolezze, difficoltà, sbandamenti, perché ogni mancanza può portare alla fine del sogno di rifarsi una vita qui.

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Il Cie è un limbo sospeso nell’incertezza, nell’angoscia e nella solitudine, sia per chi sta dentro, sia per i familiari fuori. Il documentario racconta in modo straziante il tentativo di queste famiglie divise di colmare con l’affetto, l’amore e la solidarietà i vuoti disumani della legge. E per quanto doloroso sia stare lontani, se non altro chi ha famiglia può chiamare qualcuno nei momenti di sconforto, altri, arrivati qui da soli, si abbandonano alla disperazione di vedere tutto finire dopo tanti sacrifici, e tentano il suicidio.

“Questo non è solo un racconto di migrazioni – ha spiegato, dopo il film, il regista Matteo Calore – ma ci racconta cosa sta succedendo oggi alla società e alla politica italiana. Con questo documentario vogliamo sostenere la necessità di una commissione d’inchiesta per monitorare i Cie e renderli più il linea con le normative sui diritti umani. Alla fine la nostra speranza però è che vengano chiusi”.

Per questo, assieme al documentario, Zalabcasa di produzione di Limbo, e collettivo di filmmaker che si occupa di tematiche sociali – sostiene le campagne #maipiùcie per la loro soppressione e LasciateCIEntrare per vigilare sui diritti.

Narcisse l’africano: “Sono qui per imparare, ma una cosa la so: diversità è ricchezza”

“Mi chiamo Narcisse Nsame, vengo dal Camerun, vivo a Ferrara da 3 anni. Studio Scienze della comunicazione, mi appassiona molto. Prima, studiavo Giurisprudenza nel mio Paese, ma quella non era la mia strada.” L’italiano lo parla bene ormai, salvo qualche verbo coniugato male (ma li sbagliamo anche noi) e le idee sono chiarissime. Ha zigomi sporgenti e un sorriso che viene fuori quando parla della sua terra: l’Africa.
“Ma tu qua come ci sei finito?” gli domando, mentre ci dirigiamo in un’aula vuota per fare quattro chiacchiere come due amici qualunque. “L’Italia in Camerun è molto conosciuta: i due Paesi collaborano attivamente da un punto di vista istituzionale e accademico: difatti, è in atto una cooperazione internazionale tra le vostre e le nostre università. Prima di venire in Italia, lavoravo ad un progetto molto conosciuto nella mia città, Dschang (sita nella regione ovest del Camerun): attraverso Pipad (Progetto integrato per l’autosviluppo), così era denominato, sostenevamo a distanza donne e bambini colpiti dall’Aids e spesso abbandonati da mariti e padri. A sua volta, Pipad era appoggiata da un’associazione italiana, l’Anlaids Onlus di Roma: in questo modo, ho avuto l’occasione di lavorare con medici, infermieri italiani e di conseguenza di studiare l’italiano per superare gli ostacoli comunicativi tra noi e loro, poi ho continuato anche perché mi piaceva come lingua. Una volta migliorato, riuscivo ad avere più dialogo con i medici, a capire qualcosa di più sulla cultura italiana ed è da qui che è nato il desiderio di venire in Italia.”

L’Italia non è un punto di arrivo, mi spiega, anzi, è un punto di partenza. “Sono qui per conoscere e avere nuove competenze. Voglio riportare in Africa tutto ciò che sto imparando ora e nei posti in cui mi trasferirò in futuro”. Ha parole sincere per il nostro Paese, che gli piace, ma a metà. “Qui, tante cose mi soddisfano, ma tante altre non mi piacciono. Ti posso dire che la prima cosa che mi ha colpito è l’opportunità di studiare. Non c’è questa possibilità in Africa. Nonostante la crisi, il governo italiano ti offre una borsa di studio, ti spinge ad andare avanti, ti incoraggia. L’accoglienza è un altro punto a favore dell’Italia. Penso a Lampedusa, al Sud, a quello che sta capitando lì. Ci sono clandestini che hanno attraversato il mare giungendo in Italia: ho visto gli sforzi di quelle persone che si sono impegnate per dare una mano a tutti coloro che erano in difficoltà, a seppellire i morti, trattarli come esseri umani, vedere la vita tutelata. Ho la fortuna di essere in vita, ho preso la via giusta per arrivare in Italia.”

Quando parla dei punti deboli del Belpaese è altrettanto diretto, anche se parlare di razzismo non è così semplice per lui: “La parola razzismo fa male, ma se dobbiamo parlarne, non lo considero un problema sociale, bensì un qualcosa che va oltre, a cominciare dalla politica ad esempio. Sentire un ministro – non voglio fare nomi – affermare che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani, crea un motivo per radunare il popolo dietro di sé attraverso il razzismo. Il razzismo va oltre quello che vediamo. La concezione mentale che ognuno di noi ha di questo problema è basata sull’apparenza: se una persona è nera, di conseguenza è malvagia solo per il colore della pelle. Per conoscere qualcuno bisogna conoscere la persona, passare del tempo con lei per capirla invece di giudicarla e condannarla prima del tempo.” Il tono della sua voce aumenta, le vene del collo si ingrossano, comincia a gesticolare: “Se si riconosce che una persona di colore, un ragazzo nero – come sprezzantemente ci chiamano – possiede la ragione, il criterio del colore non ha rilievo. Ci sono quattro razze: bianca, nera, gialla e rossa. Il razzismo ha fatto sì che ora ce ne siano solo due: nera e bianca. Non riesco a capire perché non possiamo essere equiparati ai bianchi: forse perché non possiamo studiare? forse perché non riusciamo ad apprendere? o perché non siamo in grado di ragionare? Dobbiamo porci tutti sullo stesso livello, abbiamo anche noi una ragione”.
Non pensavo che il termine nero fosse così discriminatorio, Narcisse mi ha aperto gli occhi e mi suggerisce, “Chiamateci africani! Se io andassi in Francia, come potrei chiamare un cittadino di quel Paese? Francese! Allora se io vengo dal continente africano, perché non puoi chiamarmi africano? Sono fiero di esserlo e niente può cambiare questa mia origine, nemmeno il razzismo. Le diversità culturali sono necessarie per giungere ad un mondo etico, con più uguaglianza. Non tutti gli africani si comportano bene, questo lo so, come succede in qualsiasi altra etnia. Sono sicuro che il giorno in cui capiremo che la diversità culturale può essere un motivo di vanto, una ricchezza da sfruttare per il benessere generale dell’intera comunità, cadranno i veli della divisione, non esisteranno più frontiere tra la gente. Se nella democrazia è riconosciuto il diritto di appartenenza ad una cultura diversa dalle altre, perché non è lo stesso per il continente africano che viene sempre condannato e sottoposto a pregiudizi? Qui da voi non ho respinto la cultura italiana e non ho nascosto la mia, ma finché non ci togliamo dalla testa certe cose, non cambierà nulla.” Parla con impeto, forse anche rabbia, ma lo fa con rispetto: “siamo tutti essere umani” mi ripete.

Decido di riportare la conversazione su binari più tranquilli, gli chiedo cosa gli manca dell’Africa; l’espressione ora è più distesa, i suoi occhi lucidi cambiano direzione, sembra la veda lì, in quell’aula, la sua terra: “I miei genitori, i miei familiari, la mia gente. L’aria. Il profumo della cucina africana. Anche il fuoco a legna, soffiarci sopra per alimentarlo e cucinare in modo un po’ più spartano. Il mais, per esempio, lo facciamo girare davanti al fuoco, questo mi manca. Vorrei tornare a pescare, ritirarmi in campagna, non stare in città. Ci sono ancora foreste vergini nella mia terra, in cui ritirarsi per trovare pace. Vorrei riposarmi, riappropriarmi della mia cultura.” E’ un’escalation di emozioni, un ricordo sempre più vivo nella sua testa: “Mi manca la mia gente. Qua vivo un po’ più in solitudine. Siamo più fraterni fra di noi, in Africa. Se tornassi, potrei andare ovunque: da un amico o un familiare, un posto dove dormire lo troverei sempre. Qua percepisco distanza fra le persone, anche fra italiani e italiani. Siete vicini di banco, ma fuori dall’aula non vi salutate. Da noi non esiste. Sono ancora in contatto con miei amici delle medie e delle superiori, anche grazie ad internet, come se il tempo non fosse mai passato… se li incontrassi per strada li saluterei, ci fermeremmo e ci chiederemmo veramente “come stai?”. In un ambiente capitalista, come l’Italia, ognuno si occupa delle sue cose e basta.” Come non dargli ragione.

Mi racconta che c’è un’Africa giovane, che lotta, alza la testa per provare a scrivere un futuro migliore, ma qualsiasi cambiamento “deve avvenire con il cuore perché non bastano i finanziamenti, bisogna interessarsi per tutti, non solo per un tornaconto personale.” Torna a parlare con un tono più acceso “l’Africa, nell’insieme, lotta. A dire il vero, quando guardo l’Africa, sono sicuro di una cosa: se gli altri guardassero l’Africa con i miei stessi occhi, capirebbero che da una parte, il continente da cui provengo è all’origine di tutto quello che succede, ma dall’altra parte, noi suoi abitanti siamo impotenti. Abbiamo fatto degli sforzi enormi nel passato per rimanere uniti, come regione e continente, ma esiste un problema di mentalità, l’unico motivo di divisione tra gli africani. Una mentalità che non so dove sia nata: ognuno vede prima di tutto i suoi interessi. Prendiamo l’esempio dei cinesi, o degli arabi: sono molto solidali fra di loro. Ognuno cerca suo fratello per sviluppare le proprie attività. Sono uniti. Ma quanti africani si comportano così? Vivendo qua, facendo ricerche, i miei occhi si sono aperti, poco a poco. Se un popolo vuole cambiare, deve cominciare dalla sua mentalità: è per questo che siamo considerati i fautori della nostra situazione. Il capitalismo occidentale ha certamente influito sulla mentalità africana. Anche i governanti prendono la politica come qualcosa di personale, non per il popolo. La politica è condizionata dalle lobby, dall’estero, dai governi stranieri, dalla loro determinazione nello sfruttare le risorse naturali dei Paesi africani.”

Di colpo, la rabbia si trasforma in amarezza “Non so se i popoli africani abbiano la possibilità di ricavare dalle materie prime, ecco da dove vengono i problemi. Rimpiango molto la mia Africa oggi, perché ovunque c’è guerra. Non c’è Paese in cui tu possa stare tranquillo: se non c’è la guerra, c’è la fame; se non c’è la fame, c’è la sete; se non c’è la sete, ci sono le malattie. Da dove arrivano? Com’è possibile che un Paese così ricco non riesca a svilupparsi? Quali sono le politiche che sono state attuate per un’indipendenza economica, politica, sociale? Come si fa a non essere liberi di sfruttare le proprie risorse per sollevare il tenore di vita del proprio Paese? È il mondo intero che deve farsi queste domande, non solo l’Africa. La mia terra non ha diritto di veto! Non abbiamo che occhi per piangere perché subiamo solo e siamo sottomessi a decisioni di cui non abbiamo preso parte. Cosa abbiamo fatto per meritare questo? Quante persone sono emigrate? Milioni di persone. E quali sono stati i ricavi? Tutte le risorse, dove vanno? I diamanti, il petrolio, l’oro e gli altri minerali! Abbiamo terre coltivabili e acqua potabile, perché non la sfruttiamo? In Italia ci sono macchine che possono coltivare anche in zone misere. Chi finanzia le guerre e chi vende le armi in Africa? Le malattie da dove arrivano? L’Ebola, è risorta, era stata combattuta 30 anni fa! Gli africani continuano a morire, gli occidentali tornano a casa loro e ritornano in forze.” Ha un sacco di domande per la testa, me le sputa fuori come se si stesse liberando di un male che gli rode dentro. Conclude con la speranza in un futuro migliore e un appello a chi lo leggerà: “Se qualcuno avesse in mente che gli africani non fanno niente per risollevare questa loro situazione, sappia che non ha capito niente. Ci sono africani che riflettono molto, ma mancano loro i mezzi per poter realizzare i propri progetti. Non ci sono fondi, non si riescono a concretizzare le idee. Anche io vorrei tornare, dopo aver compiuto un’esperienza professionale in giro per l’Europa. Vorrei creare un’attività per dare posti di lavoro nel sociale. Io sono sicuro di una cosa: il fatto di aver vissuto nella paura, di essere sempre dominati dall’estero ci ha fatto male, ma oggi gli sforzi confluiscono per cambiare le cose. Fortunatamente siamo ancora liberi di riflettere, di prendere in mano i nostri problemi: il cambiamento non deve partire da un altro, ma da noi stessi. Non c’è una prova per giustificare quello che sto dicendo, ma il tempo ci dirà da che parte stiamo andando. Noi abbiamo una storia da scrivere e deve essere più positiva per l’Africa”.

Sono le 18, il sole è ancora alto, me ne vado come un pugile suonato. Ho perso il match. L’Africa forse, ancora no…

L’INTERVISTA
Drain brain, la targa di Ferrara va in orbita per la cura delle malattie vascolari

Gli piace definirlo un miracolo italiano, ma è molto di più. E’ una missione compiuta. E’ soddisfatto il fisico ricercatore dell’Università di Ferrara Angelo Taibi, project manager dell’esperimento “Drain Brain” di cui è responsabile il professor Paolo Zamboni del Centro malattie vascolari di Ferrara. “Una volta raggiunta la stazione spaziale internazionale, quando il pletismografo si è acceso è stato un gran bel momento per tutti noi”, ricorda Taibi nel ribadire l’obiettivo dell’esperimento: indagare il ritorno venoso celebrale in assenza di forza di gravità. “Oggi l’astronauta Samantha Cristoforetti ha cominciato la sperimentazione attraverso l’applicazione di tre differenti cinturini ‘sensibili’ posizionati intorno al collo, al braccio e alla gamba”, racconta. Tutto è predisposto per raccogliere i risultati dell’indagine, che sono stati caricati su una scheda molto simile a quella delle fotocamere digitali e spediti sulla terra, alla Nasa da dove saranno trasmessi alla Kayser di Livorno per essere girati a Zamboni e Taibi.

Angelo Taibi project manager del progetto 'Drain Brain'
Angelo Taibi project manager del progetto ‘Drain Brain’

I dati fotograferanno le condizioni fisiologiche di Samantha in diversi momenti, prima e dopo il volo, all’inizio, a metà e alla fine della missione per registrare le variazioni del flusso sanguigno in diverse condizioni respiratorie e posizioni fisiche. Il pletismografo, gemello dell’apparecchio andato in fumo con l’esplosione del missile Antares che lo trasportava alla stazione spaziale e precisamente al modulo Columbus dedicato agli esperimenti di fisiologia, è stato realizzato “in casa” con un esborso di circa 150mila euro, molta passione, un’infinità di spostamenti e una marea di adempimenti burocratici districati da chi ha lavorato al progetto: il Dipartimento di fisica e scienze della terra del nostro Ateneo e la sezione ferrarese dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). E’ una buona notizia, soprattutto a fronte delle angherie economiche a cui è sottoposta la ricerca made in Italy la cui vivacità trova modo di emergere comunque.

Il progetto, partito nel 2013, è stato redatto da un team di fisici e medici dell’Ateneo ferrarese e presentato all’Agenzia spaziale italiana. Arrivare alla stazione spaziale internazionale è stata una scommessa vinta e, a raccogliere il testimone di un’impresa tutta italiana, è stata il capitano Samantha Cristoforetti, astronauta dell’Esa (European space agency), vera e propria madrina di Drain Brain. “Lì per lì avevamo le idee chiare sul da farsi – racconta Taibi – ma non sapevamo come concretizzarle. Una cosa era certa, non volevamo perdere un’occasione tanto importante”. Piano piano le tessere del mosaico sono andate componendosi insieme alle partenership. “Ci siamo trovati al fianco di Altec di Torino e Telespazio di Napoli, che ci hanno indirizzato nella prima fase. L’esperimento è stato poi approvato dalla Nasa con la collaborazione di Asi e Kayser”, prosegue. Drain Brain, concretizzatosi nello sviluppo di un dispositivo da portare in orbita, potrebbe in futuro rivelarsi un utilissimo mezzo diagnostico per prevenire i disturbi del deflusso sanguigno dal cervello. “Il nostro obiettivo – conclude – è quello di creare uno strumento di screening a basso costo per dare risposte sia in orbita sia sulla terra”.

L’Università ricorda ‘Ino’, il prof di spagnolo morto in aereo

La porta del suo studio e la scrivania in questi giorni si sono affollati di bigliettini e post-it. Tanti messaggi che esprimono l’affetto e il rimpianto per un insegnante che in tanti definiscono “straordinario” per capacità didattiche e doti umane. Per Inocencio Giraldo Silverio, deceduto a causa di un infarto mentre era in viaggio fra la sua Spagna e l’Inghilterra, i colleghi dell’università hanno organizzato una messa in suffragio programmata giovedì 22 alle 14.30 nella chiesa di San Girolamo in via Savonarola.

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‘Ino’

L’annuncio della scomparsa del docente era stato dato in ateneo da Mirta Tartarini, manager didattica del corso di laurea in Scienze e tecnologie della comunicazione. “Inocencio Giraldo Silverio per tutti noi era semplicemente ed unicamente INO – è scritto nel suo toccante messaggio – ha avuto un malore, a quanto pare un infarto, mentre era in volo tra Madrid e Londra, ed è deceduto. Bravissimo Docente, ma soprattutto un Uomo e Amico, vero, unico, speciale, che sapeva trascinarti con il suo entusiasmo e positività, solare, generoso, UMANO. Ieri ho perso un amico speciale che è entrato nella mia vita come un ciclone, ma con grande signorilità, è sempre stato presente, non mi ha mai fatto mancare il suo sostegno, mi ha donato incondizionatamente la sua stima, il suo rispetto, ma soprattutto il suo grande affetto e la sua amicizia, preziosa ed inestimabile. So che quanti hanno avuto l’onore di conoscerlo, di averlo avuto come maestro, non possono non averlo stimato ed essersi affezionati a lui, ma soprattutto non possono non aver imparato ad amare la sua adorata Spagna e la sua cultura”.

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IL FATTO
Base scientifica e cultura manageriale, il vento del settore culturale sta cambiando

Lo si sente dire in ogni occasione: viviamo ormai nella società della conoscenza. Spesso ci si riferisce alle innovazioni dell’Ict, senza fermarsi a riflettere sulle implicazioni per quanto riguarda il patrimonio artistico e culturale e per la sua gestione, in particolare in un paese come il nostro. L’aumento dei livelli di formazione e del tempo libero hanno contribuito alla crescita dei consumi culturali di massa e alla creazione di un’economia della cultura. È sempre più necessario avere, o essere in grado di reperire, le competenze per rispondere a bisogni nuovi da parte di pubblici diversificati, senza per questo derogare alle finalità di ricerca, tutela, educazione, che rappresentano la cifra specifica del settore culturale; anzi dimostrando che solo per queste vie si può veramente far emergere a pieno tutto il potenziale del patrimonio culturale italiano. Non uno sfruttamento ma una sua reale valorizzazione, imprescindibile dalle esigenze di tutela, e la consapevolezza dell’importanza del settore delle industrie creative sono due strumenti fondamentali per far uscire l’Italia dalla crisi. In altre parole, c’è bisogno di un nuovo modello per il settore culturale italiano, con istituzioni più inclusive, in grado di dialogare con realtà private e di relazionarsi con le innovazioni che provengono dall’industria creativa, tutto ciò a livello non solo nazionale ma anche europeo. L’obiettivo deve essere quindi uno sviluppo armonico fra componenti di carattere culturale, sociale, civile ed economico.

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Anna Maria Visser e Fabio Donato alla cerimonia di ottobre per i 10 anni del master

Lo sanno bene Anna Maria Visser e Fabio Donato, che hanno adottato questo approccio per il Musec. Nato nell’anno accademico 2003-2004 come corso di perfezionamento dell’ateneo ferrarese in Economia e management dei musei e servizi culturali, dal 2011 il Musec è diventato un vero e proprio master internazionale che si propone di fornire competenze nel campo della pianificazione e della programmazione culturale in senso lato, dal turismo culturale alle istituzioni museali, dall’arte contemporanea alle performing arts. Il master è giunto ormai alla sua undicesima edizione, ma “quando abbiamo iniziato era il deserto, poi la struttura del corso è diventato un modello per altri atenei che hanno dato vita a proposte formative similari”, ci spiega Anna Maria Visser. “Quello che ci differenzia dopo tanti anni credo sia l’interdisciplinarietà vera e vissuta in cui crediamo molto – continua la professoressa – anche nelle attività e nel dibattito all’interno della classe c’è complementarietà fra i vari ambiti e questo determina una grande apertura mentale nei corsisti”. Sfera economica e sfera umanistica si compenetrano, infatti, grazie all’interazione fra i due direttori, nominati dal Ministro Dario Franceschini componenti del comitato tecnico-scientifico per l’economia della cultura e del comitato tecnico-scientifico per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico del Mibact. La professoressa Visser, archeologa e museologa, è stata direttrice dei Musei di Arte antica di Ferrara, presidente Anmli (Associazione nazionale musei locali e istituzionali) e membro del Consiglio direttivo di Icom Italia (International council of museums); mentre il professor Donato è docente di Economia e management delle organizzazioni culturali, membro del Consiglio direttivo di Encatc (European network for cultural administration training centres) e dal 2013 è rappresentante italiano nel comitato di programma di Horizon 2020 (Programma Quadro della ricerca europea per il periodo 2014-2020). Proprio “la visione europea e la forte compenetrazione fra teoria e prassi” per Fabio Donato sono le ulteriori specificità del master, “insieme al sempre maggiore focus in questi anni sulla logica dell’imprenditorialità nel settore culturale e creativo”.

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Visita degli studenti allo spazio espositivo di Punta della Dogana, Fondazione François Pinault

“Trattandosi di un master che deve sviluppare o migliorare le competenze pratiche” oltre alle lezioni frontali, grande attenzione viene data “alla partecipazione attiva dei corsisti attraverso attività laboratoriali e alla presentazione di casi studio” perché l’obiettivo, afferma la professoressa Visser, “non è solo la trasmissione di conoscenze, ma anche il confronto e la sperimentazione diretta di realtà culturali di importanti città d’arte italiane ed europee”: “ci sono docenti e casi di eccellenza che cerchiamo di riproporre perché sono fondamentali, poi di anno in anno l’offerta formativa si struttura in ragione delle tematiche più d’attualità”. Un’importante esperienza formativa è rappresentata anche dal tirocinio presso istituzioni e aziende che fanno parte di una rete ampia e prestigiosa consolidata negli anni.
Fra le novità del bando 2014-2015 (deadline: 19 gennaio 2015) ci sono le agevolazioni a copertura parziale o totale del contributo di iscrizione, grazie alle borse di studio messe a disposizione dai partners privati: Samsung, Berluti, CoopCulture e la famiglia Ludergnani insieme al Rotary Club di Cento. “Purtroppo quest’anno è venuto a mancare il sostegno dei voucher regionali per la formazione e quindi abbiamo messo in pratica quello che insegniamo in aula: interpellare i privati perché investano in cultura. È stato stimolante, sia perché abbiamo ricevuto buoni riscontri, sia perché si attiva un cambiamento radicale di mentalità presso i privati e nella struttura dell’ateneo”, confessa la professoressa Visser.
Quando, infine, le abbiamo domandato perché nell’Italia del 2015 si dovrebbe scegliere di specializzarsi nella gestione del patrimonio artistico e culturale e del settore creativo, ha citato le parole dl Ministro dei Beni Culturali e del Turismo Franceschini: “Si cerca una nuova forma, dando maggiore autonomia, premiando i musei virtuosi, mettendo a dirigere i musei persone che hanno una formazione specifica […] Non penso a manager che si sono occupati di tondini di ferro o di edilizia, ma a storici dell’arte, archeologi, architetti che hanno fatto master di formazione per la gestione dei musei, che hanno diretto altri musei nel mondo e che, avendo una base scientifica, possono portare una cultura manageriale capace di far funzionare i nostri musei.” Finalmente il vento sta cambiando, sembra volerci dire la professoressa Visser.

Per maggiori informazioni sul Master Musec vedi [vedi]

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Vitaliano Teti, la parola digitale

Tempi digitali, la video arte icona dell’arte dell’era informatica. Pure come dissero gli stessi Nam June Paik e Giorgio Cattani, all’alba, fine secondo Novecento, della nuova arte, la Video è Poetica. In tal senso, anche i pixels sono versi e una inedita letteratura nascente.
Più noto come art director di The Scientist international video festival, oggi tra le principali
rassegne italiane e non solo, Vitaliano Teti, docente Unife, è anche produttore creativo di art video: attraverso numerose collaborazioni, non ultimo, anzi, il ruolo fondamentale in molte produzioni con giovani videomaker universitari di spicco, come Giovanni Tutti, lanciati anche nel video festival.
Vitaliano Teti testimonia nell’arte contemporanea e già nella net art nascente la mutazione dall’analogico al digitale, con un quid peculiare di luminosa matrice archetipica ma dinamica squisitamente poetica. Sul piano concettuale – in tal modulazione specifica – è riuscito a trasformare certa accademia strutturale in arte sperimentale, operazione mediatica e culturale amabilmente evolutiva.
Più nello specifico, Vitaliano Teti è un artista contemporaneo nel settore della video arte e della videodanza, curatore di eventi di arte digitale, borsista di ricerca e docente. Dal 2007 ha fondato l’Associazione culturale Ferrara Video&Arte e cura come art director “The Scientist”, il video festival internazionale di Ferrara in collaborazione con Unife e il Comune di Ferrara, col patrocinio della Regione Emilia-Romagna, erede del Centro videoarte di Ferrara (a cura del Maestro Franco Farina e della prof.ssa Lola Bonora, a suo tempo di fama internazionale Video, Ferrara capitale con New York, Kassel, Tokio, ecc.). Nelle prime due edizioni del festival ha realizzato in co-curatela una retrospettiva sul Centro videoarte di Ferrara stesso con video di Fabrizio Plessi, Giorgio Cattani, Maurizio Camerani, Marina Abramovic, e con M. M. Gazzano video dei maestri della video arte come Bill Viola, Nam June Paik, i Wasulka. Ha selezionato opere in video di diverse accademie e istituzioni nazionali e internazionali come il Coreografo elettronico di Napoli, il Festival Loop di Barcellona, le Accademie di Belle arti di Ginevra, di Weimar, di Colonia, di Bologna, Roma e Brera di Milano.
Ha mostrato a Ferrara le video opere dei principali videoartisti italiani contemporanei tra essi Alessandro Amaducci, Masbedo, Laurina Paperina, Marinella Senatore, Alterazioni Video, Federica Falancia, Zimmer Frei e invitato critici d’arte elettronica di fama internazionale come Mariana Hormaechea, Wilfred Agricola de Cologne, Chiara Canali, Marco Maria Gazzano
Alcune sue curatele da “The Scientist” sono state presentate anche a livello nazionale e internazionale, ad esempio a Siviglia e Barcellona (Spagna), Los Angeles e New York.
Cura live media e eventi di arte contemporanea con la Rta – Porta degli Angeli e col Comune di Ferrara. Come videomaker ha prodotto diversi altri video artisti scelti tra i più talentuosi studenti dell’Università di Ferrara (Corso di laurea in Tecnologie della comunicazione video e multimediale), tra essi Giovanni Tutti, Bruno Leggieri, Matteo Bevilacqua. Ha inoltre partecipato, con una curatela di videodanza, a eventi internazionali futuribili sul quali Transvision 2010 a cura del futurologo informatico Giulio Prisco.
Nel 2011/12 ha prodotto e montato il documentario di Alessandro Raimondi “Un murales una storia”, vincitore della selezione per la produzione di documentario della Regione Emilia-Romagna; a Milano per la rassegna AAM Art (2012). Nel 2013 (con C. Breda) ha presentato alla Casa del cinema di Roma il cortometraggio “Elegia del Po di Michelangelo Antonioni”, omaggio per il centenario della nascita del regista; a Ferrara la rassegna “Corto Divino”, dedicata ai giovani videomaker made in Unife e per la mostra collettiva “Trames Tramites”, l’opera video a doppio canale di Giovanni Tutti “Quello che vorrei”.
Nel 2012 ha pubblicato “Alchimie Digitali” (con il fratello, semiotico, Marco Teti), “La Città del Sole” con prefazione della prof.ssa e ricercatrice Patrizia Fiorillo), saggio peculiare sull’Arte Video contemporanea e retrospettiva anche del Video festival The Scientist stesso,
Presente inoltre, tra le interviste, in “Futurismo Nuova Umanità” (Armando editore, Roma) di chi scrive.

Per saperne di più su Vitaliano Teti visita il sito dell’Università di Ferrara [vedi], leggi un articolo pubblicato su La Stampa [vedi] e sul suo libro “Alchimie digitali” leggi [vedi]
Per saperne di più sul The Scientist international video festival visita il sito [vedi]

* da Roby Guerra, “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Ediiton-La Carmelina ebook [vedi]

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IL FATTO
Il farmacista saharawi e le erbe del deserto

Trovare nei nostri prati, campi o addirittura balconi, la camomilla selvatica, non è nulla di strano.
Nel deserto roccioso algerino, dove sorge il campo profughi dei saharawi fuggiti dal Sahara Occidentale dopo l’occupazione del Marocco, il ritrovamento della ‘matricaria pubescens’ è invece eccezionale e importante perché sta alla base della medicina tradizionale.
Grazie ad un progetto di solidarietà in collaborazione con il Centro di ateneo per la cooperazione allo sviluppo internazionale dell’Università di Ferrara diretto dal professor Alessandro Medici, è stato possibile assegnare ad un farmacista saharawi, Mohamed Lamin Abdi Mahbes, un dottorato di ricerca per studiare le proprietà delle erbe che crescono nel deserto, ed il loro utilizzo in medicina e cosmesi. Lo scopo ultimo è quello di rendere sempre più autonoma la popolazione saharawi dagli aiuti umanitari, e favorire la produzione di medicine, possibilmente a base naturale, partendo da ciò che si trova attorno alle tendopoli dei rifugiati o nei limitrofi mercati locali.

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Mohamed Lamin Abdi Mahbes

Il progetto ha visto in una prima fase la visita ai campi di una ricercatrice dell’Università di Ferrara, Alessandra Guerrini, che è rimasta una settimana per capire come sono organizzati i laboratori nei campi e qual è il contesto di vita. In una seconda fase, che si è appena conclusa, il dottorando saharawi è stato nei laboratori della facoltà di Chimica e tecnologia farmaceutica di Ferrara, per analizzare, assieme ai ricercatori e ad una studentessa che scriverà su questo la tesi, le proprietà della camomilla che viene dal deserto, e valutarne possibili impieghi.
“Ogni tre mesi vorremmo cambiare pianta tra tutte quelle che Lamin ci ha portato – ha spiegato la dottoressa Guerrini – e dedicare alla sua analisi ogni volta una tesi sperimentale”.
“Al momento stiamo facendo ricerche di base sulla caratterizzazione chimica – ha proseguito la ricercatrice – per capire quali sono i principi attivi delle piante: sappiamo che alcune dovrebbero avere proprietà antiossidanti e antibatteriche, ma prima di destinarle alla produzione di prodotti farmaceutici o di bellezza dobbiamo eseguire i necessari test biologici”.
“Le malattie più diffuse ai campi – ha raccontato il dottor Mahbes, che si è laureato in farmacia nell’ex Urss– sono quelle respiratorie, gastrointestinali, la celiachia e il diabete. Nelle tendopoli le cure sono gratuite, e i medici ricevono solo un incentivo simbolico. Noi lavoriamo per il bene della comunità, non avendo al momento un paese, questo è il nostro modo di lottare”.
“Nei campi profughi esistono due grandi ospedali – ha proseguito Lamin – poi c’è un centro sanitario in ogni provincia, e un dispensario in ogni comune. Se potessimo utilizzare le erbe come integratori per i medicinali, potremmo produrli da soli, riducendo la dipendenza dagli aiuti alle sole materie prime e non ai prodotti finiti”. Un grande passo avanti anche per dare un futuro ai tanti giovani nati nei campi profughi, “un deserto, nel deserto”, che non hanno mai vissuto nella terra d’origine, che al contrario è rigogliosa e affacciata sul mare.

SGUARDO INTERNAZIONALE
“L’economia mondiale è in crescita. Sono Europa e Stati Uniti che vanno indietro”

“Non è vero che la crisi è mondiale come ci raccontano. L’economia del pianeta nel 2012 segna un più 3,9 per cento. E’ il vecchio mondo che è in crisi. E il vecchio mondo siamo noi: Europa, Giappone e Stati Uniti. A trainare lo sviluppo sono quei Paesi che ci ostiniamo a definire emergenti: Cina in primo luogo e India. Non so cos’altro dovranno fare per convincerci di essere ampiamente emersi, mentre noi sprofondiamo…”

Per oltre un’ora di lezione, avvincente come un thriller, brillante come una commedia, il professor Lucio Poma dell’Università di Ferrara ha tenuto inchiodati alle sedie il pubblico di Internazionale, che ha riempito l’aula magna e altre due sale approntate per l’occasione, spiegando ciò che di norma gli altri economisti non dicono. “Tutti i modelli che abbiamo utilizzato finora non funzionano più”, ha affermato. Ecco in pillole la sua analisi.

La crisi parte da lontano, non dal 2008 come si tende ad affermare, è strutturale e non congiunturale. E’ dal 1999 che la forbice fra import ed export si è ribaltata a danno di Europa e Stati Uniti. Da allora il divario è costantemente cresciuto a vantaggio dalla Cina sino alle attuali impressionanti proporzioni.

Con una crescita annua costante del 14 per cento dal 1986, la Cina ha ormai quasi raggiunto il livello del Prodotto interno lordo degli Stati Uniti, se continua così fra 7 o 8 anni lo supererà. Ma cresce anche l’Africa, dove i cinesi stanno investendo.

La Cina, oltretutto, dal 2004 è creditrice degli Stati Uniti, questo la pone in una posizione di forza. Ha acquistato parte del debito americano e come ogni creditore può chiedere in ogni momento la restituzione del prestito. Se ciò dovesse succedere l’economia americana si troverebbe in grandissima difficoltà. Perciò la Cina è in grado di condizionare le scelte degli Stati Uniti e di conseguenza di controllare le mosse sullo scacchiere internazionale nel quale gli Stati Uniti restano principali attori.

In Europa, la politica della Bce, che ha ridotto a zero il costo del denaro, non funziona poiché – spiega il prof con un esempio calzante – gli imprenditori, se hanno già in casa 10 macchinari e tre sono fermi per mancanza di lavoro, non prendono l’undicesimo nemmeno se glielo regalano, perché poi la manutenzione costa.

Il problema non sono le banche, il debito o il tasso di interesse. La produzione ristagna perché non riusciamo più a competere a livello di costi, le incidenze da noi sono tali da squilibrare il mercato dei prezzi. Il nostro prodotto costa troppo e non è appetibile. I cinesi ci hanno copiato come negli anni Sessanta facevano i giapponesi. Irrisi gli uni e gli altri. Poi s’è visto come è andata.

Pensiamo anche all’impatto esplosivo, in termini di consumi, di oltre un miliardo e 300 milioni di persone, finora sempre escluse dal benessere, che si stanno avvicinando ai livelli minimi di comfort. Moltiplichiamo per quel numero il semplice fabbisogno di pavimenti, pneumatici, pannolini…

Funziona la manifattura cinese che si alimenta di grandi squilibri economici e sociali. I vantaggi competitivi della Cina derivano da un mercato del lavoro privo di tutele. Ma se Obama alza la voce per imporre alla Cina il rispetto dei diritti dei lavoratori o protesta per lo sfruttamento dei minori si sente rispondere: non c’è problema però tu ridacci il nostro prestito. E allora deve subito spiegare che stava scherzando. Questa è la situazione.

Noi occidentali siamo vecchi, vecchi dentro. Sopraffatti dai monopoli che non hanno interesse a innovare perché dominano i mercati. Dal 1989, dopo il crollo del muro, si è sopita la competizione internazionale e la concorrenza, lievito dell’innovazione. L’innovazione si fa in Oriente e negli Emirati, dove si investe perché c’è ansia di riscatto e di affermazione di status.

Come se ne esce allora? C’è una speranza, in particolare per noi italiani? Sostanzialmente non abbiamo risorse minerarie, non siamo produttori, ma operiamo da sempre nel segmento della trasformazione. La nostra forza è la conoscenza, coniugata alla cultura del fare. Dobbiamo valorizzare questa leva. Abbiamo le università più antiche del mondo, dobbiamo mettere il sapere e la ricerca al servizio dell’industria e della produzione. Ciò che ci ha sempre reso grandi è stata la capacità di tramutare un bene in un manufatto a forte valore aggiunto. E’ indispensabile ritrovare la capacità di fare fruttare il nostro talento e il nostro genio.

L’INTERVISTA
Sani e hi-tech:
i prodotti del territorio
passati ai raggi Nir

Ad un anno esatto dalle prime analisi Nir condotte sui mini cocomeri, il Dipartimento di scienze della vita e biotecnologie dell’Università di Ferrara va oltre, e lancia un sistema particolarmente innovativo che permetterà al consumatore di ottenere tutta una serie di dati integrati, accessibili attraverso un Qr-code apposto sulla confezione o direttamente sul prodotto. Dalle informazioni sull’azienda produttrice alle caratteristiche organolettiche, dalla provenienza geografica ai consigli del dietista, si potrà avere la scheda prodotto dettagliata sullo schermo del proprio smartphone o tablet mentre si fa la spesa, in tempo reale e senza passare per un sito.

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L’intervento di Maria Elena Tamburini durante la presentazione del progetto Ideas

Il progetto Ideas (Innovation and development for agri-food security), di recente presentato alla stampa, coinvolge un gruppo di ricercatori e consulenti che si sono messi insieme con lo scopo di perseguire innovazione tecnologica e sviluppo aziendale, ricerca scientifica e sviluppo economico territoriale, sul tema della tracciabilità dei prodotti agro-alimentari. Sulle confezioni i consumatori troveranno un Qr-code. La sigla sta per “Quick response code” (codice a risposta veloce), si tratta di un codice a barre a matrice, composto da moduli neri disposti all’interno di uno schema di forma quadrata. Viene impiegato per memorizzare informazioni generalmente destinate ad essere lette tramite smartphone o tablet, supporti che ne permettono una rapida decodifica del contenuto.
Abbiamo intervistato la dottoressa Maria Elena Tamburini, responsabile delle analisi Nir del Dipartimento di scienze della vita e biotecnologie e componente del gruppo di ricerca, per ripercorrere le tappe di questo interessantissimo progetto, sperando che diventi un esempio virtuoso per lo sviluppo del nostro territorio.

In poco più di un anno dall’avvio del progetto, avete bruciato le tappe e siete già ad una fase molto avanzata, una mosca bianca in questo contesto di grande stagnazione. Nel complimentarci le chiediamo di raccontarci come è nato il progetto e come si è sviluppato.
Sì, in effetti si tratta di un progetto nato un po’ per caso, ma che ha funzionato fin dall’inizio. Si è tutto “incastrato” perfettamente perché si sono create le condizioni giuste e soprattutto perché ci siamo trovati in grande sintonia rispetto al metodo e alle finalità.
Nel maggio del 2013, abbiamo conosciuto Marco Malavasi e il suo socio Massimo Marchetti della Cooperativa agricola “La Diamantina” – prosegue affabile e gentile – perché avevano appena messo a punto una varietà di mini cocomero che risultava avere un contenuto molto elevato di licopene, sostanza importante su cui puntavano per differenziarsi sul mercato italiano ed estero. Il licopene è una sostanza piuttosto difficile da analizzare, a causa della complessa procedura di estrazione necessaria; la sfida che ci ha posto l’azienda è stata quella di provare a misurare la concentrazione di licopene con la Nirs, una tecnica innovativa che permette analisi molto precise e immediate, senza bisogno di distruggere il campione per estrarre la sostanza da analizzare. Contattando l’Università di Ferrara, hanno intercettato me che studio l’applicabilità della spettroscopia nel vicino infrarosso (in inglese, Near-infra-red-spectroscopy, Nirs) dal 1998, e che dal 2004 faccio parte della Società italiana di spettroscopia Nir.
L’idea mi è subito piaciuta perché applicare la ricerca ai processi industriali è il mio campo da sempre, e perché, in questo caso, la ricerca rappresentava una vera sfida: nonostante la Nirs sia una tecnica consolidata e utilizzata ormai da molti in ambito agro-alimentare (sono ormai più che note le applicazione per la misura del contenuto zuccherino nella frutta, o per il contenuto di umidità e proteine nei cereali), non sono riportate applicazioni, nemmeno sulla letteratura scientifica internazionale, relative alla possibilità di sfruttare i vantaggi di questa tecnica per misurare il contenuto di licopene nei cocomeri interi, senza distruggere il frutto. Naturalmente il vantaggio evidente nell’impiego di questo metodo, sta nel fatto di poter identificare ogni singolo frutto e non come normalmente avviene, analizzare a campione, per poi estendere i dati a tutto il lotto.
Così siamo partiti e nel giro di un paio di mesi, abbiamo avviato e completato con successo la fase preliminare del progetto, necessaria per calibrare lo strumento e misurare la concentrazione di licopene nei cocomeri.
La cosa interessante, dal punto di vista della ricerca, è stato appunto verificare che la tecnica Nir funziona perfettamente anche sul cocomero intero: riesce a penetrare attraverso la buccia (la cui presenza avrebbe potuto rappresentare un ostacolo, una sorta di effetto schermo); riesce ad intercettare la molecola del licopene nonostante la bassa concentrazione assoluta (il licopene è infatti una sostanza che si trova nei prodotti in quantità micro, nell’ordine dei milligrammi per chilo).

Perché il licopene è così importante, tanto da indurre un’azienda ad investire diverse decine di migliaia di euro per acquistare uno strumento di analisi all’avanguardia?
Il licopene è un prodotto salutistico, è stato scientificamente provato che si tratta di una sostanza molto importante perché è un antiossidante, un antiradicali liberi, ottimo quindi contro i processi di invecchiamento e degenerazione cellulare e nella prevenzione dei tumori, ultimamente molto ricercato anche come integratore. Il pomodoro è la principale fonte di licopene ma un po’ tutti i frutti rossi ne contengono; la quantità di licopene è connessa con la pigmentazione rossa e il grado di maturazione. Poter attestare su ogni frutto la quantità di questa utile sostanza, ha una grande potenzialità di valorizzazione del prodotto.

E perché questa macchina e non altre? Quali i vantaggi?

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Irradiamento del campione con la spettroscopia Nir

La spettroscopia Nir ha la particolarità di funzionare per irradiamento: in sostanza c’è un raggio luminoso di opportuna lunghezza d’onda (compresa tra 400 e 2500 nm, nanometri, nello spettro elettromagnetico) che irradia il campione e che riesce ad interagire con i legami chimici delle molecole organiche, eccitandole e quindi aumentandone l’energia di vibrazione, e ottenendo una risposta dello strumento in termini di quanta energia è stata assorbita dalla molecola.
Una volta misurata l’energia vibrazionale assorbita, si procede nel correlare la risposta strumentale ad un valore di concentrazione. Il vantaggio è che, essendo un raggio luminoso, si può fare tenendo il frutto intero e non c’è bisogno, come nell’analisi chimica tradizionale, di aprire il frutto, prendere la polpa, concentrare il succo, liofilizzarlo, estrarre con un solvente organico il licopene, procedura lunghissima che impiega 2/3 giorni di lavoro per ottenere il risultato.

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Valore di concentrazione di licopene rilevato in tempo reale

Lo strumento Nir, al contrario, offre molti vantaggi: è una tecnica non distruttiva; ti dà il risultato in tempo reale, ossia nel giro di un secondo; e, soprattutto, si tratta di un’analisi molto versatile, multi-parametrica, perché l’irradiazione è in grado di rilevare contemporaneamente la concentrazione di una serie di molecole organiche, non solo quelle del licopene ma anche quella degli zuccheri, per esempio, e a definire, quindi, in tempo reale, il grado di dolcezza di un frutto.

Fino a quel momento, quindi, eravate voi e l’azienda. Come siete arrivati al costituire il gruppo Ideas?

A quel punto ci siamo chiesti, ma perché non estendere il progetto allargandolo all’intero percorso qualitativo di un prodotto, provando a coinvolgere altre aziende che potrebbero utilizzare il Nis per dotarsi di un sistema innovativo di tracciabilità con il sigillo dell’Università?

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Il gruppo I.DE.A.S., dalla sinistra: Tamburini, Malavasi, Marchetti, Barbieri e Donegà

L’idea è passata, e nel settembre 2013 abbiamo messo insieme il gruppo Ideas (Innovation and development for agri-food security), un team di esperti abbastanza eterogeneo: io come esperta di Nir, Maria Gabrielli Marchetti biologa, esperta di tessuti biologici e analisi immunoistochimiche, Gian Paolo Barbieri esperto nel mettere insieme università e imprese, Valentina Donegà biotecnologa, Marco Malavasi esperto di marketing.
Da quel momento i progetti si sono diversificati: c’è il progetto di ricerca sui cocomeri e quello sulla tracciabilità. Per il progetto di ricerca sui cocomeri, proprio in questi giorni stiamo conducendo la seconda fase, di cui avremo i risultati al termine della stagione, e abbiamo presentato anche un brevetto.
Il progetto sulla tracciabilità invece, è solo all’inizio, ma sta procedendo velocemente: parte dal presupposto di utilizzare tutti i vantaggi dell’utilizzo del Nir, inserendo lo strumento all’interno di una filiera produttiva e mettendo tutti i dati a disposizione del consumatore, quelli analitici relativi al prodotto, ma anche quelli di “filiera”, sull’origine e i percorsi della materia prima. L’idea è quella di promuovere l’applicazione di un Qr code che serva essenzialmente da portale di accesso per il consumatore per ottenere informazioni dettagliate, facilmente fruibili e scientificamente rigorose sul prodotto che sta acquistando. Il Nir in questo caso permetterebbe l’integrazione di tutta una serie di dati di controllo sulla filiera che molti produttori già effettuano, ma solo di rado arrivano fino a chi i prodotti li consuma. Questa tecnica, tra l’altro, si presta anche per verificare l’effettiva origine geografica del prodotto.
Abbiamo cominciato a cercare altre aziende del territorio e ne abbiamo trovate due interessate a collaborare con noi: il Pastificio Andalini Srl di Cento e Bia Spa di Argenta che produce cous cous biologico.

Il progetto è tutto finanziato dall’Università di Ferrara o avete avuto accesso ad altre risorse?

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Luciano Pollini, direttore della Bia di Argenta

Il progetto è dell’Università ma per sostenerci economicamente abbiamo partecipato, proprio con il Pastificio Andalini, ad un bando regionale i cui fondi sono stati destinati alle aziende delle zone colpite dal sisma, per favorire innovazione di processo e di prodotto. Anche Bia S.p.a. sta sostenendo la ricerca.

Ci sono in vista altri possibili sviluppi?
A dire il vero sì, siamo in contatto con la Reply, grande azienda di consulenza informatica esperta in particolare nell’ambito dell’informatizzazione sanitaria, che potrebbe curare tutta la parte di accesso alle informazioni di tipo salutistico e di prevenzione del prodotto, come per esempio segnalare se il prodotto che si sta acquistando è consigliato per chi soffre di diabete piuttosto che per ridurre l’incidenza di un certo tipo di patologie. Per questo aspetto, in particolare, stiamo pensando di presentare un progetto per partecipare ad un bando europeo sui finanziamenti di Horizon 2020.
Stiamo anche collaborando fattivamente con il Craiaa (Centro di ricerca per l’agricoltura-industria agro-alimentare) di Milano per lo svolgimento di alcune prove aggiuntive a supporto del progetto.

In ultima battuta, per gli aspetti più prettamente commerciali, ci siamo rivolti al dottor Marco Malavasi, responsabile marketing della Società agricola Malavasi e socio della Cooperativa La Diamantina, chiedendogli cosa si aspetta dall’intera operazione?
La ricaduta commerciale attesa per l’azienda è principalmente in termini di riposizionamento dei prodotti che accederanno a questo sistema e di valorizzazione del vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti. Si tratta di una nuova concezione di tracciabilità che premia le aziende che lavorano secondo criteri di qualità e trasparenza, frutto di una scelta distintiva di politica aziendale e di mercato. Molte aziende si trovano nella condizione di dover valorizzare il loro prodotto di qualità e, ormai troppo spesso, anche difenderlo da frodi e sofisticazioni che sono drammaticamente sempre di più all’ordine del giorno e che stanno devastando il mercato agro-alimentare italiano. In attesa che diventi una necessità cogente, riteniamo che un sistema di comunicazione diretto, garantito e facilmente accessibile ai consumatori possa essere una scelta vincente per le aziende ed anche per l’intero territorio.

Oltre un milione e mezzo di euro per la sperimentazione sugli animali. Se ne parla in sala San Francesco

“Sperimentazione animale e limiti in ambito scientifico”. E’ il tema della conferenza che si tiene domani sera (giovedì 10) alle 20.30 nella sala San Francesco di via Savonarola 3. Relatore è il dottor Massimo Tettamanti, chimico ambientale, responsabile legale del progetto Italia Senza Vivivsezione. L’iniziativa organizzata dall’Associazione ferrarese Animal Defenders, è nata in seguito alle proteste contro l’ampliamento dello stabulario dell’Università di Ferrara.
A parlarne grazie a una conoscenza maturata sia in campo scientifico che giuridico è proprio il dottor Tettamanti, antivivizezionista scientifico, laureato in chimica all’Università di Milano e con al suo attivo un dottorato di ricerca in scienze chimiche alle università di Milano e Siena e numerose cariche in organismi che si occupano di ricerca. E’ infatti coordinatore del Centro internazionale per Alternative nella Ricerca e nella Didattica, consigliere scientifico dell’Associazione Atra e consulente del Mahatma Ghandi Center. In marzo il medico si è distinto in un confronto alla Cattolica di Milano con Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.

La presentazione della serata è affidata alla giornalista Monica Forti di Ferraraitalia. L’iniziativa dell’Associazione ferrarese ha preso spunto da quanto sta accadendo al polo Chimico Biomedico dell’Università degli Studi di Ferrara – recita il sito di Animal Defenders – dove sono in corso i lavori per la realizzazione di un edificio da destinare ad Animal Facility, lo stabulario con annessi laboratori di ricerca e sperimentazione su animali. I lavori, di importo pari a 1.602.024,36 euro iva esclusa, sono finanziati dalla Regione Emilia Romagna attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Il finanziamento ricade nell’ambito della la promozione della ricerca industriale e del trasferimento tecnologico come fattore di competitività.
A detta dell’associazione l’ampliamento del laboratorio rappresenta uno spreco di risorse del tutto inutile in un momento di difficoltà economica come quello attuale. Si tratterebbe di un cattivo uso di denaro pubblico perché “la sperimentazione animale produce risultati non attribuibili all’uomo a causa delle differenze nella biologia delle diverse specie, senza contare che i risultati possono essere distorti dalle variazioni nei parametri fisiologici degli animali stessi a causa dello stress a cui sono sottoposti durante le normali procedure di laboratorio – sostengono gli associati.

Un articolo pubblicato nel 2012 sulla rivista scientifica Regulatory Toxicology and Pharmacology afferma che gli studi su animali effettuati per valutare la sicurezza dei nuovi farmaci non sono abbastanza sensibili per prevedere reazioni avverse ai farmaci dopo la commercializzazione. Non è quindi rilevante inserire i dati ottenuti su animali negli studi prospettici di farmacovigilanza”. Per Animal Defenders la soluzione sta nel finanziamento di metodi di ricerca alternativi, innovativi, tecnologicamente avanzati ed estranei all’uso degli animali. “Ancora oggi vengono impiegate le colture cellulari di topo nonostante si possano utilizzare colture di cellule e tessuti umani e addirittura co-colture integrate di organi umani, nonché modelli matematici computerizzati, tecniche non-invasive per immagini e studi epidemiologici – insistono – Alla luce delle critiche scientifiche nei confronti della sperimentazione animale nella ricerca biomedica, e delle implicazioni etiche connesse all’esposizione di esseri senzienti a stress, paura e dolore, si chiede all’Università degli Studi di Ferrara di convertire il progetto e di impiegare i finanziamenti destinati alla realizzazione dell’Animal Facility nella realizzazione di un centro di ricerca all’avanguardia, che utilizzi metodi innovativi e tecnologie avanzate non basate sull’uso di animali”.

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IMMAGINARIO
il video del giorno
omaggio a Mario Miegge

Mario Miegge se n’è andato. Non è retorica dire che a lasciarci è prima di tutto un grande uomo. Poi uno studioso attento, rigoroso, lucidissimo. Un vero Maestro per generazioni di studenti che hanno amato le sue lezioni, la sua passione, la dirittura intellettuale unita a una profonda umanità. Valdese, originario della Val Pellice, ha dedicato la sua vita all’insegnamento senza mai trascurare l’impegno civile. Per 40 anni ha trasmesso il suo sapere ai giovani. E’ unanimemente stimato fra i più eminenti storici delle religioni.

Guarda la conferenza di Mario Miegge – La “vita activa” nell’economia del disastro [qui]
tenuta il 17 febbraio 2012 a Brescia (organizzata dall’associazione ‘Ripensare il mondo’)

 

Mario Miegge ha insegnato all’Università di Ferrara Filosofia teoretica e Filosofia delle religioni. Nato ad Aosta nel 1932, ha compiuto gli studi secondari nel liceo valdese di Torre Pellice, in Piemonte. Dopo la laurea presso l’Università di Roma “La Sapienza”, ha collaborato alla Storia antologica dei problemi filosofici diretta da Ugo Spirito, con il volume Religione (Firenze, Sansoni, 1965). Negli anni 1960 ha partecipato alla redazione dei Quaderni rossi, fondati da Raniero Panzieri. Negli anni 1970 ha collaborato ai corsi delle “150 ore”, organizzati dalla Federazione dei lavoratori metalmeccanici e da altri Sindacati nazionali. Per due legislature è stato consigliere comunale a Ferrara, eletto come indipendente nelle liste del Pci. Tra le sue pubblicazioni: Martin Lutero. La Riforma protestante e la nascita delle società moderne (“Libri di base”, Roma, Editori Riuniti, 1983); Il sogno del re di Babilonia (Milano, Feltrinelli, 1994); Che cos’è la coscienza storica? (Ivi, 2004); Capitalismo e modernità. Una lettura protestante (Torino, Claudiana, 2005); Vocazione e lavoro (Ivi, 2010).
Ci ha lasciati il 19 marzo 2014.

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