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OUT OF TIME. RIPARTIRE DALLA NATURA
Cinque artiste internazionali alla biennale donna di Ferrara.


 

Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata.
(Albert Einstein)

La XIX edizione della Biennale Donna, sorprende nuovamente. Perché sorpresa, estro, creatività, originalità, sensibilità e meraviglia sono, ancora una volta, donna. Dal 27 marzo al 29 maggio il Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara ospita la mostra OUT OF TIME. Ripartire dalla natura, a cura di Silvia Cirelli e Catalina Golban, una collettiva che presenta opere di cinque artiste internazionali: Mónica De Miranda (Portogallo, 1976), Christina Kubisch (Germania, 1948), Diana Lelonek (Polonia, 1988), Ragna Róbertsdóttir (Islanda, 1945) e Anaïs Tondeur (Francia, 1985).

Monica De Miranda
Christina Kubisch
Diana Lelonek
Ragna Robertsdottir
Anaïs Tondeur

Mi ci sono avvicinata con curiosità e umiltà, quasi con un poco di timore reverenziale, visto il tema complesso che sapevo di andare a incontrare. La mostra, infatti, illustra la necessità di ripensare le strutture radicate in una società impazzita che non sta più al passo con l’Uomo, di riorganizzare le pratiche consolidate in ambito sociale ed economico e mostrare i legami con il dibattito ecologico in corso. Un dibattito complesso e che mette di fronte a tante responsabilità condivise. Il risultato è davvero brillante.

La diversa consapevolezza rispetto all’ambiente naturale che ci circonda che si è sviluppata negli ultimi anni (considerando anche i giovani dei Fridays for Future, ma non solo) e che oggi, soprattutto dopo il terribile tempo di pandemia, si va rafforzando, chiama tutti ad una riflessione più acuta sulla consapevolezza che il modello finora seguito non regge più. Lo sviluppo a tutti i costi e il mantra della crescita continua non sono più sostenibili. Il modello di sviluppo finora perseguito è obsoleto e non regge più.

Come se non bastasse, la guerra in corso sta mostrando anche la debolezza di un sistema energetico fallibile e in fallimento. Chi parla della necessità dell’essere disposti a un qualche sacrificio ci porta a confrontarci anche con questo crescente bisogno di rinunce.

Non vorrei divagare troppo, ma vi invito, in proposito, a leggere La fine del mondo storto di Mauro Corona, uscito nel 2010. Incredibilmente attuale. Un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti il petrolio, il carbone e l’energia elettrica. È pieno inverno, soffia un vento ghiacciato e il freddo è insopportabile. Gli uomini si guardano l’un l’altro. E ora come faranno? Come sopravviveranno e chi ce la farà? La stagione gelida che non perdona avanza e non ci sono termosifoni a scaldare, il cibo scarseggia, non c’è nemmeno più luce a illuminare le notti. Le città sono diventate un deserto silenzioso, senza traffico e senza rumori. Tutto tace (e non era forse così anche in pandemia?). Rapidamente, gli uomini capiscono che se vogliono arrivare alla fine di quell’inverno di fame e paura, devono guardare indietro, tornare alla sapienza dei nonni che ancora erano in grado di fare le cose con le mani e, soprattutto, ascoltavano la natura per cogliere i suoi insegnamenti. Resi uguali dalla difficoltà estrema, gli uomini si incammineranno verso la possibilità di un futuro più giusto e pacifico, che arriverà insieme alla tanto attesa primavera. Ma il destino del mondo è incerto, consegnato nelle mani incaute dell’uomo… Cosa di più attuale???

Dicevamo, quindi, anche partendo dalle incredibili, illuminate e profetiche pagine di Corona, che la nostra terribile epoca antropocentrica ha bisogno di essere ripensata tramite nuovi paradigmi, che potrebbero (e dovrebbero) prefigurare un modo altro di essere nel mondo. L’antropocene, termine coniato, nel 2000, per l’era geologica attuale dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen (mentre la data-simbolo del suo inizio il 16 luglio 1945 è frutto di una ricerca compiuta da un gruppo internazionale di studiosi), oggetto di un omonimo film del 2018 molto duro ma reale, si presenta ormai chiaramente come questa era terribile e inquieta in ci viviamo dalla quale, in qualche modo, bisogna tornare indietro.

Lo sguardo con cui siamo abituati a vedere il mondo è assolutamente antropocentrico, una realtà nella quale gli esseri umani sono la (sola) misura di tutte le cose. Tutto ciò che non è umano è un contorno, un decoro, una bella cartolina, una compagnia, una proprietà. I mondi vegetale e animale sono solo un bel panorama. Mentre noi, in realtà, siamo quella Natura e il pianeta non ci appartiene, anzi, ne siamo ospiti spesso maleducati e irrispettosi. I disastri urbani sono stati presentati come simbolo di modernità, così come lo sono state alcune scoperte che ci avrebbero semplificato la vita quotidiana (basti pensare alla banale plastica e al miracolo dell’usa e getta di quando eravamo ragazzini). L’Uomo ha sempre avuto bisogno del controllo, quello dell’identità, della perfezione, della bellezza, della purezza, della perfezione dell’abilità, della felicità, del potere. Oggi che lo sta perdendo mostra sempre di più la sua fragilità e solo il recupero del suo essere natura lo potrà salvare.

Ragna Robertsdottir, Saltscape 15. September 2018

È quindi inevitabile che l’arte affronti il mondo di oggi con le sue questioni ecologiche più pressanti. Le riflessioni che ne derivano da ambiti differenti confluiscono, attraverso diversi linguaggi artistici (installazioni, fotografie e video), in una mostra che esplora il rapporto tra l’essere umano e l’ambiente, ed esamina le interazioni tra essi. Ponendo anche l’attenzione sulle modalità di appropriazione dell’ambiente come conseguenza drammatica dello sfruttamento delle risorse naturali. Un ulteriore monito al doversi saper fermare in tempo. Un grido.

Monica De Miranda, Untitled (da serie Arquipelago), 2014

Le cinque artiste in mostra indagano gli scambi e la possibile alleanza tra tutti gli esseri viventi ospitati da questo pianeta. Diverse sono le prospettive che richiamano l’attenzione sui modi in cui la natura è stata stravolta nella ricerca dell’egemonia da parte dell’essere umano, mettendone in luce le ripercussioni sull’ambiente e sul tessuto sociale.

Secondo il filosofo Emanuele Coccia, “il mondo non è un luogo ma è lo stato di immersione di ogni cosa in ogni altra cosa, la mescolanza che rovescia istantaneamente la relazione di inerenza topologica”. Il mondo, che lui identifica con la stessa natura, è dunque mescolanza. Tutto è in tutto, diceva Anassagora. Una mescolanza che chiede co-abitazione, co-operazione, co-creazione, co-narrazione, compenetrazione. E la natura è proprio la mescolanza di ogni cosa, ogni essere ha senso non nella sua identità e separatezza ma nella sua partecipazione alla mescolanza. Il percorso che ci accingiamo a fare oggi al PAC porta a questa conclusione.

La mostra si apre con l’islandese Ragna Róbertsdóttir, artista dal lavoro minimalista, che sorprende per l’impiego di componenti dall’evidente potenza materica. Lava, vetro, pomice, ossidiana, rocce vulcaniche, sale, o conchiglie caratterizzano una personale impronta espressiva che sfocia in un legame viscerale con il mondo naturale. Dentro la terra, da essa si sprigiona potenza, la materia che diventa solida, la forza della natura che modella, scolpisce, permea, avvolge e (s)travolge. Alcuni dei suoi lavori, dal 1984 al 2017, sono raccolti anche in una bella (e suggerita) pubblicazione. In un’originale intervista del 2018 per l’Icelandc Art Center, l’artista, che vive tra Arnarfjörður e Berlino, sottolinea come il suo metodo sia un interessante mix fra l’intenzione e il caso: non ha mai il controllo dei risultati del suo lavoro.

Ragna Robertsdottir, Saltscape

Oltre ad alcune delle sue opere più significative, come la serie in bianco e nero Saltscape, realizzata con sale marino e sale di lava nero, o View, dove domina la lava rossa del vulcano Seyðishólar (sempre un dipinto monocromo ma, a una visione più attenta, si scoprono il caos e l’ordine di cui è capace la natura), la Biennale Donna ospita anche un’altra grande installazione della lava scura che, guardata da lontano assomiglia a un dipinto minimalista, monocromo e austero: tanti puntini neri. Avvicinandosi, invece che pittura, ci si trova di fronte a migliaia di granelli provenienti dal vulcano islandese Heika: su uno strato di colla, l’artista getta a mani nude i residui di lava, alcuni dei quali si attaccano alla superficie, mentre altri cadono a terra. Questi ultimi vengono recuperati e riposizionati con minuziosa attenzione, in un equilibrio casualità/intento che filtra tutto il processo creativo, evidenziando quanto la natura stessa ceda spesso alla fatalità. Qui vedo la forza.

Ragna-Robertsdottir Lava Landscape 2022
Ragna Robertsdottir, View, 2019

Di differente sintesi poetica e di diversa narrativa è invece l’approccio della francese Anaïs Tondeur, la cui ricerca si concentra su una pratica artistica di derivazione scientifica, frutto di studi realizzati con la collaborazione di geologi, oceanografi, fisici e antropologi (fra essi, Germain Meulemans). Le due installazioni multidisciplinari presentate in mostra (A memory of ocean e Petrichor) sono, infatti, la traduzione visiva di indagini scientifiche rispettivamente dedicate alle tracce del petricore, l’inconfondibile odore della pioggia sul suolo asciutto, e all’analisi dei cicli oceanici, di vitale importanza per una maggiore comprensione dei cambiamenti climatici terrestri.

Petrichor, View of the installation, Domaine Départemental de Chamarande, France, Copyright Anaïs Tondeur & Germain Meulemans, 2017

In particolare, il neologismo petricore – composto dal greco petra, pietra, e ichor, termine usato da Omero per definire il sangue degli dèi – fu coniato negli anni Sessanta da due scienziati australiani. L’indagine di Tondeur rileva l’intreccio di interazioni invisibili tra l’acqua piovana, l’attività dei batteri del suolo, il sole che li riscalda e le condizioni atmosferiche che intrappolano l’ozono. Attraverso un’installazione quasi onirica, lo spettatore è invitato a soffermarsi sulle potenzialità del suolo e la sua interrelazione con altri elementi, micro e macro organismi.

Per l’Oceano, invece, l’artista si affida alla comunità oceanografica internazionale per avere una raccolta di campioni e dare sostanza a una storia liquida: grazie a vari laboratori nel mondo e al fisico Jean-Marc Chomaz, ha raccolto da ogni oceano campioni d’acqua a diverse profondità, dalla superficie fino a 8000 metri. La collezione narra così il viaggio secolare, attraverso la memoria delle acque e delle correnti oceaniche, della circolazione termoalina. Collega tutte le acque del pianeta in circa 1500 anni, con un anello di correnti che distribuisce il calore globalmente. Gli attuali cambiamenti climatici concorrono a ridurre il volume dell’acqua che precipita verso l’abisso, rallentando di conseguenza la circolazione termoalina con potenziali gravi conseguenze sulle temperature mondiali.

A memory of the ocean View of the Installation

Qui vedo l’odore intenso della natura, la bufera (del clima) e l’interconnessione della(e) vita (e).

La Biennale prosegue poi con il mondo visionario di Mónica De Miranda, poliedrica artista portoghese di origini angolane, che vive tra Lisbona e Luanda, la cui eredità culturale ha fortemente influenzato il suo percorso artistico, portandola all’esplorazione dell’evoluzione ambientale da un punto di vista antropologico. Confrontandosi con le ferite di un colonialismo violento, l’artista si sofferma sulle convergenze fra stratificazione sociale e cambiamento dell’ecosistema, proponendo “geografie emozionali” – come lei stessa le definisce – cioè narrazioni urbane che seguono intimi processi identitari.

Monica De Miranda, All that burns melts into air, still da video

L’installazione Under water raffigura un prezioso ecosistema, un angolo di rara biodiversità che viene però completamente estrapolato dal proprio contesto naturale per essere posizionato in un luogo inconsueto e ad esso estraneo. La flora autoctona e l’insolito acquario suggeriscono una vulnerabile precarietà, uno smarrimento, un allontanamento dal proprio sicuro habitat. Uno sradicamento di questo munito ecosistema che si riflette nello strappo sociale e culturale subito dai colonizzati della fotografia riflessa nello specchio accanto, costretti a risanare un trauma perpetrato per secoli e nei secoli.

Monica De Miranda, Under Water, 2020

All that burns melts into air (2020) è stupefacente, vi invito a visionare anche un estratto del video ad esso dedicato. Qui, fra le ferite di un colonialismo violento, vedo la città serrata e fortemente urbanizzata che prevarica e soffoca la natura.

Monica De Miranda, All that burns melts into air, 2020

La prevaricazione dell’uomo sulla natura torna baricentrica anche nel percorso creativo della polacca Diana Lelonek, la più giovane (classe 1988), laureata al dipartimento di Fotografia della Facoltà di Comunicazione Multimediale della University of Art in Poznan. Avevamo sentito parlare dell’artista, in occasione di una mostra, Diana Lelonek: Buona fortuna, organizzata a Roma presso il Pastificio Cerere nel 2020. Diana crea progetti interdisciplinari basati su una ricerca ispirata alle scienze naturali e all’eco-attivismo, che sollevano la questione dell’impatto umano sulla natura e la fine dell’antropocentrismo come epoca geologica in cui l’ecosistema terrestre è fortemente condizionato dagli effetti dell’azione dell’uomo. L’artista, offrendo una visione critica sui processi di sovrapproduzione, focalizza la sua parabola espressiva sulla possibilità di soluzioni alternative di convivenza e coesione fra mondo naturale e mondo umano. Tale approccio empatico detta le basi di un’interdipendenza fra specie e l’accettazione di uno scenario trasversale di chiara rottura rispetto a quello attuale. Nell’opera Ministry of the Environment overgrown by Central European mixed forest, realizzata per una campagna pubblicitaria del collettivo Sputnik Photos, denuncia la grave politica di disboscamento dell’ultimo polmone vergine d’Europa, la foresta di Bialowieza, portata avanti nel 2016 dal governo polacco. Allo stesso tempo, filtra il messaggio con poesia sublime, in bilico fra triste presago e consapevole allarme. In questa foto, la vegetazione selvaggia riconquista i propri spazi, la lontana presenza di cerbiatti che scrutano l’osservatore, quasi a volergli intimare di andarsene. L’impronta umana è devastante.

Diana Lelonek, Ministry of the Environment overgrown by Central European mixed forest, 2017

Qui vedo l’Umano che supera l’Umano e la natura che, tentando di recuperare il proprio spazio, chiama aiuto.

Chiude il percorso espositivo il lavoro di Christina Kubisch, una delle più incisive figure della sound art tedesca. Attingendo a un’estetica inedita, la compositrice (ma non solo, ha, infatti, studiato pittura, musica – flauto e composizione – e musica elettronica ad Amburgo) è riuscita nell’intento di proiettare “paesaggi acustici” attraverso l’esplorazione del potere del suono. Le sue polifoniche installazioni sonore indagano il cosiddetto inquinamento acustico silenzioso, esperienza sensoriale fondamentale per poter comprendere lo stato di saturazione elettromagnetica diffusa intorno a noi.

Christina Kubisch_Cloud, 2019

Il respiro del mare è un’opera costituita da due forme identiche, simili a labirinti realizzati con cavi elettrici al cui interno scorre un suono preregistrato. Una struttura contiene il suono perpetuo del mare, l’altra il respiro dell’artista. Spostandosi da un labirinto all’altro, grazie a piccoli altoparlanti realizzati ad hoc, il visitatore cattura e sente le onde elettromagnetiche che viaggiano attraverso il cavo, mentre lo spostamento nello spazio da una forma all’altra gli consente di mescolare i suoni dando vita, appunto, al respiro del mare.

Christina Kubisch, Il respiro del mare, 1981

Qui vedo il suono prorompente della natura che respinge il chiasso umano, che satura.

Noi, voi, loro, tutti insieme. Ci sarebbe da raccontare ancora per ore… Il percorso che potrete fare, se solo lo volete veramente, è unico, davvero. Siete incuriositi, almeno un po’?

Non ci salveremo se non ricuciremo tutti i fili di questa tela lacerata che siamo diventati – Rossana Rossanda

 

OUT OF TIME. Ripartire dalla natura

27 marzo – 29 maggio 2022, Padiglione d’Arte Contemporanea, Corso Porta Mare 5, Ferrara

A cura di Silvia Cirelli e Catalina Golban. Organizzatori: UDI – Unione Donne in Italia e Servizio Musei d’Arte – Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna

Orari di apertura: 10.00 – 18.00, chiuso il lunedì. Aperto anche 18 e 25 aprile, 1° maggio

Crediti fotografici: Monica De Miranda: © l’artista e Sabrina Amrani, Madrid; Christina Kubisch: ph. Nikolas Brade, © Christina Kubisch; Diana Lelonek: ph. Yulia Krivich / Szum Magazine; Ragna Robertsdottir: © Jóhanna Ólafsdóttir; Anaïs Tondeur: ph. Patricio Retamal

 

“Sebastiano 2022”
L’arte come ricerca estetica dalla pestilenza al Covid

“Sebastiano 2022” è il titolo della mostra ferrarese di una ventina di opere incentrate sulla figura del santo trafitto dalle frecce, a cura del critico d’arte Lucio Scardino. La particolarità della rassegna espositiva – in corso fino a giovedì 31 marzo 2022 alla Idearte Gallery, via Terranuova 41, Ferrara – è la scelta di concentrare la ricerca estetica su una simbologia storicamente legata alla protezione dalla pestilenza, collegandola a un’emergenza sanitaria attuale come quella del Coronavirus.

Il curatore, che intorno a questa figura ha da tempo concentrato attenzione e studi, ha coinvolto per l’occasione una ventina di artisti contemporanei. Molti i ferraresi che già hanno contribuito con le loro opere a un ciclo di diverse esposizioni, ma anche artisti provenienti da tutt’Italia e da diversi Paesi d’oltreoceano. La mostra si caratterizza per l’attenzione a rintracciare un legame tra l’iconografia di provenienza religiosa e un tema di estrema attualità, che è quello legato alla pandemia.
Uno degli autori esposti, Alessandro Medori, romano, titola la sua opera proprio “San Sebastiano e il demone del Covid” [nella foto in alto]. La raccolta – spiega Scardino – è il frutto di oltre un decennio di ricerca estetica e figurativa, che ha preso forma negli anni attraverso un centinaio di autori.

Un raffinato disegno del Guercino contraddistingue catalogo e locandina della raccolta dedicata alla figura di San Sebastiano.

L’ingresso della galleria che ospita la mostra dedicata a “Sebastiano 2022”

Una citazione storica significativa, in quanto la figura di questo santo ha un’origine molto antica e radicata nell’immaginario iconografico. Ritratti dedicati a Sebastiano sono rintracciabili quasi mille anni prima della rappresentazione dell’artista centese Giovanni Francesco Barbieri soprannominato Guercino, e vanno ricercati già nell’arte dei primi secoli dopo Cristo, in forma di decorazioni a mosaico. È il caso di quella del periodo di dominazione bizantina che si trova all’interno della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna (datata tra il 527 e il 565), ma anche della raffigurazione conservata nell’ex Chiesa di San Pietro in Vincoli a Pavia realizzata oltre un secolo dopo (anno 680) e dell’icona musiva di San Sebastiano dello stesso periodo (680), nella Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma. Nel terzo altare della navata sinistra il santo è raffigurato come un uomo anziano e con la barba. Da rilevare un particolare che emerge già da queste antiche raffigurazioni: sulla lapide accanto all’altare della basilica romana viene specificato che l’immagine è stata realizzata come voto per respingere la peste che colpì Roma da giugno a settembre del 680.

Il legame tra il santo e la pestilenza è indagato da un saggio sulla Creazione di un santo della peste (titolo originale “The Making of a Plague Santo” contenuto  nel volume “Piety and Plague – From Bysanzium to the Baroque”, Truman State University Press, 2007)  in cui la storica dell’arte americana Sheila Barker indaga questo tema a partire dall’arte bizantina fino al Rinascimento.

È da questo momento storico, nel 7.o secolo dopo Cristo, che è stata infatti documentata l’identificazione del santo come protettore della peste. Il legame tra il culto delle reliquie del santo e la salvezza dalla malattia si consolida grazie a una suggestione figurativa. Dal momento in cui la popolazione credeva che la peste e le altre malattie contagiose si diffondessero attraverso l’aria alla velocità di frecce letali – spiega la storica che proviene dalla Columbia University – la connessione con Sebastiano non risulta essere sorprendente. Sicuramente questo concetto di contagiosità fulminea, che si diffonde attraverso l’atmosfera, diventa più che mai riconducibile ai caratteri dell’epidemia che in questi ultimi anni sta attanagliando il mondo intero.

Opere della mostra dedicata a “Sebastiano 2022” a Ferrara

Bisogna attendere il Tardo Medioevo e l’esplosione della pandemia pestilenziale che colpisce l’Europa a metà del 14.o secolo, perché si cristallizzi l’identificazione popolare e artistica della protezione dall’epidemia con l’intercessione del martire trafitto da una scarica di frecce. Quelle antiche raffigurazioni, però, sono ancora lontane dall’immagine classica del Sebastiano recepito dagli artisti raccolti nella rassegna ferrarese e che ha, comunque, radici antiche. La rappresentazione del santo non più come uomo in là con gli anni e barbuto, come compariva in mosaici di stile bizantino, ma con le fattezze di uomo giovane, che domina nell’interpretazione degli artisti in mostra, è successiva. Questi tratti di giovinezza e avvenenza – come viene spiegato dagli studi – sono infatti il segno distintivo dell’epoca rinascimentale.

Il decano degli artisti ferraresi Silvano Cavicchi accanto alla sua opera dedicata a San Sebastiano

E questi caratteri restano il tratto di prevalenza dominante nei lavori della rassegna espositiva ferrarese, composta in origine dalle opere di diciotto artisti: Rosamaria Benini, Aurelio Bulzatti, il centenario ferrarese Silvano Cavicchi, Franco Coluzzi, l’argentino Nestor Donato, Antonio Esposito, Alfredo Filippini, Renzo Gentili, Alberta Grilanda, il grafico Claudio Gualandi, Alessandro Medori, Lorenzo Montanari, il newyorkese Louis Olivencia, Sergio Padovani, lo statunitense Nicholas Quiring, Massimo Rubbi, Andrea Samaritani con una delle sue foto-dipinte, l’iraniano Amir Sharifpour, Remo Suprani, Emanuele Tasca, Giuliano Trombini, Giglio Zarattini.

A queste opere, presenti in catalogo, si è aggiunto in questi giorni in parete un nuovo dipinto, realizzato dopo l’inaugurazione dall’artista argentino Anibal Guerra.

Una collezione che, nel suo insieme, consente di spaziare dalla grafica, alla scultura e alla pittura più densa. Ed è un viaggio che, attraverso i simboli, sembra voler affermare la supremazia di bellezza e resilienza su orrore e dissoluzione.

“San Sebastiano 2022” da venerdì 4 a giovedì 31 marzo 2022, ore 10-13 e 16-19, chiuso la domenica, Idearte Gallery, via Terranuova 41, Ferrara.

L’ARTE DEL PAESAGGIO
Natura tra realtà e pittura alla Reggia di Venaria

Il paesaggio è il luogo dove prende forma la relazione tra uomo e natura. Andare a raccogliere una selezione rappresentativa dell’arte del paesaggio significa ripercorrere le tappe di un’idea di bellezza strettamente collegata al mondo vegetale, ma anche mostrare attraverso quadri e opere tridimensionali l’evoluzione di una sensibilità estetica, morale, sociale.

Questo il merito della mostra “Una infinita bellezza – Il Paesaggio in Italia dalla pittura romantica all’arte contemporanea” in corso alla Reggia di Venaria (qualche chilometro a nord di Torino), visitabile fino a domenica 27 febbraio 2022.

Mostra sul Paesaggio in Italia: opere della sezione 5 dedicata a “Dipingere nella natura” con Fontanesi e De Andrade (foto La Venaria Reale)

Quella porzione di mondo, che si offre alla vista davanti ai nostri occhi o incorniciata da una tela, può essere selvaggia o urbanizzata. Comunque la rappresentazione del paesaggio è un resoconto della presenza umana, dei nostri desideri, paure, capacità di dominare o di rispettare il mondo naturale. Uno scorcio di bosco rivela l’esuberanza di flora e fauna, ma è anche specchio della tutela e della cura che lo preservano.

Veduta dei Giardini della reggia sabauda di Venaria (foto La Venaria Reale)

Giardini geometrici e perfettamente intagliati sono il frutto di una volontà di padroneggiare il creato piegandolo all’umano desiderio di esibizione e bellezza, quasi quanto gli skyline di grattacieli smisurati.

“Il giardino delle sculture fluide” di Giuseppe Penone nel Parco Basso dei Giardini di Venaria, 2003-2007

In questo senso l’ambientazione della mostra all’interno della Citroniera della Reggia di Venaria è un’occasione per spaziare da una carrellata di natura declinata attraverso più di 200 opere tra dipinti, fotografie, video e installazioni, ai Giardini di piante vere, ma assoggettate a una ricerca cortigiana di perfezione formale che affonda le radici nel giardino all’italiana di origine tardo-rinascimentale.

“Contemplazione e desiderio” di Ugo Nespolo, 2021

Per questo è consigliabile arrivare a Venaria Reale per tempo, in modo da poter visitare, oltre alla mostra, anche il parco (con ingresso consentito  solo fino alle 15.30).

[Cliccare sulle singole immagini per ingrandirle]

Giardini di Venaria: Parco Alto
Resti del Tempio di Diana
Potager Royal (fotoM)

I Giardini sono una distesa di artificio e natura lunga 60 ettari, che ridà forma, foglie, fusto e fiori all’arte del giardino alla francese, che si afferma nel Settecento, riprendendo la tradizione italiana basata sulla simmetria delle forme, su decorazioni vegetali ricercate, statue, giochi d’acqua e grandiose prospettive che si perdono, nella parte più estrema, in foreste riservate alla caccia. E ancora oggi in questi confini estremi può capitare di avvistare una volpe.
Le Citroniere sono, invece, lo spazio all’interno dell’immensa villa sabauda, adibito in origine ad accogliere gli agrumi e altre piante da frutto.

Galleria Grande nella Reggia di Venaria (foto M)

Qui ora c’è la corposa sequenza di opere della mostra che vuole spaziare attraverso “Una infinita bellezza”.

Giardini di Venaria: vasca centrale (fotoM)

Il titolo riprende l’ambizione allo sconfinamento che caratterizza questo complesso: dall’interminabile viale dei Giardini (l’Allea centrale) alla spettacolare Galleria Grande che toglie il fiato e abbaglia il visitatore nel percorso di visita alla reggia.

“Mare allo spuntare dell’aurora” di Giuseppe Pietro Bagetti, 1820 -1830 (sezione 1: Pittoresco e sublime)

La mostra parte dalla prima sezione dedicata alle poetiche romantiche del “Pittoresco e sublime” per procedere con le immagini del Grand Tour in Italia “Tra Roma e Napoli. La luce del sud”, proseguendo con i “Paesaggi tra letteratura e storia” senza dimenticare un tuffo nella specifica realtà territoriale con “Torino capitale, paesaggi per la raccolta moderna della città”  (sezione 4) e “Persistenza del paesaggio in Piemonte” (sezione 7).

Il viaggio approda all’ultima metà dell’800 con opere come “La quiete” di Antonio Fontanesi, a rappresentare la sezione “Dipingere nella natura: una scelta moderna”.

“La quiete” di Antonio Fontanesi, 1860 (GAM, Torino)

Da qui si ci addentra nell’ambito dei diversi movimenti artistici che hanno caratterizzato il ventesimo secolo. A rappresentare “Nuove sensibilità tra Divisionismo e Simbolismo” c’è ad esempio il ferrarese Gaetano Previati con l’olio su tela “Nel prato. Il mattino”, 1889-1890.

“Nel prato. Il mattino” di Gaetano Previati, 1889-1890 (Uffizi, Firenze)

“Aspetti del paesaggio Futurista” sono illustrati con opere di Balla, Boccioni e Depero.

Opere d’arte futuriste in mostra (foto La Venaria Reale)

Con le opere dipinte “Tra le due guerre” la pittura figurativa comincia a essere messa in discussione  e irrompono opere come quelle metafisiche di Giorgio De Chirico.

“Interno metafisico con alberi e cascata” di Giorgio De Chirico, 1918 (Lattes, Torino)

Sempre all’interno di quest’arco di tempo sono inserite le vedute cittadine di Filippo de Pisis, che interpreta la lezione impressionista in una chiave tutta moderna con quelle sue pennellate dure, secche, quasi stenografiche, tese a tratteggiare una rappresentazione asciutta ma densa di vita.

“La Darsena di Milano” di Filippo de Pisis, 1943

Si lascia quindi posto alle provocazioni delle Avanguardie con il “Paesaggio informale” fino ad arrivare alle semplificazioni della Pop Art nei “Paesaggi degli anni Sessanta”.

“Zuccaia” di Piero Gilardi, 1966 (GAM di Torino, foto M)

La parte conclusiva è affidata alle concettualizzazioni dell’arte contemporanea nelle opere dei “Paesaggi d’oggi”.

Zuccaia di Gilardi (Paesaggi degli anni ’60). Sullo sfondo Paesaggi d’oggi: Giorgio Ramella, Nicola De Maria e Mimmo Paladino (fotoM)

Artisticamente il paesaggio nasce come sfondo, scenografia davanti alla quale mettere in scena illustrazioni d’altro tipo, da quelle di stampo religioso a quelle mitologiche, ma anche solo come scenario per la collocazione di un ritratto. Pian piano quello che era il disegno prospetticamente più lontano su cui campeggiavano le figure, selvaggio o urbanizzato che fosse, conquista la dignità di genere a sé stante. Nel saggio su “Il Giardiniere appassionato” (Adelphi, 1992), Rudolf Borchardt diceva che “l’immagine di un giardino sorge nella fantasia per assoggettare la realtà”. E, non a caso, l’amore e l’interesse appassionato per la natura nasce proprio nel momento in cui l’uomo, con una padronanza sempre più forte di tecnologia e industria, sente la natura non più come minaccia incontrollabile, ma come un elemento che può dominare e che corteggia come una fiera che può essere ammansita e addomesticata.

La mostra in corso a Venaria Reale riesce così a esemplificare l’evoluzione di questo genere pittorico a partire dal suo debutto ufficiale, con il Romanticismo, fino alle più recenti espressioni artistiche contemporanee.

“Una infinita bellezza – Il Paesaggio in Italia dalla pittura romantica all’arte contemporanea”, Citroniera Juvarriana della Reggia di Venaria, piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (Torino). Aperto fino al 27 febbraio 2022 da martedì a venerdì ore 9.30-17; sabato, domenica e festivi ore 9.30-18.30. Per info: tel. 011 4992333, sito web https://www.lavenaria.it/it/mostre/infinita-bellezza

 

Mostre sul fiume Po e su Lucrezia: dal mare Lucio Scardino anticipa i progetti per Ferrara

Un ferrarese che tutte le estati trasmigra in riva al mare di Romagna, ma che la sua città se la porta sempre con sé e non smette mai di sentirsela e avercela intorno, anche quando sbuffa e dice “qui sì che mi rigenero”.

Casa marittima di Lucio Scardino con collezione di quadri e opere d’arte legate a Ferrara (foto GioM)

Quella del critico d’arte ed editore Lucio Scardino, infatti, è una casa del mare romagnolo con le pareti tappezzate dai dipinti del fiume Po e da rivisitazioni del Duomo di Ferrara, gli scaffali pieni di libri d’arte e una collezione di piatti e zuppiere che sembrano quelli di una vecchia signora inglese e che – quando li osservi meglio – scopri che invece hanno disegnato sopra il Castello Estense rivisitato in chiave avventurosa, nelle tinte monocrome del blu, del color ruggine o del marrone sulla porcellana bianca dove galleggia persino un veliero.

Collezione di ceramiche con rappresentazioni del Castello Estense nella casa al mare di Lucio Scardino (foto GioM)

Qui, nell’appartamento tra i pini marittimi di Lido di Classe, tra Ravenna e Cervia, il critico d’arte ferrarese Lucio Scardino si trasferisce nel periodo estivo senza rinunciare alla compagnia delle opere di artisti a lui cari. Tra i 250 pezzi di questa collezione variegata di tele, sculture e schizzi c’è un disegno di Jenny Bassani, sorella dello scrittore Giorgio, con la borgata di Quacchio ripresa nel 1943, qualche mese prima dei bombardamenti.

Collezione di quadri e opere d’arte nella casa di Lido di Classe di Lucio Scardino (foto GioM)

Poco più in là, sulla parete c’è uno scorcio del fiume Po, colto poco prima dell’alluvione da Gastone Gaddi, nel 1951. Sculture e quadri sul tema di San Sebastiano si mescolano a un olio su tavola di Augusto Droghetti che – spiega Scardino – “rende bene le atmosfere e la prospettiva del fiume, con la visione dell’isola bianca di Pontelagoscuro sullo sfondo”. Così, tra una passeggiata in spiaggia e una capatina nella sala del cinema all’aperto, il critico-editore medita e studia, organizza e riflette, preparando lo sbarco cittadino d’autunno. Perché Ferrara, Scardino, ce l’ha sempre in testa, negli occhi e tra le dita. Ecco allora che sul tavolone rotondo, vicino alla caraffa di tè freddo e ai frollini, salta fuori un catalogo di disegni di paesaggio e il volume con il romanzo dedicato alla “Famiglia” di Lucrezia Borgia, raccontata nientemeno che dall’autore del “Padrino”, Mario Puzo.

Un’opera di Daniele Cestari per la mostra di Lucio Scardino dedicata ai “Paesaggi d’acqua”

“Sto preparando due mostre” racconta il critico ed editore.
“Paesaggi d’acqua” è il titolo dell’esposizione che verrà inaugurata venerdì 27 settembre 2019 alla galleria Fabula Fine Art (via del Podestà 11, Ferrara) con “una quindicina di opere sul Po che andranno dall’inizio del ’900 ai giorni nostri”. Neanche a dirlo “non si tratterà di una mostra di cartoline illustrate, ma di collage d’arte moderna che rievocano il mito di Fetonte (autrice Rita Da Re), acquerelli degli argini fluviali, chiatte, barche, anse e golene; e poi immagini rievocative del mito delle ‘anguane’, le sirene che la leggenda vuole che popolino le acque dolci e le rive fluviali come quella del ‘Notturno sul Po’ realizzata da Oreste Forlani attorno al 1905″. Una versione concettuale del Po quella contenuta nell’opera  di Daniele Cestari: “Qui – fa notare il curatore della mostra – il fiume è condensato in una striscia color smeraldo, unica traccia di colore sulla carta che riproduce la facciata di Porta Paula. In questo punto di ingresso a Ferrara, infatti, è stata rinvenuta un’antica barca che testimonia la presenza del corso d’acqua nei secoli passati, anche se ormai si trova all’asciutto da tempo”.

Opera in rame di Nicola Zamboni dedicata alla laguna di Comacchio per la mostra di Lucio Scardino in programma dal 27 settembre 2019

L’altra mostra in fase di programmazione è quella dedicata a “Lucrezia Borgia” con “una quindicina di opere ispirate alla duchessa ferrarese e che sta appositamente realizzando il pittore fiorentino Impero Nigiani”. Quest’altra mostra verrà allestita in dicembre 2019, sempre alla galleria Fabula Fine Art (via del Podestà 11, Ferrara).

“Paesaggi d’acqua”27 settembre-15 ottobre 2019, galleria Fabula Fine Artvia del Podestà 11, Ferrara. Ingresso libero.

Luci e ombre delle navi da crociera

Bansky, il famoso street artist inglese dal volto ignoto, ha colpito ancora. E’ sbarcato a Venezia con due recentissime opere: un murale raffigurante un piccolo naufrago che indossa un giubbotto di salvataggio e brandisce con forza una torcia segnaletica rosa e un collage di dipinti che mostrano una enorme nave da crociera che naviga sul Canal Grande, coprendo la vista della città, circondata da minuscoli gondolieri indaffarati a destreggiarsi al passaggio della pachidermica imbarcazione.
Opera, quest’ultima, rimossa in tutta fretta su intervento della polizia municipale, causa la mancanza delle adeguate autorizzazioni. ‘Venice oil’, titolo provocatorio a doppio senso – ‘oil’ in inglese significa non solo olio, ma anche petrolio – del lavoro di Bansky, è una chiara denuncia davanti ai realistici, dannosi effetti del transito continuo dei giganti del mare a contatto fin troppo ravvicinato con la città.

Due opere che sollevano interrogativi, polemiche, critiche e riflessioni su due tematiche scottanti attualissime legate indissolubilmente al mare, che infervorano e alimentano scontri ideologici: l’immigrazione e la navigazione nella città lagunare. La composizione di quadri che nella sua sequenza modulare ci fornisce un effetto d’insieme di grande impatto, raffigura una nave protagonista assoluta della scena, circondata dallo sfondo di una Venezia d’altri tempi, in cui poco rimane di Piazza San Marco e del Campanile. Per quanto riguarda la Venezia di oggi, invece, il Tar, il Comune, la Regione e il Governo stanno valutando le soluzioni più idonee per superare l’impatto ambientale della navigazione pesante a ridosso dell’abitato, le ricadute penalizzanti in termini strutturali, che essa induce in una città fragile, talmente particolare da meritare tutta l’attenzione e la risonanza del caso.

E mentre si studiano gli aspetti logistici più sicuri e percorribili che possano offrire alternative ragionevoli alla grande navigazione, l’industria turistica della crociera è in continua ascesa e il viaggio per mare è una delle scelte più ambite per una vacanza. Secondo i report Clia (Cruise Lines International Association) e Fcca (The Florida-Caribbean Cruise Association), i 9.020.000 di viaggiatori del 2000 sono diventati 23.200.000 nel 2015, destinati ad aumentare esponenzialmente in questi ultimissimi anni. Il Mediterraneo orientale rimane la prima meta scelta dai passeggeri, seguita dal Nord Europa e quindi dai Caraibi. Al primo posto in Europa, la Germania rappresenta il Paese con più richieste di imbarco, seguita dalla Gran Bretagna-Irlanda. L’Italia occupa il terzo posto. Con un giro d’affari notevole, stimato attualmente in 39,6 miliardi di dollari annui, il mercato crocieristico è diventato il tempio del lusso e del divertimento accessibile a una ormai vastissima maggioranza di fruitori, perdendo gradualmente le caratteristiche di vacanza di nicchia che lo aveva caratterizzato agli esordi, negli anni Settanta. La crociera come modalità turistica porta indotto significativo a numerosi altri settori correlati come cantieri, porti e hinterland degli scali, alloggi e ristorazione, visite e itinerari a terra, spettacolo e intrattenimento, dando lavoro a migliaia di persone con le più disparate competenze, offrendo ai giovani sbocchi professionali di non poco conto. Federica S., giovane laureata in Relazioni internazionali, lavora sulle navi da crociera come animatrice.

Qual è stato il tuo esordio in questo contesto lavorativo?
Mi sono appena laureata e volevo provare un’esperienza nuova. Non è semplice per noi giovani trovare un lavoro perché non ce n’è o comunque non c’è garanzia di continuità: niente contratti a tempo indeterminato, ma soltanto a chiamata e poche garanzie anche da parte dello Stato che non ci supporta. Ho avuto la fortuna di essere chiamata a firmare un contratto a tempo indeterminato dalla mia attuale compagnia di navigazione, una delle più grandi al mondo, dopo aver presentato il curriculum. Per un giovane che ha appena terminato gli studi è fondamentale partire da una certezza per poi realizzarsi e rafforzare conoscenze e competenze.

Quali sono gli aspetti positivi e quelli critici del lavoro sulle navi da crociera?
Tra gli aspetti positivi c’è senza ombra di dubbio la possibilità di girare il mondo, conoscere tanta gente, di approcciarti a tante culture, di praticare lingue diverse, cosa fondamentale al giorno d’oggi, soprattutto in alcune professioni, come questa. Qui siamo ben retribuiti e questo è un ulteriore incentivo per dare il meglio. Gli aspetti negativi sono tanti; è difficile stare a bordo lontani da tutto e da tutti coloro che fanno parte della nostra quotidianità a terra, della nostra vita affettiva. Sei sempre in mezzo al mare, non hai punti di riferimento, devi sempre stare all’erta 24h su 24 perché lavorare in mare comporta anche questo; se si verificano emergenze devi essere pronto a lasciare tutto e cercare di salvare la vita altrui. Ci sono anche tante responsabilità e molto spesso questo non viene capito dal passeggero. Io e i miei colleghi non facciamo soltanto animazione: alle spalle abbiamo corsi di formazione di mesi e mesi e ognuno di noi ha un compito preciso per poter salvare una vita in caso di emergenza.

Con quali criteri viene scelto il personale per i vari ruoli e mansioni?
Non è importante la nazionalità, l’appartenenza culturale, come non sono importanti altri aspetti. Importante è invece parlare almeno due lingue oltre la lingua madre, prioritario l’inglese. Il fattore età premia i giovani, verso i quali la compagnia riserva attenzione e permette la possibilità di percorrere una carriera. A bordo c’è una rappresentanza di moltissime nazionalità differenti ed è bello lavorare insieme perché impari tanto, anche quegli aspetti di culture diverse dalla nostra che altrimenti non coglieresti.

La tua attività attuale potrebbe essere il lavoro per la vita?
Sì, perché puoi crescere, non ti fossilizzi nel tuo settore, puoi diventare qualcuno all’interno della compagnia e la compagnia ti apre tutte le porte e ti offre tutti i vantaggi per formarti, approfondire, aggiornarti e migliorare: una grossa opportunità di lavoro anche per tutti quei giovani laureati che non hanno sbocchi professionali. E quello che si guadagna ti rimane perchè non è sottoposto alla legislazione tributaria in vigore nel nostro Stato dal momento che le navi battono bandiere diverse.

Enormi cittadelle naviganti illuminate nella notte, che fanno sognare gli ultimi romantici; bianchi giganti che affrontano i mari sfidando le avversità meteorologiche come un’immagine descritta da Melville; uniche rappresentanti del vero concetto di ‘viaggio’, come sostiene Erri De Luca, quando l’orizzonte è vuoto e niente intorno, per poter assaporare l’immenso. Lasciamole libere di solcare il mare, lontane da costrizioni, percorsi soffocanti, rotte e tracciati che non appartengono loro. Lontane da Venezia.

Franco Farina fra critica d’arte e management culturale

E’ scomparso ieri, a 90 anni appena compiuti, il maestro Franco Farina. Ferraraitalia ricorda il suo ruolo nell’ambiente culturale non solo cittadino attraverso un’intervista di don Franco Patruno, cui lo legava una sincera amicizia.

Ricordo ancora l’affollamento, nella trecentesca Casa Romei, alla prima delle grandi rassegne promosse da Franco Farina: era il 1963 e nel mirabile Palazzo dei Diamanti, vera perla quattrocentesca di Biagio Rossetti, si stavano svolgendo lavori di ripulitura interna per rende funzionali e agibili gli spazi per future mostre. Si sapeva che Gualtiero Medri, storico dell’arte estense, aveva, come si suol dire, passato le consegne a un giovane maestro che aveva come un’antenna in più nel captare tutto quello che era avvenuto nell’arte del nostro Novecento. La mostra era quella di Giovanni Boldini, non a caso un ferrarese sprovincializzato che aveva avuto prestigiosa fortuna a Parigi. Pur non esibendo un progetto od uno specifico modello, che sarebbe apparso assolutamente utopico, quel giovane maestro cominciò ad allargare gli orizzonti con una mostra didattica su Paul Gauguin in collaborazione con Palma Bucarelli e la Galleria d’Arte moderna di Roma. Seguirono mostre sull’arte spagnola, sul gruppo degli Informali arcangeliani, Emilio Vedova, André Masson… La successione era impressionante, come estremamente fluida la possibilità di stabilire rapporti con Leo Castelli, con la Fondazione Peggy Guggenheim, con Guttuso e il gruppo dei Neorealisti della post-astrazione. Dal 1963 al 1995 novecentoottantre mostre. Renato Barilli ha scritto: “Se un giorno si farà la storia delle attività espositive in Italia, nell’ambito dell’ente pubblico e relativamente dell’arte contemporanea, un capitolo di essa dovrà riguardare Franco Farina, forse il caso più perspicuo nel corso degli anni Settanta”.

Ora sono di fronte al ‘maestro’, come tutti amano chiamarlo anche dopo la Laurea Honoris Causa di recente ricevuta dall’Università di Ferrara.
“Se dovessi utilizzare una terminologia ecclesiastica, gli domando, potresti affermare che la tua è stata una vocazione adulta?” Farina sorride, affermando che “anche nel mio caso preferisco adulta e non ‘tardiva’, perché il secondo termine fa pensare a una distrazione nell’ascolto. Dopo le scuole Magistrali, ho avuto la fortuna di decidere di diventare l’assistente di Gualtiero Medri che, in quegli anni, ricopriva una carica ampia: Pinacoteca d’Arte Antica, Galleria d’Arte Moderna e Palazzo Schifanoia. Mia madre, pur non afferrando sino in fondo il senso di questo mio nuovo lavoro, era felice che percorressi questa strada. Ricordi Pascal? Forse ciò che appare un semplice caso è il risultato invece di una sorta di scommessa: si osa nell’inedito”.
“In quel tempo – soggiungo – avendo anche una responsabilità per gli affreschi di Schifanoia il futuro poteva colorarsi, come per l’amico Andrea Emiliani, di arte antica”. Mi risponde dopo un attimo di silenzio: “Sì, è vero. Già d’allora, però, avvertivo il fascino dell’arte del nostro secolo. Ferrara, come tu sai, rischia spesso di reclinare su una memoria nostalgica del nostro glorioso passato d’arte. Credo di avere sentito proprio da te che la memoria biblica è invece una riattualizzazione e non un ripiegamento. In questo, se vuoi, sono stato biblico: riattualizzare il passato è far vivere il presente. Già far conoscere il nostro Boldini, poi anche Previati, Funi, Melli e De Pisis aveva un significato preciso, perché questi personaggi non si erano bloccati su autoriflessioni estensi del passato. E non è vero che non si sentissero più ferraresi perché andavano a Parigi, Roma o, comunque, fuori dalle mura storiche della città”. Queste affermazioni di Farina mi affascinano particolarmente perché in esse mi sembra di scorgere quel progetto che, sempre più esplicito, lo guiderà sino al 1995. “Allora mi venne l’idea di diverse collocazioni, soprattutto quando mi furono affidati ambienti come Palazzo Massari e altri, adiacenti ai Diamanti, che lentamente furono adattati, come oggi si dice, per ospitare dei ‘generi’ o ‘linguaggi’ più vicini alle sperimentazioni degli ultimi decenni. Così, se nella sede centrale dei Diamanti organizzavo una mostra di De Chirico, cioè di un maestro consacrato, al Padiglione d’Arte Contemporanea del Massari potevo far esporre Tadini, Pozzati, Ghermandi e quegli artisti, allora giovani, che si stavano imponendo nel panorama non solo nazionale”.
Farina si sta appassionando nel ripercorrere queste fasi e anche la sua gestualità si fa più piena e significativa. “Se con i protagonisti del nostro secolo attiravo l’interesse della critica e dei visitatori, nelle altre sedi, come nel Centro Attività Visive, facevo conoscere contemporaneamente i giovani emergenti. Basta scorrere le pagine di quei due volumi che mi hanno dedicato per vedere tutti i nomi di artisti ora riconosciuti e chiamati alla Biennale. Un esempio: alla mostra di Salvador Dalì, che curai direttamente con il grande spagnolo che mi fece esporre la sua collezione privata, ci fu gran massa; ma c’erano altre sette rassegne e guidavo i giornalisti, critici e visitatori in genere a vedere tutte le mostre”.

“È per questo – aggiungo – che si era velocemente sparsa la voce e ti ritrovavi file di nomi noti e giovanissimi davanti al tuo studio”. “Sì, è stato molto bello e anche faticoso. Se pensi che ero stato nello studio di molti di quei giovani, i miei ricordi si affollano a tal punto da creare una felice confusione. Sai, restare, se mi permetti l’autoironia nell’affermarlo, nella cabina di comando è facile; ma riempire l’agenda di impegni con la visita agli atelier, in gran parte fuori città, è esperienza diversa: significa conoscerli da vicino, avvertire i drammi di chi fatica a mantenersi con le mani di pittore o scultore. Trovare loro spazi espositivi, fargli un catalogo decente, consigliarli poi per gallerie significative senza perder tempo in altre che spillano solo soldi senza dare riscontro critico, è come diventare loro prossimi, vicini, amici”.
Pur conoscendo Franco da anni, rimango colpito dal calore di questi ricordi. Aggiungo che è per questo vero servizio che Barilli, Emiliani, Solmi, Cortenova e tanti altri hanno affermato che si è praticamente inventato un ruolo che non c’era nel panorama critico ed espositivo non solo nazionale. “È venuto tutto cammin facendo. Ho sempre rifiutato il ruolo di critico d’arte che non mi compete”. Lo interrompo facendogli notare che le sue pagine introduttive ai cataloghi erano critiche a tutti gli effetti. “Lo sapevo, dice sorridendo, che mi facevi il tranello. È vero: anche per gli artisti meno noti o, per riutilizzare la terminologia ecclesiale dell’inizio, ancora in vocazione incipiente, scrivevo una paginetta. Ammetto: molto densa e sintetica, pensata guardando e riguardando le loro opere. Mi sembrava normale introdurli. So che si è creata poi la moda e tutti volevano, anche quando esponevano negli Stati Uniti, la mia cartellina come passaporto per i galleristi. È vero anche che evitavo la pletora delle introduzioni inutili di chi dirige le istituzioni, e questo ha creato l’equivoco”. “Già – aggiungo – l’equivoco perché la tua pagina era pensata, critica, intelligente”. Accetta la sfida: “Faccio fatica a scrivere perché mi muovo meglio nel parlare e nel promuovere. Però quando mi metto alla macchina da scrivere, una vecchia Olivetti, sia detto per inciso, perché a differenza di mia moglie non sono tecnologizzato ed informatizzato, la fatica viene poi apprezzata come vera pagina critica. Fate voi!”

Prendo la palla al balzo: “Hai citato tua moglie, Lola Bonora. Un grande aiuto o vera autonomia?” “Lola lavorava in Regione con un incarico riguardante i mass media, la stampa e tutte le nuove forme di comunicazione. Quando si affiancò al mio lavoro già iniziato al Palazzo dei Diamanti, creammo la Sala Polivalente e il Centro Video Arte che, come ben ricordi, divenne un punto di riferimento internazionale. Era lei la responsabile e stabilì in breve tempo relazioni con esperienze francesi, tedesche e statunitensi di quel settore. Negli anni Settanta, poi, ci furono le Performance nelle quali, in modo interdisciplinare, operavano registi, pittori, attori di teatro. Devo a lei conoscenze con settori che non mi erano estranei, ma che non appartenevano alla mia diretta operatività espositiva”. “Ricordo, Franco, anche tutta l’attività promozionale in favore delle donne che operavano nei campi artistici e audiovisivi”. “Sì, è stato un periodo, dal 1973 al 1994 che, come scrisse Gillo Dorfles, fu di costanti scoperte, di iniziative inedite, di incontri sorprendenti, un periodo, cioè, incancellabile”. Ricordo a Farina che presentai in diverse occasioni esperienze di teatro sperimentale a carattere sacro alla Sala Polivalente. “Ciò che non aveva udienza nei teatri stabili, trovava in quella sede pronta accoglienza”. “Allora – prosegue Farina – l’orizzonte si fece più ampio. Pur essendo consapevole che alcune performance, per il loro stesso statuto poetico, si consumavano nell’atto stesso dell’esposizione e della messa in scena, dovevano essere conosciute. La curiosità, che spesso è oggi una virtù dal fiato corto e bruciata da insulsaggini televisive, aveva un senso come ricerca. Direi come seguire i percorsi della creatività nei diversi settori. D’altronde, se Dalì esponeva ai Diamanti, come non fare memoria del Surrealismo, del rapporto stretto del catalano con un grande regista come Buñuel? Anche quando esposi gli oggetti di Duchamp avevo coscienza di mettere in mostra, secondo l’intenzione dell’autore, non delle opere d’arte tradizionali ma come una sorta di poetica per oggetti. Cioè l’artista voleva dimostrare, contestando un certo tipo di esperienza museale, che un oggetto se collocato fuori dal suo contesto d’uso quotidiano acquista una valenza estetica, soprattutto se messo su un piedistallo. La curiosità di conoscere e di far vedere, quindi, ha la funzione di rendere attenti per non affrontare con il paraocchi il panorama delle avanguardie del nostro secolo. Tu parli spesso di precomprensione che diventa pregiudizio, e sai bene che quando si hanno delle pregiudiziali l’opera non può mai manifestarsi ne suo vero significato, ma sarà sempre accettata o rifiutata senza giudizio critico”.

“Mi accorgo che mentre parli, quello che hai definito il tuo ruolo acquista contorni sempre più specificati”. “Mi stai portando verso una definizione? Allora sarò più chiaro: molti critici d’arte svolgono, spesso con intelligenza e sensibilità, ruoli di direttori di pubbliche gallerie. Credo che tanti altri abbiano favorito quella che si suol chiamare una tendenza specifica, soprattutto per le precedenti prese di posizione sui cataloghi o sui giornali specializzati. Difficilmente non privilegiano una tendenza. Non voglio dire che un critico d’arte non possa accettare questo ruolo, perché non sono un integrista e conosco intelligenze diverse tra i critici. Il mio ruolo, se vuoi, è intermedio tra il critico e il manager”. Lo incalzo con un’osservazione: “Non parlerei di zona intermedia, non credo sia il tuo caso. Forse in te prevale o riemerge l’aspetto pedagogico dell’educatore dal quale sei partito”. “Vedo – mi risponde sorridendo e quasi accentando la sfida – che vuoi che mi definisca. Forse è l’occasione per farlo, perché non ho mai amato soffermarmi in quella sorta di autodefinizione che poi diventa compiacimento narcisistico. Sicuramente, anche se come sottofondo implicito, il bisogno di compiere un servizio, se vuoi quasi una diaconia, mi ha guidato nel lavoro quotidiano. Creare i presupposti perché la conoscenza dell’arte non sia ridotta al provincialismo che ha pesato su molte città, questo sì, è un fattore pedagogico, quasi un’energia educativa. Non sottovaluterei però il peso sociale e anche politico delle quasi mille mostre organizzate: una città che si apre al mondo, che favorisce l’internazionalità delle relazioni, che non concepisce la propria identità come nostalgico sguardo al proprio passato, anche se glorioso. Provincialismo è proprio questo: credere che l’identità coincida con le barriere e con le preclusioni. Vedo che gioisci mentre parlo, perché tocco alcuni punti della tua apertura cattolica. In questo mi sento molto cattolico, cioè universale. E’ una battaglia dura che vede, se ben ci pensi, la mia e la tua vocazione con punti di incontro non preventivati”.

Mi accorgo che l’intervista si trasforma in sereno confronto e colloquio. Meglio così. “Allora, è da questi presupposti che nasce la tua riconoscibilità in campo internazionale. Sai che quando mi trovo in musei e gallerie prestigiose all’estero mi domandano sempre: ‘come sta il maestro Farina? Lo saluti da parte mia!’ E’ evidente che il calore con il quale mi raccomandano il saluto non è convenzionale”. “Sai, don Franco, quando si organizzano rassegne di Magritte, Dalì, Picasso, Warhol, Rauschenberg, Chagall, Monet i rapporti internazionali si fanno, si potrebbe dire, vicini. È molto bello, anche perché ho sempre amato l’amicizia e sono convinto che ogni fatto organizzativo, se non c’è un autentico rapporto umano, diventa arida realtà, quasi un muoversi per muoversi… questo è ben lontano dal mio carattere”. “Eppure – accenno – chi ti conosce per la prima volta può avere la sensazione di un certo distacco, quasi un’aristocrazia dello sguardo”. Ride di gusto e riprende: “C’è anche uno stile per difendersi! Lo dico sorridendo. Quando ti senti sommerso da una quantità di proposte e devi, come dici spesso tu, far coincidere la carità con la verità, non si può nascondere ciò che si pensa. E’ inutile illudere qualcuno di essere un artista quando non lo è. Sarebbe un torto per i veri professionisti che non hanno il coraggio di farsi avanti e che, invece, bisogna andare a trovare nell’atelier, incitare a continuare nello studio. Aiutarli anche a trovare committenze, perché l’artista non vive d’aria, naturalmente”.

Sento che la conversazione può toccare anche alcuni aspetti più personali. Domando: “Non è forse vero che il tuo sentire, direi anche il tuo linguaggio sono religiosi?” Mi risponde con semplicità: “A mio modo mi sento non solo religioso in senso generico, ma cristiano. So apprezzare, anche se lo manifesto raramente, la gratuità di una amicizia, la grazia di ciò che è donato senza il do ut des. Questa, credo, è una verifica non solo del cattolicesimo in senso lato, ma della testimonianza soprattutto di voi sacerdoti. Tu ricordi la mia amicizia con il Vescovo Franceschi? Mi aveva capito subito e mi trovavo a mio agio con lui. Avvertivo la sua fede, non in astratto, ma nella capacità, non puramente formale o rituale, di farsi comprensione della laicità della mia vita. Fu un dono eccezionale per me la sua purtroppo breve permanenza a Ferrara”. Mentre Farina parla, vedo sul tavolino di fronte a noi un messalino aperto con la lettura liturgica dei Isaia. Gli chiedo se sia lui a leggerla. “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche…”. Quando arriva al versetto finale che dice “per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati”, commenta segnando efficacemente la pagina con un dito: “Vedi la gratuità? Per riguardo a me! Se avesse aspettato la nostra risposta giusta, magari calcolata…”. Non credo di avere aggiunto altro.

L’intervista è stata pubblicata su ‘L’osservatore romano’ del 1-3-2000 con il titolo ‘Il provincialismo: un pericolo che insidia la conoscenza dell’arte’

LA MOSTRA
Dal 5 dicembre a Palazzo Turchi di Bagno nuova edizione della Biennale d’arte Don Franco Patruno

di Maria Paola Forlani

Non sono state modificate le caratteristiche del bando iniziale. E’ ancora una Biennale riservata ai giovani artisti. Restano invariati i premi-acquisto e la mostra personale del vincitore. Questa seconda edizione della Biennale d’arte Don Franco Patruno si apre però con un respiro più ampio. E’ cambiata la geografia di riferimento, dilatata ora a tutto il territorio nazionale.

La Biennale d’arte Don Franco Patruno è una riflessione sulla contemporaneità, sulle risposte e sulle sollecitazioni con le quali l’esperienza artistica si inserisce nella realtà dei nostri giorni.
Nel decennale della scomparsa è giusto ricordare la figura per la quale è nata questa Biennale. Don Franco Patruno è stato un punto di riferimento religioso, intellettuale, artistico per generazioni di giovani, artisti e non solo. I molti legami con il nostro territorio e la sua azione infaticabile dedicata alla scrittura, alla pittura, alla promozione viva della cultura, sono nella memoria di quanti lo hanno conosciuto. In questo decennio per ricordare don Franco si sono svolte molte iniziative – dalla pubblicazione di parte dei suoi scritti all’esposizione di sue opere grafico-pittoriche, e poi convegni e conferenze. Questa biennale diventa l’occasione per dare continuità alle sue idee, allo spirito con il quale amava vivere tra i giovani per ascoltare le emozioni che l’arte sa trasmettere attraverso le sue variate forme di espressione.
G.C.

Don Franco Patruno

Dieci anni sono un intervallo di tempo sufficiente per cogliere l’entità di un lascito culturale e umano e ragionare su quello che è stato don Franco Patruno, scomparso appunto un decennio fa, significa inevitabilmente riflettere anche sulla misura della sua assenza. L’impronta delle idee e degli stimoli che don Franco ha elargito nel corso della sua vita si riconosce nitidamente nelle personalità di molti di coloro che, in un modo o nell’altro, hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con lui. Quanto abbia quindi inciso la figura di don Patruno nel nostro territorio è presto detto: moltissimo. Basta scorrere negli archivi la mole di attività organizzate e curate, soprattutto nel ventennio in cui è stato direttore dell’Istituto di cultura Casa Cini: centinaia di mostre di arte contemporanea e altrettanti convegni, incontri e dibattiti con le personalità più rilevanti della scena intellettuale italiana.
Ma più facilmente l’importanza di questa presenza – e quindi, oggi, di questa assenza – si può misurare dal numero di occasioni in cui il suo nome viene ancora fatto, non solo per rievocare un’epoca brillante della città in termini di elaborazione di idee e progetti, ma per citare un modello imprescindibile di vigore intellettuale, purtroppo non ben conosciuto da chi era troppo giovane in quegli anni o addirittura doveva ancora nascere.
Uno dei ‘segreti’, se così si può dire, del carisma della sua personalità consisteva nel suo modo di affrontare ogni questione con uno spirito lontano da ogni paternalismo, moralismo o pregiudizio. Se a ciò si aggiunge la sua attività di artista si può intuire quanto lontano dagli stereotipi legati al suo ruolo sacerdotale sia il ricordo che ha lasciato. Con delicatezza e intelligenza ha saputo creare uno spazio comune di confronto con chiunque, e soprattutto con chi si faceva portatore di idee lontane dalle sue scelte, offrendo una dimensione di piena libertà di ragionamento e di espressione. Ciò che per lui, in ultima analisi, contava davvero era la possibilità di rintracciare nel confronto degli strumenti che permettessero di avvicinarsi insieme al senso profondo dell’esistenza. Ѐ una delle sue tante lezioni, questa, che non sembra affatto essere diventata obsoleta.
Massimo Marchetti

Biennale d’arte Don Franco Patruno 2017, 5-18 Dicembre 2017, Palazzo Turchi di Bagno, Ferrara

LA MOSTRA
Un secolo di arte a Ferrara nella collezione di Assicoop

Un pezzo di storia dell’arte ferrarese del secolo scorso quella che ha messo insieme Assicoop con la collaborazione di Legacoop Estense in una collezione di oltre una ventina di opere, ora finalmente visibili in una mostra aperta a tutti a Ferrara con ingresso libero nelle sale di Palazzo Muzzarelli Crema.
La rassegna ‘Situazioni d’arte – Artisti ferraresi tra ’800 e ’900’ riesce a dare una sintesi dei tanti elementi che compongono la ricerca di quegli anni tormentati e vorticosi, quando i pittori ferraresi esprimono la loro creatività captando le innovazioni e le tendenze, riprendono e stravolgono i canoni dell’arte traducendoli in uno stile personale, che ciascuno esplora e sviluppa in maniera propria: c’è il verismo di sapore familiare e tradizionale dei ritratti di Alberto Pisa e di Arnaldo Ferraguti e l’inquietudine sensuale tratteggiata da una pennellata divisionista nelle tele di Giovan Battista Crema. Come quella che mette in scena nelle ‘Danzatrici’, spettacolare per i colori e i contrasti di luci e ombre che irrompono nei suoi tre metri di larghezza.

Le opere di Ferraguti e Pisa nellla prima sala della mostra
Il presidente di Legacoop estense Andrea Benini davanti alla tela di Crema
L’autoritratto di Roberto Melli a Palazzo Crema

Oltre alle diversità stilistiche, la mostra mette uno accanto all’altro autori di ideologia e posizioni contrapposte nella società dell’epoca. Ecco allora la compattezza delle figure di sapore classico e imponente di un’artista pienamente integrato all’interno del regime fascista come Achille Funi e la malinconia così moderna e quasi monocroma dell’autoritratto e delle periferie così poco auliche che dipinge Roberto Melli, artista di origine ebraica escluso dalla vita pubblica in seguito alla promulgazione delle leggi razziali.

Ritratto di Achille Funi dell’amico e pittore Mario Tozzi nella locandina di Situazioni d’arte, Ferrara 2017

Dopo i ritratti divisi per autore, che alternano mitologia e realtà quotidiana nelle prime tre sale, la mostra si conclude con una carrellata di paesaggi realizzati da autori diversi. A mostrare la propria visione del mondo si alternano gli acquerelli con scorci cittadini da Grand Tour firmati da Alberto Pisa, che illustra corso Ercole d’Este e piazza Ariostea come cartoline che immortalano un viaggio nella storia del Rinascimento, e i pezzi di periferia anonima che raccontano l’ordinarietà del quotidiano negli oli su tela di Roberto Melli. Una giovanile e poetica ‘Campagna ferrarese’ mostra i primi passi di Filippo De Pisis alle prese con la realtà in una maniera già intimista, ma non corrosa e stenografica, ancora lontana da quel disfacimento che poi caratterizzerà le tele successive, famose per il tratto volutamente approssimativo delle macchie veloci che tratteggiano i soggetti nelle sue opere più note.

La mostra d’arte promossa da Assicoop con Legacoop Estense ha il patrocinio del Comune di Ferrara e si avvale della collaborazione delle Gallerie civiche d’arte moderna e contemporanea: 25 le opere esposte, 14 delle quali vengono dalla collezione Assicoop e 11 dalle Gallerie civiche. Un insieme normalmente poco fruibile – ha spiegato Lorenza Roversi, curatrice della mostra insieme con Luciano Rivi – “perché di collezione privata e perché i quadri di proprietà pubblica da tempo si trovano nei depositi a causa della chiusura di Palazzo Massari”, dove sono in corso i restauri dopo i danni causati dal terremoto. Assicoop ha poi contribuito al recupero conservativo delle tre ‘Danzatrici’ in una collaborazione mirata a far conoscere alla città il patrimonio culturale e artistico locale.

La curatrice Lorenza Roversi a Palazzo Crema, Ferrara, novembre 2017

“Le opere – spiega il presidente di Legacoop Estense Andrea Benini – fanno parte di una collezione di artisti ferraresi che abbiamo iniziato a mettere insieme dal 2012, da quando Legacoop è entrata a far parte di Assicoop Modena&Ferrara UnipolSai Assicurazioni. E questa è la prima volta che una parte della raccolta viene mostrata. Le acquisizioni continuano e la più recente riguarda alcuni disegni di Mentessi. La volontà è quella di esporre le opere facendo una mostra ogni anno da qui al 2019, scegliendo di volta in volta contenitori diversi, in modo da valorizzare anche spazi meno conosciuti ma assolutamente interessanti da vedere, come è appunto Palazzo Crema”.

La curatrice fa poi notare che gli ambienti che ospitano “Situazioni d’arte” sono doppiamente centrati e significativi. “A Palazzo Crema – dice Lorenza Roversi – ha abitato ed è cresciuto uno degli artisti di cui sono esposti i lavori. Giovan Battista Crema era infatti il figlio della famiglia di avvocati proprietaria dell’edificio. Una famiglia appassionata delle arti, tanto che negli anni Venti del Novecento gli stessi spazi dove sono ora in mostra le opere erano sede della Galleria d’arte moderna di Ferrara. Galleria privata, istituita dalla società Benvenuto Tisi, che tra il 1921 e 1924 qui ospita rassegne di alcuni dei pittori ora di nuovo protagonisti del percorso espositivo messo insieme da Assicoop con il contributo delle gallerie comunali”.

“Situazioni d’arte”, presentazione della mostra: Millo Pacchioni, Andrea Benini, Massimo Maisto, Lorenza Roversi, Luciano Rivi

Un ritorno alle origini nel segno dell’amore per l’arte e del mecenatismo che ha sottolineato anche l’assessore comunale alla Cultura e vicesindaco Massimo Maisto lodando “l’apporto concertato di tutti gli attori presenti, perché una città è compiutamente d’arte e di cultura solo se le istituzioni pubbliche e i soggetti privati introiettano convintamente questa vocazione e compartecipano al suo conseguimento”.

Clicca qui per leggere la presentazione della mostra sulla pagina di Legacoop.

‘Situazioni d’arte – Artisti ferraresi tra ’800 e ’900’ è visitabile a Palazzo Muzzarelli Crema, via Cairoli 13, Ferrara. Da sabato 18 novembre al 17 dicembre 2017, aperta dal giovedì alla domenica ore 15-19, sabato e festivi anche ore 10-15. Ingresso libero.

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A Villa Bardini a Firenze in mostra il nero dal quale nasce ogni cosa

Di Maria Paola Forlani

Fino al 9 luglio Villa Bardini a Firenze ospita nelle sale espositive del terzo piano la collettiva di arte contemporanea ‘Nero su Nero. Da Fontana e Kunellis a Galliani’ (catalogo Prearo Editore). Curata da Vera Agosti, l’esposizione è promossa dalla Fondazione Parchi Monumentali Bardini Peyron della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze in collaborazione con Tornabuoni Arte e Fondazione Roberto Capucci.

‘Nero su nero’ è una originale riflessione sull’uso del colore nero nella pittura e nella scultura italiana a parete attraverso una selezione di 31 capolavori di noti maestri, rappresentativi dei principali momenti della storia dell’arte contemporanea del nostro Paese. Ecco allora lo Spazialismo con 5 tagli neri di Lucio Fontana e un’opera di Paolo Scheggi; l’Informale con un catrame di Alberto Burri e un raffinato piatto; il Concettuale con Vicenzo Agnetti; l’Arte Povera con una grande scultura di Mario Ceroli e un lavoro di Jannis Kounellis, il famoso maestro recentemente scomparso. E ancora la Pop Art con quattro tele di Tano Festa e Franco Angeli, la Trasavanguardia con il dipinto ‘La Monaca’ di Enzo Cucchi; esposte inoltre opere di personalità uniche e singolari come Gino De Dominicis e Nunzio; il gruppo degli Anacronistici e il Magico Primario è rappresentato da Omar Galliani, un campione del disegno contemporaneo che ha saputo nobilitare questa pratica e attualizzare la tradizione classica e rinascimentale.


In mostra anche lavori di Nicola Samorì, pittore amatissimo in Italia e nel Nord Europa e protagonista nell’ultimo Padiglione Italia della Biennale di Venezia e di Francesca Pasquali, con le sculture di cannucce e neoprene che creano superfici vibranti e cangianti. E poi Lorenzo Puglisi, che reinterpreta i capolavori dei maestri del passato e i fiorentini Iacopo Raugei, con allegorie contemporanee e un nero sontuoso, ricco e composito, che talvolta vira impercettibilmente verso altre tinte Nell’apparato illustrativo viene ricordato il lavoro dell’antropologo Michel Pastoureau sulle implicazioni storiche e sociologiche del colore.
Un originale approfondimento del nero nella moda viene offerto anche dallo stilista Roberto Capucci che presenta, nell’ultima sala, alcuni abiti neri in dialogo con tre lavori di Alberto Burri, Enzo Cucchi e Omar Galliani, una sorta di summa e sintesi dell’intera collettiva.

‘Nero su Nero’ è una collettiva sul nero con caratteristiche singolari. Una selezione lirica, assolutamente personale e parziale, sull’uso di questa tinta nell’arte contemporanea italiana, nella pittura e nella scultura, senza nessuna pretesa di esaustività e completezza, anzi con la certezza dell’impossibilità di ospitare un’intera enciclopedia del nero, ma con il contemporaneo desiderio di offrire uno spaccato armonioso, vivo e interessante di tante eccellenze della nostra storia, dai maestri alle giovani promesse. Ѐ un’emozione, una suggestione al nero. Già il titolo della rassegna è speciale, essendo tratto dall’omonimo libro di Leonardo Sciascia, ‘Nero su nero’, grazie all’autorizzazione concessa dagli eredi e dalla Fondazione culturale omonima.
Il volume pubblicato nel 1979, è una sorta di diario, di raccolta di appunti e pensieri sull’“Italia senza verità” degli anni di piombo, pagine tragiche e rappresentative dell’ultimo periodo dell’autore, nonché del suo modo di concepire la letteratura per regalarci “la nera scrittura sulla nera pagina della realtà”. Similmente gli artisti invitati alla mostra cercano nel disegno, nella pittura e nella scultura al nero la loro verità e la loro maniera di intendere l’arte.
Il nero è il colore del buio, della morte, del male e del mistero, ci parla del vuoto, del caos e delle origini, è controbilanciato dal suo opposto, il bianco, simbolo della luce. Il dualismo luce-oscurità non si presenta in forma simbolica morale finché le tenebre primordiali non si siano divise in luce e buio, quindi all’inizio dell’esistenza, esso non è rappresentante del male in senso univoco.
Nella tradizione simbolica quindi l’idea delle tenebre non ha ancora significato negativo, perché corrisponde al caos primigenio dal quale può nascere ogni cosa, esso è associato all’invisibile e all’inconoscibile, quindi anche alla divinità creatrice originale, la scintilla iniziale da cui tutto si è palesato, o ancora alla faccia nera della luna o alla luna nera.
I nostri antenati impersonificavano le forze oscure dalle quali si sentivano minacciati proiettando terrificanti e maligne creature delle tenebre e oggi non molto è cambiato, poiché ancora l’uomo si comporta come un fanciullo spaventato di fronte a ciò che non conosce o comprende, la Dea Ecate per esempio, era una di queste, percorreva la terra nelle notti senza luna assalendo gli atterriti viandanti alla biforcazione delle strade. Con la creazione di divinità terrificanti, i nostri progenitori cercavano di dominare la paura del buio proiettandola su un immagine che circondavano di attributi, credenze e riti, anche nella cultura popolare europea le fiabe e i racconti presentano la figura dell’uomo nero o di orchi e streghe vestiti di nero. Quella dell’uomo nero, nasce alla fine del diciottesimo secolo in Inghilterra, dove era inizialmente legata ai minatori delle miniere di carbone e agli spazzini.

La mostra si apre con cinque tagli di Lucio Fontana che dialogano idealmente con il grande dipinto di Nicola Samori nell’occhiello prospettico della villa. Il monocromo del padre dello Spazialismo, dalla suggestiva forma astratta e ottagonale, appare opaco rispetto all’intensa profondità dei tagli netti che, brevi e decisi, recidono la tela donandole la terza dimensione e liberandola dalla superficie piatta del quadro. Queste ‘ferite’ diventano le protagoniste indiscusse dell’opera, le star nere del nero, buie come l’ignoto di quello spazio nuovo cui anelano con la loro rivoluzionaria apertura. Accanto a Fontana Paolo Scheggi riprende e reinventa la sua lezione. Sovrappone più stati ti tele o lamiere monocrome, poste a uguale distanza, su cui sono ritagliate le forme. Ѐ la contrapposizione tra una superficie compatta e un vuoto circoscritto che nel nero si carica di mistero e tensione.
Il nero di Alberto Burri ha influenzato e continua a influenzare centinaia di artisti. Cupo, profondo, ineluttabile. Nasce all’indomani degli orrori della seconda guerra mondiale, violento, drammatico, e segna l’inizio e la fine del suo percorso materico-astratto. La serie dei ‘Cartoni’ risale al 1948-51, ma numerose altre sono opere caratterizzate dal nero: per esempio alcuni ‘Cretti’, le ‘Combustioni’, in cui con valenza simbolica e magico-rituale l’autore impiega il fuoco, la scultura ‘Il Grande Nero’ e poi ‘Annotarsi’ e ‘Nero e Oro’, realizzate nel 1992-93 per Ravenna. La sua pittura utilizza materie differenti per inseguire la forma e l’idea di spazio agognante, sconfinando nell’ambito della scultura. Per gli artisti presenti in mostra la fantasia e la creatività hanno favorito l’interpretazione e la contemplazione dell’universo e il nulla in cui tutto va a perdersi e da cui tutto viene a ritrovarsi. Per loro il nero è assenza totale di luce, di forma e di chiarezza.

Nel nero muore il colore e da esso proviene. Ѐ il nulla in cui tutto va a perdersi e da cui tutto viene per ritrovarsi. Nell’oscurità si celano le nostre paure, muoiono le nostre certezze. Da lì la vita, i ricordi, le idee, e in quella zona di confine tra la tenebra e la luce risiede la nostra esistenza che prende forma e si concretizza come figure sulla tela che noi tutti dipingiamo, a volte più nitide, a volte celate nella penombra della memoria, ma non per questo meno reali.

A Bologna i colori dell’inquietudine di Paolo Manaresi

di Maria Paola Forlani

Paolo Manaresi, mio professore d’incisione all’Accademia di Belle Arti di Bologna, con il quale noi allievi abbiamo vissuto momenti di intense conversazioni sull’arte e sul mondo che ci circondava. Paolo Manaresi ascoltava e osservava la nostra vitalità, che in quegli anni si dibatteva tra mille incertezze e lotte sessantottine, inquietudini e disagi che affioravano dai nostri sguardi in cerca di ‘verità’. Sfioravamo la lastra inchiostrata con la tarlatana, coprivamo di segni la superficie di zinco incerata, la tuffavamo nell’acido per più morsure, intanto Manaresi sorridendo guardava il nostro lavoro, il nostro operare e solo lì vedeva la risposta a tutte le nostre attese.
Quando giovanissima feci la mia prima mostra alla Galleria ‘Il Forziere’ a Ferrara, Manaresi mi scrisse una lettera affettuosa:

“Carissima Paola
ho saputo della tua mostra ferrarese e non mancherò di venire da te; conosco il tuo entusiasmo così palesemente sincero per ogni espressione d’arte; i tuoi quadri non potranno che averne questa interiore vivificazione e finalità […] Sei stata una delle care e migliori allieve che non si possono dimenticare, ed ancora oggi ci dai la gioia di rivederti periodicamente e leggere nel tuo limpido sguardo l’entusiasmo per il tuo e nostro operare[…]
Così, cara Paola, voglio in anticipo inviarti quei miei spontanei voti augurali che dal primo momento che ti ho conosciuta sono costanti e per sempre nel mio animo per te.
Con affetto il tuo
P.Manaresi
Bologna marzo 1970”

Paolo Manaresi nacque a Bologna nel 1908. Nel 1929 si diplomò all’Accademia di Belle Arti, dove era stato allievo di Giovanni Romagnoli e Achille Casanova.
Dal 1934 insegnò alla Scuola d’Arte di Varallo Sesia e intraprese l’attività di scultore. Nel 1945 ritornò a Bologna come docente al Liceo Artistico. Dal 1949, incoraggiato da Giorgio Morandi, si dedicò attivamente all’incisione. Nel 1950 fu invitato alla Biennale di Venezia, dove ritornò nel 1952. Nel 1953 Carlo Alberto Petrucci, direttore della Calcografia Nazionale, ordinò presso l’istituto romano un’ampia antologica dell’opera grafica di Manaresi. Sempre nel 1953 divenne direttore dell’Istituto d’Arte di Bologna. Nel 1954 ottenne il Gran Premio Internazionale per l’incisione alla XXVII Biennale di Venezia. Dal 1956 al 1958 insegnò all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 1958 Giorgio Morandi lo volle come suo successore alla cattedra di Tecniche dell’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Tra gli anni Sessanta e Settanta molti furono i premi prestigiosi che gli furono assegnati in tutta Europa per l’incisione. Fino al 1978, quando l’associazione ‘Francesco Francia’ in collaborazione con il Comune di Bologna gli dedicò una grande antologica, suddivisa in due sezioni: una di dipinti presso il Museo Archeologico, l’altra sull’opera grafica presso la Galleria d’Arte Moderna.
Con l’evento del 1978 si concluse l’iter di Manaresi. Negli anni successivi si rifugiò nel suo studio presso il Collegio Venturoli, di cui era amministratore. Dopo un lungo periodo di disagio esistenziale, alla fine di luglio del 1991 decise di porre fine alla propria esistenza.

La Raccolta Lercaro a Bologna ricorda questo protagonista dell’arte bolognese del Novecento, di cui è stato maestro nel campo dell’incisione, con la mostra ‘Paolo Manaresi. I colori dell’inquietudine’, a cura di Andrea Dall’Asta SJ e Francesca Passerini, con la collaborazione di Donatella Agostini Manaresi (aperta fino al 2 luglio 2017).
Rispetto alle precedenti esposizioni che hanno celebrato l’artista, la mostra della Raccolta Lercaro si presenta in modo inusuale: non sono infatti esposte (solo) le sue straordinarie incisioni, ma soprattutto le opere pittoriche, per lo più sconosciute al grande pubblico. All’interno del percorso espositivo vengono alla luce un centinaio di oli, pastelli e tempere, in gran parte inediti. Una vera e propria scoperta, che permette un’immersione nel lungo arco temporale che va dagli anni Trenta all’inizio degli anni Novanta del NOvecento, quando Manaresi conclude la sua esperienza di vita.

La mostra si presenta in modo articolato e complesso, ma un filo rosso unifica le diverse sezioni: che si tratti di paesaggi, di scene religiose o, ancora, di nature morte realizzate in periodi diversi, il denominatore comune è sempre una profonda inquietudine. Nei primi ritratti o nelle scene d’interni degli anni Trenta i tratti sono ancora distesi, ma con l’arrivo della Seconda guerra mondiale la mano inizia a farsi nervosa. I lavori degli anni Cinquanta e Sessanta – siano essi paesaggi o periferie cittadine, che risentono delle lezioni metafisiche di Carrà e di Sironi – sono orientati da una ricerca estetica che privilegia il contrasto chiaroscurale: è la proiezione, in pittura, delle strade tortuose percorse interiormente dall’artista.
Nel succedersi delle diverse sale della mostra emergono così i suoi interrogativi sul senso della vita, espressi con grande intensità, soprattutto nelle scene di carattere religioso.
Colori accesi e segni forti, che a tratti ricordano l’arte nord-europea, in particolare Munch e Nolde: Manaresi mostra come la sua ricerca esistenziale sia inseparabile da una riflessione sulla fede. In particolare si concentra sulle infinite varianti di Crocifissioni. Al centro, sempre la rappresentazione del Christo patiens: la sofferenza del Figlio di Dio sembra rivelare il dolore stesso dell’artista. Dopo Cristo il personaggio maggiormente ricorrente è la Maddalena, rappresentata come una macchia cromatica di colore rosso vivo che ai piedi della croce grida dolore e amore.
Sono questi gli stessi anni in cui la Chiesa vive il concilio Vaticano II, anni di grande apertura, ma anche di dolorosi scontri tra diverse visioni del mondo. Manaresi partecipa a questo dibattito attraverso la sua pittura: nel Cristo morto e nella Maddalena riversa il suo grido muto di uomo ferito dalla vita, nonostante tutto, ancora tenacemente capace di cercare risposte e riconciliazioni.

Questa irrequietezza si presenta in tutta la sua potenza espressiva nelle ultime composizioni, realizzate tra fine Ottanta e inizio Novanta: dopo una progressiva compressione dei volumi, una sintesi delle forme e un’intensificazione dei contrasti cromatici, alla fine della vita Manaresi elabora composizioni in cui le visioni dell’anima si mescolano e si fondono con la realtà naturale. Da un lato recupera elementi appartenenti alle precedenti ricerche formali, dall’altro risolve l’urgenza espressiva ricorrendo all’astrazione, via inedita per lui. Queste “opere nuove” – come lui stesso le definiva – appaiono quasi implodere su loro stesse. Il tratto nervoso e acuto sembra perdersi nell’interazione. Qual è il senso di queste forme ‘informi’, nate da un urlo senza suoni e da un gesto colmo di energia, ma irretito e immobilizzato da un segno agitato? Tutto sembra perdersi in un buio esistenziale, in una sofferta sconfitta, come nella ‘Composizione rosso-nera’ che chiude la mostra. Questi inediti lavori segnano il drammatico esito di un artista che ha ancora tanto da rivelare e che la mostra indaga da un punto di vista nuovo. Una riflessione sul senso delle cose e della vita.

Segni e disegni di don Franco Patruno: la mostra del sacerdote che amava le arti

Alle pareti ci sono i ritratti: segni veloci formano un volto, un’espressione, un carattere e, in fondo al foglio, altri segni si condensano in parole sintetiche e rapide, come un riassunto verbale della personalità raffigurata ed elemento che a sua volta completa l’armonia della composizione. “Don Franco li faceva di continuo, questi schizzi – racconta Paolo Volta della galleria del Carbone – andavi a trovarlo nel suo studio di Casa Cini e magari uscivi che lui ti aveva fatto il ritratto con in fondo quella frase, che era un po’ la sintesi della sua idea della persona”.

Don Franco Patruno ritratto da Luca Gavagna a Casa Cini nel libro "Obiettivo Ferrara" (foto libreria EcceLibro di Ferrara)
Don Franco Patruno ritratto da Luca Gavagna a Casa Cini nel libro “Obiettivo Ferrara” (foto libreria EcceLibro di Ferrara)

E’ una carrellata sulla produzione artistica di don Franco Patruno quella messa insieme da alcuni dei suoi collaboratori più stretti per la mostra ‘La libertà di dire, la verità di fare’ che – a dieci anni dalla morte – nella sede museale civica di Casa dell’Ariosto racconta la creatività fervida e incessante del sacerdote e dell’uomo, direttore dell’istituto di cultura e persona colta, artista dal tratto veloce che nell’arte ha trasferito molte sue riflessioni, suggestioni, confronti. Interessato a ogni manifestazione culturale e in modo particolare a quelle pittoriche e di arte visiva, don Franco è a sua volta produttore incessante di opere.
La via Crucis è uno dei temi più presenti e più attinenti alla vocazione religiosa di don Franco, ma anche alla sua profonda capacità di empatia umana. Sofferenza e itinerario verso la morte: un soggetto sul quale Patruno torna anno dopo anno. Il segno denso che racconta questo percorso scandisce le opere esposte in sequenza sulle pareti della sala al primo piano della Casa di Ariosto.
Al piano terra le sale ripercorrono invece le tematiche associate a diverse tecniche. Nella saletta con il camino vicino al cortile sono gli acrilici: tele medie e grandi, dove spiccano segni rossi e tratti vivaci blu, verdi, gialli. “Sembrano vetrate”, commenta ancora il gallerista e amico Paolo Volta. Conferma l’analogia tra queste tele e le opere in vetro Massimo Marchetti, docente di storia dell’arte, collaboratore di don Franco a Casa Cini fino alla sua scomparsa e tra i curatori dell’iniziativa espositiva. “Le vetrate però – sottolinea Marchetti – sono precedenti”, quasi che poi don Franco abbia pensato di progettarne e realizzarne altre e, su quelle tele, abbia dato forma a degli studi.

Patrizia Fiorillo e Francesco Lavezzi davanti alle opere di don Franco Patruno in mostra a Casa dell'Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Patrizia Fiorillo e Francesco Lavezzi davanti alle opere di don Franco Patruno (foto Giorgia Mazzotti)

Nella prima sala al piano terra che si trova sulla sinistra entrando da via Ariosto ci sono i collage: figure a colori ritagliate, calligrafia fitta fitta che diventa segno e forma e – come supporto – i fogli con i bordi bucherellati che servivano per le vecchie stampanti ad aghi, quelle da collegare ai primi computer. “Don Franco amava la cultura umanistica, ma era attratto e affascinato anche da tutto ciò che è tecnologico e innovativo”, sorride Francesco Lavezzi, capo ufficio stampa della Provincia di Ferrara, che ha affiancato don Franco e don Francesco Fiorini come assistente all’istituto di cultura dal 1985, anno in cui viene costituito, fino al 1997.
I ritratti su una parete della seconda sala affiancano le opere dove parola e scrittura si fanno protagoniste. “Queste elaborazioni su carta sono quasi poesie visive, segni che accompagnano alcuni versi di Mario Luzi”, racconta Patrizia Fiorillo, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Ferrara. Il tratto calligrafico è infatti elemento forte della composizione e in un paio di tele diventa protagonista assoluto. “La centralità del segno, utilizzato come valore scritturale e spaziale – prosegue la professoressa – è presente in ogni sua opera. Nelle illustrazioni della via Crucis il segno fatto con il pastello nero regge tutta la composizione; negli acrilici va verso il paesaggio astratto; nei ritratti diventa un segno morbido e fluido con forte contrasto bianco-nero che evoca la contrapposizione di luce-buio; in alcuni collage il segno diventa calligrafico, quasi una serie di ideogrammi”.

Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli davanti a una tela di don Franco Patruno in mostra a Casa dell'Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli davanti a una tela di don Franco Patruno (foto Giorgia Mazzotti)

La scelta delle opere presenti in questa esposizione la descrive bene il critico Gianni Cerioli nel testo di accompagnamento e nella presentazione della mostra fatta sabato insieme con il dirigente del Servizio dei Musei civici Angelo Andreotti. “Queste opere – dice Cerioli – confermano tutte il ruolo di don Franco Patruno come sapiente sperimentatore di segni”. E ricorda che “don Franco Patruno (Ferrara 1938-2007) rappresenta una delle voci più significative del dibattito artistico, culturale, religioso e civile del secondo Novecento ferrarese. Per questo, nel decennale della morte, l’esposizione vuole ricordarlo a quanti lo hanno stimato e allo stesso tempo farlo conoscere a quanti non lo hanno conosciuto mettendo insieme momenti significativi della sua produzione grafica e pittorica: dai ritratti di grande formato realizzati su carta con il pastello nero, agli Angeli caduti, ai Crocefissi, dai collage materici alle chine preziose”.
L’esposizione è a cura di Maria Paola Forlani, Massimo Marchetti, Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli, con la collaborazione del Comune di Ferrara. Un’antologia di disegni, quadri e collage che Franco Patruno realizza a partire dagli anni ’60 fino a poco prima della sua morte, avvenuta nel 2007.

“La libertà di dire, la verità di fare”, antologica dell’opera di don Franco Patruno, Casa di Ludovico Ariosto, via Ariosto 67, Ferrara. Da sabato 11 febbraio a domenica 12 marzo 2017. Aperta da martedì a domenica ore 10-12.30 e 16-18. Chiuso il lunedì. Ingresso libero.

Maria Paola Forlani accanto a un ritratto di don Franco Patruno in mostra a Casa dell’Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Massimo Marchetti alla mostra di Casa dell’Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Patrizia Fiorillo e le via Crucis di don Franco Patruno al primo piano di Casa dell’Ariosto (foto Giorgia Mazzotti)
Collage di don Franco Patruno in mostra a Casa Ariosto, Ferrara, 11 febbraio-12 marzo 2017
Collage di don Franco Patruno in mostra a Casa Ariosto, Ferrara, 11 febbraio-12 marzo 2017

Tutti gli strati dell’arte: la tecnologia creativa di un italiano a Londra

di Linda Ceola

Creare spazi all’interno dei quali il pubblico sia poi in grado di fare esperienza dei lavori compiuti. E’ questo l’elemento fondamentale e il tratto distintivo dell’opera di Davide Quayola. Una camera nera dotata di un grande schermo è ciò che ha predisposto nel contesto di Art City Bologna, Cubo – Centro Unipol Bologna. Entrarvi è come irrompere in un incantesimo. L’artista elabora una videoinstallazione traendo ispirazione dalla campagna della Provenza sulla quale si posarono gli occhi di Van Gogh negli ultimi anni della sua vita. In ‘Pleasant Places’ i paesaggi sono spaventosamente nitidi, alberi e cespugli ostentano colori luminosi e brillanti e ondeggiano guidati dal vento. Improvvisamente questo dolce equilibrio sembra sciogliersi per ricercarne un altro. I rami degli alberi come pennelli iniziano a dissolvere se stessi e riconducono l’osservatore al gesto pittorico come genesi artistica. L’immagine muta ancora e un fluido monocromo grigio, composto da migliaia di pixel diventa simbolo di possibilità infinite se ogni singolo punto della superficie può assumere illimitate conformazioni circa la luce, lo spazio, il tempo. Anche l’elemento sonoro originale viene campionato e trasformato in codice rendendone impossibile il riconoscimento. Sul monocromo l’algoritmo della pennellata condotta dal vento, continua a muoversi fino a liberare nuovamente l’immagine celata dai suoi stessi codici.
Tre alberi, appartenenti alla serie ‘PP 3D-scan’, accompagnano la videoinstallazione. L’artista in questo caso parte da scansioni ad altissima risoluzione dei medesimi paesaggi provenzali del video, che permettono di raggiungere formati molto grandi, e attraverso un processo di rendering scarnifica questi elementi naturali focalizzandosi su ciò che si cela dietro la loro natura, ottenendo delle radiografie sintetiche.

Davide Quayola
Davide Quayola

“A 19 anni mi sono allontanato dalla mia città natale per poterla vedere meglio”. Davide Quayola esordisce così in occasione di Art City, weekend d’arte organizzato da Bologna Fiere in collaborazione con il Comune. Nato a Roma nel 1982, è cresciuto nella capitale faticando però ad apprezzarla veramente. Fin da subito resta affascinato dal computer che il fratello, architetto, aveva acquistato durante il percorso universitario nonché dagli enormi testi d’architettura pregni di imponenti edifici. Al termine degli studi secondari si allontana dalla città eterna per dirigersi a Londra e sviluppare la sua passione per una tecnologia creativa, intesa non solo come mezzo di concretizzazione del prodotto artistico finale, bensì anche come strumento di progettazione approfondita dello stesso. Il rientro nell’Urbe dopo il distacco riavvicina Davide alle meraviglie architettoniche di Roma e, dall’esplorazione di alcune chiese barocche della città, nasce ‘Strata’: “Ho cominciato a studiare queste pietre attraverso delle serie fotografiche di soffitti, precedute da studi matematico-estetici, usando prospettive particolari – afferma Quayola – nell’intento di costruire delle immagini in formato assolutamente digitale, generate da centinaia di fotografie, assemblate in una sorta di grande carta topografica”. Come un geologo, Quayola osserva e analizza strati su strati di pietra dando vita a installazioni audiovisive che diventano puri oggetti di contemplazione privi di qualsiasi narrativa.
L’artista ama mettere in relazione i grandi capolavori dell’antichità con la tecnologia trasfigurandoli digitalmente. Il progetto ‘Strata’ si sviluppa nell’indagine delle opere del grande Pieter Paul Rubens. Partendo da scansioni focalizzate su alcuni dettagli di pale d’altare dell’artista fiammingo, Quayola crea dei brevi video in cui l’immagine viene alterata, animata e resa tridimensionale. “Non parto mai con l’idea di creare dei video o delle stampe – afferma Quayola – concepisco innanzitutto un sistema per operare sul soggetto e analizzarlo. Sta qui la mia ricerca”.

Anche ‘I Prigioni’ di Michelangelo Buonarroti diventano presto oggetto di studio dell’artista in quanto contengono in sé un concetto estremamente affascinante ossia quello di non-finito. Si tratta infatti di un gruppo di sei statue iniziate, ma mai completate: figure incatenate che sembrano non riuscire a liberarsi dal blocco di marmo che ha dato loro origine. Davide Quayola è attratto profondamente dalle infinite sculture contenute all’interno della pesante scatola magica, capace di dare vita a forme di qualsivoglia genere. “La cosa più interessante per me nello sviluppo di questi sistemi digitali sta proprio nelle possibilità d’indagine che si celano negli oggetti che scelgo di analizzare riuscendo quindi ad ottenere innumerevoli sculture potenzialmente realizzabili”.

La ricerca di Davide Quayola si compie proprio nel dialogo tra passato e presente attraverso lo sviluppo di complessi sistemi di computer vision tramite i quali il giovane artista avvia una personalissima reiterpretazione dei grandi capolavori della storia che diventano così oggetto di una trasmutazione digitale magica.
“L’arte non riproduce ciò che è visibile – diceva Paul Klee – ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Questo è ciò che Davide Quayola riesce a fare con ammirevole maestria.

Biennale Franco Patruno, vincono Luca Serio e Gianfranco Mazza. La mostra dei due artisti a Palazzo Turchi di Bagno

di Linda Ceola

biennale

Quattro grandi tele nere sospese, abitate da figure umane evanescenti, occupano la sala all’ingresso di Palazzo Turchi di Bagno. Un girotondo di composizioni grafiche circonda l’eterea installazione avviando un dialogo tra figurativo e astratto. La pittura di Luca Serio e le forme di Gianfranco Mazza si confronteranno presso la sede del Sistema Museale di Ateneo di Ferrara fino al 5 febbraio. Sono i vincitori della “Biennale Don Franco Patruno” che sceglie di premiare a pari merito i due artisti, provenienti dall’ambito accademico bolognese. “E’ molto importante per l’ateneo di Ferrara, che per vocazione si occupa di ricerca, ospitare due giovani artisti e gli esiti delle loro indagini” ha sottolineato Ursula Thun Hohenstein, presidente dello SMA (Sistema Museale di Ateneo) venerdì pomeriggio inaugurando l’esposizione che è l’ultima tappa per i vincitori della prima edizione 2015 del premio dedicato all’uomo di cultura e di fede ferrarese.

Don Franco Patruno
Don Franco Patruno

Questa Biennale, bandita in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, è infatti un omaggio alla celebre figura poliedrica di Franco Patruno, indimenticato sacerdote, insegnante, artista e critico d’arte, scomparso nel 2007; protagonista per oltre vent’anni della vita artistica e culturale della città, nonché direttore di Casa Cini.
“Questa casa, Giorgio Cini, dedicata alla cultura e alla gioventù ferrarese è vivente e operante testimonianza di paterno e filiale amore”: recita così l’epigrafe collocata in cima allo scalone d’onore di Casa Cini, gestita da Don Franco Patruno dal 1984 al 2005. Tutto ebbe inizio dal progetto del conte Vittorio Cini: nel 1950 decise di dare vita ad un vivace centro culturale, teso alla formazione educativa e morale dei giovani, che prese il nome di suo figlio, Giorgio, vittima di un incidente aereo.
Grazie alla sua formazione eclettica, Don Patruno rese perfettamente merito all’idea originaria suggellata nell’epigrafe e Casa Cini diventò un magnifico centro culturale polivalente, che vide l’alternarsi della presenza di alcune delle intelligenze più vivaci della città.
Gli strascichi di questa robusta energia continuano a illuminare Ferrara grazie all’omonima Biennale d’Arte, che quest’anno cade nel decimo anniversario della morte di Don Franco Patruno e che si rivolge, come poche in Italia, ai soli giovani under 30 come Luca Serio e Gianfranco Mazza.

Opera di Luca Serio
Opera di Gianfranco Mazza

Luca Serio focalizza fin da subito i propri lavori sulla figura umana. Presenta per l’occasione quattro leggerissime tele nere che si librano nello spazio, solo una trova corrispondenza dalla parte opposta della sala: l’unica tela che vede un uomo e una donna timidamente insieme. La loro unione porterà all’immagine antistante, raffigurante una scena di impalpabile maternità, che attraverso il colore dirompe. Le altre pitture sospese vedono due figure di genere opposto, velatamente scultoree, che immerse nella loro solitudine non trovano corrispondenza alcuna. A completare il lavoro di Luca Serio vi sono una serie di carte materiche nelle quali la figura umana viene sensualmente violata, indagata, saccheggiata.
Gianfranco Mazza, invece, fortemente affascinato dal minimalismo americano degli anni Sessanta del Novecento, utilizza il legno per dare vita a moduli geometrici isolati che, collocati sulle pareti di Palazzo Turchi di Bagno, sembrano note su un pentagramma. Le forme elementari di Mazza simulano dei solidi che – dimessi – si proiettano nello spazio. A dare vita a queste sagome non è solo il gioco ottico dato dal taglio delle tavole, bensì anche il materiale di composizione dell’artista: il legno ricco di ‘vitalità’.

“Sono due artisti diversi, emblematici di due modi di intendere la pittura opposti”, ha affermato venerdì Massimo Marchetti, curatore nonché giudice dei lavori presentati alla Biennale. “Da un lato abbiamo una situazione quasi edenica, in cui l’unione di un Adamo e una Eva porta a una calda maternità”, continua il critico d’arte, “dall’altro abbiamo le fantasie geometriche di Gianfranco Mazza che irrompono nella sala”.
Il premio, attribuito ex-aequo, ai due giovani bolognesi dimostra dunque la volontà di approfondire la complementarietà di figurazione e astrazione, valorizzandole equamente.
Non resta che far visita all’esposizione presso Palazzo Turchi di Bagno per poter giudicare con i propri occhi il lavoro di questi piccoli grandi artisti.

A.A.A.Angelica: Ariosto visto dal binocolo dell’arte contemporanea

Una casa dove entri per uscire sempre da qualche altra parte. E’ un piccolo viaggio nel mondo dell’arte, quello che si fa quando si visita la galleria-abitazione di Maria Livia Brunelli. La home gallery è sulla stessa via di Palazzo dei Diamanti, che è in corso Ercole I d’Este, ma una ventina di numeri civici più in su, proprio attaccata al castello e al cuore della città. Da anni la critica e gallerista ferrarese ha abituato i suoi visitatori a esplorare mondi artistici costruiti in dialogo con il tema che occupa le sale di Palazzo dei Diamanti. Così – adesso che nella Galleria d’arte istituzionale è in corso la mostra “Orlando furioso 500 anni” – da Maria Livia sta per andare in scena “A.A.A.Angelica” di Marco Di Giovanni. Ieri l’artista stava infatti completando l’allestimento in vista dell’inaugurazione che ci sarà venerdì 16 dicembre 2016 alle 18.

Marco Di Giovanni con Maria Livia Brunelli alla mostra in allestimento alla home-gallery (foto Giorgia Mazzotti)
Marco Di Giovanni con Maria Livia Brunelli alla mostra in allestimento alla home-gallery (foto Giorgia Mazzotti)

Marco Di Giovanni è uno scultore e performer che ha al suo attivo esposizioni importanti in altre gallerie nazionali di arte contemporanea. Nato quarant’anni fa in Abruzzo, un passato di studi classico-scientifici e una famiglia di ingegneri alle spalle, Di Giovanni vive a Bologna da quando ha compiuto la maggiore età pensando di dedicarsi lui pure ad ingegneria. Sennonché girando nella zona universitaria bolognese, quasi per caso, un giorno è entrato all’Accademia di Belle arti ed è lì che si è reso conto che in quelle aule si facevano le cose che interessavano davvero a lui; e da allora si è dedicato all’arte. Il risultato ora è visibile alla Mlb home gallery. Più ancora che visibile, bisognerebbe dire esplorabile. Alto e barbuto come un paladino d’altri tempi, Di Giovanni costruisce delle opere come macchine fatte per portarti a vedere e sperimentare sensazioni, spaesamenti, visioni.

In una sala della galleria è esposto una specie di relitto in metallo arrugginito, che sembra la parte emersa di un sottomarino. Dal binocolo che sporge si può sbirciare dentro, finendo per perdersi in un cristallo-mappamondo che mostra i meandri di un cratere terroso e mobile, che può dare anche un leggero senso di vertigine. Sullo stesso macchinario, poi, il visitatore può salire in piedi per andare ad avvistare la luna da un buco di un tubo in metallo arrugginito che punta verso il soffitto. Ad aiutare lo spettatore a orientarsi ci potrebbero essere le mappe di 46 taccuini Moleskine, uno per ogni canto del poema. Sono appesi sulla parete accanto, tutti aperti sulla pagina del planisfero suddiviso in fusi orari. Peccato che il segno dell’artista sia intervenuto sulla mappa e l’abbia modificata con segni simili a quelli prestampati, ma che rendono il disegno privo di senso geografico. Guardando da distanza la distesa dei quadernini spalancati, però, quei ghirigori astrusi (che sembravano fatti a caso) trasformano la sequenza di pagine in un grande volto, come pixel anomali in bianco e grigio che fanno apparire un viso dall’aria familiare: è il ritratto barbuto e quasi sornione di Ludovico Ariosto che occhieggia un po’ ammiccante.

Marco Di Giovanni davanti ai taccuini della sua mostra alla Mlb gallery (foto Giorgia Mazzotti)
Marco Di Giovanni davanti ai taccuini della sua mostra alla Mlb gallery (foto Giorgia Mazzotti)

“Perché Ariosto – spiega Di Giovanni – noi nei ritratti lo vediamo molto serio e composto, ma in realtà è un gran burlone. Se si legge il suo ‘Orlando furioso’ si impara ad apprezzare questo autore per la brillantezza, l’ironia e il divertimento che sa trasmettere nel suo poema. La sua opera avrà anche 500 anni, ma è di una modernità e vivacità incredibili”. Un esempio per tutti: “Io sono rimasto molto colpito da Bradamante quando vince il concorso di bellezza e poi però non vuole che, a causa di questa sua vittoria, venga espulsa la precedente reginetta. Lei, così bella ma anche così atletica da essere uno dei migliori combattenti, dice che alla fin fine, per quello che ne sanno, potrebbe essere anche un uomo. Che dire? Per me questo fa dell’eroina il primo manifesto del genere transgender!”, una paladina dell’emancipazione e quasi dell’orgoglio di una sessualità alternativa.

I "panni di Bradamante" per la mostra "AAAAngelica" ala Mlb home gallery 2016 (foto Giorgia Mazzotti)
I “panni di Bradamante” per la mostra “AAAAngelica” ala Mlb home gallery 2016 (foto Giorgia Mazzotti)

Per mostrare questo aspetto – assicura l’artista – venerdì ci sarà una novella Bradamante in carne e ossa. Una bella tra le belle e atletica tra gli atleti, che con la sua femminilità tanto armoniosa quanto combattente “svestirà” i panni della guerriera. Per trovare una creatura tanto eccezionale, Di Giovanni è andato a pescare in riva al suo mare, dove ha avvistato una giovane donna di una bellezza scultorea e imponente, scoprendo poi con stupore che si trattava di una giovanissima giocatrice di pallavolo, ancora minorenne, ma ora arruolata col benestare dei genitori per la performance inaugurale.

Ad Angelica, invece, è dedicata l’altra parte di indagine artistica. “Tanto Bradamante è emancipata e fascinosamente evoluta – dice – tanto Angelica mi spiazza per il suo ruolo di donna-oggetto che si offre come premio per il vincitore”. L’artista spiega cosa ha fatto per indagare questa personalità che fa perdere il senno ad Orlando: “Ho pensato di andare a cercare nella direzione che più di tutte farebbe sentire furioso me. E la cosa che mi rende effettivamente furibondo è il pensiero di una donna che offra la propria attrattiva in cambio di un compenso, annullando d’un colpo ogni possibilità di seduzione”. Così Di Giovanni inquadra la figura di Angelica in quella categoria di donne che propongono se stesse e le proprie grazie attraverso annunci come appunto “A.A.A.Angelica”. Con un’unica via di salvezza, che ha Angelica, che è il dono magico che possiede di potere diventare invisibile riuscendo così a sfuggire a tutto quel desiderio che provoca e che apparentemente si offre di soddisfare.

Ecco allora che – a partire da venerdì 16 dicembre e fino a marzo – ai visitatori della casa-galleria spetterà di avventurarsi in questo viaggio nei meandri della follia e della misteriosa fascinazione femminile che la provoca, tra artifici e arte.

MLB-Maria Livia Brunelli home-gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara: “A.A.A. Angelica” di Marco Di Giovanni da venerdì 16 dicembre 2016 (ore 18) al 26 marzo 2017. Aperto il sabato e la domenica ore 15-19, gli altri giorni su appuntamento (email mlb@mlbgallery.com, cell. 346 7953757). Con il patrocinio del Comitato nazionale per le celebrazioni del V Centenario dell’Orlando Furioso e il patrocinio del Comune di Ferrara. Ingresso libero.

Palazzo dei Diamanti, corso Ercole I d’Este 21, Ferrara: “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi” a cura di Ferrara Arte dal 24 settembre 2016 al 29 gennaio 2017. Aperto tutti i giorni ore 9-19 a pagamento.

Foto di Patrizio Campi [clicca sulle immagini per ingrandirle]

LA MOSTRA
“Le muse quietanti” di Flavia Franceschini

Prendere persone, metterle in posa davanti a una scenografia, scattare una foto-ritratto. E’ quello che si faceva una volta quando non c’erano i selfie, ma soprattutto quando la macchina fotografica era qualcosa di ingombrante, costoso, da manovrare con perizia da parte di un addetto ai lavori. Adesso che le foto impazzano ovunque e vengono scattate un po’ da chiunque, è interessante rimettere in scena la cerimonia della fotografia. Se poi gli amici e i parenti sono persone conosciute, il risultato è una carrellata di personaggi che non può non suscitare curiosità. L’idea è alla base della nuova mostra intitolata “Le muse quietanti” con le immagini scattate da Flavia Franceschini e allestita tra la casa-galleria Mlb di corso Ercole I d’Este e gli spazi dell’hotel Annunziata che si affaccia sul cannone davanti al castello in piazza della Repubblica.

Maria Livia Brunelli con Flavia e Dario Franceschini all'inaugurazione della mostra "Le muse quietanti"
Maria Livia Brunelli con Flavia e Dario Franceschini all’inaugurazione della mostra “Le muse quietanti”

A ideare la rassegna espositiva è Maria Livia Brunelli, gallerista ferrarese che dell’arte ha fatto uno stile di vita e che nella sua casa-galleria di corso Ercole d’Este da anni propone esposizioni di artisti contemporanei che con la città di Ferrara hanno un legame. La connessione può consistere nel fatto che l’artista a Ferrara ci è nato o ci vive ma, soprattutto, di solito sta nel fatto che su indicazione di Maria Livia l’artista prescelto lavora di volta in volta attorno a qualche elemento ferrarese per trasformarlo nel filo conduttore di un insieme di opere. Può essere una presa di possesso dei luoghi fisici della città, come è successo con le installazioni di animali a grandezza naturale di Stefano Bombardieri esposti per strade e piazze tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Oppure può essere un’elaborazione personale attorno alle opere in mostra in quel momento a palazzo dei Diamanti, come è successo con lo scultore e video artista Maurizio Camerani che nel 2014 ha ripreso con il suo segno a matita dettagli ricorrenti nell’opera di Henri Matisse, o Mustafa Sabbagh che sempre nel 2014 dal maestro fauve è partito per rimetterne in scena le figure nella sue fotografie di segno opposto, con posizioni e gesti paralleli a quelli dei quadri ma resi con la crudezza fotografica dei suoi colori scarni, quasi monocromi.

Massimo Alì Mohammed con la fidanzata scultrice Elisa Leonini ritratti da Flavia Franceschini per la mostra "Le muse quietanti"
Massimo Alì Mohammed con la fidanzata scultrice Elisa Leonini ritratti da Flavia Franceschini per la mostra “Le muse quietanti”

Adesso è la volta di Flavia Franceschini, scultrice, ma più in generale artista con una particolare propensione per una visione teatrale e ludica della creatività. Presenza attenta in quasi tutte le iniziative culturali della città – che siano artistiche, musicali e letterarie – Flavia fa dell’arte un mezzo di espressione continuo che sembra rendere più sognante e interessante tutto ciò che la circonda.

Ecco allora il titolo “Le muse quietanti” che – come dichiara lei stessa – è stato scelto dal fratello scrittore e ministro dei beni culturali, Dario Franceschini. Una parafrasi che riprende il nome di uno dei capolavori più noti di Giorgio de Chirico, quelle “Muse inquietanti” composte dai manichini in posa proprio nella piazza di Ferrara davanti al castello estense, simulacri di un’umanità immersa in un silenzio minaccioso e circondata da quel senso di vuoto opprimente che ritorna un po’ in tutti i dipinti metafisici.

Con le opere fotografiche di Flavia Franceschini l’inquietudine si dissolve e lascia spazio – appunto – alla quiete celeste del cielo di un fondale scenografico. Davanti a quelle nuvole dipinte si alternano in posa il giovane regista Massimo Alì Mohammed con la fidanzata scultrice Elisa Leonini, il gallerista Paolo Volta in sella con la moglie sulla moto enorme che si è voluto portare appresso nello studio, il disegnatore Claudio Gualandi con la consorte grafica Linda Mazzoni. Un’altra serie di immagini è scattata davanti a un pannello dove Flavia stessa ha dipinto uno scaffale pieno di libri, che fa da sfondo ai ritratti di chi sente di rappresentare la propria identità con la scrittura: il fratello Dario Franceschini con la moglie consigliera romana del Pd Michela De Biase, la giovane giornalista Anja Rossi e, in un altro scatto, il collega di penna Andrea Musacci. Particolarmente riuscita l’immagine della figlia di Flavia, Aurora Bollettinari, ritratta in un abito che sembra uscito dal dipinto della “Signora in rosa” di Giovanni Boldini accanto al fidanzato, l’artista romano Pietro Moretti con basco da pittore. Divertimento e coinvolgimento evidente, infine, nel ritratto che vede la stessa Maria Livia Brunelli in posa con abiti d’epoca e l’immancabile cappellino insieme con il marito Fabrizio Casetti e la bambina Lucrezia in tutù rosa in piedi sulla sedia per potere reggere l’ombrello di pizzo sopra la famiglia. Per una carrellata completa non resta che visitare la mostra

“Le muse quietanti” di Flavia Franceschini a Ferrara fino al 5 febbraio 2017 nelle due sedi: MLB home gallery, corso Ercole I° d’Este 3 (dalle 15 alle 19) e Art gallery dell’hotel Annunziata, piazza della Repubblica 5 (dalle 10 alle 24)

Flavia Franceschini davanti al ritratto della figlia Aurora con Pietro Moretti per la mostra su "Le muse quietanti" (foto Giorgia Mazzotti)
Flavia davanti al ritratto della figlia Aurora e Pietro Moretti (foto Giorgia Mazzotti)
“La signora in rosa” di Giovanni Boldini, olio su tela 1916 (Gallerie civiche di arte moderna di Ferrara)
Pietro Moretti con la musicista Laura Trapani
Lucrezia con i genitori Fabrizio Casetti e Maria Livia Brunelli (foto Flavia Franceschini)

 

Il ritorno al giardino dei ricordi: la mostra di Eric Finzi celebra il centenario di Giorgio Bassani

Ritorno al giardino di Micòl, a Ferrara, alla terra delle radici: un cerchio che si chiude, come la ruota di una bicicletta. Legami, connessioni, fra persone, comunità, fra eventi storici, fra esperienze di vita, ricordi: le maglie di una rete da tennis o il telaio di una racchetta.
La personale di Eric Finzi “Ritorno al giardino”, allestita a Casa Ariosto a Ferrara a cura del Meis-Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, dell’Istituto di Storia Contemporanea e dei Musei Civici di Arte Antica del Comune di Ferrara, sembra essere lo snodo di una trama, un intreccio che, nell’epoca della rete virtuale, si tesse qui e ora nella vita reale, partendo da lontano e soprattutto guardando lontano.
È l’amicizia che lega Anna Quarzi – presidente e direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – a due prime donne dell’arte come Lola Bonora e Angiola Churchill a farle conoscere il lavoro di Eric Finzi, artista newyorkese che si rivolge a lei per scoprire se è vero che ha origini nella comunità ebraica ferrarese Ferrara. È il Meis-Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, il cui direttore Simonetta Della Seta con tutto lo staff sta lavorando per creare sempre più relazioni a Ferrara, in Italia e all’estero, a cogliere l’occasione offerta dalla professoressa Quarzi di allestire una mostra con le opere di Finz. Sono i Musei Civici di Arte Antica a mettere a disposizione il personale e gli spazi espositivi per ibridare passato, presente e futuro di Ferrara città d’arte.
“Ferrara ha una grande forza: riuscire davvero a fare rete, per dimensioni, per storia, ma soprattutto per le persone che lavorano nel settore culturale cittadino”, ha detto il vicesindaco e assessore alla cultura Massimo Maisto all’inaugurazione di martedì pomeriggio. Ferrara, ha continuato Maisto, “ha una storia ebraica lunga e compenetrata con quella del contesto cittadino”, per questo il Meis è uno dei quattro grandi poli museali e culturali intorno ai quali si svilupperà la politica culturale cittadina, insieme al Quadrivio Rossettiano, al Castello e alla triade Marfisa-Schifanoia-Bonaccossi. “Questa mostra è la sperimentazione di cosa potrà essere Ferrara fra non molti anni”, ha concluso l’assessore.
“Abbiamo fortemente voluto che la data dell’inaugurazione fosse oggi, 15 novembre”, ha sottolineato Simonetta Della Seta, “proprio per questo incrocio di anniversari: quello dell’Eccidio del Castello e quello del Centenario di Bassani”, le cui celebrazioni ferraresi sono entrate nel vivo proprio martedì con l’apertura di “Ritorno al giardino” (Giorgio Bassani 1916-2016). “Questa è una mostra sul e nel presente, ma ci porta a guardare avanti” perché, come ha anticipato il direttore del Meis, Eric Finzi ha già promesso di realizzare un’opera appositamente per il museo in costruzione in via Piangipane.

“Bicicletta perduta”, “Sogno ciclistico”, “L’angelo Contini”, “L’angelo Finzi”, “Tennicycle”, i lavori di Eric Finzi raffigurano un mondo perduto, quello della comunità ebraica ferrarese della prima metà del Novecento, conosciuto dall’artista perché rievocato dal libro di Giorgio Bassani e dal film di Vittorio De Sica: illustrano “la bellezza lasciata da mio padre a Ferrara”, “sono oggetti innocenti” che rimangono “oltre gli eventi”, ma non nascondono “segnali della rottura, dell’interruzione di questa bellezza”, ha spiegato l’autore.
La famiglia di Finzi è sopravvissuta al genocidio perché il nonno aveva affari a Vienna e così “hanno capito cosa stava succedendo fin dalla Notte dei Cristalli: si sono salvati fingendosi dei rifugiati in un piccolissimo paesino vicino Roma e poi sono riusciti a salire sull’unica nave a disposizione dei profughi che salpava da Napoli per andare in America”. Per raggiungere la città partenopea e imbarcarsi hanno preso una bicicletta, che si è rotta lungo la strada. Sono queste schegge di esperienze vissute attraverso i racconti dei genitori che gli hanno reso così famigliari “Il giardino dei Finzi Contini” e Ferrara, con la quale sente “un legame fortissimo”, tanto da chiamarla “la terra dei miei padri”, anche se è nato a New York ed è la prima volta che ci viene. “Questo ritorno è pieno di emozioni: particolarmente forte è stato leggere il mio cognome, Finzi, sulla lapide dedicata alle vittime della Shoah in via Mazzini”.
Artista per passione e chirurgo per professione – o viceversa, difficile a dirsi – e con una laurea anche in chimica, crea i suoi quadri lavorando a terra, in orizzontale con grandi siringhe e aghi riempiti con una resina molto densa e vischiosa. “Non ho molto tempo prima che la resina si asciughi e quindi devo pensare prima a come il quadro apparirà in verticale sulla parete, ma soprattutto devo reagire ai movimenti, al flusso della resina”, ha spiegato l’artista. “Questa fluidità è come quella del tempo che passa” e quando la resina si asciuga è come se il flusso del tempo si fermasse, un’istantanea, non realistica come una foto, ma creata come un ricordo.

Eric Finzi è uno dei componenti di quella seconda e terza generazione che ricorda la Shoah solo attraverso i racconti dei genitori e dei nonni – quando sono stati disposti a raccontare – o le immagini e le rappresentazioni culturali della comunità di appartenenza. Osservando il suo lavoro ispirato al libro di Giorgio Bassani e al film di De Sica viene in mente la “memoria protesi” di cui parla Alison Landsberg. Landsberg allude a un nuovo tipo di memoria senza una base organica, nella quale i ricordi non sono naturali, non sono cioè il prodotto di esperienze vissute dall’individuo, ma derivano dal coinvolgimento in una “rappresentazione mediata”, attraverso film, spettacoli o esposizioni. Questi ricordi tuttavia derivano comunque da “un’esperienza” e coinvolgono quindi non solo l’aspetto cognitivo, ma anche i sensi e, proprio come una protesi, spesso fanno ricordare il trauma subìto, in questo caso la Shoah. L’espressione “memoria protesi” mette infine in evidenza la “intercambiabilità” e “trasferibilità” e la “natura mercificata” di tale costruzione memoriale. Il vantaggio, secondo l’autrice, starebbe nella capacità di queste memorie di produrre empatia, responsabilità sociale e alleanze politiche che trascendano la razza, la classe e il genere. Questa mancanza di autenticità non è però solo un potenziale, ma anche un pericolo: il forte rischio di smarrire la capacità di distinguere fra memorie autentiche e memorie mediate. Tale rischio deriva anche dalla mercificazione conseguente alla diffusione di massa dei racconti memoriali. Tutto insomma si gioca su un difficile equilibrio derivante dal fatto che le memorie protesi non sono costruite all’interno di un determinato gruppo etnico e/o sociale, ma diffuse nell’intera società attraverso i mezzi di comunicazione e l’industria culturale di massa.
Alle opere di Finzi ospitate a Casa Ariosto – ai quadri di resina ipossidica, emblema di un ricordo i cui colori non potranno più svanire nel tempo; alla racchetta di vetro, che evoca quei cristalli andati in frantumi nel novembre 1938; alle installazioni con i cerchioni di biciletta, senza le camere d’aria, simboli delle vicissitudini della comunità ebraica da cui Finzi proviene – si può però applicare anche la nozione di “post-memoria” formulata da Marianne Hirsh. Con questa espressione l’autrice definisce la strategia usata per reagire al trauma della Shoah da parte delle generazioni successive a quella che l’ha vissuto. I componenti delle generazioni del Dopoguerra sono ormai consapevoli del fatto che la propria memoria è costituita da rappresentazioni degli eventi della Shoah, non dagli eventi stessi. La generazione della post-memoria però, dislocando e ricontestualizzando nelle proprie opere d’arte queste immagini note a tutti, è riuscita a evitare che la ripetizione si trasformasse in immobilità, paralisi o semplice riproposta del trauma, come è spesso accaduto, invece, per i sopravvissuti. Attraverso queste ricontestualizzazioni le tracce del passato cambiano il proprio status, diventano “oggetto culturale”. Il loro scopo diventa farci interrogare non sul nostro legame con la Shoah, ma sulle circostanze entro cui si sono costruite la nostra memoria mediata e la nostra esperienza di spettatori delle narrazioni della Shoah e in rapporto a quali altri discorsi sociali. L’espressione post-memoria enfatizza il tipo di rapporto che si instaura fra la memoria della seconda generazione e le esperienze dei propri padri. Il termine serve cioè a sottolinearne la differenza temporale e qualitativa rispetto al ricorso dei sopravvissuti, a evidenziarne il carattere secondario o di seconda generazione e a ricordare che la post-memoria è nata dallo sradicamento, che è una costruzione sostitutiva e successiva. Ciò che prende forma è “la rappresentazione, non dell’avvenimento, ma del rapporto della memoria con quell’avvenimento” e la monumentalizzazione della memoria della Shoah può essere evitata proprio perché ciò che prende forma non è l’evento, ma la riflessione sull’evento e sui modi in cui è stato ricordato. In altre parole gli artisti ci mostrano la possibilità di una narrazione memoriale che non sia una “sacralizzazione ottenebrante”, né “il passato-protesi della commemorazione”.

“Ritorno al giardino”, personale di Eric Finzi, a cura di Meis-Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara e Musei Civici di Arte Antica del Comune di Ferrara, Casa di Ariosto, visitabile fino al 31 gennaio 2016, mar-dom 10-12.30 e 16-18, ingresso libero.

“Alo” Carlo Andreoli, intervista in pixels

Questa volta vi proponiamo una intervista atipica, una “nano-interview”, per Carlo Andreoli, detto “Alo”, bondenese-ferrarese doc, alla ribalta da qualche tempo nel panorama artistico d’avangurdia neoestense e non solo, come dimostrano le numerose mostre, anche a Milano e Bologna, e le segnalazioni a Radio Rai. E anche le risposte dell’artista sono “lapidarie”, in pillole: in pixels. Ultraessenzialiste, prova di un fare arte contemporanea e visualsperimentale senza compromessi. L’arte come gioco dell’Es, direbbero ancora Rank o Delouze, come autoproduzione creativa dell’inconscio sociale, al di là di scuole e classificazioni e convenzionalismi manieristici.

Mi sono confuso
Mi sono confuso

Carlo, un autoritratto personale: le tue mostre e il senso della tua arte secondo te…
Autoritratto: invisibile-visibile—analfabetaconscio.
Esposizioni:
Casa Operaia, Bondeno (Fe) 1982, mostra collettiva:
Casa Operaria Bondeno (Fe) 2005, mostra personale;
Atelier Artefatto, Monza 2005, mostra personale;
Circolo Culturale Zuni, Ferrara 2005, mostra personale;
Bistrot Whatever Bar, Ferrara 2005, mostra personale;
Libreria Carmelina, Ferrara 2006, mostra personale;
Bar Mono, Milano 2007, mostra personale;
Arte sotto i portici, Bologna 2007, mostra collettiva;
MU11 Un frammento di futuro, Milano 2008, mostra collettiva;
Circolo Bertold Brecht, Milano 2008, mostra personale;
Performance “Graffi e graffiti”, L’Aquila 2011;
Performance web/radio rai radio2 – trasmissione Raitunes di Alessio Bertallot, Milano 2011;
Spazio Centotrecento, Bologna 2015, mostra personale;
Galleria Gomma Bicromata, Porretta Terme (BO) 2015, mostra personale;
Galleria Il Vicolo, Bondeno (Fe) 2015, mostra collettiva con tema dedicato a Matilde di Canossa;
Pinacoteca Civica di Bondeno (Fe) 2015, mostra personale;
Galleria IdeArte, Ferrara 2016, mostra personale;
Sala Mediolanum, Ferrara 2016, mostra collettiva “25 artisti raccontano San Sebastiano”;
Circolo Auxing Bondeno (Fe)2016, mostra personale;
Caffè del Teatro, Ferrara 2016, mostra personale.

Secondo me, e il Terzo me, come un’ustione – ma sicuramente sbaglio – se mi è concesso.

Andreoli, il tuo percorso è una sorta di libero attraversamento dell’arte contemporanea, esatto?
Esatto!

Domanda sperimentale. Ferrara e i ‘condizionamenti’ spazio-temporali?
Per Ferrara – ma anche l’ Italia – i vincoli spaziali, fondamentalmente, sono eterni.

Carlo Andreoli: mostre a Ferrara e in Italia, una breve cronistoria?
Già fatto, e non cronico!

Tu sei anche un grande amante della musica, a suo tempo hai avuto anche un negozio underground di dischi, la musica influenza la tua arte visiva?
Certamente! Forse troppo, ma va bene “Emilia Paranoica”.

Cerca e distruggi
Cerca e distruggi

LINKS/INFO
http://fabiomusati9.wix.com/carloandreoli
http://www.premioceleste.it/index.php?p=opere&l=ita&isearch=alo&st=ope
https://it.pinterest.com/aloangela/pins/
https://www.facebook.com/carloandreoliALO/

Christo a Monte Isola: camminare sulle acque nella Franciacorta

“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” Con queste parole Matteo nel suo Vangelo narra uno degli episodi più toccanti fra Gesù e Pietro che, invitato a camminare sull’acqua, si vide pericolosamente affondare.
In questo inizio di terzo millennio il richiamo al miracolo nella Galilea potrebbe essere traccia del racconto di uno degli eventi artistici contemporanei più originali in assoluto nel panorama mondiale: realizzare un originale e ambizioso progetto all’interno del Lago d’Iseo, grazie al prepotente ritorno in Italia del sodalizio artistico di Jeanne Claude e Christo, conosciuto ai più come Christo l`impacchettatore di grandi monumenti, da “Wrapped Fountain” e “Wrapped Medioeval Tower” a Spoleto, a “Wrapped Monuments” a Milano e “The Wall” e “Wrapped Roman Wall” a Roma.

ponte-Christo
Il progetto dell’installazione

Attraverso un grande ponte galleggiante la land art unirà – cosa mai avvenuta prima – la terraferma della sponda bresciana di Sulzano con Peschiera–Maraglio, l’attracco opposto su Monte Isola e collegherà quest’ultima alla piccola isola privata di San Paolo e ritorno.
Alcuni accenni estrapolati dalla presentazione dell’artista: “Il mio nuovo progetto, che avrà un costo di dieci milioni di euro, è stato finanziato grazie alla vendita delle mie opere”, ha spiegato Christo. E prosegue “L’ho chiamata “The Floating Piers”, è un’installazione che si svilupperà per 4,5 chilometri a pelo d’acqua seguendo il movimento delle onde. Dal prossimo 18 giugno al 3 luglio i visitatori potranno camminarvi sopra, sospesi sulle acque, percorrendo il circuito che porterà da Sulzano a Monte Isola e poi fino all’isola di San Paolo. Utilizzerà ben 70.000 metri quadri di tessuto cangiante giallo-arancione, sostenuto da un sistema modulare di pontili galleggianti larghi 16 metri e alti 50 centimetri, formati da 200.000 cubi in polietilene ad alta densità.”
La particolarità geografica su cui si regge questa performance artistica internazionale è Monte Isola, il comune bresciano che “spicca” appuntito dal Lago d’Iseo. Questa località possiede un record: è l’isola lacustre più grande d’Italia e dell’Europa meridionale e centrale. Con circa 1800 abitanti si sviluppa su una superficie di circa tredici km quadrati e un perimetro di circa nove km, che possono essere percorsi in circa 3 ore di sereno cammino, la gran parte a ridosso dell’acqua.
Io l’ho rivissuta in questi primi giorni di aprile, dopo esattamente trent’anni, trovandola immutata. Un’emozione rivedere gli undici piccoli villaggi dispersi fra l’argenteo dei numerosi ulivi, il verde dei boschi, collegati dalle tortuose strade costiere e interne, che attraverso un efficiente servizio di minibus si raggiungono puntualmente.
Questi piccoli e caratteristici borghi di origine medievale possono naturalmente essere raggiunti anche a piedi o in bicicletta, mentre le auto sono vietate. Consiglio l’escursione al Santuario della Madonna della Ceriola , posto a 600 metri sul livello del mare, dal quale si gode un panorama esteso alle Prealpi e alle Alpi.
Come accade in questi frangenti, anche sull`isola si esaltano da una parte gli aspetti positivi dell’evento artistico, percepito come una grande occasione di rilancio del territorio allargato alla terraferma, mentre nel giudizio di altri prevalgono i disagi arrecati, considerando che molte strade sulla terraferma verranno limitate nel loro utilizzo e la pressione dei visitatori (decine di migliaia sono gli attesi) potrebbe non conciliarsi con le infrastrutture esistenti.
Di certo i vantaggi potrebbero estendersi anche a un settore strategico per l’economia dell’area: l’enogastronomia, basata sui deliziosi piatti di pesce di lago e, in larga parte, sui vini della Franciacorta, le cui preziose bollicine potrebbero inebriare nella grande vetrina internazionale dell’evento, colmo di aspettative fra il sacro camminare che ci ha consegnato Matteo l’evangelista e il profano dell’eccentrico artista bulgaro cittadino del mondo.

Torna la Biennale Donna e porta a Ferrara la creatività latinoamericana

Dal 17 aprile al 12 giugno 2016, torna al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara la Biennale Donna, con la presentazione della collettiva “Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina”, curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli.
Organizzata da Udi-Unione Donne in Italia di Ferrara e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, la rassegna si conferma come uno degli appuntamenti più attesi del calendario artistico e dopo la forzata interruzione del 2014, a causa del terremoto che ha colpito Ferrara e i suoi spazi espositivi, può ora riprendere il proprio percorso di ricerca ed esplorazione della creatività femminile internazionale.

Cartolina-biennale donna

Da sempre attenta al rapporto fra arte e la società contemporanea, la Biennale Donna intende concentrarsi sulle questioni socioculturali, identitarie e geopolitiche che influenzano i contributi estetici dell’odierno panorama delle donne artiste. In tale direzione, la rassegna di quest’anno ha scelto di spostare il proprio baricentro sulla multiforme creatività latinoamericana, portando a Ferrara alcune delle voci che meglio rappresentano questa eccezionale pluralità espressiva: Anna Maria Maiolino (Italia- Brasile, 1942), Teresa Margolles (Messico, 1963), Ana Mendieta (Cuba 1948 – Stati Uniti 1985) e Amalia Pica (Argentina, 1978).
“Silencio Vivo” riscopre le contaminazioni nell’arte di temi di grande attualità, interrogandosi sulla realtà latinoamericana e individuandone le tematiche ricorrenti, come l’esperienza dell’emigrazione, le dinamiche conseguenti alle dittature militari, la censura, la criminalità, gli equilibri sociali fra individuo e collettività, il valore dell’identità o la fragilità delle relazioni umane.

L’esposizione si apre con l’eclettico contributo di Ana Mendieta, una delle più incisive figure di questo vasto panorama artistico. Nonostante il suo breve percorso (muore prematuramente a 36 anni, cadendo dal 34simo piano del suo appartamento di New York), Ana Mendieta si riconferma ancora oggi, a 30 anni dalla sua scomparsa, come un’indiscussa fonte ispiratrice della scena internazionale. La Biennale Donna le rende omaggio con un nucleo di opere che ne esaltano l’inconfondibile impronta sperimentale, dalle note Siluetas alla documentazione fotografica delle potenti azioni performative risalenti agli anni Settanta e Ottanta. Al centro, l’intreccio di temi a lei sempre cari, quali la costante ricerca del contatto e il dialogo con la natura, il rimando a pratiche rituali cubane, l’utilizzo del sangue – al contempo denuncia della violenza, ma anche allegoria del perenne binomio vita/morte – o l’utilizzo del corpo come contenitore dell’energia universale.
Il corpo come veicolo espressivo è una caratteristica riconducibile anche nei primi lavori della poliedrica Anna Maria Maiolino, di origine italiana, ma trasferitasi in Brasile nel 1960, agli albori della dittatura. L’esperienza del regime dittatoriale in Brasile e la conseguente situazione di tensione hanno influenzato profondamente la sua arte, spingendola a riflettere su concetti quali la percezione di pericolo, il senso di alienazione, l’identità diemigrante e l’immaginario quotidiano femminile. In mostra presentiamo una selezione di lavori che ne confermano la grande versatilità, dalle sue celebri opere degli anni Settanta e Ottanta, documentazioni fotografiche che lei definisce “photopoemaction” – di chiara matrice performativa – alle sue recenti sculture e installazioni in ceramica, dove emerge la sempre fedele attinenza al vissuto quotidiano, in aggiunta, però, all’esplorazione dei processi di creazione e distruzione alle quali l’individuo è inevitabilmente legato.
Di simile potere suggestivo, ma con una particolare attitudine al crudo realismo, la poetica di Teresa Margolles testimonia le complessità della società messicana, ormai sgretolata dalle allarmanti proporzioni di un crimine organizzato che sta lacerando l’intero paese e soprattutto Ciudad Juarez, considerata uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Con una grammatica stilistica minimalista, ma d’impatto quasi prepotente sul piano concettuale, i lavori della Margolles affrontano i tabù della morte e della violenza, indagati anche in relazione alle disuguaglianze sociali ed economiche presenti attualmente in Messico. Le grandi installazioni che l’artista propone per la rassegna ferrarese – fra cui un’opera inedita, realizzata appositamente per la Biennale Donna – svelano un evidente potere immersivo, che forza lo spettatore ad assorbire e partecipare al dolore di una situazione ormai fuori controllo, troppo spesso taciuta e negata dalle autorità locali.
Il percorso della mostra si chiude poi con la ricerca di Amalia Pica, grande protagonista dell’emergente scena argentina. Utilizzando un ampio spettro di media – il disegno, la scultura, la performance, la fotografia e il video – l’artista si sofferma sui limiti e le varie derivazioni del linguaggio, esaltando il valore della comunicazione, come fondamentale esperienza collettiva. Le sue opere si fanno metafora visiva di una società segnata dall’ipertrofia della comunicazione, un fenomeno diffuso che sempre più di frequente conduce all’equivoco e all’alienazione, invece che alla condivisione. Ispirandosi ad alcune tecnologie trasmissive del passato, mescolate a rimandi del periodo adolescenziale, Amalia Pica sorprende con interventi dal chiaro aspetto ludico, che invitano gli stessi visitatori a interagire fra loro, sperimentando varie e ironiche possibilità di dialogo.

La mostra, organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI (composto da Lola G. Bonora, Anna Maria Fioravanti Baraldi, Silvia Cirelli, Anna Quarzi, Ansalda Siroli, Dida Spano, Antonia Trasforini, Liviana Zagagnoni) e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, è curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli, ed è sostenuta dal Comune di Ferrara e dalla Regione Emilia-Romagna.
In occasione dell’esposizione sarà edito un catalogo bilingue italiano e inglese che contiene le riproduzioni di tutte le opere esposte e apparati biografici, unitamente a contributi critici di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli.
Alla Biennale Donna verranno poi affiancate una serie di iniziative collaterali strettamente legate al filo conduttore della mostra, come una rassegna cinematografica e presentazioni letterarie. Particolare attenzione sarà poi riservata al mondo scolastico, con approfondimenti speciali pensati opportunamente per gli studenti durante le visite.

17 aprile-12 giugno, Padiglione d’arte Contemporanea Biennale, Donna 2016: “Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina”. Inaugurazione sabato 16 aprile ore 18.00

LA SEGNALAZIONE
A Ferrara Off impronte corporee per lasciare traccia delle metamorfosi della vita

Si può fermare la trasformazione, la metamorfosi della vita? Si può fissare in modo artificiale uno stadio o uno stato dell’esistenza, un pensiero, un ricordo? Se sì, quale sceglieremmo e quale significato avrebbe quella traccia?
“Le età della vita. Tracce di metamorfosi” è il progetto di ricerca creativa che Stefano Babboni intraprende per questo aprile 2016 durante la propria residenza artistica nello spazio bianco dell’Associazione Ferrara Off. Un progetto e una ricerca ai quali tutti coloro che lo desiderano sono invitati a partecipare e a dare il proprio contributo, attraverso i laboratori (divisi in fasce d’età) e gli incontri che per un mese circa trasformeranno lo spazio bianco inaugurato a fine 2015 in vero e proprio atelier aperto al pubblico.

moto continuo
moto continuo. 250×220 impronta corporea e fusaggine su cotone anno 2007

Cresciuto “nella patria degli anarchici, ereditandola tutta”, mi dice al telefono sorridendo, dalla sua Carrara si è poi trasferito in Emilia Romagna e vive e lavora tra Bologna e Ferrara. Stefano è un danzatore classico e contemporaneo e un tanguero, un educatore e un artista visivo: tutti tasselli che si riflettono e si compenetrano l’un l’altro andando a formare il suo processo creativo. Dal 2005 ha iniziato a realizzare quelle che lui definisce “azioni corporee su tele”: un tentativo di ri-appropriarsi di presenze, di fissare la “permanenza”. Stefano stende sulle tele trattate con fondi bianchi smaltati una sostanza chiamata fusaggine, cioè legno di salice carbonizzato. Il corpo poi si adagia a terra lasciando la sua impronta in negativo e successivamente, mediante un procedimento in togliere, vengono asportate alcune tracce o ritoccati alcuni particolari, per creare maggiori contrasti tra zone bianche e zone scure. Terminato questo processo in levare, vengono applicati fissativi.
Il suo lavoro che si muove su diverse soglie, tra tangibile e intangibile, visibile e invisibile, pensiero e materia: è “un lavoro di passaggio tra la vita e la morte, rendere esistenziale la morte come passaggio vitale e non concepirla come una fine, una finitezza, ma anzi come un inizio, come l’infinito della vita. La vita non è fatta di sola materia e io cerco di rendere visibile questo: il passaggio vitale della morte”.
L’ho intervistato alla vigilia dell’inizio di questa nuova avventura a Ferrara Off.

Stefano tu sei artista visivo e danzatore: come si compenetrano i due mondi, i due linguaggi artistici? Cosa c’è della danza nelle tue opere corporee e cosa c’è delle tue opere corporee nella tua danza?
La pittura è quello stadio di conoscenza della fantasia e dell’intelletto, dell’intangibilità da rendere tangibile attraverso l’opera d’arte che rimane nel tempo; invece la danza è l’arte che si compie concretamente attraverso il corpo, la persona e la sua esistenza, per vedere la danza bisogna vedere la persona, l’artista. Nella pittura si vede concretizzato il pensiero dell’artista, non l’artista stesso; nella danza è il contrario: c’è il movimento intangibile che non può essere fermato, che non si fermerà mai, che esiste solamente nel momento in cui il danzatore, corpo reale ed esistente lo crea, poi non esiste più.
Nel mio lavoro cerco di accostare queste due realtà: far vivere insieme il pensiero e il corpo, creando come opera d’arte il corpo stesso attraverso una matrice, non una sua riproduzione attraverso la pittura, e nel momento in cui si compie questa azione corporea diventa danza.

Come sei arrivato a questa tecnica pittorica?
È una tecnica allo stesso tempo antichissima e contemporanea. L’uso della cenere e della povere di legno carbonizzato risale penso ai graffiti rupestri, quando già c’era la necessità di lasciare un segno della propria esistenza. L’altra componente, quella contemporanea, sono le antropometrie di Yves Klein, nelle quali l’artista dipingeva il corpo delle modelle e le adagiava su fogli di carta lunghissimi. Il contributo fondamentale però è stato quello di Giovanni Manfredini, che lavora in togliere: lui annerisce con nerofumo da lampade a petrolio tavole preparate con la perlite e poi crea l’impronta del suo corpo. Io faccio più o meno la stessa cosa, ma lavoro con tele nude e stendo fusaggine, cioè legno arso, realizzando delle sindoni. L’effetto è diverso perché la mia matrice materica è molto più terrosa.

Parliamo di “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”, allo stesso tempo una residenza artistica e un progetto partecipato di creazione…
Oltre che artista, faccio anche l’educatore, quindi per me è importantissimo pormi in relazione con gli altri e mettere la mia opera al servizio degli altri. Ho lavorato con bambini di tutte le età, con i ragazzi delle superiori insegnando danza, con gli adulti ai quali insegno tango. Con questo progetto ho deciso di metterli insieme tutti per poter ognuno raccontare la propria metamorfosi, il proprio stadio di esistenza, e per poterli mettere a confronto fra loro e con il pensiero di ognuno.

I laboratori sono strutturati per età (6/11, 12/20, 21/64, over 65) e ciascuno prevede tre incontri, ci spieghi quale sarà il tuo approccio?
In questi tre giorni proveremo a riconoscere e superare l’illusione, l’illusione che può dare la materia nella sua finitezza, comprendere il fatto che la nostra naturale deformazione è costruire contenitori finiti, quando si parla della società, della materia, ma anche di pensieri e ricordi. Tenteremo di andare oltre l’invenzione.
Il primo giorno gli argomenti di indagine saranno la memoria e la vista, i mezzi saranno il corpo e la scrittura: vedere lo spazio in cui siamo, dare un nome a quello che vediamo e provare attraverso quel nome a richiamare accadimenti fisici o meno nella memoria. Quindi fare una specie di ricostruzione della memoria attraverso la vista e al tempo stesso crearne una, iniziare a immaginare di vivere le stesse azioni che la persona ricorda in quello spazio. I partecipanti possono dire o non dire qual è l’accadimento, ma sono indotti a riprodurlo fisicamente con il corpo e con la scrittura, scrivendo parole per loro significative di quel ricordo, che poi verranno assemblate a creare frasi. Avremo, infatti, due quaderni a disposizione: il primo sarà la tela, impareremo a fare un’imprimitura di una tela, il secondo sarà di carta per fissare pensieri, nomi di ciò che faremo, direzioni di movimento. Ciò che mi preme passi è che anche il pensiero è una cosa concreta.
Il secondo giorno parleremo di possibile e impossibile: andremo a fondo sulla memoria che è diventata un’immagine e proveremo a trasformarla. Nel primo giorno ne avremo vissuto le conseguenze emotive, nel secondo incontro proveremo a risolverla in senso positivo per la persona: cercheremo una strategia di trasformazione emotiva delle parole e dei gesti.
Terzo incontro: nel corpo e nel pensiero il gesto visibile e in permanente. In altre parole l’impronta corporea, che le persone arriveranno a produrre dopo tutto il processo degli incontri precedenti. Avranno la consapevolezza che la traccia che lasciano di sé in realtà non è altro che un’impronta sulla polvere non permanente: noi decidiamo chimicamente di renderla permanente attraverso lacche fissative. Questo sarà un gesto di responsabilità, la persona fisserà permanentemente qualcosa che non si può fissare: la nostra vita. Esiste il gesto corporeo, esiste l’immagine che noi vediamo riflessa nella tela, ma potremmo passarci sopra distruggendola, sarebbe comunque esistita e continuerebbe a esistere nella memoria, ma la necessità di concretizzarla e renderla visibile per più tempo e per gli altri ci porta a doverla fissare con un agente chimico, con un gesto del quale ci si prende la responsabilità. Anche per questo non tutte le immagini verranno fissate, alcune verranno distrutte.
Ti posso anticipare che con i bambini l’esperienza esistenziale sarà ludica, passerà attraverso il gioco, l’invenzione di storie e la scrittura di canzoni, senza contare quanto per loro sia divertente l’imbrattarsi con una tela.

Per finire la domanda forse più difficile o forse la più semplice: cosa cerchi e cosa ti aspetti da questa esperienza?
Cerco conoscenza, il senso del conoscere più che il senso del sapere e, più che aspettarmi qualcosa, spero che lasci alle persone che faranno questa esperienza una possibilità in più di salvarsi, che faccia loro intravedere la possibilità di salvarsi.

A Ferrara Off aprile sarà un mese “In itinere”, nel quale l’associazione aprirà le porte al pubblico e gli offrirà l’occasione di sbirciare dietro le quinte del processo di creazione artistica: non solo con la residenza artistica e i laboratori di Stefano, ma anche con le prove aperte dei lavori di fine stagione degli allievi di Roberta Pazzi e Caterina Tavolini

Info su “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”
Info su “In itinere”

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LA SEGNALAZIONE
Alla riscoperta di Umberto Boccioni, il futurista

di Federico Di Bisceglie

Nei primi anni del Novecento la storia dell’arte mondiale fu caratterizzata da una serie di movimenti ideologico-artistici che influenzarono tutto il corso degli eventi successivi: le avanguardie.
Sono avanguardie artistiche il Cubismo, con i due principali esponenti riconosciuti in Braque e Picasso, il Surrealismo, l’Espressionismo, ma il movimento avanguardistico per eccellenza, il più complesso e più ‘estremo’ fu il Futurismo. Filippo Tommaso Marinetti il 20 febbraio 1909 pubblica il manifesto del movimento futurista sul giornale francese “Le Figaro”, esponendo in undici punti una serie di idee e progetti che saranno destinati a mutare profondamente la visione del mondo e a diffondere le idee futuriste fra le persone.
Il Futurismo è sostanzialmente una frattura radicale con il passato, sia dal punto di vista ideologico che dal punto di vista pratico. Ciò che l’avanguardia futurista esalta maggiormente è l’idea del dinamismo e del ‘nuovo’, frutto di una società in progressivo mutamento, che ambisce a qualcosa di diverso rispetto alle idee del passato, che secondo i futuristi ingabbiano la progressione dell’umanità. Secondo la concezione futurista la frenesia della città rappresenta in maniera autentica la condizione dell’uomo, ne delinea gli aspetti migliori. Secondo il manifesto dell’architettura futurista, stilato da Antonio Sant’Elia nel 1914, la figura dell’architetto deve essere profondamente cambiata e i materiali impiegati devono essere: cemento armato, legno, vetro, e quindi porsi in netta contrapposizione con l’architettura e le forme dei palazzi antichi. Il più rivoluzionario dei manifesti futuristi è però quello sulla pittura, stilato nel 1910 da Carlo Carrà, Giacomo Balla, Gino Severini, Luigi Russolo e Umberto Boccioni. Proprio lui è in assoluto il più produttivo e il più radicalmente futurista tra i firmatari, sebbene la sua produzione artistica sia limitata alla durata di dieci anni.

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Umberto Boccioni

Le tappe della formazione e della realizzazione artistica di Umberto Boccioni sono diverse e talvolta non nettamente riconoscibili. La mostra “Umberto Boccioni (1882-1916): genio e memoria”, organizzata a Palazzo Reale a Milano in occasione del primo centenario della morte del pittore futurista (dal 23 marzo al 10 luglio), ripercorre le tappe della vita dell’artista prematuramente scomparso a causa di una caduta a cavallo nel 1916, attraverso l’esposizione di quasi 300 opere. Quelle di produzione giovanile, all’interno delle quali sono riscontrabili gli stilemi tradizionalmente riconosciuti futuristi, e quelle di produzione più tarda, che denunciano una tendenza alle caratteristiche di opere ascrivibili al cubismo. Frutto di un progetto di ricerca curato dal Gabinetto dei Disegni della Soprintendenza del Castello Sforzesco, la mostra è prodotta e organizzata da Castello Sforzesco, Museo del Novecento e Palazzo Reale, con la casa editrice Electa.
Questa esposizione costituisce un’importante manifestazione culturale, per approfondire e riscoprire le radici di un movimento e di un’artista assolutamente fondamentale per la storia dell’arte. Un’occasione unica per scoprire i più importanti dipinti e sculture dell’artista, ma anche dei principali protagonisti della cultura a lui contemporanea, insieme a un’eccezionale selezione di 60 disegni di Boccioni provenienti dal Castello Sforzesco di Milano, che rappresentano il vero cuore dell’esposizione. Inoltre in mostra si potranno ammirare opere provenienti da importanti istituzioni museali e collezioni private di tutto il mondo, tra cui la Pinacoteca di Brera, le Gallerie d’Italia di Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, il Metropolitan Museum of Art di New York, e la Getty Foundation di Los Angeles, il Musée Picasso e il Musée Rodin di Parigi, il Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Tutte le info sul sito di Palazzo Reale

NOTA A MARGINE
Edward Hopper: il pittore della solitudine in mostra a Bologna

Le luci all’interno della sala cinematografica trasmettono un clima di piacevole tepore. Gli spettatori, seduti in comode poltrone rosse, fissano lo schermo davanti a loro, ma noi non riusciamo a capire cosa osservano, quale pellicola venga mostrata. Poco più in là, visibile ai nostri occhi, ma separata dalla sala da un muro e da una colonna lavorata che divide nettamente la scena, una maschera scruta dentro di sè. Bionda e slanciata, sembra avere gli occhi chiusi e, con gesti accentuati, scenici, posa per chi la osserva, ignorandolo.
hopper2La gestione degli spazi e le caratterizzazioni dei personaggi hanno attribuito a Edward Hopper la fama di pittore della solitudine americana. La scena descritta rappresenta un’opera del 1939,”New York Movie”, ed è un esempio di quella che sarà gran parte dell’arte del pittore.
Nato a Nyack, località nello Stato di New York, alla fine dell’Ottocento, trascorre la sua vita privata con la stessa regolarità con cui affronta quella artistica. Durante il suo periodo in Europa e l’obbligatorio soggiorno parigino, non si lascia tentare dalla vita sregolata dei suoi colleghi. La Parigi dei primi del Novecento è una città in continua mutazione, voluttuosa e viva, che vede tra i suoi più illustri cittadini Pablo Picasso, Gino Severini e Amedeo Modigliani, e il giovane artista americano avrebbe potuto essere facilmente risucchiato dal vortice degli artisti maledetti. Apprende molto, la formazione ricevuta dai suoi studi in quegli anni caratterizza le sue prime opere, nelle quali sono presenti lo stile degli espressionisti, le figure di Degas e i colori di Manet, ma da questi si distacca durante il primo periodo del rientro in America, in cui emerge quella che sarà la sua identità, immutata fino alla fine dei suoi giorni. Fondamentale la conoscenza, che porta al matrimonio, con l’artista Josephine Nivison, pittrice che ha avuto meno successo del marito, a cui ha fatto da manager, da musa e da compagna.
Edward Hopper si ritrova coinvolto in un processo artistico essenziale per la storia della sua patria. Fino ai primi del Novecento, infatti, non si poteva parlare di una vera e propria arte americana, gli artisti si trasferivano in Europa, vivevano a Parigi per qualche anno e, al loro rientro, aprivano Accademie in cui primeggiava lo stile tipico europeo, lontano dall’arte folcloristica fino ad allora rappresentativa del territorio americano. Tornato a New York, Hopper si focalizza proprio su questo concetto nazionalistico, mostrando nelle sue opere la realtà americana.
imagePonti, case in stile vittoriano, appartamenti cittadini, ferrovie sono solo alcuni degli elementi da lui ritratti, emblema della contraddizione tra civilizzazione e natura, tra ciò che l’uomo aveva costruito e quello di cui la natura voleva rimpadronirsi. Per questo case immerse nei campi assumono aspetti del paesaggio che li circonda, le mura si colorano con i toni della terra e l’azzurro tenue del cielo conquista le tegole dei tetti.
Lo spettatore osserva queste contrapposizioni da una prospettiva nuova, come se ciò che viene raffigurato fosse il frammento di un’immagine, qualcosa guardato da un treno in corsa. Lo scopo è far sentire spaesato chiunque guardi le opere.
Diverse sono le rappresentazioni degli interni, in cui appaiono le figure umane. Assorte, spesso annoiate, distratte da qualcosa al di fuori del dipinto, che seguono con lo sguardo, lasciando allo spettatore la sensazione di essere un voyeur. Hopper rappresenta donne in momenti di intimità, senza lascivia e senza l’intento di renderli oggetti sessuali. E’ lo studio della natura umana, esseri forti e fragili al contempo, come “Una donna al sole”, intenta a fumare una sigaretta accanto ad un letto disfatto, esposta al sole, pensosa e malinconica. Anche vestite, rappresentate in luoghi di ritrovo come caffè, ristoranti o teatri, le figure di Hopper restano misteriose, con la mente altrove, lasciando che il corpo esibisca la loro semplice presenza fisica.
In tutte le situazioni lo spettatore non è invitato a partecipare ai momenti rappresentati, è l’osservatore silenzioso di parte della scena, osserva i personaggi, ma non quello che ne cattura l’attenzione, come se le finestre fossero quadri all’interno del quadro stesso, rendendo le figure osservate spettatori, a loro volta, di qualcosa che a noi è negato.
Più volte nella sua carriera, il pittore americano ha affermato la difficoltà nel dipingere contemporaneamente un ambiente interno e un esterno, perché per creare una rappresentazione del reale si deve conoscere con attenzione ciò che si vuole mostrare. Così riaffiora alla memoria una casa del suo quartiere, gli alberi che osservava da bambino attraverso una finestra, una delle città in cui ha vissuto.
Lo studio degli spazi gli ha permesso di realizzare i doppi ambienti, fatti di interni ed esterni, grazie alla tecnica della parete penetrabile: vetrate immense che dividono lasciando la scena visibile. In alcune opere lo spettatore deve concentrarsi su ciò che guarda per poter vedere questo muro invisibile, posizionato con una prospettiva tale da sembrare inesistente: in realtà stiamo osservando la scena proprio spiando attraverso la vetrata. In altri quadri, l’enorme elemento separatore diviene oggetto fondamentale per la scena, così come nel celebre “Nottambuli”, del 1942, in cui tre persone, sedute al bancone di un bar situato all’angolo di una via, si perdono nei loro pensieri, osservati a distanza dallo spettatore voyeur, escluso dalla scena.
1280px-Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942Nell’arte di Hopper tutto è contrasto: le grandi città, opposte ai piccoli borghi di campagna, donne e uomini, che condividono gli spazi senza che le loro singole identità si tocchino mai, assenti e inespressivi anche nello stessa camera da letto, natura e civiltà. Anche con temi così contrastanti tra loro, le opere non si mostrano mai schierate o politicizzate, l’obiettivo di Hopper, che lui stesso dichiarò irraggiungibile per le sue capacità, era mostrare la realtà nella sua accezione più pura, eliminando ogni tecnica artificiale. Il suo desiderio era realizzare un’opera che shoccasse gli spettatori per la sua rappresentazione così perfetta da sembrare viva.
Le opere dell’artista considerato tra i più importanti del XX secolo, colui che raffigurava la solitudine americana, da oggi sono in mostra al Palazzo Fava, fino al 24 luglio, in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York. Sono esposte più di sessanta opere, partendo dagli acquerelli parigini fino agli scorci americani realizzati olio su tela, che doneranno una visuale completa della sua concezione artistica e del percorso creativo. La mostra “Edward Hopper”, curata da Barbara Haskell, responsabile della sezione dipinti e sculture dell’istituzione museale americana, e Luca Beatrice, è organizzata in sei sezioni cronologiche che raggruppano i temi centrali dell’arte di Hopper, tra ambigui personaggi e ambientazioni quasi cinematografiche.

Sito ufficiale della mostra

LA SEGNALAZIONE
Il Novecento e la seduzione dell’antico

di Maria Paola Forlani

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Foto di Tiberio Zucchini

La mostra “La seduzione dell’Antico. Da Picasso a Duchamp, da De Chirico a Pistoletto” a cura di Claudio Spadoni narra l’ininterrotto richiamo dell’antico lungo tutto il nostro secolo.
Ecco allora che le opere esposte al Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna fino al 26 giugno 2016, di grandi protagonisti italiani e stranieri, attraversano l’intera storia del Novecento documentando la ripresa della tradizione in una restituzione moderna di modelli e valori dell’antico: talora attraverso la citazione esplicita, in forma evocativa o come pretesto per una rilettura inedita di opere e figure mitizzate del passato, altre volte con la riproposizione in veste di icone contemporanee, fino a operazioni ironiche o dissacranti.
Il clima italiano fra le due guerre non è certo propizio alle avanguardie. Esso rimane sostanzialmente provinciale. Ad aggravarlo sono le mitologie nazionalistiche agitate dal Fascismo, che conquista il potere nel 1922. Il clamore delle manifestazioni futuriste, relativamente vicine nel tempo, va ormai spegnendosi: scomparso Boccioni, ritiratosi Carrà, che dopo l’esperienza della pittura metafisica si rivolge a una pittura caratterizzata da una severa sintesi arcaizzante, abbandonato virtualmente anche da Severini, che riconduce il proprio linguaggio in una diversa sfera di interessi, al Futurismo vengono a mancare dei contributi più qualificati.
Così alle speranze degli innovatori, si sostituisce un desiderio di ripensamento e di revisione dei valori ritenuti tradizionali. Quel vasto fenomeno che passa sotto il nome di “retour à l’ordre” e che investe tanta parte dell’arte europea si manifesta in Italia subito dopo l’armistizio. Nel novembre del 1918 viene pubblicata a Roma a cura di Mario Broglio, la rivista “Valori plastici”, alla quale collaborano fra gli altri Carrà, Savinio e De Pisis. “Valori plastici” insiste sulla necessità di un ritorno alla linea italiana e propone quali modelli Giotto e Masaccio.
Ѐ in quest’aria di restaurazione che nasce il Novecento. Il movimento viene fondato a Milano nel 1922. La denominazione di Novecento è coniata da Anselmo Bucci (1887-1955) e fra i primi aderenti si contano: Leonardo Dudreville, Achille Funi, Pietro Marussig, Emilio Malerba, Ubaldo Oppi e Mario Sironi.
È una denominazione ambiziosa, che sottintende il proposito di associarsi alle grandi epoche storiche – come dire: il Quattrocento, il Cinquecento – con ciò rendendo palesi gli intenti conservatori. Carlo Carrà dimostra ai tanti adepti di una tradizione malintesa quale fosse l’autentica lezione di Giotto e dei primitivi: un sapiente governo dei rapporti di linee, forme e colori nello spazio, una disciplina costante vissuta in pari tempo a livello artistico e morale. L’agire di Carrà nelle stagioni fra le due guerre illumina la misura raggiunta dal proprio linguaggio, la sua volontà cioè di costruire l’immagine sul dettato di una geometria ideale, capace comunque di assorbire i moti dell’animo, le variazioni del sentimento, l’urgere dell’emozione, per fissarli in un ordine superiore e incontaminato dall’accademismo esistenziale.
Dopo essere stato un pioniere delle avanguardie, Carrà avverte il bisogno di un ripensamento e di una revisione, soprattutto di ricondurre l’opera a quella ‘durata’ che l’artista riconosce appunto negli antichi. Sironi e Carrà: due casi, cui pochi altri s’aggiunsero.

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Foto di Tiberio Zucchini

Morandi, nell’ambito della nota limitatezza dei soggetti – le composizioni con bottiglie e pochi paesaggi – ha saputo condurre il processo di interiorizzazione dell’immagine fino ai gradi più profondi, legittimandolo poeticamente attraverso sottili e sempre rinnovate combinazioni spaziali e rapporti tonali con un rigore morale : “una lunga instancabile, solenne ‘elegia luminosa’ – com’ebbe a dire Roberto Longhi – una così poetica ricognizione del mondo di natura da non trovar pari nel cinquantennio che gli toccò attraversare con la sua ombra densa di alto, austero viandante la cui ‘vox clamantis’ raggiungeva anche le plaghe più desertiche dell’arte che gli fu contemporanea”.
Con Campigli poi, all’arte italiana viene proposta una nostalgia di moduli arcaico-micenei passati attraverso la raffinatezza di un gusto coltivato nella temperie parigina: una magistrale eleganza di ritmi in un’aria di ‘tempo perduto’; con De Pisis, la miracolosa facoltà di concludere nel volgere rapidissimo di una ‘scrittura’ stenografica il senso poetico di un paesaggio, di una figura, di un interno, colti all’improvviso e fissati nella retina un istante appena sufficiente per essere eternati.
La mostra ravennate attraverso una sequenza di sezioni tematiche, presenta oltre 130 opere di grandi protagonisti e di alcuni ‘outsider’ particolarmente significativi, oltre ad un video di Bill Viola.
A introdurre la prima sezione, che riprende le parole di Carrà “Quel non so che di antico e di moderno” sono opere notissime come “Il figliol prodigo” di Martini, “Il vecchio e il nuovo mondo” di Savinio, “Composizione metafisica” di De Chirico, “Bagnanti” di Carrà, “Maternità” di Severini.
Attraverso le opere rappresentate in questa sezione, che coprono quasi l’intero arco del Novecento, si comprende come il tema della seduzione dell’antico non alluda a un recupero di temi o forme del passato in chiave nostalgica, ma si riferisca piuttosto a un’inconsapevole o deliberata rielaborazione di forme classiche che si trasformano in temi nuovi e originali.
L’ultima sezione racconta la sorprendente continuità dalle neoavanguardie al postmoderno attraverso alcuni grandi esponenti del rapporto tra Modernità e Antico, con opere e installazioni. L’Antico – rappresentato dall’arte classica e rinascimentale – è ormai veramente lontano e il distacco inevitabile.

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Foto di Tiberio Zucchini

Ecco allora Luigi Ontani, poetico Narciso, che si cala nei modelli del passato; gli stessi modelli proposti in chiave concettuale anche da Giulio Paolini con la sua scultura, intitolata “Mimesi”: due busti classici di Ermes posti in posizione speculare, si guardano e sembrano interrogarsi l’un l’altro.
Non di minore importanza Andy Warhol con la “Nascita di Venere di Botticelli” in versione pop e l’istallazione di Pistoletto nella quale una copia della “Venere con mela” dell’artista neoclassico Bertel Thorvaldsen, sembra lentamente avanzare verso un cumulo di stracci colorati.

L’INTERVISTA
Marcello Darbo: l’arte come faticoso cammino

Originario di Codigoro, dove è nato nel 1957, e laureatosi in Scienze politiche a Bologna, Marcello Darbo è attivo artisticamente dal 1982: prevalentemente autodidatta, segue nel 1985 i corsi dello scultore codigorese Massimo Gardellini. Nel 1993 viene selezionato fra i dieci pittori di nuova tendenza della giovane arte italiana all’interno del “Circuito Giovani Artisti Italiani” per la Biennale Giovani di Kualalampur. Nel 1994 poi partecipa alla rassegna “EUROPA-AMERICA ‘360’ E-VENTI”(Roma/New York), 180 artisti segnalati da 60 critici italiani. Fra le sue attività personali si segnala anche la partecipazione nel 1992 al Centro Attività Visive del Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Marcello Darbo
Marcello Darbo

Darbo, come artista da anni protagonista nell’arte contemporanea, quella che a volte hai chiamato la ragnatela del nostro tempo, un approfondimento?
La ragnatela è, come noto, uno spazio dove qualcuno si trova a suo agio, fermo nel suo buco e prospera, mentre chi si muove resta invischiato nell’invidia, mista a mediocrità e provincialismo di ritorno di una massa di persone sbagliate al posto giusto. Pensate che un sedicente critico di Ferrara, guardando i ritratti che stavo facendo in quel periodo, mi disse che il ritratto è obsoleto. Allora gli ho mostrato il cavalletto con una tela bianca e gli ho detto che prima dire certe cose, doveva venire lui alle 9 di sera in inverno, al freddo e lavorare, lavorare e lavorare. Poi ha visto alcuni schizzi di mio figlio e, senza sapere che erano suoi, ha detto che quelli si erano interessanti. Prima di uscire dallo studio ha visto certe mie carte dada dove lavoravo con il mistero della macchia e del caso ed è rimasto entusiasta, quasi intimandomi di fare solo quelle cose. L’ho accompagnato volentieri alla porta.

Marcello, oggi avanguardia o retroguardia?
Questa storia dell’avanguardia ha strapazzato gli strapazzabili. E’ ovvio che non c’è avanguardia senza la retroguardia e anche che l’avanguardia a tutti i costi ha prodotto tanti cani che pensano di essere artisti perchè fanno qualcosa di mai fatto sinora. Che so: mettere insieme spago, sassi e fil di ferro, oppure fare delle pile di cassetti. A me, invece, sembra ovvio che se certe cose non sono mai state fatte prima è perchè non valgono nulla. L’artista si muove sulla ‘linea dell’arte’ che va dalle grotte del Perigord a Caravaggio, da Giotto all’arte povera, cercando di reinterpretare il tutto in un suo personale e faticoso cammino. L’Arte è fatica, è lavoro, non legare dei pupazzetti ai rami di un albero. Siamo arrivati alla sublimazione della merda d’artista e i risultati non possono che essere pretenziosamente deludenti e fetidi.

Ferrara ‘città d’arte’: mito o mistificazione?
Definirei Ferrara Città d’Urto, per la decadenza che permea ormai le azioni di una classe politica che vorrebbe staccarsi dalla gente e vivere in pace. Barche di cemento nel fossato del castello, La Montedison a un kilometro dal centro, mentre l’ospedale a dieci kilometri, inaccessibile. La casa di Biagio Rossetti, primo urbanista occidentale, trasformata in sala espositiva degli architetti americani. Un Sindaco che vuole chiudere Palazzo dei Diamanti. Non mi stupirei se facessero a Bologna la nuova stazione di Ferrara.
Ferrara è bella perché ancora i muri delle case reggono.

Mostre prossime venture?
R – Mostre ‘prossime s-venture’? Sì, una a Bondeno, grazie all’ultimo mecenate rimasto nel ferrarese: Daniele Biancardi. Il titolo è “Rifugi per l’Umanità”: umanità che scappa dalle guerre e dalla fame, piccoli quadri rossi e sculture pop fatte con i coperchi dei barattoli. Sembrano case tibetane. Naturalmente ci sarà la casa dei  Cristiani e dei Musulmani, quella degli Ebrei e dei Palestinesi, la parte umana dell’umanità, il resto sta sotto e di molto a balene, gorilla, delfini, orango, elefanti, tutti animali sociali che vivono senza uccidersi.

Mostre
1977 Memmingen(Germania) su invito della Associazioe Italo-Tedesca
1988 Firenze
1998 Kaufbeuren (Germania)
2000 Personale al’Istituto di Cultura Casa Cini di Ferrara
2002 Palazzo Borromeo di Cesano Maderno e poi ancora Kaufbeuren (Germania)
2006 “La bicicletta rossa”, Museo del Risorgimento di Ferrara
2007 “Ginestre”, Torre di Cento
2010 “Dove è pietà”
2012 Casa del Boia, Ferrara
2014 “Vite di frodo”

Hanno scritto di lui: Sergio Altafini, Serena Simoni, Gilberto Pellizzola, Erwin Byrnmeyer, Franco Patruno.

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