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Qual è la situazione attuale e futura del settore dei beni culturali in Italia, della loro conservazione e della loro valorizzazione? A pochissimi giorni dal gravissimo episodio di Castelvecchio a Verona, la nostra città ha ospitato due incontri che hanno cercato di rispondere a questa domanda, anche alla luce dei primi effetti della riforma del Mibact, che porta il nome del ferrarese Dario Franceschini: l’accorpamento della Pinacoteca di Ferrara alla Galleria Estense di Modena e la mancata riconferma di Caterina Cornelio al Museo Archeologico di Palazzo di Ludovico il Moro, sono due esempi che ci riguardano da vicino.
Il primo è stato organizzato dalla sezione ferrarese di Italia Nostra, che ha invitato l’ex-presidente nazionale dell’associazione Alessandra Mottola Molfino, museologa, che a lungo ha diretto il Museo Poldi Pezzoli di Milano, per parlare di opportunità, sfide e pericoli dei musei italiani. Il secondo, parte del ciclo “Il museo dentro e intorno” organizzato da Dipartimento di Studi Umanistici di Unife, Ferrara Arte, TekneHub, Musei Civici di Arte Antica, Amici dei Musei, ha ospitato Simone Verde: blogger, storico dell’arte e responsabile della ricerca scientifica per il Louvre di Abu Dhabi.

simone verde
Simone Verde

Verde vive ormai tra Parigi e gli Emirati Arabi e può quindi osservare da lontano il dibattito italiano sui beni culturali, forse proprio per questo il suo sguardo da esterno è alquanto impietoso. A suo parere, infatti, quello sul settore culturale italiano è un “dibattito manicheo”, che vede fronteggiarsi presunti sostenitori dell’economia della cultura contro i difensori di una supposta tradizione della conservazione: cultura e tutela contro valorizzazione e turismo, “entrambi i fronti esprimono posizioni conservatrici e spesso ideologiche”. A peggiorare le cose ci si mettono poi i giornali che “cavalcano queste posizioni in modo demagogico”, senza volere o sapere – ai lettori decidere cosa sia peggio – entrare nel merito delle questioni. Quello che manca alla politica dei beni culturali in Italia, secondo Verde (e non solo secondo lui) è la sistematicità, una visione organica che governi il presente guardando al futuro. Gli studi di economia della cultura in Italia guardano spesso solamente ai vantaggi economici a breve termine, gli incassi per intenderci, ma “in nessun paese del mondo occidentale la cultura si finanzia interamente da sola”, sottolinea Verde. In più, aggiungo io, quando si parla di istituzioni culturali, in particolare se pubbliche, bisogna sempre tenere presente che l’obiettivo non è la creazione di ricchezza in senso stretto, ma l’offerta di un servizio alla comunità, la creazione e la trasmissione di cultura, cioè di valore fortemente intangibile, certo sempre nel rispetto di una gestione che sappia svolgersi secondo adeguati parametri di economicità.
Ha ragione quindi Verde a sostenere che se un’istituzione culturale segue pedissequamente i gusti del pubblico per fare cassa abdica al proprio ruolo principale: “essere il contraltare del mercato, uno stimolo e un fattore dinamico di pluralismo”. Ecco perché, secondo lui, egualmente dannosa è la “nevrosi italiana” di considerare “i beni culturali come reliquie” che troppo spesso ha chiuso e chiude tuttora il settore culturale italiano “in uno statico culto del passato”: l’importanza del patrimonio culturale non sta, o non sta solo, “nella capacità di legare un territorio alla sua identità storica”. Alla base di una nuova politica culturale per Verde c’è “l’identità progettuale”, cioè quella che “ridefinisce la struttura in cui si vive”, che vede la cultura come “elemento di reinvenzione del presente” e conserva le opere come “frutto della creatività umana” da cui partire per nuove forme di interpretazione della realtà.
Per quanto riguarda la riforma, anche se il suo giudizio non è interamente negativo, sembra che per Verde si sia persa un’occasione per risolvere il “dibattito manicheo” fra economisti e tradizionalisti, rinnovando e ripensando in maniera sistemica e organica la gestione del patrimonio culturale italiano.

Alessandra-Mottola-Molfino
Alessandra Mottola Molfino

Anche Alessandra Mottola Molfino ha chiesto un cambiamento di passo nella gestione del sistema culturale italiano e ha espresso un giudizio ambivalente sull’era Franceschini al Mibact. Tra le cose positive: la creazione della Direzione generale dei musei, che assegna finalmente una fisionomia autonoma a queste istituzioni culturali, e della Direzione generale sull’educazione, il fatto che “la figura e il ruolo del direttore di museo corrispondano finalmente a un profilo ben definito che corrisponde a quello della carta nazionale delle professioni e quindi alle richieste provenienti dagli operatori del settore”, infine l’aver inserito, anche se per i motivi sbagliati, la tutela e la fruizione del patrimonio culturale e ambientale fra i servizi essenziali che lo Stato è tenuto a fornire ai propri cittadini. Tuttavia l’autonomia prevista dalla riforma “è un primo passo, ma non è abbastanza”, per esempio quella dei direttori dei grandi poli museali non è una vera autonomia perché “il personale è rimasto in capo al ministero”: “bisogna liberare veramente i musei dalla burocrazia e dal potere politico”, ha affermato Mottola Molfino. E a questa autonomia, aggiungo io, deve corrispondere anche una sempre crescente responsabilità e trasparenza da parte dei musei riguardo le risorse e le competenze impiegate.
Tante le cose ancora da fare per Mottola Molfino: la certificazione degli standard qualitativi, direttori giovani e competenti, sostegno alla creazione di reti fra musei e promozione della conoscenza del patrimonio, se è vero che ancora solo il 30% della popolazione visita i musei. È necessario “accettare la sfida della valorizzazione” con la consapevolezza che è una cosa diversa dal marketing per i prodotti commerciali che “vanno consumati e poi buttati”. E poi c’è il delicato nodo dei privati, chiamati in causa prima di tutto dal famoso ‘art bonus’, che devono diventare partner mantenendo con la gestione pubblica un reciproco rispetto delle funzioni. Infine, quella che l’ex presidente di Italia Nostra ha chiamato “una vera e propria spina nel nostro fianco”: bisogna con urgenza “normare e regolare i finanziamenti alle grandi mostre per non dare soldi pubblici a mostre commerciali” senza un serio impianto scientifico.
“I musei sono oggi le istituzioni culturali più presenti in Italia, diffusi capillarmente sul territorio” e la rincorsa del risultato economico che si sta trasformando quasi in “ansia da prestazione” non è certo la strada per garantire loro un futuro duraturo. I musei sono istituzioni permanenti al servizio della società e del suo sviluppo, conservano, creano e tramettono cultura e conoscenza, bisogna perciò farne “l’istituzione centrale nell’economia della conoscenza e della creatività, che è quella che salverà il nostro paese”, è la conclusione di Mottola Molfino e tutti noi come cittadini abbiamo il diritto-dovere di chiedere che sia questo il futuro del nostro patrimonio culturale.

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Federica Pezzoli


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

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Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

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