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TUTTA LA STORIA DEL CONSIGLIO DEL 11 e 12 LUGLIO:
ma la vittoria del sindaco Fabbri assomiglia a quella di Pirro

 

[ 1 ] Seduta del 11 luglio: dove, con un po’ di furbizia si può arrivare al niente

“Io non c’ero”, anche se lo dico senza sospirare. Ero appena tornato dalla festa dell’ ‘insorgente’ Collettivo di Fabbrica ex GKN di Campi Bisenzio e non avevo cuore di infilarmi in Consiglio Comunale: bisogna stare attenti ai cambiamenti climatici. Verso sera telefono agli amici più diligenti di me, sempre presenti sugli spalti, e scopro che non mi ero perso niente. Una seduta che si preannunciava memorabile, o forse no (a Ferrara si dimentica in fretta), ma dove lo spettacolo sembrava assicurato. Anche se il sindaco Fabbri aveva già in tasca l’esito favorevole, sui tre progetti di rigenerazione urbana, ovvero sui tre missili terra aria che avrebbero ferito a morte la città e l’ambiente, maggioranza e opposizione se le sarebbero date di santa ragione (forse addirittura di più di Barattieri e Menelik, come vuole un detto in ferrarese risalente alla guerra d’Africa). Invece niente, nulla di fatto, seduta sospesa, tutto rimandato a oggi pomeriggio. Kill Bill 2.
Dopo cena, è un abitudine, apro Facebook e vado a leggere la pagina di Stefano Lolli – ne seguo solo tre di pagine e la sua è la prima delle tre. Leggo l’ultimo post e capisco quello che un giornalista anche ‘mediocacca’ dovrebbe sapere da un pezzo. Che anche quando non succede niente succede sempre qualcosa, Solo che quel poco o niente è più difficile scriverlo di quando racconti un terremoto. Stefano Lolli, la più bella penna degli ultimi trent’anni di giornalismo autoctono, ci riesce benissimo, facile come bere un bicchier d’acqua.
Cosi nasce il pensiero delittuoso. Perché non rubargli il post e schiaffarlo tale e quale su
periscopio? Ricordo benissimo quello che ha dichiarato solennemente andando in pensione, che non avrebbe mai più scritto per nessun giornale; so che l’autore può denunciarmi per appropriazione indebita e furto con scasso. Stefano Lolli è un amico? Peggio, “dagli amici mi guardi Iddio”. Sono sfuggito miracolosamente 18 mesi fa all’ira funesta di Vittorio Sgarbi, che sulla sua pagina Facebook (2 milioni di followers) rispondeva in diretta video a un mio innocuo articoletto modestamente ironico, gridava: “Ma chi cazzo è  ‘sto Monini, domattina lo querelo”. Beh, mi avrebbe pelato vivo, ma alla fine non mi ha querelato. Si è dimenticato, oppure non ne valeva la pena, in fondo chi cazzo è ‘sto Monini. Ma come reagirà il giornalista pensionato ma informatissimo su tutto e commentatore compulsivo in proprio?
Va bene, facciamola corta, ogni mestiere ha il suo rischio, quello del giornalista come quello del ladro. Sia quel che sia. Con un po’ di tremarella offro ai lettori l’ultimo gioiellino di Stefano Lolli. Chi non l’ha ancora letto, si divertirà e imparerà pure qualcosa.
Francesco Monini

RATTI COME GATTI

Non una semplice seduta, ma la più classica delle ‘fasulare’, quella odierna. Tra illustri assenze, consiglieri evocati per l’appuntamento di domani (quando si discuterà del controverso progetto del nuovo ipermercato) e pasticci tecnici, non si sa quanto veri o quanto creati ad arte, non sono mancati momenti da teatro dell’assurdo. Alla Ionesco, si direbbe. O meglio, io n’esco, prendo e me ne vado di fronte al clamore di certe affermazioni. Si impone ancora una volta il consigliere di Pura Luce Benito Zocca, che dopo le acrobazie in streaming, ora dispensa perle in presenza. Quella odierna è relativa al progetto del nuovo Lidl che dovrebbe sorgere in via Ungarelli: dopo aver detto che servirà soprattutto la popolazione anziana della zona, “che non può fare tanti chilometri” (notare che il Conad di via Foro Boario è a 200 metri e il Carrefour di via Argine Ducale a 350), l’immaginifico leghista ha toccato l’Everest senza bisogno d’ossigeno. La zona in cui sorgerà il Lidl, ha detto, va riqualificata perché popolata, oggi, da “ratti grossi come gatti” che a detta di Zocca s’infilerebbero nelle case e nei giardini come incursori della Folgore. Abito, in linea d’aria, a poche centinaia di metri, passo quotidianamente in via Ungarelli e vedo gente quieta, nulla che faccia pensare a battaglie notturne contro sorci giganti e famelici.
Con queste premesse, probabilmente domani il consigliere di Pura Luce, o qualcun altro come lui, dirà che a giustificare l’insediamento di Esselunga o Effecorta in via Caldirolo, c’è anche la presenza di colonie di babbuini o branchi di caimani che minacciano le vicine Mura.
Ho già premesso, in un altro post, di non essere – per storia personale e interessi – pregiudizialmente contrario all’apertura di centri commerciali, quale che sia la loro sigla. Perché è il libero mercato, e le scelte dei consumatori, che determinano il successo o meno delle iniziative, sia dentro che fuori le Mura. Ma con altrettanta fermezza, sono contrario alle prese per il c**o, e alla luce di quanto visto e sentito oggi in Consiglio – sino agli strategici ‘problemi tecnici’ che hanno interrotto la seduta – spero che domani si parli con chiarezza. Che si dicano i motivi veri del progetto, anche quelli qui irriferibili; che i consiglieri che si sono dichiarati fermamente contrari sulle pagine dei giornali non vengano colti da convulsioni o folgorazioni; che chi ha pubblicato video contro l’apertura di un supermercato di quartiere, ergendosi a paladino del commercio tradizionale e di quello ambulante, non receda dal proposito (pur recondito) di incatenarsi allo Scalone per quella che sarebbe, stando alle sue stesse parole, una “devastazione delle piccole imprese commerciali”. Domani riapparirà, sempre che i voli internazionali non vengano sospesi, anche la consigliera di Forza Italia Paola Peruffo : tendenzialmente inserirei anche lei, per forma mentis, tra i possibili ‘incatenati’ (giacché l’ho sentita spesso, come il suo compagno di partito assessore al Commercio Fornasini, sostenere e patrocinare la salvaguardia dei piccoli negozi che vivacizzano il centro storico), ma da cinico quale sono non so più che pensare. Ho notato in varie circostanze che il magnetismo del voto a favore è inarrestabile, quasi che sedere sui banchi della maggioranza sia una sorta di lato oscuro dell’intelligenza artificiale, più forte di quella naturale (che mai ho negato).
Vedremo e, temo, sentiremo. Immagino già Zocca affilare le metafore; penso ai vari Caprini, Savini, Pignatti, nei loro lettucci, tormentati non dal caldo ma dalla luce pulsante di un voto che può proiettarli, in un senso o nell’altro, nella storia. Mi auguro che il sindaco sia presente, di persona personalmente (come direbbe il poliziotto di Montalbano), risparmiando la tesi, anche questa letta sul giornale, di un ostracismo determinato da ‘voglia di immobilismo’ e dall’ansia “del Pd di difendere catene della grande distribuzione considerate amiche”. Frase, quest’ultima, che può essere pronunciata solo da chi non conosce la città e la sua storia commerciale, che vede oggi insediata almeno una quindicina di diverse insegne della grande distribuzione. E se è innegabile che Coop Estense, da fine anni ’80, abbia tratto un vantaggio dalla possibilità di insediarsi vicino al centro storico come in nessun’altra città, a nessuno può sfuggire che oggi operino sul territorio comunale anche Tosano, Interspar, Lidl, Aldi, Despar, Famila, Penny Market, Ecu, Eurospin, Cadoro, In’s, Conad, Carrefour, Md, Crai e Superday.
Solo un terrapiattista – dunque non Fabbri, che vede il sole e la luna ruotare attorno al Bar del Mister di Scortichino – può pensare che siano tutte catene ‘amiche del Pd’ e animate da comunisti. Potrà anche essere stato ispirato dalla lettura, realmente interessante (a suo tempo l’ho letto anche io) del libro Falce e Carrello di Bernardo Caprotti, indimenticato patron di Esselunga e grande imprenditore. Ma si tratta di un libro del 2007, e in quindici anni nel commercio tante cose sono cambiate, purtroppo anche in modo negativo specie per tanti negozi tradizionali; nella grande distribuzione c’è stata evoluzione, e involuzione, per effetto del ‘modello Amazon’ che sta incidendo sui consumi, non consentendo più a nessuno antiche rendite di posizione. Sarà comunque Esselunga? Ben venga, sarò tra i primi ad entrare per fare acquisti (sono già andato in quello di Bologna), non ho dubbi sulla qualità dell’impresa, e sulla bontà dell’investimento. Sarà il mercato a decretare il successo, come è giusto che sia, senza bisogno di sterili crociate politiche _ o parapolitiche _ di chi è a favore o contro. Senza epiche né topiche.
Per non farla troppo lunga, appunto come una esse, attendiamo il confronto (invocato a mezzo stampa anche dal presidente dell’Ascom Giulio Felloni), e il dibattito che domani si preannuncia vivace, e ahinoi a rischio di farsa. Ma risparmiateci almeno i “ratti grandi come gatti”, perché anche nelle bestialità occorre misura
Testo rubato dalla pagina Fb di Stefano Lolli

 

[2′] Seduta del 12 luglio: alla fine arriva al voto, ma che fatica

Finalmente in Consiglio Comunale volano gli stracci tra maggioranza e opposizione. Volano anche le accuse reciproche, perché ogni parte può (legittimamente) rinfacciare all’altra di aver cambiato negli ultimi mesi e anni opinione e posizione. Primo esempio: nel programma elettorale di Fabbri si esaltava molto l’ambiente e si prometteva di fermarsi con il “consumo di suolo” (leggi: cemento al posto dell’erba). Ma La Destra risponde: “ora siete contro tutto, ma la Giunta di Centrosinistra aveva in progetto un grande Ipermercato in viale Volano”, proprio nella stessa area a ridosso Mura dove il nuovo piano Fabbri prevede un megaparcheggio.
In tutto questo, comunemente chiamato “trasformismo”, i partiti e la classe politica ferrarese nel suo complesso, fa la deprimente figura che ogni lettore può intendere. Ma tant’è, l’effetto concreto in Consiglio è che alcuni consiglieri (della maggioranza) non sappiamo se per un sussulto di coerenza o inseguendo un furbo riposizionamento politico, votano contro il progettone. Senza il voto dei transfughi Savini, Caprini e Pignatti, la vittoria finale del sindaco appare assai striminzita: 17 a favore e 15 contro.
E siamo solo all’ inizio di un percorso che si prevede piuttosto accidentato. Tante associazioni, Italia Nostra in testa, continuano a contestare, dati alla mano, un progetto “inutile e pericoloso” . Poi c’è l’intervento contrario del presidente dell’ Ascom e la grande rabbia dei commercianti che scrivono sui social e ai giornali ferraresi. Infine, e questo rischia di diventare l’ostacolo più grande, c’è SAVE THE PARK, la mozione popolare che ha già superato di slancio le 19.000 firme. Con tanti e crescenti nemici (consiglieri, cittadini, tecnici, professori universitari, associazioni) mi pare che la strada del progettone della maggioranza penerà non poco per superare i tanti passaggi necessari e dare il via ai cantieri.
Alla fine della maratona consiliare, non so quale sia in questo preciso momento l’umore del nostro Primo Cittadino. Certo, ha vinto la battaglia, ma se, come spero, non è del tutto digiuno di storia, ricorda bene come finirono le avventure di Pirro e di Annibale. Entrambi si erano portati dietro gli elefanti, ma non bastò. Anche Fabbri, se vi piace usar un po’ di fantasia, può assomigliare a un elefante, ma io lo immagino chiuso e malinconico dentro un circo, fermo immobile sulle gambe, o sdraiato a terra, depresso, mentre rimugina su quella risicata quanto inutile vittoria.

Francesco Monini

Se vuoi leggere e firmare la petizione popolare SAVE THE PARK che ha già superato le 18.100 adesioni [firma qui la petizione]

La pace non si straccia

 

L’immagine di questa settimana non è una sola, ce ne sono molte altre da mostrarvi. Perché, in questo caso, vanno fatte vedere, e più ce ne sono, più fiducia potremo avere nel futuro. Si tratta di volantini sparsi e incollati un po’ ovunque, per la città di San Pietroburgo, la città considerata ancora oggi il centro culturale di tutta la Russia. Le sue mostre, dalle icone ortodosse alle opere di Kandinsky, l’opera e il balletto, il famoso Teatro Mariinsky con i suoi spettacoli, le tante iniziative culturali lo stanno a dimostrare.

traduzione: Pace e bene (un saluto dai francescani)

Sì, perché la Russia è anche cultura, e non dobbiamo dimenticarlo, soprattutto di questi tempi. Queste foto sono state pubblicate su facebook da una cara amica (naturalmente non farò il suo nome), conosciuta proprio durante un incontro culturale gemellato con la Russia. Lei è russa di San Pietroburgo, traduttrice dal russo all’italiano. Un ragazza giovane e bella che non ha mai visto la guerra. Passeggiando per la città, ha fotografato questi biglietti, attaccati sui muri, dai pacifisti russi.  Aveva manifestato per la pace. Ora è scappata in Serbia. Molti suoi amici stanno ancora manifestando in piazza, rischiando multe salate e l’arresto da parte della polizia russa. Rischiando botte e abusi di potere ogni giorno.

traduzione: Fin tanto che siamo lontani da spari e medaglie, ricordate che Dio è amore

Lei è amica dell’Italia e soprattutto dell’Ucraina. Proprio con una sua cara amica ucraina, aveva pensato che questa primavera, sarebbe stato il momento giusto per partire e fare il cammino di Santiago. Dopo una pandemia è quello che sognano molti giovani; un viaggio che possa rimanerti dentro per la vita e scacciare via le paure, ricominciare a vivere. Invece il suo viaggio è stato verso la Serbia per mettersi al sicuro. Mentre l’amica è dovuta rimanere a Kiev, intraprendendo tutt’altro viaggio nell’orrore. Dalla Serbia scrive ancora, dice che alcuni volantini sono stati stracciati; come molte parole che la diplomazia internazionale cerca di mettere in campo.

Dalla Serbia, lei mi manda traduzioni, le poesie ucraine della sua amica di Kiev. Vuole conoscere e far conoscere, che ci sono tante Russie e tante Ucraine. Mi dice della sua preoccupazione per i suoi cari amici, che si nascondono nelle metropolitane di Charkiv, e non sa quando potrà rivedere. E di un’altra amica, maestra elementare a Kiev, che sfida la guerra continuando a fare lezione ai suoi bambini.

traduzione: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio

Questi biglietti parlano. Parlano di una generazione di giovani russi che è contraria a questa guerra indecente; nuove generazioni che si sentono parte di un mondo intero e non di una sola nazione. E anche se nel 2022 le guerre imperversano ancora, non solo in Ucraina, ma in molte parti del globo: c’è ancora speranza nel futuro, c’è ancora il nuovo e il bello,  per creare invece di distruggere. Un mondo giovane che combatte senza imbracciare le armi, ma solo le parole. Sarà poco, ma Gandhi, sicuramente, avrebbe sorriso.

 

 

 

 

 

 

1995: “La Haine”.
2021: noi giovani stiamo ancora cadendo.

 

“Non siete altro che degli assassini” grida rivolto allo schieramento della polizia in assetto antisommossa che blocca la strada. “Voi sparate, è facile eh?”, continua, alzando il braccio. «Ma noi non abbiamo armi, non abbiamo altro che pietre».

Il frame in bianco e nero che apre il film è un estratto del telegiornale andato in onda in tutta la Francia il 7 aprile 1993. In televisione venivano trasmesse le immagini di violenti e brutali scontri tra polizia e manifestanti durante la notte tra il 6 e il 7 aprile 1993. Le proteste scoppiano in seguito all’omicidio di Makomé M’Bowolé per mano dell’ispettore Pascal Compain. Il giovane ragazzo Zairese di neanche 18 anni era stato fermato la notte precedente con l’accusa di aver rubato delle sigarette con il fine di venderle. Viene arrestato e interrogato per tutta la notte . Sono circa le 6 del mattino quando, minacciato dallo stesso ispettore, viene raggiunto da un colpo di pistola alla testa sparato a bruciapelo ‘erroneamente’.

Da questo episodio il giovane regista ventisettenne Mathieu Kassovitz, parigino di origini ebraiche, decide di girare La Haine. un film iconico che ha segnato intere generazioni di giovani. Esce nel maggio del 1995 e nello stesso anno vince il premio per la miglior regia al 48° festival di Cannes.

Per chi è interessato o non l’avesse mai visto, ecco il film completo nella versione in italiano:

Dopo l’immagine sgranata di quell’uomo che urla, dopo il titolo – La Haine – in bianco su nero come il fulmine di uno sparo riempie lo schermo, una voce fuori campo inizia a parlare:

È la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Il tizio, man mano che cade, si ripete senza sosta per rassicurarsi: «Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui… tutto bene». Ma l’importante non è la caduta. È l’atterraggio.

A parlare è Hubert – interpretato da Hubert Koundé – uno dei tre personaggi protagonisti del film insieme a Vinz (Vincent Cassel) e Said (Saïd Taghmaoui). Hubert è un nero – noir – che come gli altri due vive nei banlieue parigini. Tra i tre quello che sicuramente sembra essere il più maturo, con una visione più razionale della società, mossa non solo da odio ma anche da rammarico e voglia di cambiamento, più che di vendetta. Sarà lui a pronunciare una frase chiave per la lettura del film, in una scena altrettanto importante per il regista: La haine attire la haine. L’odio attira l’odio.
Hubert è cosciente della catena che l’odio provoca, e proprio per questo cerca di spezzarla cercando di non farsi dominare dal desiderio di vendetta nei confronti di società e polizia. Invece Vinz, giovane ebreo, è iniettato d’odio, brama la morte di un poliziotto per ‘pareggiare i conti’, si dice pronto a sparare con una pistola trovata durante il tumulto degli scontri notturni. Said, ragazzo di origine arabe, tra i tre sembra quello più ingenuo, irrequieto ma incosciente, convinto prima a seguire il grido di rabbia di Vinz e successivamente rivisto a concordare con il saggio Hubert.
L’odio di cui tanto si era riempito la bocca Vinz ha l’occasione di esplodere quando nella notte parigina i tre incontrano un gruppo di nazi che se la prendono con Hubert ‘il negro’. Con la pistola puntata alla testa del nazi Vinz tentenna, provocato anche dalle parole dello stesso Hubert, che dalle sue spalle non esita a parlare:
Spara, spara, spara! Porca puttana, spara! Di poliziotti buoni ce ne sono, ma un nazi buono è un nazi morto! Spara porca puttana!

Vinz non ce la fa la violenza non esce dalla canna della pistola, ma sotto conati di vomito.
Hubert l’ha convinto. L’odio chiama solo altro odio. Tornati alle prime luci della mattina nel proprio quartiere, Vinz depone le armi e lascia la pistola nelle mani dell’amico più saggio, considerandolo più capace di portare un tale fardello. 

Sono le 6 del mattino, è la fine del film.
I tre si salutano e Hubert si incammina sulla sua strada. Nel giro di due minuti arriva una volante della polizia. Gli ‘sbirri’ scendono e afferrano Vinz e Said, sbattendoli contro la macchina.
Hubert ha appena il tempo di girarsi, quando uno dei tre poliziotti, vecchia conoscenza dei protagonisti, estrare la pistola e minaccia Viz.
Esplode un colpo a bruciapelo in testa al giovane ragazzo ebreo.
Hubert torna sui suoi passi, a terra il corpo esamine di Vinz, estrae la pistola e la punta in faccia al poliziotto che ha sparato.

Lo schermo si oscura, echeggia un colpo di pistola e di nuovo la voce fuori campo: “È la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Il tizio, man mano che cade, si ripete senza sosta per rassicurarsi: «Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui… tutto bene». Ma l’importante non è la caduta. È l’atterraggio.”.

La caduta che, metaforicamente, sta compiendo la società non si è ancora arrestata. Non siamo ancora atterrati. E sebbene consapevoli di cadere, cerchiamo di rincuorarci dicendo ‘fino a qui tutto bene’.
Nel film i giovani della periferia Parigina hanno un futuro preciso: criminali non per scelta, violenti perché cresciuti nell’odio di chi governa, violenti e scontrosi come la società che li emargina.

Oggi a precipitare siamo tutti noi, tutti i giovani. Abbandonati a noi stessi, con un futuro che non esiste, studenti senza prospettive se non quelle di essere sfruttati, di doversi accontentare, di dover chinar la testa e chiudere gli occhi per sopravvivere.
La crisi di prospettive giovanili porta i ragazzi alla sfiducia nel società e politica, psicologicamente insufficienti e sofferenti. Ne è un esempio come ormai è normalizzato l’uso di psicofarmaci in ragazzi di giovanissima età.

Questa caduta pare inarrestabile. Che alternative abbiamo allora?
C’è chi ci prova da solo, asseconda la caduta e si allinea a logiche individualiste per cui mors tua vita mea.
C’è chi invece crede che per arrestare la caduta, o decidere dove atterrare per farsi meno male, sia necessario creare una comunità forte e consapevole. Creare una comunità vuol dire rifiutare la competizione che vige in questa società, vuol dire cercare di creare un’alternativa per il futuro.
Per un futuro migliore è però necessario lottare nel presente. L’alternativa non è sempre facile da vedere, talvolta lottando ti senti come Don Chisciotte contro i mulini a vento, ma è l’unica alternativa per spezzare le catene dell’odio ed aspirare a una società giusta ed equa per tutti.

SUM, ERGO COGITO
Essere liberi vuol dire pensare.

 

Quando sento dire, e non da ragazzi ingenui e spontanei, che l’obbligo della certificazione verde implica togliere la libertà e che rappresenta un provvedimento paragonabile alle leggi fasciste, mi sento sconfortata. Sconfortata non solo perché questo indica che si è persa la capacità di usare la logica, ma soprattutto perché dimostra che lo studio della storia come maturazione di società, cultura e umanità sta scomparendo Una storia ridotta alla sola acquisizione di un accumulo indiscriminato e una giustapposizione di dati, senza riflessione.

La creazione del green pass è stata fatta proprio per garantire la libertà di tutti: se ci fosse stato l’obbligo del vaccino questa misura non sarebbe stata necessaria, ma il governo per adempiere al suo compito democratico l’ha ideata e implementata per rispettare due diritti: la salute di tutti e la libertà.
E’ è una garanzia reciproca. Una garanzia, seppur minima, per chi è vaccinato di interagire con chi non lo è senza rischi eccessivi, e per chi non è vaccinato di non essere causa di contagio agli altri.

Considerare il green pass un modo occulto di costringere la gente a vaccinarsi, come hanno insinuato le Destre e alcuni mezzi di informazione, è una lettura malevola che non rispetta questa intenzione democratica. È una presa di posizione gratuita che la Destra ha esercitato sul governo semplicemente per mostrare il suo potere, facendo azione di disturbo. Eppure, il compito dell’ Opposizione non dovrebbe essere di andare semplicemente contro al governo, ma rappresentare i temi delle minoranze che compongono la società, rendendo più democratica l’azione del governo. L’Opposizione fine a sé stessa crea instabilità, non democrazia.

La politica e le leggi vanno interpretate secondo i valori dell’umanità: altrimenti anche i principi su cui si basava il processo di Norimberga decadono. Eichmann non doveva essere giustiziato perché pedestre esecutore di leggi scritte. E anche Carola Rackete, la comandante della Sea Watch, doveva lasciar morire decine di persone per rispettare il Decreto Sicurezza–bis.

Queste ultime sembrano affermazioni retoriche, invece è una realtà che si sta attuando, per esempio, nel caso Riace.
Sono 15 sabati consecutivi che vediamo rumorose manifestazioni contro il green pass, mentre per la condanna a tredici anni di carcere di Mimmo Lucano per aver salvato delle persone e per aver trasformato una situazione di emarginazione in un motore di innovazione e sviluppo, non ce n’è stata che una sola, pressoché ignorata dai mezzi di comunicazione. E’ una nuova conferma che la stampa non svolge un servizio alla democrazia, ma segue piuttosto le leggi di mercato. E questo dovrebbe indignarci profondamente a prescindere dal nostro schieramento politico.

Sicuramente Mimmo Lucano per realizzare un progetto di accoglienza degno di quella che storicamente è stata la cultura italiana ha dovuto forzare dei regolamenti burocratici, in un paese e in un contesto nel quale la burocrazia per mantenere il proprio potere di controllo è arrivata, come spesso accade, alla disumanità se non addirittura all’assurdo.

Sappiamo ancora cos’è la democrazia?
Ci ricordiamo che la democrazia altro non è se non il tentativo di rendere storica e permanente la capacità di un’organizzazione di armonizzare l’esercizio della libertà personale – non solo individuale – con il bene comune? Che è lo strumento che permette di trasformare gli individui da atomi separati e in contrapposizione in soggetti intercomunicanti, solidali e collaborativi? Alla fine, vogliamo chiederci se siamo esseri che si limitano ad esprimere le leggi della chimica e della fisica, oppure se siamo esseri liberi che danno senso alla vita qualificandola secondo i propri valori di condivisione e comunione?

Avvenimenti come questi fanno emergere la superficialità dei comportamenti delle persone e l’incapacità di riflettere sulla realtà che diventa sempre più complessa e sempre più esigente. Questa è una conseguenza del depotenziamento della scuola pubblica, inteso sia per quanto riguarda gli investimenti e la percentuale di spesa pubblica, sia perché il ruolo della scuola è stato reso sempre più marginale nell’organizzazione generale della società stessa. La conseguenza immediata è che non si dà più peso e tempo alla necessità di pensare.

Cosa vuol dire pensare?  Oggi la scuola non lo insegna più.
L’istruzione pubblica manca doppiamente a questo ruolo di costruzione del pensiero: prima di tutto, eliminando l’educazione civica ha privato le nuove generazioni dell’abitudine a riflettere su cosa sia la democrazia, privandole anche delle nozioni di base relative alle istituzioni che la reggono e alle loro funzioni.
Il risultato paradossale è che la gente accusa il governo di non essere democratico e poi non va a votare. Questa mancanza di elementare educazione e cultura civica ha reso possibile l’impoverimento del linguaggio tanto da permettere la confusione tra concetti quali potere, politica e partito, che vengono usati come sinonimi, quando i loro significati non sono affatto coincidenti.
Altrettanto grave è che la scuola oggi non sia più finalizzata a educare la persona a sapere chi è, chi vuole essere e dove vuole andare, ma semplicemente a essere funzionale a una logica capitalistica che ha come scopo quello di avere successo, dove il successo si identifica solo con il diventare ricchi.

Oggi la scuola non insegna che pensare è entrare dentro il significato delle conoscenze e includerle in un processo storico e all’interno di un contesto. Pensare vuol dire dare senso e significato reale alle parole, considerandole nella complessità del ragionamento in cui sono espresse. Per questo pensare ti rende libero: perché ti permette di sapere chi sei e chi vuoi essere, ti aiuta a individuare i criteri per riconoscere dove sei, sapere che ci sono gli altri e ti rende consapevole anche di possedere gli strumenti per esprimere tua soggettività mettendoti in relazione e non in contrapposizione con l’altro. Senza conflitto.

Quando la scuola tornerà ad insegnare a pensare e ad essere creativi?  Quando riconoscerà il valore profondo di ogni persona? Quando riconoscerà che la persona, proprio perché unica e libera, è la risorsa che l’umanità attende per crescere e diventare sempre più libera e capace di individuare e rispondere al desiderio di una vita felice per tutti?

Ferma opposizione al taglio degli alberi di Viale Carducci al Lido degli Estensi

“Riqualificazione” di viale Carducci a Lido degli Estensi
Le associazioni ambientaliste  al fianco del Comitato contro l’abbattimento dei pini

In un periodo in cui sembra finalmente diffondersi la coscienza della necessità di una riconversione ecologica e del rispetto diffuso dell’ambiente, può sembrare incredibile che il progetto di “riqualificazione” del viale centrale di una nota località balneare parta dall’abbattimento di 47 alberi adulti, alberi in buona parte sopravvissuti alla furia della speculazione edilizia degli anni sessanta e settanta del Novecento. E’ ciò che sta per accadere al Lido degli Estensi, per volontà del Comune di Comacchio, dove inizieranno a giorni i lavori di “riqualificazione” di viale Carducci sulla base di un progetto che nasce vecchio, impostato su presupposti superati che ignorano le norme più elementari di rispetto dell’ambiente.

Eppure nel 2015 il Comune di Comacchio era partito col piede giusto con un concorso di idee per riqualificare il viale Carducci del quale risultò vincitore, nel 2016, un progetto impostato sul rispetto dei valori ambientali presenti nel luogo, anche secondo le indicazioni, è bene ricordarlo, dell’articolo 23 bis della normativa tecnica di attuazione del Piano Regolatore Generale, che risulta tuttora vigente, che inserisce il viale Carducci nelle “zone di salvaguardia di qualità urbana” .

In seguito il Comune, dopo un lungo periodo di gestazione, non conferì l’incarico di progettazione  al vincitore del concorso, come sarebbe stato giusto e logico aspettarsi, ma all’ACER-Azienda Casa Emilia Romagna di Ferrara che, nel dicembre 2018, presentò uno studio di fattibilità nella sostanza ancora rispettoso dei valori ambientali presenti nel luogo.

Nel 2019 venne poi commissionato ad ACER il progetto definitivo di riqualificazione del viale Carducci, che Acer subappaltò ad altro studio tecnico, che elaborò un nuovo progetto, diverso dai precedenti, che prevedeva, tra l’altro, il totale abbattimento di tutti gli alberi adulti, in buona parte pini marittimi, presenti sul viale. Occorre aggiungere che il percorso scelto dal Comune di Comacchio venne nell’aprile 2020 censurato da una delibera dell’ANAC – Autorità Nazionale Anticorruzione, interpellata nel merito dall’Ordine degli Architetti di Ferrara, e che pertanto il nuovo progetto era pesantemente viziato da aspetti di dubbia legittimità.

Sorprendente che la nuova amministrazione del Comune di Comacchio, subentrata alla precedente nell’autunno 2020, anziché annullare il progetto contestato e ripartire dai risultati del concorso, lo abbia fatto proprio emettendo, nell’estate 2021, un bando per la progettazione esecutiva,  vinto da nuovi progettisti che mantengono, forse peggiorandole, tutte le criticità del progetto precedente.

Tutto questo ha provocato la reazione e lo sdegno di molti cittadini che hanno dato vita al Comitato di Salvaguardia Civico Ambientale per cercare di evitare lo scempio dell’abbattimento degli alberi esistenti in viale Carducci e nel viale delle Querce, con iniziative, appelli e anche con esposti alla Procura della Repubblica ed alla Corte dei Conti, Comitato al quale le Associazioni che sottoscrivono il presente comunicato esprimono la propria solidarietà ed il proprio convinto appoggio.

E’ evidente che l’abbattimento delle piante adulte dei viali Carducci e delle Querce, attuato direttamente su iniziativa del Comune di Comacchio con lo scopo dichiarato di “riqualificare”, impedirà in futuro al Comune stesso di negare il permesso di abbattere piante adulte a chiunque ne farà richiesta per iniziative immobiliari volte a “riqualificare” immobili privati, con conseguenze devastanti per la residua qualità urbanistica dei lidi ferraresi già  fortemente compromessa, in passato, da politiche dissennate di espansione edilizia a scapito degli straordinari valori ambientali un tempo presenti  in modo diffuso nella nostra costa.

Le associazioni ambientaliste firmatarie:
Garden Club
Italia Nostra
Legambiente
Lipu
Naturalisti Ferraresi Amici del Delta
Rete Giustizia Climatica
WWF

SE 20.000 VI SEMBRAN POCHI…
A Firenze nasce una nuova opposizione. L’unica.

Per raccontare cosa è successo ieri, 18 settembre 2021, a Firenze, bisogna partire dall’inizio.
partigiani
Firenze, 5 agosto 1944: La Brigata Partigiana “Vittorio Sinigaglia” entra in Oltrarno.
Comincia cosi la canzone dei partigiani della brigata. Nel corso degli anni, alla sua riscoperta è seguita una popolarità rinnovata, e Insorgiam è entrato a far parte del repertorio di diverse formazioni toscane e non solo:
Insorgiam
ci chiamano gli schiavi,
sbirri della Libertà,
i bastardi non figli degli avi
che fecero la nostra Unità.
Il fascismo ci rese ribaldi
vili servi del gran capital
freme a noi tra di noi Garibaldi,
muoia dunque chi vili ci fa.
La canzone continua: Passa passa l’orda gigante e si leva / l’era nuova di pace e d’amor. / Ogni popolo è il solo padrone / della patria e del proprio avvenir; / non più guerre, non più distruzione, / solo forza che sa costruir. [Un po’ di storia e il testo integrale di Insorgiam!] 

Ne abbiamo ampiamente parlato su questo giornale [Qui] e [Qui] La lotta dei lavoratori della GKN di Campi Bisenzio contro la chiusura dello stabilimento, la delocalizzazione della produzione e il licenziamento in blocco di tutti i dipendenti, ha assunto da subito un carattere nuovo, inedito.

I 422 della GKN, i protagonisti, non si sono limitati a scendere in strada, a occupare la fabbrica e a impostare una vertenza locale con il loro padrone, ma hanno subito ‘guardato oltre’.

Hanno coinvolto tutte le realtà sociali e di movimento di Firenze. Hanno preso contatto con i lavoratori che in tutta Italia subiscono oggi la minaccia del licenziamento. Hanno lanciato un appello che chiede la solidarietà di studenti, lavoratori, disoccupati e cittadini di buona volontà.

Hanno addirittura scritto insieme a un pool di esperti una proposta di legge che vieta il ricorso ai licenziamenti alle Aziende che oggi delocalizzano, ma che fino a ieri hanno ottenuto contributi pubblici.

Dunque una lotta esemplare, che cerca di bucare il muro di silenzio di partiti e media, ed è riuscita a costruire un larghissimo e colorato fronte comune. Da qui la scelta del motto partigiano fiorentino, quel #Insorgiamo! che da alcune settimane disturba il sonno del presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Il risultato di questo grande lavoro di base (i lavoratori della GKN stanno ancora girando l’Italia per raccontare la loro proposta), della loro  lungimiranza e maturità intellettuale nell’impostare la lotta come “una lotta di tutti”, si è visto nell’imponente manifestazione di ieri. Più di 20.000 persone, un corteo combattivo ma composto, tantissime bandiere (rosse i maggioranza).

E’ stata ‘una cosa così grossa’ che giornali e televisioni questa volta devono rompere il silenzio tenuto nei giorni che hanno preceduto la manifestazione. Questa volta, per dovere di cronaca, devono parlarne, almeno un poco. Per una manciata di secondi, e nelle pagine interne. Solo Il manifesto concede alla notizia la sua prima pagina.

E se, come previsto, il segretario nazionale della Cgil non si fa vedere, sfila tra gli altri lo scrittore e drammaturgo fiorentino Stefano Massini. Per raccontare questo grande fiume di gente – tantissimi i giovani e giovanissimi – e le decine e decine di facce, bandiere e striscioni, la cosa migliore è lasciar spazio alle immagini:

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Scrivono nella loro pagina Fb i lavoratori della GKN: “Siamo giunti alla fine di questa immensa giornata di lotta. Firenze è insorta, ci ha abbracciato. Ecco le nostre parole”:
https://www.facebook.com/insorgiamoconilavoratorigkn/videos/409606300551155/

L’incredibile e un po’ ignobile vicenda del taccuino Ghedini.
Alcune osservazioni alla risposta dell’assessore Gulinelli

Di cosa Parliamo:

Il pittore Giuseppe Ghedini lascia, alla sua morte nel 1791, alla Biblioteca, oggi Ariostea, un taccuino contenente 31 disegni eseguiti per l’edizione veneziana del Ricciardetto. Il taccuino scompare e riappare nel 2020 sul mercato antiquario.

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Un disegno del taccuino Ghedini

Alcune associazioni culturali cittadine chiedono alla Amministrazione di farsi carico del suo recupero. L’Assessore alla Cultura, geometra Marco Gulinelli, dichiara il proprio impegno, ma intanto segnala la presenza dei disegni alla Fondazione Cavallini Sgarbi che li acquista.

In data 19 maggio 2021 le consigliere comunali Ilaria Baraldi (dem) e Roberta Fusari (Azione Civica) depositano una interrogazione nella quale chiedono perché l’Assessore ha favorito una Fondazione privata invece di operare perché il taccuino ritorni nella sede destinata.

Per regolamento la risposta è pubblica, merita di essere conosciuta (ci scusiamo per la lettura difficoltosa del pdf ndr,)

 

Alcune osservazioni alla risposta dell’Assessore Gulinelli:

Già la Consigliera Comunale Ilaria Baraldi ha puntualmente ricordato alcune delle carenze della risposta dell’Assessore Gulinelli.

La Consigliera osserva che l’Assessore non spiega perché non ha immediatamente avvertito gli organi della tutela affinché un bene pubblico, illecitamente trafugato, fosse restituito all’ente proprietario. Gulinelli mente alle interpellanti parlando di un autonomo interesse della Fondazione Cavallini Sgarbi. Il Presidente della Fondazione, Vittorio Sgarbi, ha pubblicamente dichiarato che è stato l’Assessore a chiedergli di intervenire: “Gulinelli mi ha fatto una richiesta”.

La Baraldi nota infine: “Che un bene pubblico (lo era, doveva tornare a esserlo) finisca ad arricchire una collezione privata anziché tornare al suo legittimo proprietario (il Comune e la Biblioteca Ariostea) proprio grazie all’azione di un assessore non credo sia solo sconveniente”. Opinione che implicitamente ipotizza la necessità di verificare anche responsabilità più gravi.

Vorrei aggiungere che la Fondazione Cavallini Sgarbi non raccoglie solo opere per volontà di collezione ma ne fa anche mercato. Lecitamente perché autorizzata dall’art. 3 comma i del proprio statuto. Sorprende che l’Assessore neghi la possibilità di acquisire in antiquariato, dimenticando che l’Amministrazione lo ha fatto in passato, e favorisca chi a quel mercato partecipa.

L’Assessore dimentica di avere scritto che la Fondazione avrebbe “donato” il taccuino alla Biblioteca. Lo smentisce il Presidente della Fondazione il quale, del tutto legittimamente, dichiara che i disegni seguiranno le sorti della raccolta; non saranno donati ma potranno essere esposti al pubblico, temporaneamente, nella sede di Palazzo Schifanoia.

Visto che non vi è alcun rapporto con il palazzo e le sue raccolte è lecito chiedersi cosa ne pensa la direzione di quel museo; come, formalmente, si giustifica l’intervento di una istituzione esterna alla amministrazione.

L’assessore parla della necessità di rivolgersi a esperti ‘terzi’ per una valutazione. Evidentemente non ha fiducia nelle competenze presenti negli uffici municipali; evidentemente ignora che gli uffici di Soprintendenza svolgono anche questo compito.

L’assessore non conosce o vuole ignorare la legislazione afferente, in particolare quanto prescrive il Codice dei Beni Culturali. L’assessore ignora, o finge di ignorare, il tema del rapporto pubblico-privato: non sa come costruirlo, o non vuole.

Molto altro si potrebbe aggiungere. Resta che la risposta dell’Assessore testimonia la volontà di elusione del problema o la sua incapacità ad affrontarlo. Tutta la gestione della vicenda toglie credibilità e affidabilità ad ogni azione che l’Assessore porrà in essere.

“PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI”… STACCI!
Il caso Enzo Bianchi, allontanato dalla Comunità di Bose

Un ricordo

17 settembre 2017, Modena, piazza Grande. Alle ore 18 ha inizio la  lectio di Enzo Bianchi al Festival della Filosofia di Modena sul tema:  “Maschio e femmina Dio li creò”.
Il mio primo incontro con il fondatore della comunità di Bose non poteva pretendere scenario più suggestivo: la piazza è gremita di gente, moltissimi i giovani, i posti a sedere sono tutti occupati sin dalle prime ore del pomeriggio e, dietro il palco che accoglie i relatori, maestoso si erge il Duomo, la testimonianza più alta dell’arte romanica in Italia.

Enzo Bianchi inizia a svolgere la sua riflessione sull’inizio del libro della Genesi e colpisce immediatamente ancor prima del contenuto delle parole, il suo inconfondibile timbro di voce, profondo, robusto, che attira l’attenzione, qualunque cosa dica, sempre scandita con troppa energia.  Ha detto bene il critico letterario Alfonso Berardinelli: “è una specie di ruggito, un ruggito però che rassicura invece di spaventare.”.
Bianchi parla di “una relazione”, parla “della relazione”.

Wiligelmo, La creazione dell’uomo, della donna e del peccato originale, Duomo di Modena, Bassorilievo

Parla del principio di tutto, dell’inizio, in completa sintonia con quello che ha davanti a sé: le lastre della facciata del Duomo che raccontano le storie di Adamo ed Eva, opera dello scultore Wiligelmo: ancora un inizio! E’ con Wiligelmo infatti che l’uomo riappare sulla scena dell’arte moderna, prima di tutto nella scultura, qui sul Duomo di Modena dell’architetto Lanfranco tra il 1099 e il 1106, con un anticipo impressionante rispetto a quello che avverrà in pittura con Giotto!
Wiligelmo allontana l’astrazione bizantina raccontando per la prima volta una storia di veri uomini, rappresentando il volume dei loro corpi, il loro lavoro, la loro sofferenza; illustra sulla pietra il loro dramma e la loro speranza.

Bianchi parla dei due racconti della creazione avendo ben presente tutto questo. Parla cioè della Vita e solo della vita! Vivere significa non solo venire al mondo, ma abitarlo, stare tra co-creature di cui gli umani devono assumersi una responsabilità. In tutta la piazza risuonano solenni le parole di fratel Enzo:
“Gli umani hanno un corpo come gli animali, sono animali, ma sono anche diversi da loro, innanzitutto nella responsabilità….L’umano è veramente tale quando vive la relazione, ma ogni relazione di differenza comporta tensione e conflitto… Solo nella relazione l’umano trova vita e felicità, ma la relazione va imparata, ordinata, esercitata…”
Proprio queste parole mi sono tornate alla mente quando, pochi giorni or sono, esattamente la sera del 26 maggio,  ho letto incredulo il comunicato  reso noto sul sito monasterodibose.it in cui si parla di un decreto, firmato il 13 maggio dal segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin e approvato in forma specifica da papa Francesco che ha disposto, con sentenza definitiva e inappellabile, l’allontanamento da Bose di Enzo Bianchi, fondatore della comunità nel lontano 1965, e di altri due monaci e una monaca.

“Ho fatto un sogno chiamato Bose”

La storia di Bose comincia nel 1965, alla fine del Concilio Vaticano II.
Enzo Bianchi allora è un giovane ventiduenne della Fuci e conseguita la laurea in Economia, decide di ritirarsi, da solo, in una cascina abbandonata di Bose, una frazione del comune di Magnano, nel Biellese.

Fratel Enzo Bianchi non ha mai voluto diventare sacerdote, ma seguire una vita monastica cenobitica, ispirata al principio del primato della comunità. Nel volgere di pochi anni altri fratelli, due giovani e una donna, arrivano a condividere quella esperienza diventata realtà ecclesiale, non senza ostacoli in verità, alla fine del novembre del’68.
Enzo Bianchi vuole risalire alle radici del cristianesimo, alla Chiesa indivisa che non conosce separazioni tra cattolici, ortodossi e protestanti, e aperta alle donne.
Bianchi scrive la «regola» sull’esempio benedettino: una vita di preghiera e lavoro — agricoltura, laboratorio di ceramica e di icone, la falegnameria, una casa editrice — scandita dagli uffici quotidiani e dalla lectio divina, caratterizzata dal dialogo ecumenico e dalla interconfessionalità.
Oggi la comunità conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di cinque diverse nazionalità.
Oggi Enzo Bianchi è consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; Membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles); collaboratore, opinionista ,recensore, titolare di rubriche per  alcuni quotidiani nazionali; autore di innumerevoli volumi sulla spiritualità cristiana e sul dialogo della Chiesa e il mondo .Fu chiamato da Benedetto XVI al Sinodo dei vescovi del 2008 sulla Parola di Dio in qualità di esperto. Nel 2014 Papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Nel 2018 lo nomina uditore dell’assemblea del Sinodo dei vescovi sui giovani.
Il 26 dicembre 2016 Bianchi  annuncia le dimissioni da priore della Comunità di Bose, con effetto a partire dal 25 gennaio 2017.
Nel 2017 viene scelto come suo successore Luciano Manicardi, maestro dei novizi e successivamente vice priore.

L’inizio della fine?

Delineato così, seppur a grandi linee,  il profilo dell’ex priore di Bose e la storia della comunità, possiamo adesso tornare  all’analisi del comunicato asettico con cui veniamo informati  dell’allontanamento di fratel Enzo  dalla Comunità di Bose. Dalla lettura del testo si comprendono in verità solo i seguenti elementi:

1) il problema riguarda una generica preoccupazione  per una situazione tesa e problematica nella nostra Comunità per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno. E per risolvere questo problema si chiede l’intervento del Vaticano. Cosi commenta uno dei più importanti teologi italiani, Giuseppe Ruggieri:
“C’è stata l’ingenuità di essersi appellati al Vaticano per dirimere una questione interna. Purtroppo sono loro ad aver legittimato un intervento che di per sé è illegittimo perché la comunità di Bose non è passibile di una visita apostolica. E’ una comunità di laici che segue soprattutto la tradizione ortodossa che al massimo ha come riferimento il Vescovo locale. L’attuale responsabile, Manicardi, e anche qualcun altro che ha autorevolezza, hanno legittimato questo intervento. Del caso ha approfittato la curia per normalizzare un’esperienza che non rientrava nei ranghi, difficile da gestire dall’esterno”. [Qui]
2) L’intervento del Vaticano si è concretizzato, come si legge nel documento, nella richiesta del Papa di una visita apostolica che si è svolta dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020. I Visitatori hanno quindi redatto una relazione fatta sulla base delle testimonianze di ogni membro della comunità.
3 ) Sulla base di tale relazione è stato emanato un decreto singolare del 13 maggio 2020 firmato dal Segretario di Stato e approvato dal Papa.
4) Le decisioni contenute nel decreto sono state comunicate in un primo tempo in forma del tutto riservata solo agli interessati.
5) Poiché i destinatari del decreto però hanno rifiutato di conformarsi alle prescrizioni ivi contenute, allora la Comunità ha dovuto esternare pubblicamente i nomi dei destinatari dei provvedimenti, tra cui in primis quello di  Fr. Enzo Bianchi.
6 ) E infine viene comunicato che  ai fratelli coinvolti dal provvedimento si chiede l’abbandono della Comunità.
7) Il comunicato si conclude con l’informazione della esistenza di una lettera della Santa Sede in cui sono state tracciate le linee portanti di un processo di rinnovamento per la Comunità.

Dal canto suo, Bianchi si oppone ai provvedimenti decisi dal Papa, chiede di conoscere le prove delle supposte mancanze e di potersi difendere da false accuse, con  ciò  accrescendo le difficoltà di una decisione che, come abbiamo già detto, il Vaticano in un primo momento aveva cercato di tenere riservata proprio per tutelare l’immagine del fondatore di Bose.
La situazione risulta paradossale e incomprensibile alla luce anche del rapporto saldissimo che c’è sempre stato, fin dalla sua elezione al pontificato, tra Francesco e Bianchi. Il fondatore di Bose, almeno finora, è stato un grande sostenitore di Bergoglio e delle sue scelte.

All’inizio di questa esperienza, Bianchi scrisse parole molto eloquenti, piene di fiducia in particolare rispetto al Papa. Ora in verità, con lo sviluppo della vicenda si sta facendo preminente in lui una sorta di larvata amarezza, come traspare nei tweet del suo seguitissimo profilo social. L’ultimo messaggio che ha lasciato su Twitter, alcuni giorni fa, suona amaro: «Ciò che è decisivo per determinare il valore di una vita non è la quantità di cose che abbiamo realizzato, ma l’amore che abbiamo vissuto in ciascuna delle nostre azioni: anche quando le cose che abbiamo realizzato finiranno l’amore resterà come loro traccia indelebile».

Il dibattito in corso

La decisione di allontanare, seppur momentaneamente, Bianchi dalla sua comunità ha lasciato intanto interdetti tutti i suoi sostenitori e ha aperto un grande dibattito   sulla opportunità di una scelta del genere da parte del Pontefice.
Uno dei più importanti teologi italiani, Giuseppe Ruggieri  sul Fatto Quotidiano del 30 maggio [Qui] ravvisa un cedimento del Papa ad una volontà di normalizzazione della curia che ha approfittato del caso per far rientrare una volta per tutte una esperienza anomala rispetto al quadro istituzionale durata troppo a lungo.
Il prof. Alberto Melloni su Repubblica del 28 maggio individua in quattro punti una manovra vaticana dei tradizionalisti per cui ,il caso in questione, non sarebbe che “un pezzo di quella che un saggio vescovo italiano chiama la “faida vaticana contro Francesco”: aver saputo usare la litigiosità monastica, la Segreteria di Stato e il Papa stesso per togliere di mezzo, come fu per l’allontanamento di don Dario Viganò dalla congregazione delle comunicazioni o del comandante Domenico Giani dalla Gendarmeria, persone vicine al pontefice.”[Qui]
Raniero La Valle, giornalista esperto del Concilio Vaticano II, al contrario, sempre sul Fatto del 30 maggio, non ravvisa nessuna faida vaticana, ma solo un momento di crisi della comunità: “Non c’è alcuna intenzione punitiva o di repressione nei confronti di Bose. Papa Francesco ha sempre apprezzato il cammino intrapreso dalla comunità piemontese. Se si è resa necessaria una decisione come quella che ci ha addolorato evidentemente non è per porre fine o stroncare questo carisma ma per difenderlo, preservarlo e farlo crescere.”.

Alcune considerazioni

Lontani da ogni tentazione dell’attribuzione del torto o della ragione in modo aprioristico o ideologico,  ciò di cui si avverte di più la mancanza, arrivati a questo punto, è soprattutto una certa dose di chiarezza e di coraggio di chi,diciamo, ha condotto questa operazione.
Se il problema è “l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno”, si tratterebbe pur sempre di questioni relazionali interne, ed è veramente troppo poco per invocare e per giustificare un intervento così profondo e di alto profilo.
E’ abbastanza chiaro, infatti, che il problema non può essere legato solo alla problematicità delle procedure  regolanti i rapporti tra fondatore e successore , ma implichi scelte di fondo non chiarite, altrimenti sarebbe incomprensibile l’appello al Vaticano e l’intervento dello stesso Papa. Per questo motivo  tutta la diatriba non la si può lasciare alla banalità della cronaca, ma va colta come opportunità per entrare nel vivo di una situazione generale di chiesa.

Ascoltiamo il commento di padre Alberto Simoni  di Koinonia, intervento che tenta di rintracciare le  ragioni della problematicità della questione in gioco:
“L’esperienza di Bose, iniziata alla chiusura del Concilio, è assurta a simbolo di rinnovamento conciliare, ed in questo senso è stata di approdo e di rifugio per tanti, dando vita al tempo stesso ad un fenomeno di eterogenesi dei fini, e quindi a contraddizioni intrinseche esplose solo ora. Ponendosi in immediata continuità col Vaticano II, forse troppo prematuramente, di fatto il fenomeno Bose nasceva in contrasto col Concilio stesso: riproponeva infatti forme di vita cristiana e spirituale datate per quanto aggiornate, simbolo di altre epoche, e cioè di quella cristianità che si voleva oltrepassare…Dunque in causa sembra esserci questo “processo di rinnovamento”: ma allora è da pensare che fosse proprio Enzo Bianchi a intralciare questo “rinnovato slancio alla vita monastica ed ecumenica” della Comunità? Che c’è di male a farlo capire?
Sarebbe l’occasione ottima per dare esempio di quella chiarezza e coraggio di cui avrebbe bisogno una chiesa in apnea senza più capacità di confronto e di dibattito… Nessuno può impedirci di pensare che siamo in presenza di una operazione di normalizzazione in cui purtroppo è coinvolto anche papa Francesco, mentre rimbomba l’assoluto silenzio della chiesa italiana, forse nel tentativo di ridurre tutto a fatto personale di giornata.”. (in Koinonia-forum, 29/5/2020)

L’accettazione

Il 1 giugno sera sul sito della comunità, nelle notizie, appare un comunicato che in verità tutti aspettavano con ansia e che pur mettendo un primo punto fermo a questa vicenda, non la chiude di certo: “All’indomani della solennità della Pentecoste, la Comunità di Bose ha accolto la notizia che il suo fondatore, fr. Enzo Bianchi, assieme a fr. Goffredo Boselli e a sr. Antonella Casiraghi hanno dichiarato di accettare, seppure in spirito di sofferta obbedienza, tutte le disposizioni contenute nel Decreto della Santa Sede del 13 maggio 2020. Fr. Lino Breda l’aveva dichiarato immediatamente, al momento stesso della notifica.A partire dai prossimi giorni, dunque, per il tempo indicato nelle disposizioni, essi vivranno come fratelli e sorella della Comunità in luoghi distinti da Bose e dalle sue Fraternità.”.
Per i due confratelli e la consorella si parla di cinque anni! In Vaticano spiegano che l’allontanamento era necessario per salvare la comunità dal rischio di una spaccatura irrimediabile.
Tutto risolto quindi? Niente affatto. Mancano ancora i due elementi  poco sopra invocati per continuare a sperare in una continuazione di quello spirito originario che ha fatto nascere Bose, mancano chiarezza e coraggio.
Certo dal comunicato sembra emergere che Bianchi e gli altri membri allontanati non saranno espulsi dalla comunità, e che la disposizione abbia una scadenza temporale. Ma il documento con cui il Vaticano ha deciso di allontanare Bianchi non è stato condiviso , e i suoi contenuti sono stati diffusi in parte soltanto dalla comunità di Bose. Adesso che la mediazione del vaticano è stata così legittimata, non penso potrà essere esclusa dalla definizione del futuro della comunità, con tutto quello che ne potrà conseguire.

E Bianchi? In queste ore Enzo Bianchi ha fatto ancora sentire la sua voce via Twitter: “Giunge l’ora in cui solo il silenzio può esprimere la verità, perché la verità va ascoltata nella sua nudità e sulla croce che è il suo trono – scrive –.  Gesù per dire la verità di fronte a Erode ha fatto silenzio. “Jesus autem tacebat!” sta scritto nel Vangelo”.
Per chi fino ad oggi ha visto in Enzo Bianchi un punto di riferimento fondamentale per la propria esperienza di fede, per la meditazione e la cura dell’anima, la prima reazione di fronte a tutto ciò è sicuramente quella di un grande dispiacere.

Tra le tante riporto quella di Massimo Faggioli, nostro concittadino emigrato in America dove insegna Storia del cristianesimo nella University of St.Thomas in Minnesota . Dice in un tweet di poche ore fa: “questa vicenda di Bose, ancora in corso ,rappresenta la lacerazione ecclesiale più grave della mia vita, anche perché il cordone ombelicale con quella comunità è una delle cose che mi ha aiutato a mantenermi in una certa forma spirituale ed ecclesiale  specialmente dal 2008 in poi, Credo che questo sia un trauma con pochi precedenti anche per molti altri cattolici e non cattolici.”.
Non riesco a non pensare al senso di smarrimento che starà circolando tra le migliaia di persone che a Bose hanno volto lo sguardo in tutti questi anni; a chi  considera Bose un miracolo vivente all’interno di un mondo connotato da divisioni fratricide; un luogo di incontro per le religioni di tutto il mondo. Quindi che fare? Cosa credere?
Mi ricordo di aver visto un giorno una scritta su di un muro di una casa diroccata che mi ha particolarmente colpito:
“Padre nostro che sei nei cieli…stacci!”
Questa provocazione sembra voler chiedere a Dio di stare lassù, buono buono, di lasciarci stare qui giù da soli, troppe volte siamo stati illusi da suoi  profeti e comunità.
Per tutta la sua vita, fino ad oggi, Enzo Bianchi per chi lo ha conosciuto è stato il contrario.

Cover e immagine nel testo: Duomo di Modena, Wiligelmo, bassorilievi 1110-1130 (wikipedia commons)

Duemila firme (+65) per le biblioteche del Duemila: e se a Ferrara fosse nata una nuova opposizione?

Le sei di sera, mi telefonano: sono in ritardo, appena in tempo per portare le firme raccolte tra amici e colleghi. Raggiungo la piccola e attivissima Biblioteca Rodari di viale Krasnodar, il punto di raccolta. Un magro bottino, le mie firme sono diciotto. “E in tutto quante sono?”, domando. “Con le tue siamo a 2.064 firme!!!“. 2065, perché proprio in quel momento un’utente si avvicina al banco prestiti per firmare il foglio della petizione popolare.

Appena venti giorni fa il sindacato promoveva una raccolta di firme per rilanciare e qualificare il sistema bibliotecario cittadino, nuove assunzioni e nuovi investimenti ( vai all’articolo ). Facciamo strada alla cultura, recitava il titolo della petizione e il gran successo della raccolta firme dimostra quanto i ferraresi tengano alla cultura e alle proprie biblioteche. Alla mozione dovrà rispondere direttamente il Sindaco a cui i promotori (venerdì mattina è prevista la conferenza stampa) porteranno in dono le oltre duemila firme. Insieme a una serie di domande scomode. Quali sono i programmi sulle biblioteche della nuova Giunta? Si impegna o no ad assumere almeno 10 nuovi bibliotecari, visto che le biblioteche sono già in emergenza personale e molti operatori andranno in pensione nei prossimi mesi?

E in ballo c’è anche la questione della ‘Grande Rodari’. Dopo che la nuova Giunta ha deciso di concedere il piano terra delle Corti di Medoro al comando dei vigili urbani, cancellando il progetto di aprire lì una grande e moderna biblioteca per servire tutta la zona Sud di Ferrara, Il sindaco Alan Fabbri ha dichiarato che per la nuova biblioteca verrà trovata una nuova collocazione. Ma dove, quando, con quali investimenti? Anche su questo la petizione chiede una risposta precisa.

Per ora si può dire che la nuova Giunta leghista rischia di essere sommersa dalle petizioni e dalle firme dei cittadini ferraresi. Tutto è cominciato con le 1.000 firme per chiedere la ripubblicizzazione del servizio rifiuti, gestito ora da Hera in regime di proroga. La petizione era stata presentata la primavera scorsa al sindaco Tagliani e discussa nel vecchio Consiglio Comunale, non senza qualche imbarazzo anche in casa PD. Ora la patata bollente è passata nelle mani del Sindaco Fabbri e dell’Assessore Balboni che dovrebbe avviare il tavolo partecipato di studio sulla ripubblicizzazione del servizio di raccolta rifiuti. A settembre il Consiglio Comunale non ha deciso nulla, ma nei prossimi giorni l’Assessore Balboni incontrerà i promotori del Battito della Città e si vedranno le reali intenzioni della Giunta.

Dopo quella sulla raccolta rifiuti è stata la volta della firmatissima (con la biro e sul web) petizione popolare pro-panchine, innescata dalla campagna contro le panchine del vicesindaco Nicola Naomo Lodi. Per ora (è nota la recente figuraccia in Consiglio Comunale) sono state riverniciate e ricollocate solo una decina di panchine, ma il vicesindaco ha ribadito i suoi programmi bellicosi. La battaglia pro e contro le panchine è destinata a continuare.

Terza petizione, quella promossa dagli studenti universitari contro la recinzione e chiusura notturna di piazza Verdi, un’altra idea made in Naomo, con l’appoggio del Sindaco e i dubbi del giovane Balboni. Ma, la notizia è di questi giorni, a essere recintata e lucchettata, piazza Verdi non sarà l’unica – viste le dimensioni della stessa, alla fine assomiglierà a un campo di basket in uno slum di New York – perché il vero obbiettivo della ‘campagna parchi sicuri’ rimane la zona del Grattacielo. Anche lì aspettiamoci cancelli, reti e lucchetti. E più telecamere. E più luci. E presto (anche questa è una solenne promessa) le pistole ai vigili urbani.

Bisogna ammetterlo, la nuova Giunta a guida leghista ha grandi progetti per trasformare Ferrara in una ‘città sicura’. L’unico problema è che ai ferraresi, o almeno a molti di loro, questi progetti non piacciono per niente. Ai giovani poi, le maledette sardine, ancora meno.

Nel prossimo futuro, sono sicuro, arriveranno nuove petizioni. Forse sta cambiando qualcosa in città. Nonostante la vittoria schiacciante alle ultime elezioni, a Ferrara l’opposizione non è morta, anzi, sembra viva e vegeta. Ha cambiato solo location: invece che dai banchi del Consiglio Comunale, si esprime altrove: con le firme, le petizioni popolari, i flash mob, i raduni di piazza. E le sardine naturalmente.

Le piazze, le sardine, il populismo… e Salvini vince ancora

Il manifesto delle sardine, che non ha nulla a che vedere con il Manifesto del 1848, recita “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” e poi “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Il loro leader si chiama Mattia Santori e in una delle tante interviste che ha concesso, diceva che le sardine vogliono parlare di cose pratiche, della vita reale. Tutte cose per le quali loro hanno già ricevuto attestati di merito.
L’attacco ai populisti che campeggia nel manifesto ittico svela già l’origine e la fine del mistero sulla provenienza e sulle intenzioni di questo “nuovo” movimento sorto proprio nel momento giusto. Elezioni regionali, riforma del Mes, governo in bilico sulla legge di bilancio, pignorabilità più facile dei conti correnti, Germania (con Finlandia e Olanda) all’attacco sul fronte banche e misure espansive. Insomma ci voleva una boccata d’ossigeno ed ecco che le piazze si riempiono. Ma non perché da solo il nuovo Mes rischia di trasformare l’Italia nella Grecia di qualche anno fa, piuttosto e semplicemente perché Salvini sta disturbando la “normalità” delle nostre giornate.
Il problema sono i populisti dunque, anche se loro si sentono popolo, forse. “Cari populisti”, cari voi che vi ispirate a quel movimento che idealizzava il popolo come portatore di valori positivi in contrasto con le élite. A quel movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, insomma proprio per voi… “la festa è finita” (cit. Enciclopedia Treccani).
Ed è finita allora anche per il povero Chomsky, anche lui ovviamente un sovversivo della destra estrema, che dava la sua “faziosa” definizione di populismo quando diceva che questa parolaccia “significa appellarsi alla popolazione” e spiegava che “chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Vuole insomma che si occupi di mantenere la sua vita “normale”.
Casualmente occuparsi della cosa pubblica una volta significava anche “democrazia” e la democrazia si nutre anche di politica e in politica di solito si riempiono le piazze per protestare contro il governo o per proporre un’alternativa, magari proprio un manifesto che proponga soluzioni diverse rispetto a iniziative governative. Non tanto per rivendicare il proprio diritto alla normalità, cioè svegliarsi, andare a lavorare, tornare a casa, dormire e ricominciare modello George Orwell formato millennial ed oltre.
Rivendicare il proprio diritto alla tranquillità e alla normalità va bene ma non è un progetto politico degno di attenzione, da portare in piazza. A me personalmente piace vedere giovani impegnati in qualcosa che non sia video giochi on line o a seguire gli “amici di Maria”. Ma pretendere la normalità in tempi dove non c’è nulla di normale, dove si attenta al futuro delle persone, richiede qualcosa in più. Magari un Manifesto anche scopiazzato da quello del 1848, potrebbe funzionare meglio. Ma forse risulterebbe troppo populista “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, figuriamoci. Roba vecchia come il Cynar e il mito del Che Guevara.
L’esercizio della democrazia richiede impegno e va al di là della capacità di riempire una piazza, bisogna anche far capire per cosa lo si fa in maniera chiara e spiegare se si sta scendendo in piazza per i diritti del popolo oppure per i bisogni della casta, che sono sempre gli stessi dai tempi di Marx, ovvero che la massa non si occupi di cose serie come oggi sono le questioni economiche. Non si occupi, ad esempio, della riforma del Mes che attenta ai principi di giustizia sociale, ai diritti acquisiti in anni di lotte sindacali e di quel popolo che voleva contare qualcosa.
La parola populista è diventata sinonimo di demagogia, si è accuratamente storpiata per oscurarne la radice popolare e antisistema. E con le piazze oggi vogliamo far vincere il sistema? Dargli ragione quando pretende che non dobbiamo occuparci del nostro futuro e ritornare alla nostra normalità? Oggi più che mai sta passando il concetto che sia inutile occuparsi di questioni più grandi di noi, che all’Unione bancaria devono pensarci gli esperti come hanno fatto fino a quando poi abbiamo scoperto che esisteva un caso Carife. Quante volte sono scesi in piazza i giovani per le banche fatte fallire da un sistema di potere che vuole addossare le responsabilità di ogni cosa al popolo in stile bail in?
Dobbiamo convincerci che gli interessi popolari, populisti, non siano di nostra competenza e per farlo dobbiamo confonderli con la demagogia. Dobbiamo convincerci che ci sono questioni talmente utopiche, oltre la possibilità di realizzazione, impossibili, come una volta era impossibile immaginare il voto alle donne e quindi cullarci nella nostra normalità, fare volontariato, parlare di accoglienza qui e ora, non preoccuparci del perché le cose succedono. Dobbiamo far diventare contemporaneamente affari seri e imprescindibili questioni come la paura del passato che non potrà mai più tornare, confortati in questo dalle statistiche appena sfornate. Tranne nelle piazze delle sardine e nelle trasmissioni di Lucia Annunziata, ovviamente.
E poi “Occuparsi di cose pratiche”. Il motivo del successo di Salvini sta proprio nel fatto che parla alla pancia della gente, gli parla della quotidianità, delle aziende che chiudono per mancanza di credito, dell’incapacità dimostrata dai vari governi sull’accoglienza, dei tetti delle scuole che cadono, delle difficoltà delle forze dell’ordine nel fare il loro lavoro, della svalutazione del lavoro causata dal sistema della moneta unica, delle ingerenze della Commissione europea, dell’impossibilità di proporre politiche economiche a causa di vincoli europei ritenuti oramai da tutti gli economisti obsoleti e troppo rigidi. E a dirlo sono addirittura Mario Draghi e Christine Lagarde, che scomoda persino San Tommaso per convincere i tedeschi che sono necessarie politiche fiscali espansive.
Ed è su questo che andrebbe contestato Salvini e la sua Lega a cui “l’Emilia non si lega”, sulle cose pratiche e sugli argomenti politici, sulle soluzioni che propone dicendo perché e come invece sarebbe meglio procedere, ma andava fatto quando era al governo. Ora al governo vuole tornare ed occupa le piazze in un gioco che si chiama democrazia e che vede chi è all’opposizione protestare contro il governo. Contro l’opposizione si protesta non andando alle loro manifestazioni. Che senso ha e quanto è democratico fare opposizione all’opposizione? Se ci si sente sulla stessa linea dei partiti che sono al governo li si sostenga, si aiuti il governo ad illustrare quanto bene stanno facendo nell’attuare le loro politiche economiche e sociali. Ve ne saremmo grati, a dir poco.

Ma quanti siamo? Idealisti senza sponda

Sinceramente, io penso di avere una disfunzione mentale che mi allontana dalla percezione della realtà, ammetto di essere particolarmente settario ed ottuso a riguardo delle mie idee politiche e sul mondo in generale. Ma la situazione politica italiana mi annebbia la mente. L’attuale governo, figlio illegittimo dei tanti governi centro di qua e centro di là, scorrazza bel bello nella psicologia del ventennio di molti suoi esponenti. Prima gli italiani, chi aiuta lo straniero è contro l’Italia, donazioni per i caduti, difendiamo i confini, sacro suolo d’Italia, Dio, patria e famiglia, l’aratro traccia il solco e la spada lo difende. E allora il Pd? Parlateci di Bibbiano? E la panda di Marino? E i nostri eroici marò?
Sinceramente, non sono in grado di farne una sintesi, e né un’analisi particolarmente intelligente, ma l’evoluzione (involuzione) sociologica della società italiana ha creato, direi plasmato una classe dirigente, non solo politica, aggiungerei anche imprenditoriale e manageriale, di macchiette da operetta, specchio dei vizi e non delle virtù, dell’italiano medio. La fruibilità immediata delle notizie, delle news, vere, verosimili o false, ha fatto si che la stragrande maggioranza della popolazione italica, abbia abbandonato il pensiero critico.

No, non voglio passare per il solito bacchettone di sinistra, che si trastulla sugli allori di una antica e forse superata, superiorità culturale, io la mia ignoranza la curo leggendo, ed è una terapia che mai abbandonerò, come fosse un farmaco salva vita.
Non vorrei sorgesse un dubbio a chi legge, io sono estremamente di sinistra, non considero sinistra il Pd, e ritengo che chi non si classifica né di destra e né di sinistra di fatto sia di destra…
Viviamo in un mondo che ha bisogno di nemici, il nostro sistema politico-economico, deve creare il babau dei sinistri, dei piddioti, dei comunisti (magari!), dobbiamo sentirci accerchiati, invasi, okkupati: “lasciateci lavorare”, “prima gli italiani”, “ma quando c’eravate voi?”.

Ma voi chi? il mio partito, a livello nazionale ha governato l’ultima volta nel ’46, per dire.
Ciò che più mi disturba, però, non è il peggior governo di cui io abbia memoria, ma il nulla cosmico che sta all’opposizione. Ad ogni tornata elettorale devo cercare nel microcosmo dei partitini rossi del due per cento, i miei valori e le mie idee, un pulviscolo di movimenti e sigle che diventano ossimoro.
Ma quale sarà il motivo per cui le idee novecentesche di libertà e giustizia sociale sono evaporate nella canicola dei cambiamenti climatici, di questo assurdo XXI secolo?
Non ho strumenti per analizzare ed approfondire una tematica così complicata ed epocale.
Posso fare delle ipotesi. Gente che la pensa come me esiste ancora, prova ad arginare la melma da social con le poche armi di cui dispone, partecipa sempre meno per la stanchezza, atavica, di essere sempre e perennemente in minoranza, esiste, ma non è rappresentata.
Un amico mio diceva che le uniche battaglie perse sono quelle che non si combattono, ed è vero, ma è davvero difficile, combattere allo specchio, logora anche i più tenaci.
Ma quanti siamo? Dove siamo? Come possiamo fare un censimento? Possibile che una sinistra marxista, gramsciana, ecologista, sia talmente a vocazione minoritaria da essersi persa nel non voto, o rappresentata da piccoli e frammentati movimenti politici?

Io credo che il vero avversario sia il sistema politico economico mondiale, un capitalismo rapace che sotto la bandiera del liberismo, del guadagno, del benefit, della produzione indiscriminata, sta mangiandosi il futuro dei bambini.
I vari plutocrati, che governano il mondo, accecati dal mito del denaro, del potere, populisti che coltivano l’ignoranza, come forma di oppressione delle masse, una élite dominante che non sarà assolta dalla storia.
Credo, che la domanda a cui ora urge una risposta, non sia più chi siamo, ma quanti siamo?

Alessandro Balboni e la nuova destra ferrarese

Alessandro Balboni è quello che si suol dire un figlio d’arte, suo padre, senatore di Fratelli d’Italia, lo ha iniziato sin da piccolo alla cultura politica della destra sociale. Studente universitario, ha portato le idee della destra all’interno dell’università e caso più unico che raro, è stato rappresentante degli studenti con la lista “Azione universitaria”. Ci racconta cos’è la destra sociale a Ferrara e quali sono i programmi per il futuro.

Quello che più mi ha sorpreso è vedere una presenza radicata della destra in una città governata per 70 anni dalla sinistra. Questa destra, secondo te, è pronta per fare il salto e diventare forza di governo?
Il discorso è ampio. Innanzitutto bisogna definire cos’è destra, cosa non è destra e cosa si intende per cultura di governo. A Ferrara la destra è una tradizione fin dal dopoguerra. C’è sempre stato un rappresentante in consiglio comunale già ai tempi dell’ Msi, ininterrottamente, proprio perché è una città rossa paradossalmente; ed è una destra che ha sempre avuto una particolare predisposizione alla militanza e al lavoro. Quindi, benché minoritaria, è sempre stata agguerrita, era una destra molto attiva. Adesso la politica è cambiata nei modi, nei temi, nelle forme, e quindi anche questa predisposizione della destra, come della sinistra, si è andata un po’ a perdere. La destra di oggi non è la destra di vent’anni fa, ma non è neanche quella di 5 anni fa. L’elettorato non si crea e non si distrugge, se adesso la destra è così forte vuol dire che una larga parte di persone che un tempo era nell’area del Pd, ma anche in aree diverse, stanno convergendo in questa direzione. Penso che le persone di destra a Ferrara non siano sbucate dal nulla e che l’offerta non sia tanto diversa da quella di 5-10 anni fa, la competenza dei soggetti c’è, abbiamo espresso dei sindaci di destra in provincia di Ferrara da decenni e per decenni. La vera differenza dagli anni passati è che il livello di trascuratezza e abbandono dell’amministrazione è giunto a un livello tale, ed è talmente palese ed evidente, che ha fatto cambiare idea a tanti cittadini ferraresi.

La destra cosiddetta ‘sociale’, quella a cui si richiama Giorgia Meloni, può rispondere adeguatamente ai problemi di oggi, quelli del lavoro, della sicurezza e la possibilità di avere un futuro? Parlo della città di Ferrara, che sulla disoccupazione non è messa benissimo.
Molto male direi. Basti pensare che Reggio Emilia è a pochi chilometri da qui e ha tassi di occupazione come in Germania. Noi siamo l’anomalia regionale: nel dopoguerra Ferrara era la città più ricca dopo Bologna in regione,  adesso è l’ultima. Comunque, il grande successo che ha lo schieramento di centro-destra in questo periodo lo ha avuto ricalcando dei temi e delle proposte tipiche della destra sociale. La sicurezza, la dignità del lavoro, ma anche della pensione, pensiamo alla riforma Fornero e la sua abolizione che è stato un cult della campagna elettorale, e sono dei temi che non si rifanno tanto più alla destra liberale ma strizzano l’occhio ad una destra sociale o, come piace essere chiamata oggi, sovranista. Quindi è lo stesso elettorato che da dignità e conferma a quelle che erano un tempo le proposte del movimento sociale italiano. I tempi forse son diventati più maturi e la situazione è diventata tale per cui questo messaggio può passare, e perché passa il messaggio? Perché in altre provincie dell’Emilia Romagna probabilmente la sinistra vincerà ancora, essendo province ricche, qui abbiamo di fronte un fallimento totale sotto tutti i punti di vista. Abbiamo i temi della sicurezza, abbiamo l’occupazione, abbiamo la dignità degli anziani, il rapporto tra giovani e anziani, tutti cavalli di battaglia tipici della mia destra, quella che io cerco di rappresentare degnamente.

A proposito di rappresentanza, quanto pesa portare il tuo cognome?
Non è un peso, è un onore. Io ho appena compiuto 26 anni ed ho iniziato a fare politica quando ne avevo 14, paradossalmente sono il secondo più giovane in consiglio comunale, ma per esperienza politica sono tra i più vecchi, togliendo alcuni ‘mostri sacri’ che hanno una settantina d’anni. Ho avuto molti insegnamenti, ho avuto la mia crescita personale che è stata aiutata anche dall’ambiente familiare, ma soprattutto il valore più bello che ho potuto imparare è quello della cultura, cioè la destra è cultura. Non puoi sapere dove vai, se non sai da dove arrivi. In questo caso sono abbastanza avvantaggiato visto che da dove arrivo è un nome illustre per la destra ferrarese, e spesso è stato anche un problema perché ho iniziato a fare questo mestiere di rappresentanza e della politica al liceo, e ci sono stati molti casi di discriminazione. È stato più un handicapp che un vantaggio. Mi han tirato le secchiate d’acqua dal secondo piano in inverno, volantini stracciati, due volte un professore mi ha insultato in assemblea pubblica, essere di destra a Ferrara non è stato facile. E siccome non è stato facile, quando sento parlare una parte politica di discriminazione, di intolleranza, io rido. Sono stato il primo a vedere cos’è la discriminazione nei confronti di qualcuno che non è inquadrato nel sistema, quindi sono il primo a essere democratico e contrario a qualsiasi discriminazione perché l’ho vissuta.

Come rispondi a chi accusa la destra della Meloni, Fratelli d’Italia, la destra sociale di essere razzista verso gli immigrati?
La risposta è molto semplice: non si tratta di vero dialogo, si tratta di una presa di posizione politica, anche quando si parla in consiglio comunale ci sono dei dibattiti, ed io vedo una controparte che non è disposta a parlare sulla realtà effettiva. Preferiscono parlare anche loro per slogan. Ricordo molto bene quando Renzi ha fatto il passaggio da “accogliamoli tutti” ad “aiutiamoli a casa loro”. Questo perché la sensibilità degli italiani è arrivata ad un punto tale da essere davvero arrabbiati per le situazioni che hanno dovuto vivere e per le discriminazioni che hanno visto nei loro confronti. Se una parte politica riporta una situazione di difficoltà e di critica che il popolo stesso approva, vuol dire che si fa portavoce di un’istanza. Questa istanza di stanchezza che molti italiani vivono è la conseguenza diretta alle politiche che abbiamo vissuto negli anni recenti. La destra attuale non è razzista. L’ex ministro degli interni Minniti, uomo sicuramente apprezzabile in ambienti di destra, il quale ha messo in atto delle operazioni di contrasto alla forma di immigrazione più o meno clandestina, ha ricevuto le stesse accuse rivolte a noi. Pertanto è un tema caldo che interessa tutti e che nel lato pratico vede noi impegnati in modo più intelligente. Non ha senso accogliere centinaia, decina di migliaia di persone per poi lasciarli chiusi in un campo di identificazione o per fagli raccogliere i pomodori a 3 euro l’ora, l’ha detto anche il Dalai Lama, nel momento in cui tu Europa accogli questo enorme peso economico ma anche umano e sociale, e svuoti l’Africa dei suoi giovani, chi rimane a costruire là in Africa? A chi spetta la costruzione del futuro in Africa? Noi dobbiamo aiutare chi ne ha bisogno nel proprio paese affinché possano costruire una terra di patrioti africani. Chi è che non ha questo interesse? Se guardiamo a livello europeo, la Francia. Applica signoraggio monetario su molte delle sue ex colonie, che sono tra le più povere e le più disastrate dal punto di vista sociale. Però lo stesso Macron è colui che mette i puntini sulle ‘i’ quando si tratta di immigrazione e prende tempo a chiamarci “vomitevoli”.

Non ha accolto nemmeno l’Aquarius .
Questo è l’esempio più lampante, ma se uno guarda le condizioni del lavoro minorile in tutte le ex colonie francesi africane, verrebbe da dire che, insomma, a essere vomitevole è qualcun altro, sicuramente non l’Italia.

Per quanto riguarda Ferrara invece, sempre sul tema dell’immigrazione, uno dei temi della campagna elettorale sarà il Gad, secondo te cosa ha portato la crisi e quali potrebbero essere le soluzioni?
I miei colleghi fuori sede dell’università quando sono arrivati a Ferrara hanno preso casa in zona grattacielo, erano economiche e anche solo 5 anni fa la situazione per quanto brutta non era così tragica. Adesso chi ha potuto permettersi un appartamento diverso è fuggito. Perchè per 10-15-20 anni si è denunciato un problema reale e concreto e si è rimasti inascoltati? Perchè noi quando parlavamo un anno fa di criminalità, di spaccio e di delinquenza ci si rispondeva parlando di percezioni soggettive e tutto un tratto il Pd fa inversione a U e invece intende di farsi appoggiare da Barnabei che possiamo dire che è un professionista della sicurezza, che è proprio di quella zona, quindi completamente snaturandosi e smentendosi da sola. Il tema del Gad non è una novità per noi che ne parliamo da 10-15 anni. Qui l’ultimo arrivato vuole saltare sul carro del vincitore dopo aver negato il problema e aver creato la condizione per cui il problema dilagasse è proprio il Pd. E non serve certo una scienza per capire che qui si tratta anche di mafia nigeriana, perchè se uno vede le statistiche degli stranieri a Ferrara noterà che i nigeriani non sono i primi per presenza, ma sono tra i terzi e i quarti, eppure ci sono solo loro per strada, con un controllo di più aree del territorio che è uno dei primi sintomi di una presenza mafiosa.

Secondo te l’esercito ha migliorato o peggiorato la situazione? Potrebbe aver semplicemente aver spostato lo spaccio in centro?
Ovviamente la criminalità quando non può più operare in un certo contesto cerca di spostarsi o cambiare le fonti di reddito criminale, l’esercito era necessario. Chiunque ha una ragazza, una madre, una figlia che fa la pendolare magari nele ore tarde o inizio mattina sa benissimo che c’è da avere paura. Il presidio del territorio è una garanzia in più per chi passa o transita nella zona ed è un segnale dello stato che è presente e che non ha abbandonato i suoi cittadini. L’arrivo dell’esercito è stata oltretutto ridicolo, perchè io ricordo molto bene come il Pd locale in pompa magna pontificava sulla sua inutilità e un giorno Franceschini da Roma ha comunicato l’arrivo di quei, pochi, militari.

Sono 8 di numero o sbaglio?
Sì, sono una decina, con una camionetta… quindi un presidio davvero numeroso!

Per te è solo propaganda?
Sicuramente, perché era il tema della campagna elettorale si è pensato di poter rimendiare a un decennio e più di incapacità solo con un azione spot. Fortunatamente i cittadini non si sono fatti fregare. Poi a volte si pensa che l’elettorato abbia la memoria corta e invece in questo caso ha avuto la memoria lunga e ha ben ricordato chi invece parlava di sicurezza e chi invece se n’è ricordato solo in sede elettorale.

Che ne pensi della Lega?
La Lega è molto cambiata nei tempi recenti, ha tolto il ‘nord’ dal nome, e paradossalmente a chi mi chiede ‘come fai a essere in coalizione con la Lega, rispondo che era più complicato stare in una coalizione con una Lega di Bossi che con una Lega di Salvini. Il mio partito ha proprio già il nome ‘Fratelli d’Italia’ l’obbiettivo di mettere l’Italia e gli italiani al primissimo posto, quindi dialogare e allearsi con la Lega di oggi diventa una cosa normale…..abbastanza naturale.

Questo a livello nazionale, e a livello locale?
A livello locale conosco tutti i rappresentanti della Lega, ho avuto anche il piacere, e questo è un tocco di classe, di poter esser giudice alla competizione di salamine con Alan Fabbri e quindi, aldilà della battuta, il rapporto c’è, siamo colleghi di opposizione e noi siamo interessati quanto loro a rovesciare questa amministrazione, mantenendo compatta la coalizione di centro-destra. Perchè non basta vincere, bisogna vincere con un programma coeso e con le idee chiare.

Coeso fino a che punto? In questa coesione rivedi lo schema del governo attuale oppure la coesione solo delle forze del centro-destra?
Per quanto mi riguarda solo centro-destra, poi ovviamente la priorità è riuscire a scalzare questa stratificazione di potere che si è accumulata in capo a una sola parte per più di 70 anni.  Ed esponenti civici o altre liste che volessero appoggiare il centro-destra mi farebbero  solo piacere.

E il Movimento 5 Stelle in questo come lo collochi?
Il M5S da statuto suo proprio non può partecipare alle elezioni coalizzandosi con altri partiti, pertanto qualora volessero allearsi a Ferrara con il la coalizione di forze del centro-destra, arriverebbe il niet dall’alto.

Diciamo che durante la Festa del Tricolore le parole della rappresentante della Lega sono state un pò più di apertura, invece Giorgia Meloni è stata abbastanza netta, non dico troncare qualsiasi tipo di dialogo...
Chiaramente la Meloni ha un respiro più nazionale. Avendo un respiro più locale oppure trovandomi spesso d’accordo o in ottimi rapporti con i colleghi 5 stelle che sono di opposizione quanto me, insomma..

Lorenzo del M5S almeno sul Gad ha posizioni simili.
Federico lo conosco dalla seconda/terza liceo, siamo anche in buoni rapporti personali. Ilaria Morghen se non sbaglio ha un passato in Alleanza Nazionale quindi sicuramente è una persona con la quale riesco a dialogare tranquillamente, ciò nonostante il mio problema non riguarda tanto i 5 stelle locali quanto la loro linea nazionale che io trovo deleteria.

A proposito di Ferrara e delle amministrative di quest’anno, secondo te Fratelli d’Italia è pronta per guidare la coalizione o deve ancora crescere?
Fratelli d’Italia è un partito medio. Stiamo parlando di un partito che si aggira intorno al 4-6%, penso che a Ferrara, per la nostra storia e la nostra preparazione, possiamo dire anche al 6%. Chiaramente se tu mi chiedi di guidare una coalizione, cioè di esprimere un candidato sindaco, non è chiaramente nelle nostre ambizioni. Il candidato sindaco è giusto che lo esprima la forza di maggior peso nella coalizione e in questo caso la proposta spetterebbe alla Lega. Ovviamente poi ci saranno il dialogo, ci saranno i confronti e si parlerà delle persone e dei soggetti. Noi non partiamo presentando un nome, noi ci presentiamo come ascoltatori.

Quindi ascoltare quello che ha da dire la Lega e poi valutare…
Com’era ai tempi del PdL, che non sono tanto lontani, che era il primo a esprimere la parola sul candidato sindaco, e dopo si apriva una discussione interna con gli altri alleati.

La Meloni è anche l’unico leader di partito donna. E a 31 anni era già ministro. 
Una delle più giovani ministri della Repubblica, quindi la sua eccezionalità è essere un grande leader politico. Quindi io non rinfaccerei mai a qualcuno che mi da del sessista che la mia leader di partito è la Meloni, risponderei che la Meloni fa molto di più per le donne di quanto possano fare loro con i loro vuoti slogan e con queste argomentazioni spicciole da bar, anche perché francamente sfido chiunque nell’azione politica del mio partito, ma anche della mia o degli esponenti locali, una qualsiasi minima microscopica traccia di qualsiasi forma di sessismo o di discriminazione verso le donne, è una cosa che mi farebbe ridere.

Anche tu sei molto giovane e, per così dire, ti sei già preso le tue soddisfazioni da un punto di vista politico.
Sono consigliere comunale e anche presidente del consiglio degli studenti dell’Università di Ferrara,  e quando sono entrato in carica, parlo di 2 anni fa, era una cosa eccezionale, la prima volta a presiedere il consiglio studentesco di Ferrara era uno studente di destra, in una città di sinistra. Questa cosa ha scombussolato molte persone, e quando c’erano degli eventi pubblici che riguardavano anche un interesse di ambito universitario/studentesco, l’amministrazione che organizzava 3-4 anni fa era sempre chiamata la rappresentanza degli studenti locali. Quando sono subentrato io non c’è stato più l’interesse nel collaborare e nel dialogare con gli studenti per chiare e ovvie motivazioni politiche. La logica che sta dietro a chi ci amministra è questa: se non sei nella mia rete di conoscenze, con te non ci devo collaborare perché sei un avversario, non un interlocutore. Così si sono arroccati sulle scale del municipio, senza vedere quello che accadeva in città: al Gad, ma anche in San Romano o in via Contrari o in piazzetta della Luna.

Secondo te quale potrebbe essere una soluzione ai problemi di Ferrara, che sono appunto lo spaccio in mano alla mafia nigeriana? E una proposta sulla disoccupazione?
La mia ricetta parte sempre dalla cultura, Ferrara è una città di cultura e dovrebbe vivere soprattutto dei bellissimi poli museali, del rapporto con l’università che, grazie al buon lavoro del rettore, continua a crescere e sta diventando ormai un ateneo di medie dimensioni. Per superare la disoccupazione Ferrara deve puntare sul turismo e sul diventare una vera città di cultura. Chiaramente una città di cultura non può prescindere da un ottimo tasso di sicurezza, perchè i turisti, dove c’è insicurezza e degrado non vengono.

Ho fatto un intervento su La Stampa nel weekend di Internazionale, in cui denunciavo bivacchi con un senzatetto che urinava contro il colonnato del porticato del Duomo, proprio nel weekend dove erano previste 80mila presenze. Come si può pensare di incentivare il turismo se perfino nei weekend importanti non si garantisce un minimo di decoro pubblico e anche di sicurezza? Bisogna partire da questo, sembrano due cose lontane ma in realtà si intrecciano molto bene.

Un tuo intervento che ho apprezzato è stato quello del patentino, e mi è piaciuto la tua proposta del patentino democratico dei valori costituzionali…
Io sono giovane e secondo me i giovani devono dare un impulso per superare  le classiche dicotomie della politica:  sinistra, destra, giusto, sbagliato.. insomma, nel 2019 parlare di antifascismo è fuori dal tempo. Adesso il rischio per chi vuole vivere una politica sana è a tutto tondo. C’è un gruppo di ragazzi di estrema sinistra di Ferrara che si sono beccati una denuncia per minacce a un personaggio politico locale…

Però adesso la domanda te la devo fare: la tua idea personale sul fascismo qual è?
Io sono una persona profondamente democratica e pertanto non posso accettare alcuna ideologia anti-democratica, qualunque essa sia. Sono una persona che opera in ambito istituzionale, non ho mai avuto un atteggiamento al di fuori delle righe, però è tutta la vita che mi devo scontrare con l’accusa di essere un fascista. Mi ricordo addirittura che quando ero alle scuole elementari un giorno tornai a casa chiedendo a mio papà “Papà ma noi siamo stupidi?” e lui mi disse “perchè dovremmo essere stupidi?” e io risposi “Oggi la maestra ha detto che quelli di destra sono tutti stupidi.” Questo è indice di una certa mentalità che non guarda l’avversario per quello che dice, fa o per quello che è il suo profilo istituzionale, come il mio caso penso sia impeccabile, ma cerca di ridurti in categorie che fanno comodo a loro, per addidarti o provare a zittirti o per trovare argomentazioni, qualcosa su cui appigliarsi. Per cui tutte le volte che mi hanno dato del fascista o hanno cercato di riportare il dibattito su questo tema, io ho risposto che la mia condotta, le mie azioni parlano per me. Sono nato, cresciuto e lavoro in un paese e in una città democratica.

Quindi ti dissoci?
Sono accuse ridicole.

Come vedi le amministrative di quest’anno? Ti stai preparando? A livello personale sarai coinvolto?
Io mi preparo già da mesi e mi ricandiderò. Essere consigliere comunale è stato il coronamento di un impegno politico che va avanti da 12 anni; è un esperienza bellissima che mi consente di aiutare in concreto i miei concittadini e di migliorare anche la posizione di questa città. Poterlo fare domani in una situazione in cui faccio parte della maggioranza sarebbe per me una soddisfazione personale immensa.

Anche tu ritieni che un cambio alla guida del governo locale sarebbe anche un indice di democrazia?
Il ricambio è un alternanza democratica ed è normale in tutti i sistemi moderni europei e occidentali, compresi gli Stati Uniti d’America. Il ricambio fa bene sia a chi vince sia a chi perde Credo che al Pd in questo momento serva una lezione di umità per imparare a riascoltare i proprio cittadini e a dialogare con l’opposizione, con chi non la pensa come te.

In ultimo, mi dici che significa per te essere di destra?
Essere di destra è, dal mio punto di vista, il valorizzare alcuni princìpi e alcuni valori della tradizione in una chiave moderna. Quindi essere tradizionalisti nei contenuti ma progressisti nei metodi. Io faccio riferimento ad alcuni valori che ormai sembrano dimenticati e che cerco di portare avanti in prima persona; l’amore per la patria, la valorizzazione dei giovani, il valore di poter vivere e studiare, far crescere la propria patria, il valore del nucleo familiare, la difesa dell’identità nazionale, l’idea di un Europa forte e dei popoli, e non quella della burocrazia e della banche. Essere di destra non è solo un insieme di valori ma, secondo me, è anche uno stile di vita, e io cerco di esserne esempio dai modi ai temi alle cose di cui parlo anche in prima persona.

Un giorno speri di essere sindaco di questa città?
Onestamente, non ho mai apprezzato le persone ambiziose, anche se dicono che le persone ambiziose sono quelle che in politica hanno successo. La mia più grande soddisfazione è quella di essere arrivato in consiglio comunale. Vorrei tornarci al prossimo mandato, poi si vedrà insomma, come si dice “vola basso, schiva i sassi”.

“Entri papa ed esci cardinale”
Esatto, io la vedo così.

APPUNTI SUI POLSINI
L’unica opposizione che c’è

La cosa è sotto gli occhi di tutti, e se lo dice anche Il Sole 24 ore – che è il quotidiano della Confindustria ma anche l’unico giornale italiano che può fregiarsi del titolo di “autorevole” – bisogna crederci: tra i tanti mali e malanni che affliggono l’Italia del 2018, il più grande, il più grave, il più pericoloso è l’assenza di un’opposizione.
Chi si spaventa per il vento impetuoso di destra che soffia nel Belpaese, chi si preoccupa per l’onda montante del sovranismo e del populismo, chi denuncia la sovraesposizione mediatica e la marcia trionfale di Matteo Salvini (impegnandosi magari a firmare l’ennesima denuncia o appello contro di lui), dovrebbe però incominciare a guardare “da un’altra parte”. Perché il dramma vero è che “dall’altra parte c’è il vuoto”. L’opposizione è la grande assente dalla scena: e senza uno dei contendenti la battaglia, come si vedrà a primavera, è persa in partenza.
Ma bisogna intendersi. Il problema più grave non è l’assenza di un forte partito, o di un fronte parlamentare compatto di opposizione o, alla maniera inglese, di un “governo ombra”, cioè il venir meno della prospettiva della “alternanza” – parola magica invocata dai commentatori più o meno liberal e da qualche giornalista del Corriere e de La repubblica. Il buco è molto più grande, più profondo. Quella che manca è una narrazione – una idea di Italia, prima ancora di un progetto politico – capace di contrapporsi in modo efficace alla Destra. E’ di questa opposizione che ci sarebbe bisogno; solo questa riuscirebbe a farsi ascoltare (e magari votare) da un popolo sempre più orfano di speranza e di futuro.
Attaccare ogni ora Salvini, additarlo come razzista, paragonarlo a Mussolini è la grande tentazione a cui i “resistenti”, gli “accoglienti”, i “ragionanti” – e mi ci metto anche io – non riescono proprio a resistere. Ed è anche la cosa più facile. Ma guardate Il risultato? Zero. Anzi, meno di zero. Pare addirittura produrre l’effetto contrario. La Lega continua a volare nei sondaggi (mentre il PD sprofonda verso il 15%) e la maggioranza degli italiani sembra apprezzare sempre più il progetto muscolare ed eversivo di Matteo Salvini.
Sarà che gli italiani sono diventati tutti razzisti, o creduloni, o malpancisti? Questa è appunto la seconda grande tentazione: quando le tue parole non vengono ascoltate, quando il tuo partito perde la metà dei voti, deve essere per forza colpa del popolo bue.
Forse invece quello che occorre è cambiare registro. Cambiare le parole, l’atteggiamento, il tono di voce. Se ci guardiamo intorno, oggi in Italia ci sono due voci, solo due, che raccolgono un grande ascolto e consenso pur opponendosi al pensiero unico che Salvini (scortato da un tramortito Di Maio) sta imponendo a colpi di twitter e youtube. Il Presidente Mattarella e Papa Francesco non fanno “opposizione politica” a questo o a quel partito, non perdono tempo a inveire contro Salvini, ma alla fine, nei fatti, “fanno opposizione”, “fanno politica”. Battono una strada diversa. Le loro parole – sempre senza riferimenti diretti a fatti e persone – espongono con chiarezza un’idea d’Italia antitetica a quella sponsorizzata dalle forze oggi dominanti. E dovunque si rechino (a una messa cantata o a una partita di volley) vengono accolti da decine di migliaia di persone, da battimani e grida di incitamento.
Occorre riflettere. Se le folle battono le mani non solo a Salvini ma anche a Mattarella e Papa Francesco, allora non è vero che il popolo è bue. Non è vero che la grande maggioranza degli italiani ha scambiato la testa per la pancia. E’ vero invece che ci sono milioni di persone che aspettano e sono disposti ad ascoltare. Ma serve un pensiero alto, idee forti e parole nuove. Idee e parole che la Sinistra e i suoi vari partiti, stretti tra le faide interne e le polemiche spicciole contro Salvini, oggi non riescono a comunicare. E, forse, nemmeno a immaginare.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

NOTA A MARGINE
Legge elettorale, ecco di cosa si discute

Nel vortice di polemiche al calor bianco che accompagnano la discussione della legge elettorale alla Camera si ha spesso come l’impressione che molti dimentichino alcuni dati di fatto importanti.
Il primo è una semplice constatazione: in Italia una reale “democrazia dell’alternanza”, cioè una democrazia di tipo occidentale che funziona, non si è mai vista. Per tutta la prima repubblica, in un contesto elettorale di tipo sostanzialmente proporzionale, ha infatti prevalso un regime di democrazia bloccata, che per ragioni di politica estera escludeva a priori la possibilità per i rappresentanti di circa un terzo dell’elettorato di poter partecipare al governo del Paese e che rendeva di conseguenza praticamente obbligatorie coalizioni fra i partiti restanti. Tutte le combinazioni possibili sono state esplorate più volte: tri quadri e penta partiti, appoggi esterni, desistenze, non sfiducie: in una gara grottesca alla creazione di neologismi improbabili. In questa fase l’Italia era già famosa nel resto del mondo per la sua instabilità politica e per i suoi governi lampo, che potevano anche essere “di transizione” e persino “balneari”.
Nella seconda repubblica, nella quale sono state applicate due diverse leggi elettorali (il “mattarellum” e la porcata calderoliana), entrambe di ispirazione maggioritaria, abbiamo visto sia a destra che, soprattutto, a sinistra l’aggregarsi di coalizioni molto composite e poco coese. Al punto che la destra, che pure ha ottenuto dalle urne maggioranze parlamentari imponenti, non è mai riuscita a portare a termine nessuna delle “grandi riforme” che aveva sbandierato durante le campagne elettorali; colpa certamente del populismo che le caratterizzava, ma anche dell’impossibilità di portare a sintesi progetti che nel loro iter dovevano piegarsi alle esigenze delle mille lobby che infestano il Paese.
Detto in altri termini, l’Italia dal dopoguerra ad oggi non è mai stato un Paese “normale” in cui chi governa, grazie alla maggioranza ottenuta dalle urne, realizza il proprio programma elettorale e chi è all’opposizione esercita il ruolo di vigilanza che la Costituzione gli assegna e si prepara, se ci riesce, a diventare maggioranza nel Paese alla tornata elettorale successiva.
Quello a cui abbiamo invece assistito è stato il proliferare di meccanismi consociativi del tutto opachi, sia interni alle coalizioni di governo che trasversali rispetto ad esse, ed all’emergere di centri di potere, anomali in quanto del tutto al di fuori dal quadro istituzionale ed anch’essi spesso trasversali, molto più durevoli delle labili maggioranze di governo, in un contesto in cui in alcune fasi è stato molto difficile capire chi realmente stesse governando ed in base a quale mandato. E’ appena il caso di ricordare che il contesto di corruzione ed illegalità diffuse che opprimono l’Italia è strettamente legato alla mancanza di un meccanismo di alternanza democratica efficace. Gli ultimi 5 anni, poi, hanno visto il trionfo esplicito della trasversalità più totale e, per certi versi, spudorata.
Abbiamo cioè, detto in sintesi, un passato che dal punto di vista della pratica della democrazia è del tutto indifendibile e che occorre superare al più presto. Chiunque vagheggi, da questo punto di vista, una qualsiasi trascorsa età dell’oro o è in malafede o ha evidenti problemi di memoria.
Una seconda questione, che anima anch’essa il dibattito, è quella relativa alle preferenze. Anche qui la memoria dovrebbe venire in soccorso a molti e la sua rievocazione fare riflettere chi non c’era.
Nel sistema proporzionale in vigore alla Camera durante tutta la prima repubblica c’erano le preferenze. Nella sinistra di allora si riteneva abbastanza unanimemente che fossero un elemento fortemente negativo da contrastare, sia per motivi, per così dire, interni, sia per altri di carattere più generale. Rispetto ai primi basta ricordare che in quel periodo era tassativamente vietato ai singoli candidati fare campagne elettorali autonome utilizzando proprie risorse economiche; tutta l’attività di propaganda elettorale era invece interamente svolta dai partiti (il PCI, innanzitutto, ma anche le diverse e molteplici formazioni alla sua sinistra), i quali decidevano a priori chi dovesse essere eletto e davano a tale proposito ai propri militanti indicazioni molto precise sulle preferenze da indicare, in modo che si realizzasse il risultato voluto. In quanto ai secondi, era sotto gli occhi di tutti il “mercato delle preferenze” che si svolgeva negli altri partiti, che consentiva spesso l’elezioni in Parlamento di personaggi legati a specifici gruppi di potere, anche di tipo malavitoso.
Per questi motivi quando nel 1991 si votò un referendum per abolire le preferenze elettorali alla Camera la sinistra si schierò unanimemente per il voto a favore.
La legge elettorale attualmente in discussione prevede un sistema misto, che fa eleggere prioritariamente in ogni collegio i capilista, mentre le preferenze servono per determinare gli altri eventuali eletti di ogni lista. Nella sostanza i partiti minori, che al massimo possono pensare di eleggere un solo rappresentante per collegio, vengono tagliati fuori dal meccanismo delle preferenze. Il partito di maggioranza relativa, invece, che in virtù del premio ottiene il 55% dei seggi, cioè 346 parlamentari, dato che i collegi sono circa 120, ne elegge circa due terzi con le preferenze (in realtà potrebbero essere di più a seconda della scelta o meno dei capilista di presentarsi in più collegi, con un massimo previsto dalla legge di dieci). Se si tiene conto che da sempre i partiti maggiori portano in Parlamento un numero consistente di candidati “nominati”, ad esempio tecnici esperti in diversi settori, ma pressoché sconosciuti all’elettorato, e anche, inutile negarlo, persone in qualche modo da “premiare”, la proporzione definita dalla legge appare essere tutt’altro che scandalosa e, soprattutto, garantisce che la grande maggioranza degli eletti del partito che avrà il governo del Paese sia stata eletta direttamente dai cittadini.
Il problema vero, del quale stranamente si discute molto poco, è però un altro e non tanto le preferenze quanto piuttosto la formazione delle liste di candidati. Vale a dire chi decide chi deve farne parte ed in base a quali criteri. Fra l’altro tale questione è determinante per i sistemi a collegi uninominali, dove ogni partito presenta un unico candidato per collegio e che molti pensano essere i migliori sistemi elettorali possibili. Naturalmente, indipendentemente dalla legge in vigore, nulla vieta ad un partito di definire le proprie liste, capilista inclusi, sulla base del risultato di elezioni primarie o, comunque, strumenti che garantiscano l’espressione democratica del consenso della loro base di militanti ed elettori. Molti vorrebbero che questo meccanismo venisse imposto e regolato per legge, cosa a mio parere non priva di senso, ma che ha come necessario presupposto la piena attuazione dell’art. 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”), in base al quale dovrebbero essere definite regole comuni sulla struttura organizzativa e la rappresentanza democratica nei diversi partiti.
La terza ed ultima questione riguarda la natura del premio di maggioranza, che la legge in discussione assegna al partito più votato, mentre c’è chi vorrebbe venisse attribuito alla coalizione di cui, eventualmente, facesse parte. E’ indubbiamente una scelta forte, volta principalmente a ridurre il potere di condizionamento che i piccoli partiti hanno sempre avuto sulle coalizioni e le maggioranze di governo, che ha indubbiamente anche un effetto significativo nel favorire la tendenziale scomparsa delle formazioni politiche, molto spesso negli ultimi anni create ad hoc alla vigilia delle elezioni ed assai poco rappresentative, che, godendo della “protezione” della coalizione di cui facevano parte, hanno garantito seggi a rappresentanti di interessi specifici. D’altra parte l’abbassamento al 3% della soglia per potere eleggere propri rappresentanti in Parlamento garantisce un adeguato “diritto di tribuna” a tutte le forze realmente rappresentative.

Coalizione sociale e coscienza del tempo

Ben venga la Coalizione sociale di Landini. Né un partito né un sindacato, ma una nuova forma di opposizione politica. Stupirsi? Gridare al sacrilegio? Prendere le distanze perché il riformismo non è antagonismo, rigurgiti comunisti fuori tempo massimo? Sciocchezze. Anche qui c’è in gioco la cultura, la diffusione delle conoscenze contro la pigrizia mentale a cui in tutti i modi tentano di indurci. Intanto mette insieme quanti sono impegnati a combattere le diseguaglianze e l’ingiustizia sociale che crescono in maniera esponenziale con il crescere di questa economia di carta e di carte magnetiche.
I dati pubblicati da Oxfam contro la povertà denunciano che entro il 2016 le 80 persone più ricche al mondo giungeranno a possedere circa 3,5 miliardi di euro, corrispondenti alla somma dei redditi di oltre la metà della popolazione mondiale più povera. E non si tratta di un problema tecnico, ma politico, perché è il prodotto del sistema economico in cui viviamo. Sarebbe questa la ‘ripresa’ di cui si parla?
La disuguaglianza, il dilatarsi della distanza tra chi ha e chi non ha, è ciò che il nostro sistema economico produce, a costo della disperazione umana di tanti e di un sempre più amaro rapporto con il pianeta in cui viviamo. Cosa c’è di umano ormai in un mondo che misura la vita solo sugli utili, la ricchezza e la produttività? Così i focolai di rabbia un po’ ovunque per i continenti si moltiplicano, a partire dalla protesta di milioni di brasiliani contro quell’affronto alla miseria che è stata la Coppa del mondo.
Coalizione sociale sarebbe la risposta della Fiom contro il Jobs act del governo Renzi? Certo. Anche. Non siamo forse una Repubblica fondata sul lavoro? Non vuol dire forse difendere il principio fondamentale e costitutivo del nostro contratto sociale, della nostra convivenza democratica? È proprio attraverso il lavoro che l’economia del capitale umano ha inferto la più grande umiliazione alla dignità delle persone. Togliendone i diritti, il primo tra tutti il diritto alla realizzazione personale attraverso il lavoro. Perché il lavoro non può essere un prendere o lasciare. Il lavoro deve avere un significato per le persone. Perché c’è lavoro e lavoro, e non si può vivere con l’acqua alla gola. E parlo di tutto il lavoro, dipendente e autonomo. Perché non si può vivere nella continua alienazione, nella continua frustrazione per un lavoro che ti consente la sopravvivenza, ma non di vivere la tua vita. Quanti posti di lavoro significativi produrrà il Jobs act? Tanta occupazione al Mc Donald, questo sarebbe il lavoro dignitoso nel futuro dei giovani e dei disoccupati?
Ormai quelli che erano considerati i ‘beni comuni’ come il lavoro e la conoscenza ci sono sempre più sottratti, per cui non possiamo che aggrapparci alla affollata zattera delle deprivazioni che non naviga però senza la forza di visioni utopiche e di nuove forme di opposizione politica.
Coalizione sociale, ‘Unions’ potrebbe essere l’occasione per iniziare a pensare anche nel nostro Paese a come andare avanti, a come creare ‘un’economia solidale’, come affermare il ‘buon vivere’, contro un’idea dell’economia che è tutto l’opposto, che punta unicamente a massimizzare il PIL.
La sfida oggi è contro le forme egemoniche e dominanti di potere che attualmente governano il mondo. E non c’è partito, non c’è sindacato, non c’è organizzazione non governativa in grado di condurla, perché sono altri a dare le carte e a condurre il gioco, e per chi si siede a quel tavolo o si sta alle regole o si perde. Le regole costano un prezzo umano che sempre più persone su questa Terra non sono più disposte a pagare. Questi sono i tempi nuovi, questa è la coscienza del tempo nuovo.
Coalizione sociale non riuscirà nei suoi intenti, nei suoi propositi? È anche possibile. Ma non per questo, a partire dal nostro Paese, verrà meno il bisogno per tanti di trovare nuove forme di organizzazione, nuove forme di rappresentanza, nuove forme di lotta, che non saranno più quelle tradizionali che finora abbiamo conosciuto, perché i cambiamenti prodotti dalla globalizzazione dell’economia e delle politiche hanno creato condizioni d’esistenza quotidiana che nutrono un po’ ovunque la protesta di quanti ogni giorno di più si ritrovano defraudati dei loro diritti alla vita, al lavoro, alla salute, all’istruzione, del diritto al benessere e alla felicità, che non sono utopie, ma più semplicemente ciò che rende la vita umana accettabile.

SETTIMO GIORNO
Cercasi opposizione disperatamente

NAPOLITANO – Il Capo dello Stato va veramente in pensione, non è un nuovo espediente per prolungare ancora il mandato e, pertanto, è arrivata l’ora di tirare le somme del suo impegno novennale. Un voto? Non me la sento, posso dire soltanto che negli ultimi anni non sono stato politicamente d’accordo con lui. Con Napolitano abbiamo spesso confrontato le idee trovandoci sulla stessa lunghezza d’onda, eravamo nello stesso partito, il Pci, lui era uno dei grandi della segreteria, io ero un buon scrittorello, quello che sono rimasto. Ricordo una volta che, a Bologna, seguimmo insieme un importante convegno alla John Hopkins University, Napolitano era uno dei due ospiti d’onore, l’altro era l’allora ambasciatore Usa in Italia, John Volpe, detto anche John Golpe, il quale lanciò un’idea assolutamente liberticida: era necessario, disse, nominare quattro uomini ai quattro lati del mondo che sarebbero dovuti diventare gli “architetti della libertà”. I popoli? La gente comune, imprenditori, impiegati, operai, intellettuali avrebbero dovuto affidare le loro idee e la loro sicurezza ai quattro g mondiali. Ci avrebbero pensato loro. Uscendo per una pausa nel giardinetto dell’università americana, con Napolitano ci sedemmo su una panchina a ragionare e fummo pienamente d’accordo sul fatto che l’idea di Volpe (di Golpe) rappresentava la strada maestra per sopprimere libertà e democrazia. Poi Giorgio Napolitano divenne il leader dei miglioristi e addio al Pci. Negli ultimi anni il vecchio uomo politico ha affidato il governo (senza indire elezioni, forse un bene) a personaggi del tutto insignificanti, se non addirittura nefasti per la nostra società, ma assomigliavano tanto, ognuno a modo suo, a uno dei quattro “architetti della libertà” dell’ambasciatore Volpe, messi lì, così è sembrato, a far da pali, come avrebbe scritto Giuseppe Giusti, finché non è arrivato il signorino di Firenze (quello che assomiglia tanto al cugino saputello e antipatico di Tom Sawyer) questo non è mica di passaggio, fa tutto lui. Come Berlusca.

OPPOSIZIONE – Da tutto questo si deduce che, nonostante la vecchia conoscenza con Napolitano, sono stato e sono imparzialmente critico sul suo operato, ma un poco mi ha disgustato quella che in Italia passa per essere l’opposizione, la quale, incapace di svolgere adeguatamente il ruolo importante di critica che le spetta di diritto in un sistema democratico (?), non riesce a far altro che urlare, oh come urlano gli oppositori e, quando non hanno più parole, insultano. Succede così che l’opposizione politica in Italia è inesistente: non un argomento che sia uno oltre il grido e l’improperio. Nel linguaggio politichese in uso qui da noi non si dice “amico caro, hai sbagliato”, ma “sei un cretino”.

DIOGENE – Aveva ragione il filosofo greco Diogene, il quale abitava in una botte (per non pagare l’Imu?) e andava in giro con la lanterna “per cercare l’uomo”, diceva a chi gli chiedeva ragione del suo strano comportamento. Ho provato anch’io a cercare l’uomo con la lanterna, ma subito il telefono ha trillato (erano le 14 e stavo riposando): era la signorina di un call center che mi proponeva un contratto favorevole per l’uso della lampada. Ho risposto che in casa non c’è alcuno, “il signore è morto poco fa”, ho aggiunto. E’ seguito un silenzio interdetto, poi la voce: “mi sa dire quando resuscita?”

IL FATTO
Emergency, vent’anni dopo.
La lettera di Cecilia Strada

Emergency ha festeggiato i suoi primi 20 anni e lo ha fatto nella laboriosa, ricca, luccicante e avanguardista Milano, città dove è nata. Si sono riuniti il pubblico, i volontari, i medici, gli infermieri e tutti coloro che si sono, in qualche modo, spesi per l’attività dell’associazione nei Paesi più difficili del pianeta. Paesi colpiti da guerre, miseria, malattie, disperazione, bisogno di aiuto. Perché dove la paura, la disperazione e i conflitti chiamano, Emergency risponde. Ora come allora.
Al Mediolanum Forum di Assago, sabato 13, in occasione dell’anniversario, si sono incontrate centinaia di persone, per ascoltare la storia di Emergency, i suoi programmi in Afghanistan, Repubblica Centrafricana e Iraq. Negli scenari più spaventosi, tristi e abbandonati del mondo. Il tutto si è concluso con un concerto al quale hanno partecipato Elisa, la Pfm, Cristiano De André, Fiorella Mannoia, Casa del Vento, Nada e Teresa Mannino. Insieme alla musica, si sono avvicendati e mescolati tanti ricordi, idee e riflessioni, in uno spirito di totale e continua opposizione alla guerra e alla sua logica di sopraffazione.
Cultura di pace, uguaglianza e rispetto dei diritti umani sono le linee conduttrici di questa associazione, nata nel 1994 per fornire assistenza alle vittime civili dei conflitti, menomate da ordigni bellici come le mine antiuomo, ma anche dalla malnutrizione e da mancanza di cure mediche, per addestrare personale locale a far fronte alle necessità mediche, chirurgiche e riabilitative più urgenti, nata per caso intorno a un tavolo di cucina, forse apparecchiata. Da allora Emergency ha costruito ospedali e centri sanitari (ma anche centri pediatrici, di riabilitazione e posti di primo soccorso) e ha combattuto affinché chiunque avesse diritto a essere curato.
Missione dopo missione, progetto dopo progetto, è aumentato il numero delle persone che hanno scelto di sostenere il suo lavoro, chi con donazioni, chi con il proprio tempo. Per non voltarsi mai di fronte alla sofferenza, per aiutare chiunque avesse bisogno, per tendere una mano a chi l’aveva persa, per dare una speranza a chi l’aveva vista annegare in un acquitrino scavato dalla guerra. E così gli anni hanno scritto questa bella storia, fatta di sacrifici, di coraggio, di amore per il prossimo, di uomini, di pionieri dell’essere l’altro. In più di 16 Paesi, aiutando oltre 6 milioni di persone.
Ricordo bene, nel 1994, quando, ai suoi inizi, Emergency ha lanciato la campagna contro le mine antiuomo, che ha poi portato l’Italia a metterle al bando. Da allora sono successe tante cose. Nel 2001, poco prima dell’inizio della guerra all’Afghanistan, l’associazione ha chiesto ai cittadini di esprimere il proprio ripudio della guerra con uno “straccio di pace”. Le adesioni sono state tante. Nel settembre 2002, ha lanciato la campagna “Fuori l’Italia dalla guerra” perché l’Italia non partecipasse alla guerra contro l’Iraq. Nel 2008, insieme ad alcuni paesi africani, ha elaborato il Manifesto per una medicina basata sui diritti umani per rivendicare una sanità basata sull’equità, sulla qualità e sulla responsabilità sociale.
Emergency è stata giuridicamente riconosciuta Onlus nel 1998 e Ong nel 1999. Dal 2006 Emergency è anche riconosciuta come Ong partner delle Nazioni unite – Dipartimento della pubblica informazione.
Rammentiamo che il suo fondatore, Gino Strada, è nato a Milano dove si è laureato in medicina, ramo chirurgia d’urgenza, ed è diventato chirurgo di guerra per scelta, prima lavorando con la Croce rossa internazionale e poi creando un’associazione a favore delle vittime delle guerre civili. Strada è stato, tra l’altro, iscritto nella lista dei possibili candidati al Nobel per la pace nel 2001. La figlia Cecilia, presidente dell’associazione, e sempre molto attiva e impegnata per la causa della stessa, ha recentemente diffuso una lettera su questi 20 anni, basata sulla bellissima intuizione di una scatola di ricordi.
Ve la riportiamo integralmente, perché merita una lettura.
Buon compleanno, coraggiosa Emergency, vero emblema della dignità umana.

Lettera di Cecilia Strada. Settembre 2014

Cari amici, Emergency compie vent’anni. Se questi vent’anni fossero una scatola, sarebbe piena di ricordi dei sedici Paesi in cui abbiamo portato aiuto. Dentro ci sarebbe una punta di lancia. Viene dal Ruanda: 1994, il primo intervento di Emergency. Siamo entrati nell’ospedale di Kigali, che era stato abbandonato, abbiamo riaperto il reparto di ostetricia, dove 2.500 donne hanno ricevuto assistenza e fatto nascere i loro bambini, e quello di chirurgia d’urgenza, curando 600 feriti di guerra. La punta di lancia l’abbiamo trovata entrando nell’ospedale abbandonato. Era vicino a un paziente: era stato ucciso nel proprio letto. Questa è la guerra. Poi l’abbiamo vista in tanti paesi: diverse le armi, diverso il colore della pelle, ma sempre tragicamente uguali le vittime civili. Dovrebbe essere una scatola molto grande, per poter contenere le migliaia di disegni che i nostri piccoli pazienti hanno colorato: magari stesi per terra nelle sale giochi degli ospedali, magari in giardino, il giorno delle dimissioni, per farci un regalo prima di tornare a casa. Sarebbe una scatola piena delle pulitissime divise del nostro personale, simbolo di lavoro, formazione, riscatto sociale. Insieme ai nostri professionisti internazionali, oggi più di 2.200 persone locali lavorano nelle strutture sanitarie di Emergency in sei Paesi. Un posto particolare nella scatola lo avrebbero le foto delle nostre colleghe: è un’altra cosa di cui possiamo andare fieri. Riusciamo a dare loro un’istruzione e a farle lavorare insieme agli uomini anche nei contesti più difficili per le donne. L’orgoglio e la determinazione con cui ogni giorno queste donne entrano in ospedale è uno dei successi di questi vent’anni. Nella scatola ci sarebbe anche una tempesta di sabbia del deserto sudanese, dove il Centro Salam di cardiochirurgia ripara cuori di adulti e bambini che altrimenti non avrebbero possibilità, ci sarebbe la giungla cambogiana dove abbiamo curato troppi feriti da mina, ci sarebbero le arance che crescono nel nostro poliambulatorio a Palermo, il sole della Sierra Leone che batte sul Centro chirurgico e pediatrico, ci sarebbero i metri di neve che le nostre ostetriche e infermiere attraversano, in mezzo a una montagna dove non ci sono strade, per dare un’opportunità di cura alle donne incinte e ai neonati che vivono lì. Se questi vent’anni fossero una scatola, sicuramente ci sarebbe dentro una maglietta con il logo rosso: una per tutte le magliette di Emergency che sono state indossate, regalate, consumate, comprate, vendute. In quelle magliette c’è un modo concreto per contribuire a curare persone, ma c’è anche un’idea che cammina: l’idea che i diritti umani debbano essere, semplicemente, garantiti a tutti. Che cosa metteremo dentro la scatola, nei prossimi vent’anni? Continueremo a riempirla, insieme, di medicina e diritti. Grazie: per i vent’anni passati, e per i prossimi che costruiremo.

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