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In Italia, forse più che in altri paesi europei, si stanno mettendo grandi risorse per realizzare la ormai citatissima “transizione energetica”.
In realtà, siamo di fronte a una grande illusione, o meglio a un grande inganno. Quando il nostro governopurtroppo con l’appoggio di alcune storiche associazioni ambientaliste, a cominciare purtroppo da Legambiente – vede la risoluzione di tutti i problemi del riscaldamento globale nell’ incentivazione delle rinnovabili (eolico e fotovoltaico in primis) si sta sbagliando di grosso.

Come sostengono i giovani che hanno sfilato prima a Milano prima, poi a Roma, infine a Glasgow nel novembre scorso (più di 100.000 persone) per protestare contro l’inazione dei politici a livello mondiale e reclamare la Giustizia Climatica, non basta abbandonare le energie fossili e cambiare il sistema di produzione dell’energia. Bisogna cambiare il nostro modello di sviluppo, praticando un taglio netto ai consumi e abbattere l’emissione di CO2 grazie all’azione di assorbimento da parte degli alberi, gli unici in grado di convertirla con la fotosintesi. Se non imbocchiamo questa strada non sarà possibile invertire la rotta.

Il fenomeno del riscaldamento globale non dipende dai punti di vista, ma avviene naturalmente, indotto dall’accumulo di gas climalteranti nell’atmosfera. Pensare di curare questo male unicamente con la totale sostituzione del fossile (in 30 o quarant’anni) con fonti di energia cosiddetta ‘pulita’ o ‘rinnovabile’, è una vana speranza. L’ennesimo inganno delle lobbies energetiche.

Il movimento di dissenso contro gli impianti di rinnovabili – che dice no all’eolico industriale selvaggio e al fotovoltaico nei terreni agricoli – si è diffuso nel nostro Paese soprattutto nel Sud e nel Centro Italia, là dove i danni ambientali al territorio e al paesaggio sono più evidenti e devastanti.
Purtroppo si tratta di un movimento ancora scarsamente rappresentato nelle grandi manifestazioni pubbliche dove si contano le migliaia di partecipanti. Credo che le ragioni siano due. La prima: tra molti “ambientalisti” e tra la popolazione in generale, e in particolare in quella dei centri urbani, non si è ancora sviluppata una coscienza critica informata e documentata sugli impatti negativi che derivano dalla realizzazione di questi impianti, delle vere e proprie istallazioni industriali. La seconda: che i territori dove sorgono i nuovi impianti sono i luoghi periferici e poco popolati. Gli stessi luoghi dove avvengono gli approvvigionamenti delle materie prime (le miniere di terre rare) e dei componenti indispensabili al loro funzionamento (le fatidiche batterie, senza le quali non si può stoccare l’energia prodotta).

Servirebbe prima di tutto chiamare le cose con il loro vero nome. Parliamo quindi di impianti eolici e fotovoltaici industriali, perché tali sono, e abbandonare le false diciture e gli eufemismi ingannevoli. Troppo comodo, infatti, usare parole al miele come “parchi eolici” o “agrivoltaico”.
Sappiamo bene come le parole influenzino  l’immaginario e il pensiero comune, come possano trasformare un oggetto da indesiderato a ricercato. Se poi pensiamo che Legambiente se n’è uscita con un libro; “Parchi nel Vento : guida turistica ai parchi eolici” [Vedi qui]per indirizzare il turismo green  verso l’apprezzamento del sacrificio di sangue dei paesaggi italiani per la salvezza dell’umanità dal riscaldamento globale, c’è da perdere ogni fiducia nella specie Homo Sapiens.

Siamo abituati a guardare gli impianti voltaici da lontano: guidando in autostrada, nel lontano orizzonte, li scambiamo per graziosi mulini a vento. Per capire, bisogna avvicinarsi. E conoscere qualche numero. La gran parte dei progetti di sfruttamento dell’energia del vento prevede oggi la realizzazione di grandi impianti, costituiti da un minimo di 5/10 fino a decine, talvolta centinaia, di pale (vedi gli impianti in Calabria, Basilicata, Sardegna, Puglia eccetera).
Impianti di enormi dimensioni, veri e propri ecomostri.  Attualmente le cosiddette ‘torri’ (di cemento armato) superano anche i 200 metri di altezza. Senza contare la profondità dello scavo per la realizzare la base in calcestruzzo, che arriva anche a 30 metri di profondità e ad occupare una superficie grande come un campo di calcio. I numeri variano in funzione della tipologia e dell’altezza della pala e delle caratteristiche del sottosuolo dove si va a erigerla. Più grandi sono le pale maggiore è la quantità di energia prodotta e, di conseguenza, il costo unitario per ogni watt prodotto diminuisce. Quindi l’interesse delle imprese è quello di realizzare pale sempre più grandi che, purtroppo, sono anche maggiormente impattanti sull’ambiente. Lo stesso si può dire del fotovoltaico a terra.

Il problema della scelta del sito dove istallare le pale segue naturalmente i criteri e gli obbiettivi dell’approccio industriale: minor costi e più redditività, quindi maggiori profitti. Numero uno: trovare un luogo facilmente raggiungibile con mezzi pesanti e molto ingombranti. Numero due: scegliere un luogo dove il vento soffi per la maggior parte dell’anno e la cui velocità sia sufficientemente alta, ma mai eccessiva, altrimenti il sistema si blocca.
Peccato che in Italia, durante l’estate, abbiamo calma di vento praticamente dappertutto. Ma anche le condizioni atmosferiche invernali del luogo prescelto non devono essere estreme, per non interferire con il funzionamento delle pale.

Per il resto (sempre per la logica industriale sopra citata) non si va tanto per il sottile.
Non si guarda se il luogo prescelto è situato in vicinanza di abitazioni. Non si pensa ai mammiferi che vi abitano, agli uccelli di passo o che ci nidificano stabilmente, agli alberi e alla vegetazione che dovrà essere sacrificata per realizzare l’impianto con tutti gli annessi e connessi per il trasferimento dell’energia (centraline, cavi ecc..). Non ci si ferma davanti agli sbancamenti, milioni di metri cubi di terra e roccia per creare le nuove strade necessarie per raggiungere i siti, strade che dovranno sopportare automezzi carichi di tronconi di cemento prefabbricati pesanti centinaia di tonnellate.
L’ambiente? Il paesaggio? I valligiani e i contadini? Tutti sacrificati sull’altare della grande 2svolta ecologica.

Sappiamo degli impegni dei governi – vedremo se saranno rispettati – per ridurre le emissioni di CO2 e rispondere al velocissimo aumento della temperatura terrestre che preoccupa non poco gli scienziati e l’opinione pubblica. Nulla si dice, però, delle pressioni esercitate dalle imprese interessate alla realizzazione degli impianti di rinnovabili, allettate dai sicuri profitti garantiti dagli incentivi pubblici.
Grazie a questi incentivi, dal 2005 in avanti, i grandi produttori di energia da fonti rinnovabili hanno goduto di guadagni costanti e sicuri, scaricando i costi di questa operazione sulle bollette dei consumatori.
E così, mentre si elargiscono lauti compensi agli industriali poco o nulla viene detto e fatto per attivare un percorso di risparmio energetico veramente efficace. Per raggiungere i nuovi obiettivi della UE, Il nuovo PNIEC, cioè Il ministro Cingolani prevede al 2030 la produzione di 27 GW da fonti programmabili (idroelettrico, biomasse e geotermico) e ben 87 GW da fonti non programmabili (eolico e fotovoltaico) per un totale di 114 GW da fonti sostenibili. Si tratta quindi di un + 58 GW da rinnovabili non programmabili (eolico e fotovoltaico) in nove anni [Qui].

Gianluigi Ciamarra, Italia Nostra Campobasso, ha fatto un po’ di calcoli [Vedi qui]. Per l’attuazione della politica green allo studio del Governo è previsto un importante sacrificio non solo economico, ma soprattutto ambientale e culturale a carico nostro e delle future generazioni. Raggiungere entro il 2030 una produzione di ben 70 miliardi di Watt, triplicando in 9 anni la potenza installata di eolico e fotovoltaico agrario, significherebbe tappezzare 5.000 km di crinali appenninici con altissime macchine eoliche – le macchine di nuova generazione misurano 260 metri di altezza, pari ad un grattacielo di 80 piani – e ricoprire con estesi impianti solari oltre 200.000 ettari di terreni sottraendoli all’ agricoltura.

Come già accennato, accade che in Italia siano le regioni del Centro e del Sud – le aree meno industrializzate e meno popolate e quindi anche meno soggette alla produzione di gas climalteranti – a pagare per le maggiori quote di CO2 prodotte nelle regioni del Nord e nelle aree più industrializzate e popolate.
E’ nelle prime (Sardegna, Calabria, Puglia, Sicilia, Molise, Basilicata, la Tuscia nel Lazio e gli Appennini in Emilia e Toscana) infatti, che sono stati autorizzati e realizzati la maggior parte degli impianti eolici, imponenti, invasivi del territorio e deleteri per l’ambiente e il paesaggio.

Dalle scelte di politica energetica dei nostri governi, passati e presenti, sembra proprio che il futuro delle aree interne del Centro e Sud Italia debba passare dalla realizzazione di centinaia di nuovi impianti di rinnovabili, che non creano occupazione e allontanano i sogni di sviluppo turistico e culturale di bellissimi territori, prima incontaminati, poi trasformati, ancora una volta, in terre di rapina (land grabbing).

Per il fotovoltaico accade più o meno la stessa cosa. Centinaia di ettari di terreno agricolo e pascolo sono sottratti alla produzione del settore primario per essere sacrificati sull’altare dell’energia pulita. Il suolo non vive più come tale, ma solo quale supporto per i pannelli e le infrastrutture necessarie al loro funzionamento. Tutto ciò va ad incidere profondamente sull’equilibrio di un territorio, trasformandolo in un “non luogo”, espropriandolo della sua specificità ed unicità paesaggistica.

Tra l’altro, dobbiamo constatare che, nonostante l’istallazione di decine e centinaia di nuovi impianti di rinnovabili, non è stato ancora chiuso nessun impianto a fonti fossili, a cominciare dal carbone
Lo dicono i numeri. Scriveva Enzo di Giulio il 6 settembre scorso sulla rivista online Energia: “Nei primi sei mesi del 2021 le emissioni (di CO2 n.d.r.) generate dal settore elettrico mondiale sono aumentate del 12% si legge nel nuovo Global Electricity Review che Ember (think tank indipendente sul clima e l’energia, focalizzato sull’accelerazione della transizione dell’elettricità globale dal carbone al pulito n.d.r.) lancia con lo sconfortante slogan “Building back badly” (Ricostruire male). Un dato che fa vacillare anche il secondo pilastro della strategia globale: non solo l’elettricità pulita continua a non penetrare nei consumi finali, ma ora le rinnovabili non riescono neanche a decarbonizzarla” [qui].

La domanda globale di elettricità, infatti, da gennaio a giugno 2021 è cresciuta del 5% rispetto ai mesi pre-pandemia, superando abbondantemente la crescita dell’elettricità pulita, che ha potuto soddisfare solo un 57% della domanda totale, il restante 43% è stato coperto da un aumento dell’energia da carbone ad alta intensità di emissioni.
Da qui si comprende come
la crescita economica imponga un continuo aumento di consumi energetici; anche se ci illudono con le nuove auto a elettricità, con la realizzazione di migliaia di pale eoliche e centinaia di ettari di pannelli a energia solare, la crescita del PIL impone maggiori consumi di energia, in una rincorsa senza tregua.

Alla fine, dovremo farci una domanda, molto scomoda: ma siamo proprio sicuri che, quando avremo ricoperto le regioni del Centro e del Sud Italia di pannelli solari e di pale eoliche, avremo davvero diminuito le emissioni di gas serra? O non avremo inutilmente deturpato e distrutto per sempre gran parte del nostro patrimonio paesaggistico e naturale? Complimenti!

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Marina Carli

Nata x sbaglio a Ferrara, migrata in Toscana per studiare vi è rimasta per amore degli ulivi e delle viti, a cui ha dedicato gran parte della sua vita di studentessa e di agronoma, promuoverndone la cura attraverso tecniche agricole migliorative di agricoltura biologica, ed imparando ad apprezzarne i prodotti nei panel di assaggio. Hobbies: appassionata di cicloturismo. Politicamente: impegnata nel movimento femminista, nel movimento No Tav, nel Consumo critico e nel volontariato a favore delle persone migranti. Ma la vera aspirazione della sua vita è’ fare la contadina… e prima o poi ci riuscirà!

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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