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L’aggressività ai tempi della pandemia

 

Ci sono interrogativi che continuiamo a porci e che regolarmente restano senza risposta, come ad esempio il perché dell’aggressività. Un interrogativo a cui tendenzialmente rispondiamo confondendo i sintomi con le cause. La guerra, come causa delle violenze, ora la pandemia, come causa del disagio giovanile, che sfocia in atti di violenza tra coetanei.

Se fosse così, tutto sarebbe comprensibilmente semplice: cessata la guerra cessano le violenze, scomparsa la pandemia, rientrano il disagio giovanile e con esso gli episodi di aggressione.
Nel dare risposte ai nostri interrogativi tendiamo ad essere condizionati dalle contingenze e dai contesti.

Per cui che un branco di ragazzotti meni un compagno con insulti omofobi e con inni a Mussolini sia un segno dei tempi della pandemia, come ai tempi del colera, francamente andrà bene per farci il pezzo di cronaca o un convegno sull’adolescenza, ma non certo per avere consapevolezza di quello che accade.

È il vizio degli adulti che stanno a guardare e che, una volta individuate le categorie entro le quali classificare il fenomeno, pensano di aver spiegato il mondo e quindi di essere intellettualmente in pace con se stessi.

Freud [Qui] ci ha insegnato che l’aggressività è un dato costitutivo della natura umana, espressione del conflitto tra Eros e Thanatos. Tra il principio di morte e il principio del piacere. Il piacere è vivere, abbracciare la vita contro ogni miasma mortifero, contro i becchini delle nostre esistenze, contro chi coltiva aggressioni e violenze.

Ad Einstein [Qui], che gli scrive interrogandolo sul perché della guerra, Freud risponde che l’aggressività non si può abolire, ma si può indirizzare, deviarla, si può incanalarla, cercando di far emergere l’Eros piuttosto che il Thanatos.

Siamo al dunque. Non siamo necessariamente aggressivi, una pandemia non rende più aggressivi di quanto lo si possa già essere.

Se l’aggressività ci prende, ci fa sbandare, ci induce a violare l’altro come noi, a sottometterlo ai nostri ricatti, ai nostri calci e pugni, al nostro essere branco, è perché qualcuno, che doveva crescere la nostra vita, dalla famiglia alla società, non ci ha insegnato a dirigere le nostre pulsioni aggressive verso la costruzione e la pratica di valori positivi, verso la realizzazione di noi stessi. Non abbiamo incrociato la mano giusta, quella in grado di aiutarci a deviare l’istinto di morte, come dice Freud, per impedire che potesse inquinare la nostra vita e quella degli altri.

Se si legge il Rapporto Istat del 2020 [Qui], al paragrafo La società italiana sotto il lockdown, emerge l’immagine di un paese coeso, con un elevato senso civico, al clima familiare vengono associate parole positive, come ancora di salvezza e fonte di serenità.

Questo quadro dell’Istat nemmeno un anno dopo sembra incrinarsi profondamente, di fronte alle proteste di piazza per le libertà conculcate, ai traumi sociali di giovani costretti alla segregazione.

L’incontro con il male sconosciuto, sempre latente, ha fatto sì che l’aggressività dei più fosse ‘deviata’ a difendere la propria vita e quella degli altri. Ma c’è anche chi quella aggressività ha scelto di orientarla verso Thanatos, scendendo in piazza contro i primi.

‘Vita’ e ‘morte’ sono i poli della violenza e di ogni aggressività e tra questi poli siamo chiamati a scegliere. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che senza aggressività non saremmo neppure assertivi, vivremmo senza progetti e senza conflitti.

L’aggressività è un elemento positivo della nostra umanità. Il tema è quello che pone Freud. L’aggressività va deviata, va orientata, va convogliata verso la vita e non verso la morte, per costruire non per distruggere. È dunque opera educativa dacché veniamo al mondo.

Il buon Rousseau [Qui], che non credeva nel peccato originale, nell’innata cattiveria dell’uomo, pensava che ognuno di noi in natura nasce buono e che a corromperlo sia la società, quindi la stessa educazione.

Ora, noi non alleviamo i nostri ragazzi e le nostre ragazze come tanti Émile, lontani dagli influssi della vita sociale, i nostri crescono tra la famiglia, la scuola e la società, luoghi di conflitti e di contraddizioni.

Tante ‘comunità educanti’, per riprendere questa espressione alquanto ipocrita tornata di moda. Perché che una comunità sia educante è tutto da dimostrare, come è da dimostrare che siano educanti la famiglia, la scuola, la società.

Famiglia, scuola e società perseguono fini educativi che vanno per conto loro, che non hanno mai avuto come obiettivo i giovani, ma come semmai difendersi dai giovani, o come sfruttarne la gioventù.

Chi salva i giovani? L’ipocrisia degli adulti? Quella che non manca mai, che denuncia l’arroganza della loro incoerenza, quella che i giovani come Greta additano alle nuove generazioni, perché apprendano a riconoscerla e a difendersi da essa.

Chi dovrebbe incanalare l’aggressività di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi, fin dalla prima infanzia, da Thanatos a Eros? Quid Game? Se mai serviva, la serie televisiva ha squarciato il velo sull’inettitudine educativa di tanti adulti, a casa come a scuola, degli interessi sociali che sono sempre e prima di tutto di mercato.

Dell’ipocrisia, con cui ci stracciamo le vesti ogni volta che ci troviamo di fronte ad atti di bullismo, di sopraffazione, di squadrismo giovanile, come se il mondo adulto ne fosse esente e non ne fosse corresponsabile.

Euripide [Qui] scriveva più di 2500 anni fa: «Beato l’uomo che ha conquistato la sapienza / che nasce dallo studio della natura; / nessun danno egli reca ai cittadini, / azioni ingiuste non compie, / ma esamina l’immutabile ordine della natura / immortale, cosa la formi, / e come e perché: / non v’è posto nel cuore di un tal uomo / per il proposito di azioni ingiuste».

Dov’è chi possa oggi offrirsi ai giovani, per accompagnarli e assisterli lungo la strada suggerita dal poeta tragico greco? La famiglia, la scuola, la comunità educante?

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Una volta libere

 

Il concetto di libertà, qualsiasi elemento includa, si basa sulle restrizioni che è in grado di scavalcare. 

La libertà che possiamo vantarci di avere in Italia non sarà mai assoluta ed idilliaca ma ci permette comunque di regolare le nostre vite nell’agio più consono alla comunità.

Nonostante le varie restrizioni sociali e la consapevolezza che per vivere in una comunità efficiente non si potrà mai aspirare all’anarchia più assoluta, a volte le nostre possibilità vengono messe in evidenza da avvenimenti a discapito di altri.

Ora, immaginate di essere una giovane donna, vent’anni e non di più, e di essere cresciuta nella consapevolezza che con il duro lavoro saresti potuta arrivare ovunque; che il trucco lo puoi mettere se ti fa sentire ancora più in linea con te stessa; che non hai paura di non sposarti, perché ti basti da sola. 

Ed ora immaginatevi un muro, uno sfondo così nero da non poterne vedere né l’inizio né la fine. Nulla esiste più. 

In quanto donna, devi sparire, confonderti con questo sfondo e ascoltare passivamente quello che ti è stato comandato di fare. Devi sperare di scappare dalla tua casa e di riuscire a vivere senza il trauma di essere stata un bottino di guerra.

L’Afghanistan del 2021 è questo: macerie di speranza e lacrime di imprigionati. 

Il viso interamente coperto da un velo e la compagnia obbligatoria di un uomo ad ogni uscita;. Immagini di donne lavoratrici strappate dai muri. 

Nonostante questo, le donne di Kabul e di Herat scendono nelle strade controllate dai talebani, con il viso scoperto ed agitando cartelli, chiedendo pari diritti agli uomini e la possibilità di partecipare alla vita politica del paese.

 Riunite sotto il nome di “Women’s Political Participation Network”, sfidano il governo con la costante consapevolezza di poter perdere la vita.

 “Dopo la formazione del governo talebano, tutte le donne devono tornare a lavorare. Non permetteremo a nessuno di minare i risultati ottenuti negli ultimi venti anni”, Shabana Tawana, manifestante

La possibilità della morte si dissolve davanti all’aspettativa di retrocedere alla condizione di vent’anni fa. 

Personalmente penso che una volta vissuta la possibilità di vivere a pieno non si possa più tornare indietro, e credo con tutta me stessa che indipendentemente dal risultato che queste donne avranno, un segno permanente verrà lasciato.

Perché alla fine cos’è la libertà se non la lotta stessa per ottenerla?

Kabul:  Le donne afgane manifestano: [guarda il video]

Leggi e firma la Lettera Aperta per chiudere l’orrore del carcere di Guantanamo [clicca Qui]

Feriae Augusti

 

Il tempo passa inesorabile e con un battito di ciglia ci ritroviamo a metà agosto di questo secondo anno di stallo pandemico. La settimana di ferragosto è vista da molti come i sette giorni di svago estivi che la carriera gentilmente ci concede, mentre per i più giovani è semplicemente sinonimo di divertimento. Ma cos’è veramente ferragosto e da cosa si origina?

Si tratta innanzitutto di una festa di origine pagana, assimilata e resa popolare nel mondo in seguito dalla Chiesa cattolica.
Il suo nome deriva infatti dal latino “feriae Augusti” (le ferie e per l’appunto il riposo di Augusto), in onore di Ottaviano Augusto, che le istituì nel 18 a.C.
Si trattava fondamentalmente di un periodo di riposo e di festeggiamenti che si aggiungeva alle già esistenti festività, come ad esempio i Consualia – feste che celebravano la fine dei lavori agricoli in onore di Conso, dio della terra e della fertilità.- cadenti nello stesso mese.
Nel VII secolo la festa fu inglobata nella religione cattolica, ragione per cui molte persone danno a questa festa una connotazione strettamente religiosa. La Chiesa, fece coincidere questa data con l’Assunzione di Maria: secondo la tradizione infatti, il 15 di agosto, conclusi i suoi giorni sulla Terra, la Vergine fu assunta in Paradiso sia con il corpo che con l’anima. 

I caratteri attuali del Ferragosto sono stati però istituzionalizzati durante il periodo fascista che organizzava sagre e gite fuori porta: nel 1931 vennero creati dei “treni popolari speciali”, inizialmente di sola terza classe, che davano la possibilità ai passeggeri di raggiungere località turistiche a prezzi molto scontati durante questo periodo.

Questa festa così comune nel nostro immaginario nazionale ha tuttavia una diffusione ridotta. In molti paesi cattolici, il 15 di agosto è festivo solo dove viene celebrata la festa denominata dell’Assunta (e non Ferragosto), viene dunque festeggiato come festa prettamente religiosa cancellando il suo passato pagano.             

In Europa, gli altri paesi con cui condividiamo i festeggiamenti tradizionali, sono parecchio vicini a noi: parliamo della Repubblica di San Marino e del Canton Ticino; tuttavia ultimamente il 15 di agosto sta diventando popolare anche oltremare con connotazioni differenti: In Canada la festa si chiama Acadian day ed è in onore della prima colonia fondata in quel territorio. Istituita il 15 agosto 1884 come festività dedicata anche a Maria, patrona degli abitanti di quella colonia. In India gli abitanti fanno un bagno in mare credendo che farlo in quel giorno dell’anno abbia effetti positivi sulla salute facendo coincidere questo anniversario con la data della propria indipendenza dal Regno Unito.

LA MIGLIORE SICUREZZA:
rispondere ai bisogni di tutti, a partire dai più deboli

 

La pandemia ha messo in evidenza tutte le fragilità delle nostre società diseguali, dissipatrici, e senza regole. Molti sono i pericoli ai quali ci siamo assuefatti: dai morti per incidenti stradali, alle guerre che hanno andamento endemico in ampie aree del mondo. Tuttavia, l’improvvisa e rapida comparsa di un nemico sconosciuto, come il coronavirus, nei confronti del quale non ci sono ancora sufficienti difese, ci trova impotenti.

Questo virus scuote profondamente i miti del progresso e della crescita illimitata, la fiducia nella possibilità di controllo e di dominio da parte della tecno-scienza, mettendo in discussione alcune fondamentali certezze e ribaltandone il significato.

Il primo concetto che perde di significato è quello di difesa: siamo abituati a pensare che ci si difenda alzando muri, chiudendo porti e confini con eserciti militari. Ma di fronte a questo nemico invisibile le armi non servono. Anzi, proprio l’aver destinato grandi risorse alle spese militari, sottraendole ad esempio alla sanità e alla ricerca, ci rende più indifesi. Il nostro sistema sanitario universalistico, che pure è uno dei migliori al mondo, vacilla e lamenta la mancanza di attrezzature e di medici.

Il COVID19 ci insegna dunque che il modo migliore di creare sicurezza è avere una società organizzata in modo tale da rispondere ai bisogni di tutti, a partire dalle fasce più deboli. Una società di questo tipo saprà garantire anche le proprie ‘difese immunitarie’ contro i pericoli, interni ed esterni, che possono minacciarla, sviluppando l’uso corretto del potere da parte di ciascuno, le capacità di autogoverno e di resilienza, nonché forme organizzate di difesa popolare nonviolenta che i movimenti per la pace da tempo propongono.

Un altro importante ribaltamento di significato è quello del concetto di isolamento. Da Trump a Salvini a Orban, le destre sovraniste di tutti i continenti hanno rispolverato un nazionalismo pericoloso e fondato sulla cultura individualista imperante, legittimata dal pensiero unico neo-liberista. Espressioni come ‘Prima gli Italiani’ o ‘America first’, creano un isolamento, una barriera tra noi e gli altri, visti come nemici e dai quali distinguerci e separarci. È un isolamento che chiude agli altri, teso a difendere i propri privilegi, e interessi, a scapito della propria umanità.

L’isolamento al quale ci costringe il COVID19 ha invece una diversa connotazione. Serve sì a proteggere noi stessi, ma allo stesso tempo, protegge anche gli altri, perché nessuno sa se potrebbe essere un veicolo di diffusione dell’epidemia. Il COVID19 non risparmia nessuno, colpisce poveri e ricchi, giovani e anziani, al Nord come al Sud, non fa differenze di sorta. Anche chi pensa di essere più forte, potente, attrezzato, in realtà è fragile come tutti: non c’è ricchezza, potere, posizione che tenga.

Tutti hanno bisogno dell’aiuto degli altri, perché NESSUNO SI SALVA DA SOLO.

È la rivincita della solidarietà contro l’individualismo. Riusciremo a realizzare, dopo questa emergenza, un diverso rapporto tra noi e con l’ambiente che ci ospita?
Queste emergenze, climatica, sanitaria, migratoria, ci obbligano a cambiare passo, recuperando valori di solidarietà e sobrietà, che aprono una possibilità di futuro sostenibile per tutti. Proprio come è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, quando si è avvertita l’esigenza di creare istituzioni, come le Nazioni Unite, che si ponessero come strumenti alternativi per la risoluzione delle controversie internazionali. In realtà l’ONU oggi è una istituzione troppo debole e priva di reale potere nel gestire le relazioni internazionali.

Oggi il vaccino ci porterà forse fuori dall’emergenza, ma non ci risolverà il problema di una diversa consapevolezza che richiede un ambiente inclusivo.

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

La pandemia non si combatte coi soldi ma con la buona politica

Le prime istituzioni scese in campo per combattere la pandemia da Covid 19 sono state le Banche Centrali. Lo hanno fatto supportando le crescenti spese e le mancate entrate degli Stati con iniezioni di liquidità nel sistema, attraverso l’acquisto di titoli di stato e la concessione di prestiti a tassi agevolati, a volte addirittura a tasso negativo (cioè regalando soldi).
Rispetto al passato i bilanci delle Banche Centrali si sono gonfiati a dismisura, certo il fenomeno era iniziato già dopo la crisi del 2007-2008 ma i dati confermano che nell’ultimo anno si è notevolmente accentuato. La Bce è passato dai circa 2.000 miliardi di euro del 2008 ai 4.671 miliardi del 2019 (come si può vedere dal grafico di seguito), per arrivare agli oltre 7.000 miliardi di euro a dicembre 2020

Di questi 7.000 miliardi risultanti dal rendiconto del 25 dicembre 2020 risultavano alla voce “Titoli detenuti a fini di politica monetaria” ben 3.704 miliardi, segno che la Bce detiene gran parte del debito sovrano dell’eurozona.
Bankitalia, dal canto suo, aveva chiuso il 2019 con un bilancio di poco più di 960 miliardi, come si vede dall’infografica seguente

Al 31 ottobre 2020 era già a 1.279 miliardi con in pancia ben 523 miliardi di “titoli detenuti per finalità di politica monetaria”, quindi quasi la metà del suo bilancio è costituita dai nostri titoli di stato.
Dall’altra parte dell’Oceano la Federal Reserve non è stata da meno passando dai circa 4.059 miliardi di dollari del bilancio 2019 agli oltre 7.000 miliardi di Agosto 2020

Anche qui, come si vede chiaramente in verde, quasi 4.500 miliardi sono di Treasury Bonds, ovvero titoli del tesoro americano.
Gonfiare i bilanci delle banche centrali è qualcosa che abbiamo scoperto essere possibile dal 2008 anche se la Bce ha cominciato a farlo, con colpevole ritardo, solo dal 2012. Questi bilanci si ampliano comprano titoli di stato e questo permette agli Stati di spendere senza che si alzino troppo gli interessi, il 2020 ci ha dimostrato che si può non solo esagerare ma che quasi la totalità dei deficit messi in atto o programmati dai vari governi possono essere quasi interamente coperti da un’attenta politica monetaria delle banche centrali.
Nel 2021 ci resta da imparare che questo però non basta, che c’è bisogno in contemporanea anche della politica fiscale e programmatica degli Stati. C’è bisogno, insomma, che questi soldi vengano spesi con programmi stabili dedicati alla crescita, alla ricerca sanitaria e scientifica, all’istruzione e ai giovani senza togliere agli anziani, perché non c’è assolutamente bisogno di creare lotte generazionali o di togliere a qualcuno per dare ad altri.
Il 2020 e l’economia monetaria da Covid 19 dovrebbe averci insegnato che i soldi non sempre sono un problema e che il punto non è più come trovarli ma come spenderli in maniera coerente per uno sviluppo sostenibile, solidale e magari anche green. Soprattutto, senza dar vita a conflitti sociali e possibilmente senza lasciarsi dietro troppi cadaveri.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

GLI SPARI SOPRA
2020, l’anno in cui non siamo stati da nessuna parte

Io sinceramente di questo 2020 non c’ho capito un cazzo, non so voi. Un anno che non passa mai, ma che è volato via come uno starnuto.
Mi viene in mente il diario del Che in Africa L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte, un mondo allo sfascio dove gli oppressi rimangono tali e gli sfruttatori pure, dove quasi tutti noi diamo il peggio di ciò che abbiamo. Dove chi lavora in prima linea combatte ogni giorno per la sopravvivenza dell’umanità, mentre nelle retrovie ci si scanna per una razione K in più.

Siamo una nazione che ragiona per opposte fazioni, Bartali e Coppi, Mazzola e Rivera, economia e salute. Prima noi e dopo gli altri, in un turbine di incongruenze, dove si parteggia per se stessi camuffandosi da popolo.
Nessuna unità d’intenti, governo e opposizioni, opposti personalismi, parole scontate (comprese le mie).

Mille domande e mille titubanze su ciò che non sappiamo, ma poi adoriamo i feticci da migliaia di anni, la mascherina ti uccide, il virus no, il vaccino non è sicuro, ma poi si calano due Viagra a weekend, tuteliamo i nostri diritti, siamo in una dittatura che ci toglie la libertà di infettarci e infettare. “Vogliamo essere sicuri, mica abbiamo l’anello al naso, ci volete fregare, diventeremo schiavi di Bill Gates, il 5G ci traccerà dappertutto” farnetica il social compulsivo mentre posta il milionesimo selfie con la bocca a culo di gallina.
Vorrei scendere da questo turbinio di notizie, dalla pletora di post copiati senza la ricerca di una minima, fottuta fonte.

Una classe politica specchio della peggior caratterizzazione razzista dell’italiano che sbarcava a Coney Island.
Nel marasma di governo e opposizione, nell’orgia di esperti e incompetenti seriali, impresari e imprenditori, operai e partite iva.
Imposte sul valore aggiunto dell’umanità.
Chi parteggia per il governo che lo rappresenta, chi parteggia per l’opposizione che lo rappresenta, io che sono rappresentato, a occhio e croce, da un quasi nulla parlamentare, credo che al netto dei tanti errori, nel tanto benaltrismo, negli innumerevoli tira e molla o apri e chiudi, se al governo ci fosse stata l’attuale opposizione i morti e la bagarre sarebbero stati di molto superiori.
Si sa, la storia non si fa con i se e tanto meno con i ma, e nulla è ovviamente più opinabile di una opinione.

A febbraio il mondo si è ritrovato all’interno di un film catastrofista di terza serie, dove un virus letale minacciava il mondo intero. Nessun Brad Pitt, era però pronto a salire su un aereo militare per scovare la fonte del contagio tra mille peripezie e salvarci da noi stessi incolpando un innocuo pangolino… mentre ci mangiamo felici uno spiedino di pipistrello.
Dopo quasi un anno abbiamo ancora la voglia ossessiva di additare il colpevole, quando il baco è nel sistema. La solidarietà è diventata motivo di vergogna, aiutare chi è in difficoltà ci pone sempre di fronte a un bivio, è dei nostri o no?
Perché se non è dei nostri, non va aiutato, anzi e lui stesso una concausa del male.

Quanto ci piacevano le lenzuolate di privatizzazioni, quanto eravamo felici nel vedere gli imprenditori fagocitare la sanità, com’era bella quell’idea del preside dirigente della scuola pubblica, in tanti gridavano “libertà!” Quando il privato si faceva finanziare con soldi pubblici.
E ora, cosa si fa? Parola torna indietro?

Non vorrei ricadere come sempre nel mio trito e ritrito slogan che pressappoco cita così: il problema non è la pandemia, ma il capitalismo.
Vorrei fermarmi prima, mi piacerebbe riconoscere, tra mille immagini farlocche, quelle vere. Mi piacerebbe che si desse più risalto a chi davvero combatte per distruggere questa torre di Babele avvelenata dalle radici.
Dopo la seconda stella a destra esisterà davvero un mondo anarchico che si dota di regole prima che gli altri le facciano per lui, saremo ancora in tempo oppure, dopo avere avvelenato l’ultimo fiume, pescato l’ultimo pesce, ucciso l’ultimo bisonte, ci ridurremo a mangiare le banconote che escono dalle banche? (Tatanka Yotanca).

Si parla di terza ondata, mentre ancora stiamo affogando nella seconda.
Politici, imprenditori e persone comuni utilizzano il termine libertà per indicare la schiavitù dell’ignoranza. Siamo disperati perché ci rubano il Santo Natale, ci tolgono la possibilità di riunirci con i parenti anche anziani, magari di infettarli, tanto sono vecchi, sono inutili, sono un prezzo consono, tanto muoiono sotto il fuoco amico.
La disumanizzazione del nemico è uno dei metodi utilizzati dagli eserciti, dai dittatori e dagli sterminatori di tutti i tempi per alleggerire l’anima dei soldati e dei carnefici. Questo metodo inconscio (o forse no), in questo mondo fetido di questo fetido 2020, viene utilizzato da una parte della classe dominante per individuare il rischio accettabile, quel pericolo per magnitudo che ben conoscono gli operatori della sicurezza quando valutano il rischio.
Cioè per ritornare a far galleggiare l’economia è ben plausibile una qualche decina di migliaia di morti in più, un po’ come quel migliaio di morti da portare al tavolo delle trattative di cui farneticava il pelato di Predappio.

Una ruota che gira a discapito di tutto e tutti, mille scuse da addurre ognuno al proprio egoismo. Non possiamo lasciar soli gli anziani quindi abbracciamoli in questa stretta mortale. Non possiamo chiudere le attività, perché poi i morti saranno mille e mille di più…
Lo sci, le piccole imprese, e il governo che fa? Studia app inapplicabili con l’aiuto di esperti che aprono e chiudono compulsivamente l’interruttore delle nostre vite.

I conti si faranno alla fine, che non mi pare imminente. Noi, ognuno inserisca la propria categoria, speriamo d’esser tra quelli che contano e non tra quelli che saran contati.

GLI SPARI SOPRA
La ricerca di un futuro

In Italia, ora più che mai servirebbe una partito che si richiamasse ai valori di Enrico Berlinguer, alla modernità della sua opera e del suo pensiero. Concetti e parole inserite profondamente nel Comunismo Italiano, fonte di democrazia e di ideali per quattro generazioni di persone. Andato disperso e abiurato dalla fine del secolo breve fino a questo secondo decennio del ventunesimo secolo. In molti lo decantano, addirittura gli avversari politici ne tessono le lodi, ma la sua figura fa ancora tremendamente paura perché davvero dei dirigenti di una qualche sigla politica si ispirino a lui per il futuro, per il prosieguo del tempo che scorre rapido. Non esiste una avanguardia in Italia, che nel suo nome cerchi di aggregare dei compagni per realizzare davvero qualche cosa di nuovo. Esistono sigle politiche che espongono la sua effige nelle sedi, come ricordo o come santino, ma non ripercorrono le sue idee, le hanno abbandonate da decenni. Almeno quattro altri partiti espongono l’effige della falce e del martello non come elemento aggregante o come i simboli del lavoro, motivo per cui nacquero un paio di secoli orsono, ma come medaglie di purezza esclusive e non inclusive. La bandiera rossa è stata gettata nel fosso da tanto, troppo tempo, sotto l’immagine di Enrico nessuno mai ha voluto costruire unità e forza del progresso e popolo.

La parola democrazia deriva dal greco, ed è composta dai termini demos (che significa “popolo”) e kratos (che significa “potere”), Potere al Popolo, queste sono le basi del Marxismo. Questo concetto pone le idee di Berlinguer sul piedistallo della modernità, senza bisogno di ricordare le deviazioni che molti governi Comunisti presero dalla rivoluzione d’ottobre in poi.

Sommossa popolare, appunto per portare al potere gli ultimi, gli sfruttati, i braccianti, gli operai, quelli che nei millenni mai ebbero diritti e voce in capitolo, sfruttati e vilipesi dalla notte dei tempi. Tale rivoluzione avvenne però nella nazione meno preparata ad accoglierla, quella grande madre Russia che non aveva una classe operai forte e consapevole, ma era per lo più composta da braccianti che solo pochi decenni prima erano ancora servi della gleba, la nazione che mai Marx individuò come avanguardia per le masse popolari.

Dico questo perché il pensiero comune continua ad additare il Comunismo realizzato col Comunismo reale. L’Euro comunismo di Berlinguer, e ancor di più l’anomalia italiano porsero il più grande partito dei lavorati del mondo libero a traino di una terza via, mai davvero cercata e né tantomeno seguita dai referenti delle sinistre dopo il giugno del 1984.

Ora che non esiste più un mondo diviso in blocchi, dove l’Est ha superato l’Ovest nella ricerca del profitto per pochi a discapito degli ultimi, le idee di Berlinguer diventano una necessità.

Io credo che in tanti, troppi vedano Enrico come una foglia di fico, dietro cui nascondere la propria lontananza dai suoi ideali.

Un mondo raggrinzito e ammalato intorno al concetto di capitale, bolso e senza respiro, in questi tempi di pandemia, dove esiste solo una classe sociale che continua ad aumentare i profitti a discapito di tutti gli altri, dipendenti, artigiani, commercianti, operai, tutti in lotta tra loro per in dicare chi più di altri è fonte di privilegio. Accomunati da un unico nemico, che viene dall’Africa, quella massa di diseredati che servono ai partiti, quasi tutti, per sottolineare le differenze e per conservare quelle briciole di pane che i padroni del vapore spargono alle masse intrise di cattiveria e con la bava alla bocca, con la paura che l’ultima scaglia di pane duro venga utilizzata per nutrire chi sta peggio di noi.

Una grossa parte della classe operaia che non è più classe, che non ha più coscienza di se si è imbruttita nelle idee, instillate goccia a goccia da anni di propaganda revisionista. L’analfabetismo funzionale ha superato quello di ritorno, un popolo senza età che si informa sui social media, che posta e riposta immagini di pensieri altrui. Un solo piccolo e maledetto virus sta squassando il mondo conosciuto, portando alla luce decenni di sfruttamento della natura in maniera malevola e senza criterio, sistemi all’apparenza democratici dove chi ha i soldi si cura, mentre gli altri vengono lasciati annegare, non solo in maniera figurativa. Un sistema agli sgoccioli dove privato e privatizzazioni, ricercate da schieramenti centripeti hanno portato all’evaporazione del Welfare, dove la sanità pubblica è diventata azienda e la sanità privata si arricchisce con i soldi dei contribuenti, oltre che dei pochi privilegiati che ne possono disporre.

Un mondo dove la scuola è sempre ai margini dei programmi di partiti sempre più simili, dove nemmeno Lombroso riuscirebbe a riconoscere gli uni dagli altri.

Sono ripetitivo e limitato nei miei grezzi concetti, forse perché alle volte spero che qualcuno, migliore di me riprenda da terra quella bandiera rossa e la sventoli, come una guida turistica sulla piana di Ghiza e dove un popolo, davvero unito la segua, nella ricerca di una utopia necessaria e non più procrastinabile.

Dolce Enrico, mi piacerebbe che ti staccassero dalle cornici entro le quali sei stato relegato in questi trentasei anni, mi piacerebbe che tu stesso potessi togliere la polvere della tua dignità troppo spesso usata come paravento.

Si lo vorrei davvero un partito di ispirazione Berligueriana, dove potermi sentire a casa, dove poter credere che il mio piccolo contributo possa essere una briciola di sabbia, per costruire un argine contro l’abbruttimento di questi tempi. Dove le mie idee possano confrontarsi e confondersi con quelle di tante compagne e compagni, senza l’assurda ricerca della purezza, senza lucidare troppo la falce, senza dibattere sul tipo di martello (da carpentiere, da muratore, da montatore meccanico, ecc.).

Berlinguer non solo come oggetto di ricerca o peggio di culto (lui lontano anni luce dal culto della personalità) ma come pensiero critico, vivo, da ritrovare, da ripercorrere, una ricerca di un futuro migliore, radicale, non moderato, ma inclusivo, alla ricerca della diversità e dell’impurezza.

Io credo che solo in questo modo, solo avendo ben chiaro il passato si possa sperare in una rinascita, una luce in un futuro che ora a me sembra troppo cupo, anche solo per ricercare la speranza.

Rossana Rossanda, una compagna del secolo scorso

A pochi giorni dalla morte di Rossana Rossanda si possono scrivere tantissime riflessioni sulla sua vita personale, sulla storia della sinistra europea,  sui grandi successi degli anni sessanta e settanta o sulle  grandi sconfitte degli anni ottanta, sulle delusioni degli anni seguiti al crollo del muro, sul comunismo reale e su quello ideale, sulla storia dei litigi fra intellettuali di sinistra e di destra in Italia e cosi via.
Ma in fondo, chi si ne frega per un vecchio album di famiglia della Sinistra Italiana di una volta?  

Ma per me, piccolo fratello del movimento del ‘68 in Germania,  gli scritti e gli interventi politici e d’arte della Rossanda sono stati per lunghi decenni interessanti e stimolanti, sebbene non abbia sempre condiviso tutte la sue spesso feroci difese del comunismo, inteso come progetto per salvare l’uomo e risolvere tutti i problemi della terra.
Noi tedeschi abbiamo sulle spalle un comunismo reale molto diverso dal comunismo ideale professato in Italia da tanti intellettuali e politici di sinistra. 

Ma, nonostante alcune posizioni diverse sulla politica italiana ed internazionale, si poteva imparare molto da Rossana Rossanda.
Personalmente mi ha sempre impressionato la sua capacità di pensare insieme la “storia grande” (dei partiti, dei movimenti di massa, dello Stato) e la “storia piccola”, quella personale e spesso drammatica e molto dolorosa di ognuno di noi. Non si fa politica, non si scrivono interventi solo per la salvezza degli altri, per ideali astratti, per salvare la terra (ecc.) ma si va in battaglia politica anche per se stessi; un tema che la Rossanda riprendeva in un saggio non per caso titolato “Anche per me”.  

Per questo il suo libro “Il viaggio inutile” in ricordo di un viaggio attraverso la Spagna alla fine del Franchismo resta per me un capolavoro in grado di combinare riflessioni politiche (naturalmente a quel tempo sviluppato con grande amicizia e solidarietà per la sinistra spagnola ancora in clandestinità) e riflessioni personali pensate accanto ad un compagno ed amico che stava morendo proprio in quei tempi.   

Secondo me la Rossanda ha anticipato in quel breve libro di una viaggio inutile la fine della Sinistra tradizionale non solo in Italia ma anche in tutta l’Europa. Si può ricordare in questo contesto anche un altro documento della Rossanda, molto significato per la sua spesso dolorosa capacità di autoriflessione e, insieme di autocritica:  è lo scambio di lettere con il suo vecchio compagno ed amico Pietro Ingrao anni dopo il viaggio in Spagna.
Scriveva: “Siamo concludendo la nostra vita con una sconfitta sia personale sia di politico. E più grave ancora finiamo la vita in una grande solitudine.” 

Ricordo quel libro e quello scambio di lettere di Rossana Rossanda perchè, in fondo, apprezzo la confessione di una depressa  Compagna di Ferro  sulla fine di un ‘Progetto Rosso’.  Non lo cito come la testimonianza di una ‘vecchia comunista’ che deve accettare che ‘il capitalismo ha vinto la storia’ . Al contrario, mi lascia molto triste quella autocritica, quell’ammissione di non aver trovato durante una lunga vita di battaglie un alternativa umana e sociale ad un capitalismo sempre più aggressivo,  prepotente e distruttivo verso la natura e verso i poveri ma anche verso la democrazia. 

Trovare un alternativa contro tutto questo sarebbe necessario ed urgente non solo per gli altri, non solo per gli oppressi della terra come hanno cantato vecchi compagni e compagne,  ma, parafrasando il titolo di quel vecchio saggio di Rossana, “anche per me“.

SCHEI
Yes we can? No, we can’t: il mito della meritocrazia

Yes, we can è stato un cavallo di battaglia della retorica progressista che ha poderosamente accompagnato l’ascesa di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Intendiamoci, non ho la minima intenzione di accostare la sua figura, le sue idee e il suo tipo di comunicazione al profilo di Donald Duck Trump. Parto però da quel messaggio  pieno di fiducia nelle proprie possibilità che ha rappresentato la parola d’ordine della campagna di raccolta del consenso dell’avvocato di colore, partito da una vecchia Fiat Ritmo ed arrivato ad occupare per due mandati la poltrona della Casa Bianca, e che conosce ora il curioso contrappasso privato della depressione di Michelle Obama. Poi leggo un paio di articoli di Vittorio Pelligra, professore sardo di politica economica, che su Ilsole24ore affronta il tema della meritocrazia da una prospettiva anticonformista, e non posso fare a meno di guardarmi intorno. Intorno è pieno di persone e di vicende che smentiscono il racconto ottimista sulla possibilità di farcela con le proprie forze.

Mi guardo intorno e trovo, nell’analisi dal meritorio taglio divulgativo del professor Pelligra, la desolata conferma della ragione di tante storie di difficoltà sociale ed esistenziale che non trovano riscatto. Un ingegnere civile senegalese che fa l’ambulante tutta la vita, vendendo collanine ed elefantini portafortuna; un professore di inglese nigeriano che vende, da decenni, fazzoletti da naso agli avventori dei bar del centro; un professore di fisica siriano che svuota cestini della spazzatura per una ditta di pulizie. Sono esempi didascalici dell’irragionevole euforia contenuta nel messaggio “volere è potere”, pur nell’accezione politicamente corretta e screziata di lotta collettiva dello storytelling obamiano (e prima blairiano e poi renziano). Tuttavia, conosco l’obiezione. Questi sono esempi orizzontali, troppo schematici, sporcati dalla nazionalità di provenienza del venditore di accendini di turno. Potevano stare a casa loro, dove credevano di venire a stare, cosa pensavano di trovare?

Passiamo allora agli italiani. Prima gli italiani. Gli esempi verticali, in effetti, sono molto più interessanti. Un sociologo padano purosangue che deposita buste nelle buchette della posta di un paesello sull’Appennino; un laureato in filosofia che consegna pasti a domicilio in bicicletta; un dottore in archeologia che vende polizze assicurative ed è pagato a provvigione. Verticali perché? Perchè riguardano la popolazione indigena, e in questi casi per il blocco dell’ascensore sociale, che può durare tutta la vita lavorativa, non si può accampare la scusante della nazionalità, dell’ essere nati nella parte sfigata del mondo, dell’andare a cercare fortuna altrove che può incorporare il rischio di non trovarla mai. No. Qui parliamo di italiani scolarizzati. Ormai anche una laurea in discipline economiche o giuridiche non garantisce più uno sbocco coerente, nonostante la nostra sia la società del “pensiero calcolante” per dirla con Galimberti (e ancora prima Heidegger) e preferisca quindi chi si è specializzato nello studio del saper calcolare qualcosa.

Il mito della meritocrazia ha prosperato soprattutto a sinistra. L’art.3 della Costituzione italiana, al secondo comma, recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ il principio di uguaglianza sostanziale, estensione del principio di uguaglianza formale: se non hai pari condizioni di partenza, non hai pari opportunità. Però – dice la Costituzione – la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali per diminuire il divario di condizioni di partenza e quindi trasformare le dispari opportunità in occasioni pari per tutti. Dice anche un’altra cosa bellissima, all’art.34: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eccola lì la parolina magica: il merito. Anche se sei privo di mezzi puoi arrivare in vetta, se te lo meriti.

Come fai a meritartelo? Una buona definizione del “merito” potrebbe essere: una combinazione di capacità e impegno. Se sono capace ed intelligente ma non mi faccio “il mazzo”, andrà più avanti di me qualcuno che se lo è fatto. Se mi impegno molto ma le mie capacità non sono eccezionali, farà più strada di me qualcuno che fatica come me, ma è più bravo. Sembra un discorso semplice, e anche giusto. In realtà il negativo di questa fotografia ha un contenuto socialmente e psicologicamente crudele: se, nonostante io pensi di essermi fatto il mazzo e di avere talento, il mondo non si accorge di me e mi lascia al palo, la colpa è mia. Sono un fallito. Ecco che il teorema meritocratico, che sembra in superficie equanime e “di sinistra”, diventa spietato quando una persona, nonostante ce la metta tutta, non “arriva”.

In Inghilterra Michael Young, scrittore, economista, progressista, lo aveva capito già nel 1958, anno di pubblicazione del suo romanzo “The rise of the meritocracy” (L’avvento della meritocrazia): la nuova società basata sul merito, frutto di una rivolta contro il sistema di istruzione classista britannico, nel suo libro finiva per accentuare le differenze anzichè annullarle. Il messaggio del romanzo non fu compreso, anzi fu equivocato, tanto che nel 2001 Young approfittò dell’ospitalità del Guardian per chiarire che chi aveva letto il suo romanzo in chiave ottimistica non aveva capito niente, perchè la società basata sul merito condannava all’emarginazione economica e sociale, anzi esistenziale, i “non meritevoli”.

Cosa c’è di sbagliato quindi nella meritocrazia? Le assunzioni di base. Cito testualmente il pezzo di Pelligra perchè lo dice benissimo: “Al fondo (la meritocrazia) si basa su due assunzioni, verosimili, ma false entrambe: la prima, che i meriti individuali siano evidenti, facili da identificare, classificare – tu più, tu meno – e da ricompensare. La seconda, falsa anch’essa, che il mercato, e, più in generale, la logica della competizione, sia il meccanismo più efficace nel riconoscere e premiare tali meriti”. La prima assunzione è falsa perchè la classificazione del merito si fonda su un criterio meramente “quantitativo”: quanti prodotti vendo, quanti risultati oggettivi porto. Sotto questo profilo è paradigmatico il caso dei carabinieri della caserma di Piacenza, premiati per il numero di arresti compiuti, salvo poi scoprire che questi arresti si basavano su un giro di minacce e confessioni estorte di cui la caserma costituiva la cupola. La seconda assunzione è ugualmente falsa: la logica della competizione infatti non è neutrale, perchè dipende sempre quale deve essere il traguardo di questa competizione. Se il traguardo è un valore deteriore, torniamo al punto di partenza.

Tra l’altro, in una società che non si è impegnata per inverare l’art.3 della Costituzione, e che di ostacoli economici e sociali ne ha rimossi pochi, mitizzare il merito finisce per far apparire chi lo celebra come classista, e per consegnare alla destra le moltitudini di persone che proprio questo miscuglio di mercato quantitativo e diseguaglianze di partenza ha reso scarti sociali, esclusi da posizioni di potere o privilegio o semplice dignità, pieni di rancore e risentimento proprio verso coloro che storicamente li dovrebbero rappresentare, e che invece ne certificano la (giusta, secondo un criterio meritocratico) emarginazione.

Forse qualcuno ha pensato che la meritocrazia fosse l’alternativa all’aristocrazia. Ma ancora oggi, chi ha accesso alle università migliori? Ancora oggi, chi riesce ad occupare i posti migliori? Ancora oggi, quale è il peso delle relazioni familiari, che ognuno di noi eredita come un patrimonio genetico? Sono tali e tante le variabili che sporcano il percorso, che drogano la corsa, che mitizzare la meritocrazia diventa un travestimento della riproduzione familistica della classe dirigente. Mi è impossibile non tornare a citare il prof. Pelligra: “Il problema, allora, non nasce quando desideriamo che la persona più capace diventi il neurochirurgo che vorremmo ci operasse nel caso ne avessimo bisogno, ma quando l’ideologia meritocratica rende più probabile, per il figlio di quel chirurgo, diventare quello stesso neurochirurgo per qualcun altro e quando questo, di conseguenza, rende più difficile ai figli di altri, indipendentemente dalle loro capacità, provare a diventare quello stesso chirurgo e, che, infine, questi privilegi ereditari vengano giustificati sulla base dei concetti di merito e demerito.”

Portando alle estreme conseguenze questo mito e rivestendolo di una “moralità” paracalvinista, che cosa ce ne facciamo dello Stato Sociale?  I capaci e meritevoli sono quelli che le cure e l’istruzione se li possono permettere, perchè gli schei che guadagnano sono il giusto premio per i loro sforzi e talenti. Gli altri, che si arrangino. In fondo, non se lo sono meritato. Bella idea di sinistra, non c’è che dire.

A questo punto si aprirebbe un fronte formidabile, per chi avesse la voglia di combattere. Cambiare il paradigma del merito. Rendere meritevole il lavoro di chi accresce il benessere collettivo, di una comunità che non sia la propria famiglia, il proprio azionista, il proprio amministratore delegato. Premiare coloro il cui lavoro porta un miglioramento sociale, collettivo, quando oggi il premio va a chi porta un plusvalore privato, individuale, riservato a pochi. Essere capace di far guadagnare, col proprio lavoro, dieci milioni di euro ad un CEO, non dovrebbe essere premiato quanto essere capace, col proprio lavoro, di alleviare le sofferenze degli anziani e dei malati di tutta una comunità. Invece attualmente è proprio il contrario: chi alimenta un profitto smisurato destinato a pochi viene “premiato”, chi contribuisce al benessere collettivo viene ignorato o addirittura bastonato (pensiamo ai lavoratori della sanità e della cura dei fragili). La sostituzione del premio al valore di mercato con il premio al valore sociale del proprio lavoro è una sfida che dovrebbe essere in cima all’agenda di chiunque affermi di lavorare per il progresso sociale.

LA SCIENTIFICA TRINITA’ DIGITALE E LA VITA NELL’AMBIENTE INTELLIGENTE:
Internet delle Cose, Megadati, Intelligenza Artificiale

Oggi, proprio adesso, ci troviamo tutti coinvolti in un cambiamento radicale; nulla di nuovo per certi versi poiché il cambiamento continuo è stato la cifra della modernità tanto quanto la distruzione creativa resta, oggi più che mai, la specifica cifra del capitalismo. Tutto nuovo invece se osserviamo spassionatamente l’ambiente entro cui conduciamo le nostre vite quotidiane, se lo confrontiamo con quello che potevano esperire in gioventù i nostri genitori e prima di loro i nostri nonni.
Gli sviluppi globali e locali di questo ambiente, sempre più tecnologicamente pervasivo, superano di gran lunga ogni precedente storico e rappresentano una diversità radicale nella misura in cui esso diventa e già ampiamente è un Ambiente Intelligente in grado di interagire con oggetti e persone.
Internet delle Cose, Big Data e Intelligenza Artificiale ne sono i pilastri che, a loro volta, si fondano su una gigantesca infrastruttura fisica indispensabile per rilevare, raccogliere, elaborare e trasmettere l’informazione digitale che contiene in potenza sapere, ricchezza, conoscenza, potere, bellezza e i loro contrari.
Una trinità tecnologico-scientifica che sta diventando ed in parte è già, il terreno (artificiale) e la base indispensabile non solo per il funzionamento della società ma per la vita stessa dei singoli umani sempre più incapaci di vivere al di fuori di essa.

Senza entrare nell’ambito delle applicazioni industriali e militari, l’Internet delle cose (IoT) può essere compreso dal profano (non addetto ai lavori) se solo si pensa alla possibilità (oggi quasi banale) di installare su ogni oggetto della vita quotidiana e su ogni corpo un chip, un sensore elettronico, di fatto un piccolissimo calcolatore, dotato di un indirizzo internet necessario per poter colloquiare con altri calcolatori vicini e lontani. Oggi, ognuno di noi è connesso solamente a pochi di questi dispositivi (uno per tutti: l’irrinunciabile smartphone che accompagna la vita delle persone) ma, nel breve volgere di un decennio, perdurando l’attuale tasso esponenziale di crescita, ognuno potrà (o forse dovrà) essere connesso a centinaia di oggetti intelligenti, a loro volta connessi tra di loro e collegati in una grande rete globale.
In questa prospettiva anche il corpo umano come fonte preziosissima di informazioni e di dati, è destinato ad essere integrato nella rete tramite dispositivi esterni (sensori) ed interni (microchip)  diventando esso stesso oggetto tra gli oggetti, intelligente non per sé e in sé, ma a causa della tecnologia che su di esso è installata e che consente l’interazione automatica con l’ambiente intelligente circostante di cui diventa parte. Le richieste di sicurezza e di salute rendono queste soluzioni molto appetibili ai cittadini a presindere da ogni elucubrazione complottista mentre – per inciso e sinteticamente – il tanto discusso 5G è semplicemente l’infrastruttura che si rende necessaria per trasmettere velocemente  l’enorme flusso di dati indispensabile a far funzionare l’internet delle cose.

L’assoluta centralità dell’informazione quale principale motore della società contemporanea è riconosciuta fin dai primi anni sessanta, quando fu coniata l’espressione Società dell’Informazione; l’avvento dei social e dell’internet delle cose, aumentando esponenzialmente la quantità di dati disponibili, riempie il concetto di un significato più concreto anche agli occhi dei cittadini non addetti ai lavori: essi però colgono solo il lato che riguarda le informazioni codificate in forma linguistica e simbolica, quelle che si possono leggere o guardare attraverso i media e i social, così numerose da aver causato una infodemia che rende quasi impossibile riconoscere la verità dalla finzione o dall’inganno. Esiste però un altro tipo di informazione generata da tutti i sensori installati nell’ambiente intelligente, partendo a titolo d’esempio dalla tastiera del PC, passando attraverso i navigatori dell’auto, per arrivare alle telecamere che ormai popolano ogni territorio.  Questa enorme disponibilità di dati e informazioni digitali in crescita esponenziale rappresenta un patrimonio dal valore incommensurabile quanto sbalorditivo: da esse si può estrarre di tutto. Già oggi sono disponibili raccolte di dati digitali, così estese in termini di quantità e varietà, da richiedere tecnologie e metodi analitici per spremere da questi archivi conoscenza utilizzabile. Questi grandi archivi digitali (Big Data) sono il terreno dove si sviluppa una vera e propria scienza volta ad estrapolare e mettere in relazione grandi quantità di dati eterogenei strutturati o non strutturati, allo scopo di scoprire tendenze, individuare legami causali e correlazioni, svelare scenari e prevedere sviluppi futuri, costruire profili personali sempre più precisi man mano che più informazioni vengono integrate. Al livello della vita quotidiana vediamo già adesso la potenza di questi sistemi nella precisione con cui ci vengono suggerite opzioni di consumo in funzione dei nostri comportamenti rilevati ed elaborati tramite algoritmi; e siamo solo all’inizio! 

Una così grande disponibilità di dati e di connessioni è una spinta potente anche per far fare un salto di qualità  all‘Intelligenza Artificiale disciplina dell’informatica che studia i fondamenti, le metodologie e le tecniche che consentono di progettare hardware e software capaci di garantire al calcolatore elettronico prestazioni che, all’osservatore comune, sembrano di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana quali, ad esempio, le percezioni visive, spazio-temporali e decisionali.  Non solo dunque macchine dalla straordinaria capacità di calcolo come è stato fino a poco tempo fa, ma anche e soprattutto macchine in grado di apprendere, dotate di abilità per risolvere i problemi in funzione del contesto, capaci di decisione non puramente logiche, capaci insomma di comportamenti intelligenti.
Questa replicazione tecnologica delle attività del cervello e delle forme del pensiero umano intelligente  pone delle sfide davvero drammatiche e – sia detto per inciso –  ha suscitato forti perplessità perfino in soggetti insospettabili come il fisico Stephen Hawking o l’imprenditore Elon Musk icona del progressismo tecnologico ottimista, che in questo tipo di sviluppo vedono pericoli superiori a quelli già gravi delle armi atomiche.

Questo tre ambiti tecno-scientifici in forte crescita, diventano  sempre più integrati e sempre più diffusi generando quello sviluppo inarrestabile sta alla base della costruzione del nuovo Ambiente Intelligente che rende e renderà il mondo esperito dalle persone nella vita quotidiana così originale e così diverso da come lo abbiamo vissuto fino a poco tempo fa.
Se l’evoluzione è questa, e tale sarà a meno di drammatiche catastrofi, viene da chiedersi da un lato se ci saranno esclusi dal “paradiso” tecnologico e, dall’altro se sarà possibile per chi è incluso, uscire dal sistema, ritirasi per così dire in qualche luogo libero dalla connessione. Certo è che ognuno dovrà fare i conti con questa realtà, inventarsi il modo per vivere in questo nuovo ambiente intelligente reso possibile dall’Internet delle cose, dai megadati e dall’intelligenza artificiale. Ma come?

Molte persone convinte che la tecnologia sia dominabile e gestibile ritengono che l’attuale fase di consumo sostanzialmente acritico possa continuare fornendo al consumatore sempre nuove opportunità e occasione per curiose esperienze; lo sviluppo dell’ambiente intelligente guardato con l’occhio del consumatore è semplicemente un progresso, un miglioramento rispetto al passato. Non si colgono in tale visione ottimista i rischi ambientali e sociali, né la cifra del cambiamento antropologico delle generazioni che nascono e crescono in un nuovo ambiente così diverso da quello delle generazioni precedenti.
Questo ottimismo superficiale nasconde appena il timore latente, la paura che dal godimento di queste tecnologie si possa essere esclusi, che vengano a mancare le risorse  economiche e finanziarie per poterne godere i frutti; o al contrario che queste tecnologie possano essere imposte dall’alto e diventare quindi manipolatorie e liberticide.

Altre persone, ancora poche per ora, vedono con estremo favore la possibilità dell’ibridazione cosciente, ovvero la scelta di potenziare corpi e menti attraverso la tecnologia: una strada ampiamente descritta nell’immaginario della fantascienza e riccamente articolata nelle riflessioni dei movimenti transumanisti che, nelle forme più radicali, predicono un’estensione indefinita della vita e ipotizzano perfino la possibilità di scaricare la mente (download) su supporti digitali e conquistare in questo modo una sorta di immortalità tecnologica. Già oggi ognuno di noi è un nodo  connesso alla rete digitale alla quale fornisce informazione e dalla quale informazione riceve tramite i dispositivi che sono per noi delle protesi tecnologiche che ampliano le nostre capacità; entro pochi anni è facile prevedere che dispositivi tecnologici saranno installati direttamente sui o nei corpi delle persone iniziando da innocenti applicazione biomediche peraltro già note. Ibridazione e potenziamento tecnologico possibile, proponendo la realizzazione concreta della mitica figura del cyborg, mezzo uomo e mezzo macchina, come ultimo e sviluppabile anello di un’evoluzione ormai assoggettata alla scienza, propongono la possibilità di un salto evolutivo decisamente sconvolgente che (per fortuna?) non sembra ancora così prossimo; ma già adesso pongono una domanda inquietante: chi potrà godere delle nuove tecnologie e chi ne sarà escluso?

Altre persone ancora, quelli che vedono in questi sviluppi i rischi oltre alle opportunità, quelli che non si sentono semplicemente consumatori passivi e temono l’ibridazione, quelli più attenti a vivere bene il presente piuttosto che attendere un futuro percepito come dubbio, possono guardare all’ambiente tecnologico intelligente come si guarda ad una sfida che rimanda innanzitutto verso l’interiorità, una sfida che può portare verso un’evoluzione spirituale. Evocare il concetto inneffabile di spirito può sembrare fuori luogo in un mondo dominato dalla tecnoscienza e dalla presunta razionalità; ma, a ben vedere è una soluzione non propriamente residuale visto l’attuale grande successo di sette, conventicole, religioni e pseudo religioni, comunità utopiche, discipline e tecniche occulte, misticismo e contattismo, pratiche sciamatiche, esoteriche e new age; risposte sociali attuali che attestano al di la di ogni dubbio la grande domanda di senso e di significato, di relazione e di amore, che sotto sotto agita uomini e donne che vivono in un ambiente sempre più intelligente, certo affascinante, ma incapace di rispondere alle domande ultime generando pace e felicità.
Anche in questo caso i confini tra ricerca seria e moda, tra autenticità e mercificazione sono assai sfumati e non di rado intrecciano antropologia e storia delle religioni, ricerca scientifica e ritualità tradizionale, ascesi ed uso di sostanze stupefacenti come sostenevano i profeti della psichedelia degli anni ’60 e ’70 (Timothy Leary e Aldous Huxley ad esempio) che praticarono l’uso di LSD come un vero e proprio sacramento laico.

Certo è che il nuovo ambiente tecnologico pone una sfida che investe non solo l’organizzazione della società ma anche e soprattutto la soggettività e l’interiorità di ogni persona: non prendere sul serio la sfida ci pone nella brutta situazione della rana che, immersa nella pentola d’acqua riscaldata poco a poco, non si rende conto del cambiamento ambientale in cui è immersa, e finisce con l’essere bollita viva.

Un ‘Repair Cafè’ per una Sinistra Nuova:
Pensieri da lontano dopo il crollo di una ‘Fortezza Rossa’

“Così lontano, così vicino”. Carl Wilhelm Macke, il nostro collaboratore,di Monaco di Baviera ma ferrarese d’elezione, interviene nel dibattito sulla Sinistra a  Ferrara.

Oggi in quasi tutte le grandi città della Germania si trovano i cosiddetti ‘Repair Cafè (Caffè per la riparazione). Posti, spesso un pò fuori dei centri urbani, aperti a tutti i cittadini che hanno problemi tecnici con le macchine elettroniche di base e cercano cose utili a buon mercato per sopravvivere. Li ci sono soprattutto giovani capaci di trovare soluzioni pragmatiche per non buttare via oggetti rotti o comprare subito qualcosa di nuovo che sarebbe altrimenti e quasi sempre molto costoso. Mi pare un bel modello per riflettere sulla città di Ferrara dopo il crollo della ‘Fortezza Rossa’ negli ultimi anni.
Ma devo fare all’inizio una premessa.
Da lontano non è facile intervenire nel dibattito locale in una città che è diventata quasi una seconda patria per me, ma che è ancora troppo complicata per capire tutta la grammatica della lingua e della cultura e per comprendere la ’vita intima’ della politica locale. Detto in lingua calcistica: sto fuori dal campo ma seguo la partita sempre con la passione di un fan con la propria bandiera.  

Ben prima delle elezioni locali, a Ferrara si poteva già sospettare che al terremoto del 2012 sarebbe seguito, prima o poi, un terremoto anche nella politica. La destra, debole da decenni in tutta l’Emilia, ha concentrato, nel periodo immediatamente precedente le elezioni comunali, la sua propaganda su pochi ma scottanti temi di attualità, sia in regione che in città.
Il crollo della Cassa di Risparmio di Ferrara ha colpito molti piccoli risparmiatori e clienti bancari della classe sociale, che un tempo appartenevano alla clientela abituale del PCI e successivamente a quella del PD. E poiché i membri o simpatizzanti del PD sedevano in quasi tutte le sedi bancarie e nei loro consigli di amministrazione, la rabbia del popolino della città si è riversata su di loro.
I rumorosi militanti della Lega, in particolare, sono riusciti a rendere argomento politico il crescente numero di immigrati in città con sempre nuove notizie di cronaca nera, nonostante il numero, statisticamente, non fosse davvero così allarmante.
Il parco intorno ai due grattacieli, veri e propri mostri architettonici nel quartiere della stazione ferroviaria, è stata dichiarato off limits dai ferraresi, da quando hanno cominciato a soggiornarvi giorno e notte molti immigrati, prevalentemente africani;  e nonostante le dichiarazioni moderate provenienti dalla Polizia Locale, la città di Ferrara è stata dipinta dai leghisti come una roccaforte del narcotraffico e della criminalità violenta.
Il PD locale ha resistito a questi scenari di violenza oltremodo esagerati grazie alle statistiche e ai rapporti che descrivevano il successo del governo della città guidato dal sindaco Tagliani, un bravo cattolico di sinistra: devo dire che con lui sindaco mi sono sentito sempre ben protetto a Ferrara.

Ma torniamo all’argomento.
Convinti di aver lavorato bene, si credeva che nessuno avrebbe dovuto temere per la propria sicurezza nella tranquilla e civile Ferrara. Insomma: cittadini, potete dormire bene, è tutto sotto controllo. Così, purtroppo, invece di cercare le ragioni del crescente successo della politica di pancia della destra, i gruppi del Centro Sinistra si sono persi in litigi interni.
Mentre nessuno comprendeva, al di fuori dei confini del partito, le differenze all’interno della sinistra locale, la destra ha saputo destreggiarsi con successo con un programma elettorale che, a parte il rabbioso rifiuto degli immigrati e l’aumento della presenza della polizia, conteneva, in fin dei conti, solo ulteriori dichiarazioni.
Sono sicuro che un’alleanza tra il PD vecchio e stanco e i rappresentanti spesso giovanissimi dell’associazionismo e della società civile locale avrebbe potuto impedire la vittoria della destra politica. Ma, come in Germania è successo al partito SPD, la maggior parte dei funzionari del PD, ciechi alla realtà delle cose e carrieristi, non erano disposti a questo sforzo. Per loro, il risultato elettorale del giugno 2019 è stato di conseguenza un grande shock, un vero e proprio disastro. Ma tutti gli osservatori della politica locale, ad eccezione dei funzionari e dei più leali elettori dei partiti di sinistra, sono rimasti ben poco sorpresi dall’esito delle elezioni comunali.

Si potrebbe disquisire senza fine sul declino della ‘sinistra storica’ non solo a Ferrara ma, come ha scritto una volte l’anarchico tedesco Gustav Landauer all’inizio del secolo scorso e prima del nazismo: “Non mi interessano i fiumi che sono già sfociati nel mare”.
Dopo il cambio di potere politico a Ferrara, se si decide di visitare questa città, un tempo così orgogliosa della sua grande tradizione rinascimentale e per decenni convintamente antifascista, a prima vista e molto superficialmente, sembra essere cambiato poco o nulla. La presenza della polizia era già visibile negli ultimi anni gestiti dal centro sinistra, perlomeno nelle piazze più grandi.  Il sostegno della città al festival annuale di grande successo promosso dalla rivista di sinistra-liberale “Internazionale” non è diminuito; forse appare un pò ridicola esorprendente la dichiarazione del molto provinciale sindaco Alan Fabbri di essere orgoglioso di “avere il mondo come ospite” per un lungo fine settimana.
E se sono ben informato alcuni esponenti della Lega avrebbero dimostrato il loro sostegno al movimento “Friday for Future” e sarebbero stati anche visti partecipare ai loro eventi.

Queste manifestazioni apparentemente così spontanee del cosmopolitismo liberale della nuova Ferrara contrasta in modo impressionante con un gran numero di azioni politiche e simboliche che sono state avviate: in tutti gli edifici pubblici le croci, in quanto simboli dell’identità cristiana della città, vanno obbligatoriamente attaccate, in modo visibile. Un’azione fortemente criticata dal vescovo Perego come una forma di strumentalizzazione politica troppo trasparente.

Anche Markus Soeder, il Presidente della regione Baviera dove vivo, proprio un giorno dopo la vittoria del suo partito democristiano alle ultime elezioni regionali ha attaccato personalmente le croci nel suo ufficio. Ma sia il Vicesindaco di Ferrara che l’attuale Presidente di Baviera devono sapere che viviamo in una società laica dove la vita pubblica va regolata secondo il Codice Civile e non come vuole un vescovo, un rabino, un Iman o qualsiasi autoproclamato salvatore dell’Occidente.
Come segno della decisa lotta contro il traffico di droga in città, l’amministrazione comunale di destra ha eliminato le panchine in prossimità degli alloggi degli immigrati. La città ha protestato contro queste ridicole misure di sicurezza.

Il Comune, tuttavia, non si lascia dissuadere da questa esorbitante politica simbolica. Mentre il sindaco Alan Fabbri si presenta come un politico vicino al popolo (e amico della buona pasta emiliana) nelle varie feste di strada e di quartiere, il vicesindaco Nicola Lodi assume il ruolo di un Rambo del governo cittadino di destra. Nei media locali, online e offline, sono state presentate notevoli immagini in cui questo bonificatore di destra, forte e muscoloso, che è stato visto alla guida di una ruspa che ha raso al suolo un campo rom alla periferia della città.

Il fatto che il giorno dopo il PD al consiglio comunale abbia presentato una richiesta per sapere se il vicesindaco fosse in possesso della patente di guida per la ruspa ci fa capire come l’opposizione di sinistra sia in difficoltà ad affrontare la nuova politica della maggioranza di destra in città; i politici di Centro Sinistra a Ferrara dall’inizio del governo di Destra non hanno saputo che creare alcuni ‘temporali in un bicchiere d’acqua”. Cosi l’opposizione ‘Non-Leghista,’ per non usare l’adesso molto pallida e porosa etichetta ‘Sinistra’, non ha oggi la minima possibilità di cambiare la direzione del vento politico in città durante gli anni che verranno e fino le prossime elezioni.
Per questo mi pare molto utile e da approfondire l’intervento di Federico Varese dedicato alla situazione attuale della ‘Sinistra ferrarese’. Al centro di un nuovo programma, di una nuova visione politica nell’epoca della globalizzazione, della pandemia Covid-19, del Nuovo Ordine mondiale  e della Re-Nazionalizzazione,  in tutto il mondo e anche a livello locale, deve essere posta la ricerca di nuovi soggetti politici, la scelta di nuovi temi fondamentali per affrontare i gravi problemi ecologici e sociali creati da un capitalismo aggressivo che sta cambiando il mondo come lo Tsunami che anni fa ha colpito le coste dell’Asia.

A tale proposito mi pare che un lato molto debole della Lega sia oggi la mancanza totale di un contatto con il mondo “fuori dalle mura”, dunque fuori da Ferrara e fuori dall’Italia.  Il solo “Festival Internazionale” infatti non basta per aprire la città verso il mondo: secondo me il “Festival” va sicuramente bene e va certo incoraggiato e sostenuto ma, talvolta, si presenta troppo autoreferenziale come “una Messa per i già fedeli”.  
Una sinistra nuova dovrebbe invece essere diversa, dovrebbe creare nuove opportunità, fornire nuovi stimoli; per questo ogni tanto servirebbe anche ascoltare di più qualche discorso di Papa Francesco sul futuro della Chiesa Cattolica alla periferia ed al centro di un mondo sempre più precario. 
Insomma, c’è molto da fare, da pensare, da difendere e da costruire una ‘Nuova Ferrara’ non murata in un bunker senza finestre. Per questo forse il ‘Popolo Non-Leghista’ deve frequentare di più i ‘Repair Cafè nelle periferie della città e meno i Street Bar e i salotti dei Palazzi dentro le mura.

Perché, parlando come tedesco, il mondo reale non si trova nei ‘Night-Clubs’ del centro di Berlino o nei salotti dei ricchi intorno alle fabbriche di Porsche, di BMW e di Mercedes. Se non sbaglio la Sinistra tedesca, la SPD, il partito “Linke” e una buona parte dei Verdi, ha capito la sua responsabilità nei confronti della forte crescità di una Destra che sta raccogliando le proteste in tempo di Covid-19 e di una forte scissione sociale dentro la società tedesca.

LETTERA APERTA DI UNA SEMPLICE CITTADINA:
“Egr. Sig. Presidente del Consiglio, ecco cosa ci dovrebbe insegnare questo dramma”

Mi voglio rivolgere direttamente a Lei, egregio Presidente del Consiglio on. Giuseppe Conte, perché vorrei poterLa guardare negli occhi e chiederLe a cosa mai sia servito questo dramma così inaspettato ed eloquente rispetto alle scelte sbagliate compiute dai governi precedenti e a quelle che si sarebbero dovute compiere in modo non solo sollecito ma urgente.
Come può essere, signor Presidente, che non siano state concentrate il massimo delle risorse economiche per finanziare, finalmente, la scuola ed il mondo universitario e della ricerca? Questo dopo che si è constatato che ciò che è successo è dovuto in gran parte proprio all’ignoranza nei riguardi della realtà del mondo: della natura umana e della terra. E’ stato solo grazie alla responsabilità dei cittadini che si sono potuti arginare con relativa efficacia i danni avvenuti a causa di scelte irresponsabili e miopi del passato.

Come è possibile che non si sia capito che senza la risposta responsabile degli insegnanti, degli allievi e delle famiglie, nessuno degli obiettivi del governo, rispetto all’emergenza, si sarebbero realizzati?
Come può non tenere conto del fatto che solo grazie agli insegnanti, che si sono messi a disposizione senza chiedere niente in cambio per questo nuovo impegno, parte dei ragazzi ha potuto continuare a usufruire del servizio scolastico, diritto costituzionale. E anche che molti, nonostante questo impegno, sono rimasti scartati da questo servizio per insufficienza di risorse umane e tecnologiche?

Le faccio notare, signor Presidente del Consiglio, che la sospensione delle libertà personali a cui si sono assoggettati tutti i cittadini, ma soprattutto i ragazzi, cioè i meno responsabili di quanto è successo, deve essere giustificata e compensata da un riconoscimento di pari valore e dignità di attenzione e rispetto affinché ciò non debba più accadere in uno Stato democratico degno di questo attributo.

Per questo motivo mi sarei aspettata, e credo non solo io, che le scelte di investimento per far ripartire l’Italia avrebbero riguardato l’ambito dell’educazione, formazione, ricerca e cultura in generale, almeno per il cinquanta per cento delle risorse disponibili. Davvero pensiamo che il mondo futuro possa fare a meno dell’arte, dei musei, della musica, dei teatri, della cultura e della bellezza in generale? Anche questi sono da considerarsi beni primari.
Investire in questo sarebbe il segnale che molti italiani si aspettano per poter capire che le cose stanno cambiando e rinascendo davvero.
Questa scelta dimostrerebbe che qualcuno fra coloro che ci governa ha finalmente capito cosa serva per costruire un mondo più a misura della qualità di una vita all’altezza della nostra evoluzione.

Come può essere che non si capisca che siamo arrivati a questo punto perché precedentemente si è scelta la logica del profitto a tutti i livelli, compreso quello della rendita politica?  I cittadini in maggioranza oggi sanno che il valore di uno Stato democratico sta nell’avere accesso ai servizi necessari perché ciascuna persona abbia la possibilità di realizzare i propri desideri, i propri sogni, cioè poter avere speranza nel futuro che è ciò che dà senso alla vita.
L‘indifferenza di un Governo che si dice  progressista mi indigna, perché è segno di scarsa considerazione per la storia e la cultura del popolo italiano sia recente che rispetto alle sue radici dalle quali nascono le attuali civiltà e democrazie che tutto il mondo ci riconosce.
Se questo governo vuole distinguersi dalla retorica del mondo consumistico, per altro chiaramente in declino per la sua irrazionalità e sconfitto dalla forza stessa della natura, deve fornire quegli strumenti che questa diversificazione garantisce. La natura, lo sappiamo, esige rispetto per le diversità e propende verso una sempre maggiore diversificazione per garantirsi un futuro migliore del presente. Questi strumenti sono quelli dell’educazione finalizzata a riconoscere e sviluppare la capacità creativa e di immaginazione delle giovani generazioni che sono quelle che più si intendono di futuro perché nuovo e imprevedibile. I giovani non si riconoscono più in uno stereotipo che li dipinge come consumatori instancabili e divoratori di risorse, ottusi e inerti, ma si riconoscono attori che desiderano costruirsi un mondo che corrisponda ai loro sogni e alla loro libertà e gusto della vita.

Se vuole distinguersi, egregio Presidente del Consiglio, e dare un vero segno di cambiamento in questo momento di rinascita, metta al centro del suo progetto di governo le persone nella loro dignità di cittadini. Interpreti, nella ricostruzione, la loro insoddisfazione e, partendo da quel centro di valore, costruisca la sua prospettiva di governo. Riconosca i cittadini come coloro che possono trasformare i limiti derivati dalla natura in opportunità di cambiamento e sviluppo, e non soltanto come consumatori che la logica del profitto disegna e costringe in una dimensione di pericolosi parassiti.
Mettendo al centro le persone e avendo a cuore il loro benessere, le priorità delle scelte per un governo che progetta un futuro possibile, ma anche desiderabile si evidenziano quasi spontaneamente. Tutti desiderano vivere una vita con soddisfazione perché ci permette di trasformare ciò che non ci soddisfa. Tutti desiderano vivere in un ambiente armonioso e accogliente di cui si possono assaporare gusti e profumi e contemplare le bellezze insieme agli altri con il piacere di poterlo consegnare alle prossime generazioni. Tutti desiderano vivere in pace e considerano inutili i soldi spesi in armamenti.

Cosa si aspetta, quindi, a scegliere la strada di una finalmente riconosciuta umanità e progettare seriamente una strategia di investimenti veri e utili alla società? Invece di investire sull’Alitalia che tutti sappiamo bene essere una industria in perdita, perché non investiamo su una compagnia Europea?
Rispondere a queste legittime aspettative di avere dei governanti che riconoscono l’urgenza di mettere mano al dissesto territoriale italiano, al patrimonio paesaggistico oltre che ambientale indispensabile alla qualità della vita, sarebbe un’occasione da non perdere, in questa fase, per creare molti posti di lavoro dei quali alcuni anche molto qualificati.
Queste scelte avvierebbero anche un cambio di comportamento di quei giovani che non potendo esprimere il loro sapere e il loro entusiasmo in Italia se ne vanno all’estero, dando ad altri Paesi il loro valore aggiunto.

Spero, signor Presidente del Consiglio, che le sue prossime scelte e i suoi programmi di governo e di investimenti siano veramente lungimiranti e perciò riguardino il reale benessere delle persone, riuscendo a considerare i cittadini capaci di scegliere il loro futuro. La fiducia nell’onestà e nell’intelligenza delle persone è la base per la costruzione di una società democratica che possa sperare che il futuro sia migliore del presente.
Le auguro perciò un buon lavoro e confido nella sua intelligenza di persona non solo lungimirante ma coraggiosa e intraprendente, capace di decidere e di condividere la propria aspirazione e di lasciare in eredità la possibilità di un futuro degno della nostra storia. 

CRISI PANDEMIA: LA VERA SFIDA E’ LA COMPLESSITA’
Invece l’informazione e la scienza hanno prodotto confusione.

Di questi tempi di clausura che molti definiscono come ‘tempo sospeso’, faccio molta difficoltà ad ordinare le idee, che mi si accavallano in pensieri sovrapposti e a cui tento, con grande sforzo, di dare un ordine logico. Sarà dovuto alla mancanza di contatto con altre persone che, solitamente, con la loro fisicità, mi aiutavano a dare confini all’indefinito dello spazio. O forse al fatto che la realtà, pur restando sempre complessa, nella singolarità della condizione a cui questa pandemia costringe il mondo, mostra la mancanza di un pensiero complesso che di questa realtà sappia essere specchio e descrizione. Provo a trovare il bandolo delle mie riflessioni, per capire cosa stia succedendo e pensare ad una possibile via d’uscita.

Intanto, questa situazione, questa crisi in quanto tale, conferma, secondo me, che la definizione di complessità che mi sono data è quella che più mi permette di capire il momento attuale. Cioè che la complessità non è un insieme di giustapposti avvenimenti e circostanze, ma è un momento di sintesi che comporta un salto di qualità da cui solo si può comprendere ciò che è accaduto, a patto, però, di leggerlo da quel punto di novità.
Non si può pensare che una città sia la somma dei suoi edifici più la somma dei suoi abitanti più la somma delle sue strade, dei suoi ponti e parchi. La città è più complessa di una semplice somma e, per capirla e coglierla nella sua complessità, occorre salire sulle montagne e guardarla da un punto di vista nuovo, con l’orizzonte di fronte a sé.

Un fatto emerge, ed è anche, a mio avviso, in parte causa di questa crisi: siamo tutti inesperti circa la simultaneità (e perciò anche complessità) che sperimentiamo oggi tra la realtà dei fatti che avvengono nel mondo e l’informazione globale, e credo che dovremmo avere l’umiltà di ammetterlo.
Nessuno sa ancora con chiarezza cosa significhi vivere nel mondo in modo simultaneo. Un mondo in cui ciò che avviene in ogni suo punto, influenza direttamente e simultaneamente ogni altra parte del pianeta. Non solo come conoscenza scientifica o generica informazione, ma come esperienza diretta. Non c’è esperienza, non c’è linguaggio, non c’è pensiero su questa complessità.

Dovremmo fermarci a riflettere per sviluppare la cultura della complessità.
Questo implica un cambiamento radicale: a livello politico ogni paese come l’Italia dovrebbe, e anche urgentemente, elaborare progetti di governo che abbiano almeno la dimensione dell’Europa. L’Europa dovrebbe pensarsi almeno a livello intercontinentale e così via per arrivare in futuro a pensare a come poter governare l’intero globo.
Dobbiamo essere consapevoli che è un processo che richiede tempi di crescita insopprimibili. Un processo di apprendimento durante il quale è fondamentale mantenere i punti di riferimento della democrazia e dei diritti umani già conquistati. Abbiamo sufficiente creatività per poterlo fare.
Tutto ciò che c’era prima, è solo il punto di partenza, ed è insufficiente e inadatto alla nuova realtà che dobbiamo costruire. Tutto quello che manca è da reinventare.

Un ambito in cui gli operatori devono prendersi urgentemente un momento di riflessione è il mondo dell’informazione. Un mondo che utilizza gli strumenti tecnologici che sono il mezzo per cui si vive questa condizione di simultaneità ed è quindi direttamente coinvolto in questa trasformazione.
In questa contingenza, i giornalisti hanno dimostrato di non rendersi conto dell’effetto che la simultaneità dell’informazione produce sugli avvenimenti che accadono nel mondo. Hanno raccontato l’epidemia come se fosse uno scoop, un’indagine giornalistica da Premio Pulitzer. Avrebbero, invece, potuto e dovuto prepararci ad affrontare quello che sarebbe capitato a noi in tempi brevissimi. Non hanno potuto farlo perché, a loro come a noi, manca ancora l’esperienza della simultaneità. Il rapporto tra la notizia e la ricaduta sulla realtà complessa è responsabilità del professionista dell’informazione; poiché è questo che fa capire il valore trasformativo della notizia, nel bene e nel male.

L’altro elemento che mi ha fatto riflettere molto su ciò che è avvenuto è che l’informazione istantanea si sia fusa con i comunicati degli scienziati che volevano informare su cosa stesse succedendo. Solo che ciascuno raccontava la verità scientifica che la sua propria specializzazione gli faceva conoscere come verità assoluta, mentre era una verità solo parziale: col risultato che le informazioni sono entrate in contraddizione proprio perché comunicate simultaneamente. Questo ha prodotto sia confusione, nei più informati, ma soprattutto sfiducia o paura nelle persone comuni, finendo così per ridicolizzare la scienza: togliendo la percezione del pericolo o, al contrario, aumentando la psicosi. In questo particolare caso, l’ossessività dell’informazione ha amplificato l’informazione stessa, ma al contempo non ha lasciato lo spazio per riflettere sulle implicazioni del fatto. Ha provocato da una parte estraneità e dall’altra panico e questo ha avuto un effetto devastante sulla vita dei popoli dei vari paesi coinvolti.

Tutti noi dobbiamo imparare a non pensare alla scienza come se fosse magia; non dobbiamo pretendere che predica il futuro: anche la scienza è un processo di conoscenza che si sviluppa in un tempo. Il compito della scienza è conoscere la natura e la natura umana e come mettere in relazione, e non in conflitto, queste due complessità. Per fare questo, deve renderci consapevoli che la conoscenza fortemente specializzata della cultura scientifica ha bisogno di mettersi in relazione con tutte le altre specializzazioni per avvicinarsi alla descrizione della realtà. Questo traguardo è la responsabilità della scienza.

In ultimo, mi fa sempre meraviglia che, nonostante sia evidente che il mondo della scuola e  dell’educazione, della ricerca, della cultura e dell’arte abbiano permesso e continuino a permettere che la società non cada nel caos e nella violenza, i governanti non pensino di metterle al primo posto nel programma di investimenti e sembra non abbiano cura nel farne oggetto di un massiccio progetto di investimento e di sviluppo. Come non capire che scuola, ricerca e cultura, come ambito, hanno lo stesso valore prioritario per la sopravvivenza della civiltà e della qualità della vita, alla pari del primato della necessità delle produzioni alimentari?
Mi chiedo quando i politici capiranno che l’unico strumento di sviluppo per la società è investire in modo prioritario nel fornire strumenti di riflessione e di consapevolezza della vita, nel vasto mondo della cultura. E mi rispondo che ci vuole per prima cosa il coraggio. Il coraggio di considerare prioritaria l’educazione alla conoscenza di sé e del mondo come strumento per sapersi relazionare e vivere una vita degna di essere vissuta. Il coraggio di prendere coscienza del fatto che solo così, potranno esserci davvero pace e prosperità per tutti.

Il boom degli indici di borsa e la distanza tra finanza e vita reale

La Borsa di Milano ha toccato nell’ultima settimana il massimo dell’anno a 23.829 punti che, sebbene sia meno della metà dei 50.109 punti toccati a marzo del 2000, delinea una corsa che vede un aumento percentuale dell’indice di circa il 28%. Meglio del 24% annuo di Wall Street e dell’ottimo 25% annuo raggiunto dalla Borsa di Francoforte.

Listini borsistici in aumento mentre però cala tutto il resto. Il Pil europeo, per esempio, ha visto un ridimensionamento notevole nelle previsioni di crescita per il 2020, passando dall’1,7% ad un più modesto 1%. Gli Usa caleranno invece, per lo stesso anno, dal 2% al 1,8%.
Il Fondo Monetario Internazionale stima una crescita del Pil italiano nel 2020 dello 0,5% nonché un rallentamento generalizzato del Pil mondiale, soprattutto per quanto riguardo il “gruppo dei 4” (Usa, Zona Euro, Cina e Giappone) e almeno fino al 2024.

Anche l’Ocse fa la sua parte e calcola il Pil mondiale in discesa dal previsto 3,2% al 2,9% nel 2019 e dal 3,4% al 3% nel 2020. Quello della Germania viene dimezzato nel 2020 dall’1,2% allo 0,6%.
A causa poi delle tensioni commerciali il Wto (Organizzazione mondiale del Commercio) prevede volumi dell’interscambio mondiale di merci in calo rispetto alle attese. Per il 2020 un più 2,7% contro il precedente 3%. Ovviamente a meno che le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si normalizzino, il che è difficile ma non impossibile.
In Italia, a fronte del 28% di aumento della Borsa di Milano, calano le prospettive occupazionali a causa del sempre più possibile spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva e delle centinaia di crisi aziendali ancora da risolvere e non aumentano gli stipendi, che nonostante le dichiarazioni degli esponenti dell’attuale Governo, sono ancora fermi agli anni ’90 del secolo passato, come ci dice l’Ocse

Certo, sono i salari medi e quindi non sarà per tutti così, come mostrano i dati sulla disuguaglianza sociale. Per fortuna però in Europa ancora resiste un modello economico basato sulle politiche di intervento pubblico che si oppone agli attacchi dell’austerità e ci permette di avere situazioni meno estreme di quelle che bisognerebbe affrontare negli Stati Uniti o nei Paesi dell’Est Europa.
Resistono, a fatica, la sanità pubblica, le pensioni e la scuole per tutti, come sottolinea uno studio sulle disuguaglianze del maggio scorso del World inequality database (Wid), un network di un centinaio di ricercatori che fa capo a Thomas Piketty, autore del bestseller “Il capitale nel XXI secolo”.
I successi delle borse indicano uno scollamento totale tra la vita reale e l’andamento finanziario. Uno scollamento dalle conseguenze inesplorate e ad oggi misteriose. Non possiamo far altro che evidenziarne il lato statistico e grafico essendo oramai totalmente incapaci di operare analisi che possano arrivare oltre il cuore e il sentimento momentaneo delle persone. Cosa potrà realmente e finalmente spingere l’essere umano verso la logica interpretazione degli eventi e riconnettere la dicotomia che si è creata tra il bisogno umano e quello che invece prospettavano i banchieri della Jp Morgan negli anni ’80, ovvero il passaggio dalla cultura del bisogno a quella del desiderio, rappresentato oggi dagli indici di borsa? Personalmente lo ignoro.
Possiamo guardare in televisione il sogno a portata di mano per tutti ed identificarci nella realizzazione del desiderio che ne rappresenta, la crescita del nostro portafoglio del 28% in un anno. Più denaro anche per noi per soddisfare il nostro sogno nel cassetto, peccato però che quel grafico non rappresenti la nostra realtà. Siamo sul canale sbagliato.

OSSERVATORIO POLITICO
Il rischio di un dispotismo mite

Quando un potente taglia con la spada aggrovigliati nodi teorici, non sta facendo teoria ma indicando un’idea di società. E’ ciò che si legge nella lunga intervista a Putin (“La Repubblica”, 29 giugno). In particolare mi interessa un passaggio: “L’idea liberale ha esaurito il suo scopo. L’idea liberale presuppone che non ci sia bisogno di fare nulla. I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati. Quindi l’idea liberale è diventata obsoleta”. Secoli di elaborazione per definire una ricca e complessa cultura della libertà e dell’autonomia degli individui (Locke, Montesquieu, de Tocqueville, Stuart Mill, Croce, Bobbio, Amartya Sen) vengono cancellati e al suo posto si propone una figura di liberalismo irresponsabile e caricaturale. Da non dimenticare che un grande Paese come la Russia non ha mai conosciuto né il principio di libertà, né l’esperienza liberale. Essa è passata dallo zarismo al totalitarismo per approdare ad un’idea di ‘democrazia illiberale’ come quella teorizzata da Putin e dall’ungherese Orban, non a caso altro superstite di quell’area totalitaria. Attenzione! Il consenso che questa idea di società autoritaria sta raccogliendo (da Trump a Putin, passando per… Salvini) ha una spiegazione in un altro passaggio dell’intervista: “I sostenitori dell’idea liberale non stanno facendo nulla. Dicono che tutto va bene. Sono seduti nei loro accoglienti uffici, mentre le persone alle prese con problemi reali soffrono”. Ecco la questione! Se le democrazie costituzionali liberali non riescono a tenere insieme uguaglianza e libertà individuali (l’art. 3 della nostra Costituzione), partecipazione dei cittadini ed efficienza delle Istituzioni, la sorte che toccò alla Repubblica di Weimar (1919-1933) può ripresentarsi in nuove forme tragiche. L’aveva già scritto A. de Tocqueville nel suo capolavoro “Democrazia in America” (1835-’40) che democrazia e libertà non hanno una connessione spontanea, naturale. E aggiungeva che, per evitare un esito di dispotismo mite, è necessaria una continua e complessa lotta culturale e politica per tenerle insieme. In conclusione si può affermare che quando una democrazia di massa diventa una democrazia senza qualità dietro l’angolo sono pronti i suoi becchini.

Gratis come la violenza…

Da qualche tempo ho notato, attraverso la lettura della cronaca, un progressivo aumento di intensità della violenza, ed in particolare della violenza gratuita.
Non mi si fraintenda, la violenza non trova mai giustificazione ed è sempre da condannare, in ogni sua forma. Ho notato però l’aumento di reazioni, a volte estremamente violente, a fronte di atteggiamenti irrilevanti, per nulla provocatori, che rientrano nella sfera di libertà di pensiero, di parola e di azione di cui ciascuno di noi deve poter godere liberamente.
Violenza che si manifesta da parte degli uomini nei confronti delle donne, ma anche viceversa, e poi da parte di giovanissimi che agiscono da soli o in gruppo, così come anche nei confronti degli animali.
Episodi che esprimono il gusto fine a se stesso di esercitare l’aggressività e la prepotenza su altri.
Un fenomeno che già esisteva, ma che emerge e si palesa ora con più evidenza?
O un fenomeno che trova il terreno fertile in una società profondamente mutata?

“Le radici della violenza: la ricchezza senza lavoro, il piacere senza coscienza, la conoscenza senza carattere, il commercio senza etica, la scienza senza umanità, il culto senza sacrificio, la politica senza principi.”
Mahatma Gandhi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le parole chiave

Ho dormito a fianco del Velino con il Terminillo per sfondo. Ho percorso la città sotterranea che si snoda lungo il viadotto costruito nel III secolo a. C. dai Romani per consentire alla via Salaria, l’antica via del sale, di superare il fiume Velino e di raggiungere la città. Ho visitato il teatro Tito Flavio Vespasiano, unico per la sua acustica, e la Biblioteca Paroniana con la sua preziosa collezione di atlanti antichi come l’Atlas sive Cosmographicae Meditationes di Gerardo Mercatore, l’olandese Gerhard Kremer, e l’Italia di Antonio Magini, pubblicato a Bologna nel 1620.
Sono stato invitato a Rieti dall’associazione Nuovi Percorsi per parlare di Città della Conoscenza. Quando ci si interroga sul futuro, la prima cosa che una città oggi ha necessità di apprendere è quella di sapersi porre le domande giuste per evitare di sbagliare la strada nella ricerca delle risposte.
E le domande giuste le ho trovate nelle parole chiave con cui gli amici di Rieti hanno preparato il nostro incontro. Quattro: territorio, società, cultura, identità. Ma non perché siano nuove, semplicemente perché sono “le parole chiave”.
Cosa significa territorio, cos’è territorio? Una parola, preceduta dal suo articolo determinativo “il”, “il territorio”, di cui abbiamo abusato nel secolo scorso e che la globalizzazione anziché dilatare ha ristretto, fino a farlo scomparire. Il territorio si è ammalato. Il territorio è stato soppiantato dall’ambiente. Non dagli ambienti, ma dall’ambiente e ce n’è solo uno in tutto il mondo: l’ambiente. La sua difesa, la sua tutela, pena la sopravvivenza della specie umana.
E mentre il territorio si faceva “iper” per perdersi nell’ambiente, la storia, le migrazioni si appropriavano dei luoghi della nostra stanzialità. Così dal territorio siamo regrediti al luogo, da chiudere tra paratie per impedire che l’onda del fiume in piena di una umanità in movimento ci travolga. Col mutare della geografia degli spazi è mutata anche la geografia dei pensieri.
Le pietre che limitano gli spazi, che consentono di riconoscere le aree comuni sono state divelte. Società è parola destrutturata. L’abitare insieme tutti differenti per età, culture, occupazioni, redditi, stili di vita, l’interagire di ogni individuo continuamente con un numero di altri individui per le ragioni più disparate, tutto è stato ridotto ad un unico comune denominatore: il popolo. Socio, compagno, amico, alleato, relazione, organizzazione, interagire per obiettivi comuni inaspettatamente non appartengono più al lessico della polis, come se improvvisamente avessero bruciato i loro significati.
Non viviamo più entro i limiti dei nostri confini, vale a dire entro lo spazio dei fini condivisi, ma abbiamo innalzato le frontiere. La comunità che innalza le frontiere non è più “socievole”, “abile socialmente”, ma al contrario si fa “tribù”. Troppo difficile da reggere la società aperta e i suoi nemici, meglio la società chiusa con pochi amici.
La cultura, il coltivare insieme il sapere non si fa più. Non c’è un sapere comune, del sapere si è giunti a diffidare. La cultura è il passato. Dinamicità e processualità della cultura sono i nemici del sistema di senso dominante che ha soppiantato ricerca, cultura scientifica e competenze. La cultura è l’élite che si contrappone al popolo, che ha il sapere della pancia che va celebrato a folklore e salsicce. La cultura sono le radici ancestrali di un popolo da contrapporre alle culture dei popoli che lo vogliono invadere e ridurre alla fame.
La cosa peggiore che può accadere è perdere la propria identità, annullata dall’etichetta posticcia e indefinita di popolo. Cancellare l’identità di una persona è negarne l’esistenza, privarla del diritto di essere persona, con la sua storia, le sue emozioni, le sue memorie.
La riconoscibilità, cancellare la riconoscibilità che non sia l’identificarsi con il popolo o con il “cittadino” di lontano ripescaggio.
I nuovi soggetti al governo del paese hanno cassato significato e futuro di parole che sono la chiave della convivenza, della crescita, dello sviluppo, della democrazia: territorio, società, cultura, identità.
Parole rispetto alle quali abbiamo invece l’urgente bisogno di apprendere a dare risposte nuove, a indagarne la complessità e le sfide a partire da dove stiamo insieme, da dove condividiamo le vite: le nostre città. Fare delle nostre città i sistemi complessi che apprendono, l’opera della “rinascita” come è stato nella storia e nella cultura del nostro paese. In un sistema sociale maturo gli attributi che consentono agli individui di essere cittadini attori interagenti sono l’apprendimento, l’invenzione e l’adattamento. Non ciò che conosciamo ma ciò che ancora non sappiamo.
Si tratta di uno spostamento nel nostro modo di pensare che comporta la partenza verso terre non ancora esplorate, pertanto non possiamo permetterci di perdere la bussola dei quattro punti cardinali: territorio, società, cultura e identità.

I bisogni e i desideri della gente comune

da Roberto Paltrinieri

Le considerazioni sviluppate nell’articolo ‘La stella cadente’ pubblicato su FerraraItalia lo scorso 22 maggio danno l’occasione e la possibilità di sviluppare riflessioni attorno al particolare momento di vita civile e politica che stiamo vivendo, per cercare di aiutarci reciprocamente a comprendere sempre meglio a che punto siamo del cammino.
Comincio col porre una premessa, secondo il mio parere essenziale all’analisi successiva: il vero soggetto politico che muove gli attuali equilibri non è Salvini o la nuova Destra ma è la gente comune, tutte quelle persone cioè che, nell’attuale contesto sociale, non sentono di far parte di alcun movimento, partito, sindacato e che per decenni non hanno trovato un interlocutore disposto ad ascoltare il proprio disagio, paura, timore rispetto al presente e soprattutto al futuro. La desertificazione culturale e la minimizzazione dell’istanza morale portata dall’era berlusconiana unita all’allontanamento progressivo, fino all’abbandono al loro destino, di intere fasce sociali da parte della Sinistra, hanno prodotto l’incapacità delle persone di poter dar seguito ai propri desideri, ai propri progetti di vita, fino al punto in cui oggi viene sentita minacciata la soddisfazione dei bisogni fondamentali.
La precarizzazione della vita lavorativa, l’incertezza dei rapporti relazionali a ogni livello,da quelli tra Stati fino ad arrivare a quelli familiari e identitari, non può procedere così all’infinito senza provocare lo sviluppo di un malessere che vediamo oggi sorgere già nei giovanissimi in una sorta di ansia crescente nell’affrontare i problemi legati all’esistenza quotidiana.

Non siamo solamente in mezzo ad una crisi… semplicemente sta cambiando il mondo!
Si stanno modificando i linguaggi utilizzati da sempre e le forme dello stare insieme tra le persone, comprese quelle della politica. Al posto della centralità delle istituzioni tradizionali della società, scuola e famiglia in primis, c’è il centro vuoto del virtuale.
In tale sconvolgimento dove si colloca la classe dirigente dei partiti, gruppi, delle associazioni rappresentative del pensiero cosiddetto ‘progressista’ rispetto al sentire della gente comune?
Lo schema interpretativo con cui è stata letta la precarietà della situazione attuale può essere metaforicamente paragonato a una tabella a due colonne: nella prima vengono posizionati i problemi più urgenti (il lavoro, i migranti, l’Europa), nell’altra una correlativa serie di valori di ‘sinistra’ il cui costante perseguimento porterebbe specularmente alla soluzione dei problemi stessi.
Ed ecco che politiche di solidarietà sono invocate per il superamento delle emergenze legate ai flussi migratori; misure di uguaglianza per diminuire la polarizzazione sociale; il richiamo alla responsabilità per colmare il vuoto esistente tra rappresentanti e rappresentati. Che è come dire: “noi sappiamo sempre che cosa fare, dagli altri solo demagogia!”

Il problema oggi però non riguarda il che cosa, ma il come.
In altre parole si tratterebbe di analizzare come sono state attuate nel recente passato, sotto il segno di governi amici, le politiche di solidarietà, di eguaglianza di opportunità, di responsabilizzazione e di come sarebbe possibile oggi praticarle in un contesto avverso.
Cosa ha visto di tutto ciò la gente comune in questi ultimi anni?
Ha visto la solidarietà interpretata come uno stare vicino ai lontani e uno stare lontano dai vicini.
Ha visto politiche per l’uguaglianza delle condizioni socio-economiche ottenute chiedendo continuamente sacrifici al ceto medio, di coloro cioè su cui pesa la sostenibilità fiscale del nostro paese, nella più totale impunità e intangibilità dei grandi interessi di banche e potentati vari.
E tutto questo all’interno della difesa a oltranza di vecchi privilegi, di diritti acquisiti, di rendite di posizione per una classe dirigente di sinistra mai veramente rinnovata nonostante i cambiamenti di leadership.
Così, proprio all’interno dell’animo delle persone che da sempre si riconoscono unite dalla stessa appartenenza ideale, oltre che dallo stesso impegno civile, sono cominciati a nascere sentimenti contraddittori, nella misura in cui il disagio crescente ha portato ad accettare nei fatti equazioni sommarie del tipo ‘migrante uguale delinquente’, o slogan del tipo “prima gli italiani”.
E se poi da governi lontani anni luce dalla storia della sinistra arrivano paradossalmente benefici che i leader dei governi amici hanno sistematicamente sacrificato sull’altare della salute dei conti pubblici, ecco che anche dalla fila dell’elettorato progressista vediamo oggi allungare sempre più mani aperte per almeno usufruire di quei benefici ora concessi, mentre il viso si volge dall’altra parte per non vedere da che parte provengono coloro che hanno fatto questo regalo!

In politica l’ala progressista non rappresenta più il nuovo da molti anni e il miracolo lo hanno fatto gli altri: la gente comune è andata in Parlamento! In mezzo a loro non c’è nessun potente, nessun corrotto, nessun inquisito! Anzi rinunciano anche alla loro indennità di parlamentare, mentre casomai sui nostri cellulari arrivano immagini di quel politico della nostra parte che ha accumulato due o tre pensioni o che ha un reddito per la maggior parte di noi inarrivabile.
Troppo facile invocare il populismo anche se le cose ovviamente non stanno proprio in questo modo, ma è così che viene generalmente percepito e, cosa ancor più grave, sembra che nessunofaccia nulla: nessun segnale di vera rottura con il passato e di novità verso il futuro, per far diminuire tale percezione.
Penso che anche a livello locale chi si candida a governare una città, non possa fare a meno di prendere molto sul serio quello che la gente comune sente. Riprodurre un aggiornamento del solito schema a due colonne – di qua i problemi, di là le nostre soluzioni – per quanto alta sia la loro ispirazione etica, porterebbe ancora una volta a non essere capiti. Non basta più il credere di stare dalla parte giusta, continuare ad avere la stessa fede politica o religiosa che sia, nel cambiamento. La strada da percorrere, a mio modesto avviso, è suggerita da una frase del giudice ragazzino Rosario Livatino: “L’essere credenti appartiene ad un grande mistero e che sappiamo tutti essere un dono; quello che ci è chiesto oggi è di essere credibili!

E torniamo cosi ancora al come.
Una politica coraggiosa che parta dalla realtà, senza approcci ideologici, ma senza anche l’appiattirsi su di essa, dando le risposte che si riesce a costruire insieme a tutti, concrete e condivise il più possibile. Dove prima di chiedere sacrifici, li si fa in prima persona rinunciando a diarie, privilegi, immunità e benedizioni varie.
E’ questo ‘come’ che Salvini ha interpretato e tradotto in un linguaggio compreso da tutti come vicinanza.
Questo è il significato dell’oramai famoso rosario agitato a scopi elettoralistici e che ha lo stesso significato della studiata presenza del ministro sui social: “Sono uno di voi, ho i vostri stessi bisogni, datemi il vostro voto e realizzerò i vostri desideri”.
Tutto si basa sulla realizzazione concreta di quello che si è promesso, o almeno sulla sua rappresentazione e percezione visiva sui media.
Come del resto poi aveva già fatto Berlusconi, Salvini vuole agire su un piano diverso, si rappresenta come un politico diverso. A Salvini non interessa nulla della profondità dell’appello dei missionari Comboniani, degli articoli di Civiltà Cattolica; nulla dell’indignazione di alcuni rappresentanti delle organizzazioni del volontariato solidale, né di quella di autorevoli esponenti di associazioni culturali; nulla della perplessità e preoccupazione dei principali rappresentanti delle istituzioni europee.
Il prezzo che stiamo pagando per tale impostazione è altissimo perché paradossalmente, come disse Humberto Maturana, non i giovani ma gli adulti sono il futuro. Nel senso che il futuro dei giovani dipende dalla responsabilità degli adulti. E se oggi il mondo che stanno preparando gli adulti è quello rappresentato dalla narrazione salviniana quale significato avranno domani parole come solidarietà, accoglienza, responsabilità?
Quale tipo di humanitas vogliamo lasciare in eredità?
Ricordando gli affreschi del ‘Buon Governo’ di Ambrogio Lorenzetti al Palazzo Pubblico di Siena, penso che la risposta a questa domanda ognuno di noi possa e debba trovarla nella decisione di legarsi spontaneamente a tutti gli altri per procedere così quanto mai lontano dalla tentazione sempre presente del potere, e lungo la via, pur difficoltosa e a volte controversa, che porta al bene comune.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Diseducazione civica

Da settembre tornerà l’educazione civica nelle nostre scuole, come disciplina autonoma, senza cattedra, perché avrà un coordinatore, ma non un docente titolare, per 33 ore all’anno da sottrarre a qualche altra materia, con tanto di voto in pagella, e quanto questo sia educativamente civico sarebbe da discutere.
Eppure l’educazione civica ha avuto un padre nobile, Aldo Moro, che da ministro dell’istruzione nel 1958 ne introdusse l’insegnamento nelle scuole medie e superiori, per due ore al mese obbligatorie, affidate al docente di storia, senza valutazione.
Poi nel 2004, con le Indicazioni nazionali della riforma Moratti, l’educazione civica è diventata “Educazione alla convivenza civile”, trasversale a tutti i percorsi scolastici e senza voto come “Cittadinanza e costituzione”, versione più aggiornata dell’educazione civica delle Indicazioni nazionali del 2012.
Nel frattempo l’Europa dettava le competenze chiave della cittadinanza europea, tra le quali la competenza in materia di cittadinanza.
È accaduto che l’educazione civile, il civismo, è venuto a mancare in maniera preoccupante, così in questi anni sono state presentate alla Camera ben 16 proposte di legge di tutti i gruppi politici e l’Anci, l’Associazione Comuni d’Italia, con in testa il comune di Firenze, ha raccolto centomila firme per reintrodurre nelle scuole l’insegnamento dell’educazione civica come disciplina autonoma e con il voto.
La cosa di per sé potrebbe sembrare anche meritevole, ma come capita ormai nel nostro paese da diverso tempo a questa parte, le soluzioni sembrano sempre poco riflettute e vecchie in partenza, quasi che i tempi non cambiassero.
Neppure l’insegnamento della religione cattolica ha il voto e i voti, che meriterebbero una attenta riflessione sulla loro utilità formativa, invece si propongono come trovata costrittiva per una educazione alla cittadinanza che a ben altro dovrebbe formare, come assumersi la responsabilità delle proprie azioni, ad esempio, anziché tornare a puzzare di ordine e disciplina assecondando il vento che tira.
Questa del ritorno dell’educazione civica non sembra proprio una conquista e spiace che il paese non abbia un pensiero democratico diffuso capace di formulare proposte più nuove, più intelligenti e più avanzate, forse è proprio per questo che non dobbiamo stupirci se poi a prevalere nell’opinione pubblica sono populismo e sovranismo, proprio perché lo spirito democratico manca da tempo di pensieri alti e lunghi.
La sensazione è che siccome si è perduto il bon ton della convivenza civile si ricorre ai ripari. E così i cafoni, quelli stessi che hanno perso di vista il politically correct, hanno pensato di rimediare somministrando ai loro rampolli un’ora settimanale di apprendimento delle buone maniere civiche, con esercitazioni e valutazioni, travestendo la scuola da tata tedesca. È che, se a casa poi si mangia con le mani nel piatto, serve a poco aver appreso il galateo a scuola.
Non abbiamo bisogno di catechismi laici, ma di una società sana. I tempi non sono quelli del 1958, l’Italia e il mondo non sono più quelli e alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi servono gli strumenti per esercitare il loro diritto ad una cittadinanza attiva, consapevole e responsabile.
Tutto ciò non si forma con l’apprendimento di una materia, ma con una pluralità di conoscenze e di esperienze che non sono riconducibili ad unico contenitore, hanno bisogno di progetti e percorsi, di curricoli per dirla da esperti, hanno necessità di intrecciare e intessere numerosi territori del sapere, che non si risolvono con 33 ore all’anno.
Il nostro sistema formativo ha dimostrato in tutti questi anni di saperlo fare, di saper interagire con il territorio, le sue reti, i suoi protagonisti e le sue istituzioni. Non ha dovuto attendere la legge approvata alla Camera per affrontare gli assi epistemici lì indicati, dalla Costituzione all’Agenda Onu 2030, dalla cittadinanza digitale ai diritti, dall’educazione ambientale all’educazione alla legalità.
Credo che le nostre scuole nell’esercizio della loro autonomia in questi anni abbiano fatto molto di più, trovandosi sempre in prima linea ad affrontare una popolazione scolastica sempre più sola e disorientata.
Ma la politica evidentemente è distratta, avrebbe dovuto prestare più attenzione alle tante iniziative promosse ogni giorno dalle nostre scuole e da lì apprendere. Dall’educazione democratica, alla solidarietà e all’inclusione, fino alla costante presa di coscienza della nostra storia, della storia del mondo, del significato di Europa, del dramma dei conflitti mondiali, della Shoah, fino alla lotta contro il cyberbullismo, per la legalità contro le mafie, cercando di capire come il mondo intorno a noi cambia.
Sarebbe bastato confrontarsi con questa fucina di idee e di iniziative vissute sul campo per essere in grado di proporre qualcosa di nuovo e soprattutto fornire più risorse perché le scuole, le ragazze e i ragazzi con loro possano continuare a crescere.
Il risultato prodotto, invece, è un provvedimento senza soldi a testimonianza di una colpevole e generalizzata superficialità, oltre del perenne gattopardesco civismo italiano. Questo governo si propone di finanziare, a partire dal 2020, il nuovo, si fa per dire, insegnamento, con quattro milioni l’anno, corrispondenti a 85 euro per scuola, 57, se poi si considerano le scuole dell’infanzia. Va da sé che questa è palesemente diseducazione civica.

L’arte del turbamento tra blasfemia e moralismo

Dopo il ‘Cristo LGBT’ o ‘Cristo gay’ di Veneziano, una tela anch’essa molto discutibile che rasenta la blasfemia, esposta a Palazzo Ducale di Massa alcuni mesi fa, rappresentante un Cristo in croce con tanto di slip leopardati e un cartiglio sul palo della croce con su scritto LGBT, al posto dell’usuale INRI, pensavo di aver visto di tutto e di più e, invece, mi sbagliavo.

Apprendiamo dalla stampa che la notte scorsa a Vergato (Bo) è stata imbrattata di letame la statua del noto artista Luigi Ontani, inaugurata pochi giorni fa e posizionata davanti alla stazione dei treni. Questo terribile gesto è da condannare sempre, anche se per onestà dobbiamo aggiungere che era stata molto criticata perché ritenuta discutibile e disorientabile, soprattutto nei confronti dei bambini, e perciò a rischio di vandalismo. Che cosa rappresenta questa “orrenda statua fallica”, come è stata definita da molti osservatori? Un fauno adulto, dal grosso fallo eretto, che tiene sulle spalle un bambino alato aggrappato alle sue corna. Ai piedi un serpente, che dovrebbe rappresentare la libido che si introverte, la zampa e la coscia caprine e l’occhio degli illuminati sull’ombelico.
Bisogna ammettere che l’arte provocatoria è sempre più di moda, dove certi artisti vogliono scioccare lo spettatore e convincerlo che è lui stesso a non capire un’arte troppo spesso incomprensibile. E’ anche vero che l’artista deve essere libero di fare ciò che sente e gli detta il suo estro: noi poi, abbiamo il diritto di giudicare, perché non sta scritto da nessuna parte che gli artisti dovrebbero avere una specie di salvacondotto di incriticabilità.

Il tutto mentre in Italia si coprono le statue “ignude” durante la visita di Rohani, e oggi si vorrebbero coprire le croci nei cimiteri per non “turbare” altre religioni.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Come un libro aperto

Quando giro paesi e città tendo ad attribuire loro una forma nello spazio, una dimensione geometrica. Figure rotonde, ovali e sinuose, luoghi quadrati, rettangolari o pentagonali.
Associando il toponimo al gioco delle linee cerco di archiviare nella mia mente la loro identità. Il tutto per sottrarmi ai nostri tempi di “usa e getta”, di “mordi e fuggi”. Così consumiamo costruzioni complesse, che non sono solo architetture urbanistiche, ma forme che hanno preso corpo nella storia, nate dal genio di uomini e donne, vissute dalle persone, che lì hanno lasciato i loro segni, hanno patito i loro dolori e goduto delle loro gioie.
Le città non sono agglomerati di centri e di periferie, l’insieme degli scatoloni entro i quali spendiamo le nostre esistenze più o meno anonime. Le città sono famiglie allargate dove ci si prende cura dell’altro e, nella cura, l’altro ti diviene famigliare, sia che lo medichi, sia che lo istruisci e lo aiuti a crescere. La cittadinanza serve a questo, a socializzare, ad allargare la tua sfera di umanità. Per questo è assurdo che qualcuno avanzi diritti di primogenitura sulla famiglia e sulla genitorialità. Tutto è troppo mescolato per distinguere e la miscela l’ha mischiata la storia e i progressi dei nostri pensieri e del nostro essere civili.
La città è un libro aperto, le piazze e le vie ne sono le pagine illustrate, l’architettura il linguaggio. La città è opera collettiva, è opera corale. Che va scritta insieme, riconoscendoci gli uni negli altri, compagni di strada nella stesura del libro della città.
È nelle città che la solidarietà dell’altro corre a darti una mano per curare le ferite dei terremoti e delle alluvioni. Sono questo le nostre città, la conservazione di inestimabili valori umani.
Le civiltà si sono fatte sempre nelle città. Le città sono i luoghi della civiltà.
Le città non necessitano né di podestà né di capitani del popolo. Hanno bisogno di amicizia, di sentimenti di affetto, di simpatia, di solidarietà, di stima coltivati dalla dimestichezza e dalla familiarità del vivere una comune dimensione urbana. Non ci sono problemi di una parte contro un’altra, i problemi sono sempre di tutti, come scriveva con sano pragmatismo John Dewey, e la loro risoluzione ha sempre bisogno di un più di cultura condivisa. Soprattutto il futuro della città non sarà fatto da quello che accadrà, ma da quello che ciascuno di noi saprà fare accadere.
Pare invece che le città siano divenute il luogo degli inquinamenti umani. Che i flussi delle immigrazioni abbiano prodotto ferite profonde, abbiano violato i patti della convivenza sociale, che le multiculture anziché divenire una ricchezza si siano tradotte in minacce alla cultura che conserviamo. Come se le nostre città da tempo non fossero disgregate, slabbrate, frantumate e non avessimo riservato, ai nuovi arrivati, solo gli interstizi di questa decomposizione che da tempo lavora.
Nessuno che si rechi a visitare una città è interessato alle sue periferie, il polo d’attrazione sono i centri storici, spesso ridotti a musei senza vita, dove occorre regolare con il numero chiuso la calca dei turisti.
Centri calpestati dagli eventi, anziché risorti negli avvenimenti. Centri da cui sono banditi il silenzio, l’ascolto e la riflessione. E quando ciò accade è sempre con troppo rumore.
Abbiamo commercializzato le nostre città, spesso lacerandone il tessuto per via della desocializzazzione, delle violenze, delle droghe. Città dove lo spirito di cura si è perduto, come la capacità di ritessere comunità disperse.
Cos’è la qualità della vita delle città? È l’emigrato che ruba spazio e minaccia la sicurezza o il principio di quantità che ha consumato perfino le nostre facoltà razionali?
Il “disagio della civiltà” di Freud, oggi rischia di tradursi nel “disagio di inciviltà”, nella incapacità di prospettare una “civiltà possibile”. La quantità può contenere non solo l’infelicità, ma anche superare il limite di sopportabilità esistenziale mandando in pezzi uomini e donne.
La città vive di qualità civili, urbane e ambientali. Il rischio è che si scrivano pagine avendo smarrito queste dimensioni, insieme allo scopo della narrazione, alla sua sintassi e alla sua semantica.
Oggi sappiamo di non volere che a prendere la mano nella scrittura siano le tensioni sociali, sia il vivere in continua competizione con gli altri, in una sorta di “bellum omnium contra omnes”.
Non ci sono città ideali o utopiche da disegnare, ma città concrete da raccontare nel loro quotidiano di umanità e di qualità delle persone, ed è ciò che dovrà continuare a fare la differenza.

Il debito pubblico è un problema? Vediamo cosa ne pensano Fmi e Bce

In un interessante ed elaborato paper pubblicato dal Nber (‘Public debt and low interest rates’ che trovate qui) l’economista capo del Fmi Olivier J. Blanchard, prova a rispondere a una domanda che mantiene costante il suo fascino: siamo proprio sicuri che il debito pubblico sia un problema?
Blanchard arriva, molto prudentemente bisogna dire, alla risposta che sostanzialmente non lo sia. In realtà ponendo delle condizioni, di cui la principale è che il tasso d’interesse pagato sul debito sia inferiore al tasso di crescita, ovvero che i sia inferiore a g (i=tasso di interesse, g=tasso di crescita).
Lo studio si sofferma in particolare sull’economia statunitense e mostra che nonostante il debito pubblico sia andato crescendo vertiginosamente, come si prevede faccia anche per il futuro, questi non è mai stato un problema dato che il tasso di interesse è sempre stato inferiore. Così come si presuppone sarà anche per il futuro.
Negli Usa il tasso nominale decennale a fine 2018 era circa il 3%, e le previsioni di crescita nominale (ossia della somma del pil reale e dell’inflazione) è intorno al 4%.
Stessa situazione si riscontra negli altri paesi, del resto sappiamo tutti che, come si dice in giro, siamo nell’era dei tassi zero. Quindi passiamo da un decennale nominale all’1,3% con una previsione decennale di crescita del 3,6 della Gran Bretagna, al Giappone dove il decennale è quotato lo 0,1% e la crescita stimata e è dell’1,4%. Nella zona euro mediamente il decennale quota 1,2% a fronte di una crescita stimata del 3%.
Se poi il fatto di avere il debito sotto controllo possa portare più facilmente benessere ai cittadini rimane controverso in quanto l’economista conclude “Il paper raggiunge conclusioni forti e, a mio avviso, sorprendenti. Dicendola (troppo) semplicemente, il messaggio inviato dai tassi bassi non è solo che il debito può non avere costi fiscali sostanziali, ma anche che potrebbe avere costi di benessere limitati”.
Un’interpretazione di questo scetticismo potrebbe essere dato dal fatto che a dar da mangiare alle persone di sicuro non sono debito e moneta, bisognerebbe qui lasciare la teoria economica e continuare con la politica economica, ma andiamo avanti perché questo report è stato ripreso anche dalla Bce (lo trovate qui).
La Bce si affretta a precisare che “I modelli teorici non arrivano a formulare conclusioni chiare riguardo al segno e alle dimensioni del differenziale tra crescita e tassi di interesse sul debito pubblico”.
Il grafico seguente mostra che laddove persista un debito molto alto, statisticamente il differenziale è più alto, ovvero si pagano più interessi e il debito in generale è meno sostenibile nel lungo periodo, il che costringe un Paese a più alti avanzi primari per coprire gli interessi

Insomma, la situazione italiana dove la crescita non è bastata a pareggiare i costi del debito. La conclusione della Bce sembra proprio essere che seppure il debito pubblico possa non essere un problema, bisogna poterselo permettere. Ovvero il costo degli interessi deve essere inferiore a quello della crescita e non bisogna lasciare che aumenti, perché in questo caso aumentano le possibilità che il differenziale diventi sfavorevole (i>g).
Ma cosa non considera Blanchard e neppure la Bce? Semplicemente che a bloccare la crescita italiana è stata proprio la rincorsa di tutti i governi, dietro costrizione della Commissione europea, ad abbassare il debito. Rincorsa fatta a suon di avanzi primari e tagli alla spesa pubblica che ha depresso sostanzialmente la crescita a differenza degli altri Paesi che invece hanno usufruito o di ampi deficit (quindi spesa) come proprio gli Usa, la Uk e il Giappone oppure confidando sul surplus artificiale e non competitivo come la Germania. La Cina invece ha usufruito di tutti e due gli elementi (deficit reali intorno al 10% e surplus di bilancia commerciale molto alti grazie a un bel po’ di dumping commerciale), raggiungendo vette impareggiabili di crescita del Pil.
Se il debito pubblico sia sostenibile o meno potrà anche dipendere in parte dai tassi di interessi ma dipende soprattutto da altri fattori. In primis, la moneta con la quale ci si indebita e se questa è controllabile dall’emettitore. Se l’Argentina e il Venezuela emettono debito in dollari difficilmente potranno ripagarlo. In questa stessa situazione si trovano i paesi dell’eurozona perchè emettono un debito che non possono gestire.
A tal proposito cito un paper sempre della stessa Bce, Working Paper Series nr. 2072 del giugno 2017 “Con una moneta nazionale, l’autorità monetaria e l’autorità fiscale possono coordinarsi per garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta non sia inadempiente, vale a dire che i titoli di Stato in scadenza saranno convertibili in valuta alla pari, così come i depositi di riserva in scadenza presso la banca centrale sono convertibili in valuta alla pari.
Con questo accordo in vigore, la politica fiscale può concentrarsi sulla stabilizzazione del ciclo economico finché non si è ottenuta la guarigione. In particolare, se l’autorità fiscale effettua un trasferimento forfettario alle famiglie, le famiglie sono più ricche a un determinato livello di prezzo e aumentano le spese.
Tuttavia, sebbene l’euro sia una valuta fiat, le autorità fiscali degli stati membri dell’euro hanno rinunciato alla capacità di emettere debito esente dal rischio di insolvenza.”
Il che dovrebbe chiudere il discorso. Il debito pubblico è un problema finché manterremo separate l’autorità fiscale e l’autorità monetaria, situazione che abbiamo voluto, ne abbiamo fatto oggetto di un trattato e lo rispettiamo come fosse scritto sulla tavole sacre nonostante l’evidenza economica e sociale gridi vendetta. Il tutto è diventato talmente dogmatico che le stesse autorità monetarie che ci impongono sacrifici al suon di alta disoccupazione e distruzione di servizi pubblici, possono permettersi di scrivere che stanno operando al di fuori della normalità senza che ci sia una minima reazione da parte di chi legge.
Non ci resta, dunque, che continuare a giocare con i grafici di Blanchard che pur ha un merito, visto che è stato ripreso dalla Bce e quindi dalla Banca d’Italia: tenere viva la debolissima fiammella del dibattito.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Il clima delle persone

La creatività si nasconde nelle vie silenziose della Ferrara che tace. I creativi sono schivi, lavorano in silenzio, ma se hai l’occasione di incontrarli sono ricchi di parola, d’anima, di suggestioni e di energia da donarti. Quella che scopri ti sembra un’altra Ferrara, ma per te, che da anni scrivi di città della conoscenza, non certo inaspettata.
Varchi una porta davanti alla quale sei passato per anni del tutto ignaro e scopri che lì una volta c’era un forno per cuocere le coppie di pane ferrarese, con la sua rivendita accanto.
Il locale è rimasto qual era, con le sue bocche da fuoco che si aprono su una parete di maioliche bianche. Ora non ci fanno più il pane, ora lo spazio è il luogo in cui lavora un’intelligenza creativa della città, come una presenza in disparte, da non disturbare, perché possa sfornare le sue sorprese: una scultrice del legno. Sì perché a Ferrara, terra della bassa e dei filari di pioppi, si dà vita all’acero, al tiglio, al cirmolo, al rovere e al frassino, come nelle nostre dolomiti, dalla Val Gardena al Bleggio Superiore.
Pare un teatro questo atelier, dove forme e oggetti del tempo sostano solo apparentemente in silenzio come quella parte di città che li ospita, ma in realtà attendono di tornare ad essere vivi nel loro forno di una volta appena tu te ne sarai andato, non senza aver compreso il segreto della loro magia.
Noi ferraresi con la terra, intendo la malta, l’argilla, abbiamo un rapporto particolare perché ci sentiamo costituiti di quella fanghiglia che fa il fiume quando lambisce i suoi argini e poi c’è la nebbia che la bagna e le dà forma. Il racconto del Genesi, quando il dio alitò la vita nel fango, doveva essere ambientato qui da noi.
La ceramica ferrarese ha un’antica tradizione, ora da scoprire è quella reinventata nelle botteghe che ormai capita di incontrare sempre più spesso nella nostra città. Tane della creatività dove si impasta l’argilla in nuove forme e nuovi colori, come nella città si lavora il plexiglass, si fanno vetrate, si dipinge con la carta reinventando i grandi gialli e verdi dei campi di girasole di Van Gogh.
Nel silenzio Ferrara custodisce un sapere tacito che nutre i luoghi del “fare creativo”. Crediamo di essere nella società dell’informazione e della conoscenza, ma la creatività resta come in ogni epoca il fattore chiave dell’economia e della società, nel lavoro come in altre sfere della nostra vita. L’impulso creativo è quello che distingue l’umanità dalle altre specie. Di questa creatività brulica la nostra città.
L’abbiamo scoperta la scorsa settimana, il 23 e il 24 marzo, accompagnati dai bravissimi studenti del nostro Liceo Artistico, Dosso Dossi, che ci hanno guidati per gli itinerari di “Cardini” alla scoperta degli atelier di 23 artisti ferraresi, iniziativa promossa dal CNA e patrocinata dall’amministrazione comunale.
Artisti e giovani che si preparano all’arte, una cura, un’attenzione, una solidarietà tra generazioni, bella, nuova e importante. Vorremmo che non fossero occasioni, ma il fare quotidiano proprio di una città della conoscenza, di una città che apprende. Di una città che fermenta di pensieri, di idee, di creazione, di apprendimenti che passano di mano in mano, di testa in testa.
Vorremmo che fosse il clima della città, la sua linea di fondo, la sua colonna sonora, quello che Richard Florida nel suo ‘The rise of the creative class’ definisce come “people climate” contro il “business climate”, il clima delle persone anziché degli affari che invece ancora ispirano l’idea di Ferrara “città della cultura”.
Un clima capace di formare, attrarre e trattenere persone speciali, non solo creative. Perché il futuro si gioca sull’intelligenza e sul sapere, sulle competenze e sulla qualità delle persone, più che sugli affari, più sulle botteghe della creatività che sulle retrobotteghe, a partire dalle città, i nuovi hub del millennio.
Scoprire la creatività che scaturisce dal lavoro delle mani dei giovani studenti del Dosso Dossi impegnati a dare corpo e colore alle loro fantasie sui pannelli di legno che circondano il cantiere delle case dell’Acer in via Fiume, a dimostrare che la scuola può uscire dalle sue mura.
Che è possibile una scuola senza mura che liberi il potenziale di intelligenze giovani che tiene in ostaggio nelle aule tra cattedre, banchi e programmi da condurre in porto.
Che le nostre scuole brulicano di potenzialità preziose che non devono attendere il domani per esprimersi, ma che hanno il diritto già oggi di dare il loro contributo alla città che è loro come di tutti noi. Ed è compito di noi adulti fornire loro più di un’occasione.
Luci, bagliori, flash che contrastano con il grigio squallore della balbettante campagna dei candidati a governare la città, che già mostra d’essere più intelligente di loro. Più intelligente delle paure, più intelligente delle soluzioni che ciascuno presume di tenere in tasca, più intelligente delle assemblee civiche che si guardano dentro anziché apprendere a guardare fuori.
Nessuno si mostra capace di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, di accendere il futuro, di illuminare d’entusiasmo il grigiore delle nostre nebbie.
Intanto per fortuna la città, nel silenzio, continua a palpitare dentro.

Ripartiamo dal rispetto e dal bene comune

Caro direttore,

la recente presentazione del tuo ultimo libro ‘Responsabilmente liberi’ mi dà lo spunto per qualche considerazione. Parto dall’inquadramento dei tuoi scritti che ha proposto Fiorenzo Baratelli – quello della razionalità, che si lega all’etica e alla morale, richiamandosi soprattutto a Kant – e dal concetto che ne deriva “per li rami”, direbbe Dante, di “civile conversazione”, frutto dell’Illuminismo, oggi rinnegato per far posto alla canea, all’invettiva, all’offesa, alla violenza preconcetta.
Sono convinto, con Baratelli, che oggi la civile conversazione (che è poi un rapporto umano tra le persone, rispetto dell’altro, capacità di ascolto, esercizio che deve tendere dialetticamente al “giusto mezzo” indicato da Aristotele come virtù etica) sia da raggiungere, in politica e nella società, con il conflitto. Cioè con una lotta – non saprei definirla altrimenti – culturale, che può assumere i connotati di un movimento di resistenza e di rivolta civile, in diverse forme (mai violente, sia chiaro!). Ci soccorre, ed è di piena attualità, il pensiero di Antonio Gramsci.

Se questo movimento saprà suscitare sentimenti profondi nella Grande Indifferenza – così per me si esprime oggi lo spirito del tempo – troverà seguaci: anzitutto per difendere la nostra autonomia intellettuale – e quindi la nostra libertà – e la nostra sopravvivenza (leggi: dignità dell’individuo e futuro dell’ambiente e del pianeta) avrà seguaci.
La libertà e la responsabilità del singolo – alla base, credo, dei tuoi scritti – è una questione antica, teologica e filosofica, da declinare nei tempi moderni. Temo che i condizionamenti pervasivi di cui soffriamo abbiano modificato negli anni in moltissime persone i concetti di bene e di male, instaurando progressivamente un relativismo etico che impedisce – secondo me da Nietzsche in poi con ragionamenti progressivamente stravolgenti – di scegliere con ragione l’uno o l’altro (semplifico, ovviamente).

Quello che ieri era illecito moralmente ed eticamente oggi non lo è più: il campo della discrezionalità e dell’arbitrio si è allargato pericolosamente, anche nell’informazione (vedi ad esempio le regole stracciate dal giornalismo dei quotidiani tipo ‘Libero’, la connivenza tra giornalismo e potere, gli effetti ventennio berlusconiano altamente diseducativo, ecc.). C’è bisogno di un nuovo sistema di diritti e di doveri?
Purtroppo sappiamo che non è avvenuto – per colpa di tanti, anche della sinistra, inutile qui riaprire processi – un vero rinnovamento etico dei costumi. Un Rinascimento morale. Viene in mente Franco Fortini, e la sua profetica affermazione: “Tutto è diventato gravemente oscuro”.

Dunque, vivere nella selva di oggi significa resistere, rifiutando con ogni energia le grida e le bestialità, il pensiero unico e le idee imposte; mostri da combattere, ognuno come può e sa fare meglio. Agendo, come ha insegnato Hans Jonas, in modo che le conseguenze di ogni nostra azione “non distruggano la possibilità futura di un’autentica vita umana sulla terra”.
Mi pare un punto di (ri)partenza. Forte? debole? Non lo so. Sono certo però che la battaglia è sui valori, e per l’affermazione di comportamenti rispettosi dell’altro e del bene comune. Forse in questo modo possiamo recuperare una nuova razionalità e una qualche prospettiva, per noi e per chi viene dopo di noi.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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