18 Aprile 2021

Ministero della Transizione o della Finzione Ecologica?
Una rete sociale diffusa scrive un piano alternativo

Corrado Oddi

Tempo di lettura: 5 minuti

 

Finalmente  anche l’Italia si è dotata di un Ministero della Transizione Ecologica. Tutta una serie di fatti, però, mi fanno venire il dubbio se non siamo, invece, di fronte ad un Ministero della Finzione ecologica.
Intanto, qualche giorno fa, è arrivata l’approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale per 11 nuovi pozzi per l’estrazione di idrocarburi, di cui ben 7 in Emilia-Romagna. Tempo addietro è stato deciso di prevedere una procedura semplificata per l’autorizzazione all’ipotizzato CCS di Ravenna, che dovrebbe diventare il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 in Europa, con cui ENI intende utilizzare i propri giacimenti di gas a largo della costa ravennate per immettervi la CO2 proveniente da processi industriali o dai suoi stessi impianti, prolungando così il ricorso alle fonti fossili, mentre, sempre a Ravenna, il Progetto Agnes, basato sulle rinnovabili, potrebbe entrare in funzione nel 2023, ma tale data rischia di andare più in là proprio per i lunghi tempi autorizzativi.
Forse qualcuno potrebbe pensare che sono elementi di dettaglio, tutt’ al più segnali inquietanti, ma circoscritti. Se, però, alziamo lo sguardo a ciò che si sta predisponendo sul Recovery Plan, e, segnatamente, sulla missione Rivoluzione verde e transizione ecologica”, le preoccupazioni aumentano ulteriormente. Su questo punto, il lavoro è ancora in corso, il governo Draghi sta rimettendo le mani all’elaborazione del precedente piano, ma, da quanto è dato conoscere, si sta andando in una direzione negativa, che sa molto di ‘greenwashing’ ed è poco attenta e utile per affrontare seriamente il problema del contrasto al cambiamento climatico e di un passaggio forte verso le energie rinnovabili e a un nuovo modello di produzione e consumo energetico.

Il materiale a disposizione è abbastanza complesso e lì non si esplicita una strategia chiara, al di là delle risorse significative a disposizione (circa 70 miliardi di €, che potrebbero persino lievitare attorno agli 80, su un totale di circa 220  miliardi dell’insieme del Recovery Plan). Ci ha pensato, però, qualche giorno fa, in un’intervista su Repubblica,  il neoministro alla Finzione ecologica Cingolani a chiarire il tutto [Vedi qui], sostenendo che la transizione energetica si appoggerà sull’utilizzo del gas, in ossequio ai piani dell’ENI, e che poi, con il 2050 si potrà pensare alla fusione nucleare.
Ora, una simile ipotesi significa allungare la vita all’utilizzo delle fonti fossili, com’è anche il gas, ritardare il passaggio alle energie rinnovabili e, soprattutto, non porsi il tema decisivo, che è quello di puntare all’ autoproduzione e al consumo distribuito consentito da queste ultime, superando un’opzione di sistema centralizzato e tendenzialmente autoritario, quello che deriva appunto dall’utilizzo delle energie fossili e del nucleare.
Né si può stare più tranquilli, esaminando, sempre all’interno della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, quanto previsto a proposito di tutela del territorio e della risorsa idrica. Qui, oltre alle poche risorse indicate (complessivamente  circa 15 miliardi, ma di cui 10 già previsti, per un saldo quindi di circa 5 miliardi, mentre si stima che solo per una serio Piano di contrasto al dissesto idrogeologico ce ne vorrebbero 26 nell’arco di diversi anni), viene riproposta, anzi rafforzata, un’idea di ‘riforma’ degli affidamenti del servizio idrico per favorire la completa privatizzazione dello stesso, in particolare nel Mezzogiorno, dopo che nel Centro Nord già la fanno da padrone le grandi multiutilities quotate in Borsa, IREN, A2A, HERA e ACEA. Sarebbe, proprio a dieci anni dai referendum sull’acqua, la definitiva certificazione dell’annullamento della volontà popolare, dopo che essa è stata già fortemente disattesa in questi anni.

Il quadro non è molto migliore nella nostra Regione
In Emilia Romagna, nel dicembre scorso, si è giunti alla definizione del Patto per il Lavoro e il Clima, sottoscritto, oltre che dalla Regione, da diversi altri soggetti, dalle Associazioni di impresa ai sindacati confederali, da Legambiente ai Comuni capoluogo e altri ancora.
Chi non l’ha sottoscritto è stata la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale (RECA), nata da circa un anno e che per la prima volta è riuscita a raggruppare in una visione comune 76 tra Associazioni e Comitati regionali e territoriali che intervengono, da vari punti di vista, sui temi del contrasto al cambiamento climatico, della conversione ecologica e della difesa dei Beni Comuni.
RECA ha deciso di non firmare perché quel Patto non rappresenta la svolta necessaria per mettere in campo politiche adeguate per affrontare proprio questi ultimi temi. Infatti, al di là degli obiettivi generali individuati – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% in Regione entro il 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050 –  che possono essere condivisibili, in realtà nel Patto per il Lavoro e il Clima non sono definiti i tempi e gli interventi che dovrebbero portare alla loro realizzazione, né gli impegni da mettere in atto in questa direzione già in questa legislatura.
Di fatto, si continua a tacere, il che vuol dire continuare ad andare avanti lungo scelte che contraddicono quegli obiettivi, come il forte ricorso a grandi opere stradali e autostradali, il ricorso massiccio ad aree dedicate alla logistica senza affrontare la questione del consumo di suolo che ciò determina, il via libera al Centro di Cattura e Stoccaggio (CCS) di Ravenna.
Quest’ultimo progetto è una scelta sbagliata; il CCS è infatti basato su tecnologie costose e non ben verificate, di fatto alternativo al ricorso rapido alle fonti rinnovabili, un vero e proprio tentativo di mettere sotto la sabbia la CO2 emessa anziché evitare di produrla.
Ancora, non ci sono scelte convincenti e coraggiose su diversi punti: solo per esemplificare, non c’è cenno alla ripubblicizzazione del servizio idrico, proprio quando potenzialmente si apre questa possibilità a Bologna con la scadenza della concessione a Hera alla fine di quest’anno. Manca una politica che punti fortemente alla riduzione dei rifiuti prodotti e al loro riciclaggio, così come al superamento degli inceneritori, mentre non sono indicati forti investimenti sul trasporto pubblico e per la riduzione significativa del parco automobilistico privato.
Insomma, per tutto un’insieme di valutazioni, la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale ha deciso di scrivere il proprio “Patto per il clima e il lavoro” [per leggere il Patto di RECA clicca Qui], un piano alternativo a quello elaborato dalla Regione e sul quale si intende aprire un confronto vasto con le persone e nella società regionale.
Sono davvero tante le realtà e le intelligenze collettive che lavorano per disegnare una reale transizione e conversione ecologica, per la difesa e la valorizzazione dei Beni Comuni. sia a livello territoriale che nazionale: una prospettiva sempre più necessaria per il mondo che viene e che dobbiamo costruire.



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L’autore

Corrado Oddi

Attivista sociale. Si occupa in particolare di beni comuni, vocazione maturata anche in una lunga esperienza sindacale a tempo pieno, dal 1982 al 2014, ricoprendo diversi incarichi a Bologna e a livello nazionale nella CGIL. E’ stato tra i fondatori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua nel 2006 e tra i promotori dei referendum sull’acqua pubblica nel 2011, tema cui rimane particolarmente legato. Che, peraltro, non gli impedisce di interessarsi e scrivere sugli altri beni comuni, dall’ambiente all’energia, dal ciclo dei rifiuti alla conoscenza. E anche di economia politica, suo primo amore e oggetto di studio.
Corrado Oddi

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