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È un mercoledì come tutti gli altri, ma il mercato nella piazza del mio paese non è quello di sempre. Meno gente e meno rumori. Cammino tra le bancarelle e non colgo subito che questa pacatezza è un segnale poco positivo.

Mi ci fa pensare la giovane donna che incontro e saluto: mi dice di essere a casa dal lavoro, perché la ditta presso la quale è impiegata ha sospeso l’attività.” Ah, il caro bollette è arrivato anche da voi”, dico, e non sono originale. Sono parole che registrano il problema del momento e sono sulla bocca di tutti.

Spiego il vuoto della piazza con il calo dei consumi, a cui la gente ricorre per difendersi e tentare di farcela. Stiamo uscendo a fatica da una pandemia e ci prende in pieno una crisi economica.

Meno male che riusciamo entrambe e sorriderci e puntare i nostri discorsi sul ricordo di suo padre che faceva il sarto. Infatti siamo davanti a una esposizione di maglie e abiti, che sprizzano aria di globalizzazione da ogni fibra, i venditori sono cinesi e nella loro sussurrata gentilezza ci propongono a basso prezzo i nuovi capi della primavera. Ripetuti con varietà di sfumature una bancarella dopo l’altra.

“Se ci fosse qui mio padre rimarrebbe strabiliato dalla dozzinalità di questi vestiti e faticherebbe a capire il cambiamento che ha avuto anche un piccolo mercato di paese come il nostro”. Credo anch’io che sia così.

Quando lui ha avuto la sua bottega qui a due passi fino agli anni Ottanta, i clienti, che venivano anche dai paesi intorno e dalla campagna, entravano per ordinare vestiti nuovi o per provare quelli in lavorazione. Tutti capi unici fatti su misura. Magari semplici o fatti con tessuti non troppo pregiati, ma sempre curati in ogni dettaglio.

Di solito la clientela cercava di stabilire subito all’atto dell’ordine la modalità di pagamento: chi chiedeva di pagare a rate, chi pagava una parte del dovuto in natura. Soprattutto i clienti del mercoledì, i campagnoli come dicevo, che venivano in paese con l’automobile per sbrigare le commissioni dell’intera settimana, portavano ortaggi e frutta. A volte uova. Una volta addirittura tre galline, che furono messe a razzolare all’ultimo piano di casa con qualche problema di convivenza poi risolto, facendole finire in pentola tutte assieme.

Ora si comprano capi fatti in serie, chissà in quali laboratori e in quali condizioni di lavoro. Costano poco e finisce che per senso del risparmio e per la loro praticità li comperiamo e li indossiamo. Nessun conto da contrattare, il prezzo è scritto sul cartellino e quello è.

la boutique del misteroUn solo sarto di mia conoscenza non aveva fretta di incassare ed è un sarto di carta, uscito dalla penna straordinaria di Dino Buzzati [Qui] ed è il protagonista di La giacca stregata, il primo racconto che ho letto molti anni fa di questo magico autore.

Prima di tutto vediamo come ci viene presentata questa stranezza: il narratore e protagonista si fa indicare un buon sarto e gli viene consigliato un certo Alfonso Corticella. Si reca a casa sua e fa la conoscenza di “un vecchietto coi capelli neri, però sicuramente tinti. Con mia sorpresa non fece il difficile. Anzi, pareva ansioso che diventassi suo cliente…Scegliemmo un pettinato grigio quindi egli prese le misure, e si offerse di venire, per la prova, a casa mia. Gli chiesi il prezzo. Non c’era fretta, lui rispose, ci saremmo sempre messi d’accordo”.

Che persona simpatica e particolare. Il conoscente che aveva consigliato il Corticella aveva detto di presumere che fosse caro, aggiungendo “lo presumo, ma giuro che non lo so. Quest’abito me l’ha fatto da tre anni e il conto non me l’ha ancora mandato”.

Il racconto va letto per intero, riassumerlo non rende bene il senso di onnipotenza e insieme il disagio del nostro protagonista, che trova grosse somme di denaro nella tasca destra della giacca e ogni volta scopre che nel mondo è accaduto “qualcosa di turpe e doloroso”.

La mente gli dice che non può esistere alcun collegamento, ma le somme ricavate da rapine o da omicidi sono ogni volta esattamente le stesse da lui estratte foglio per foglio dalla tasca.

Il finale del racconto, eccezionalmente, deve essere svelato ora:  perché ci richiama alla importanza che ha il fattore tempo in ciò che facciamo e alla tempestività, che dà valore all’agire umano.

Il protagonista, sopraffatto dai sensi di colpa, si libera dalla infernale attrazione dei “divini soldi” e si disfa della giacca stregata. La porta in un luogo isolato e la brucia, mentre una voce alle sue spalle sentenzia “Troppo tardi, Troppo tardi”.

Tornato a casa, non ritrova i tesori che ha accumulato, attingendo infinite banconote dalla tasca ed è costretto a rimettersi a lavorare per vivere.

Ci lascia così, calato in una vita quotidiana di stenti e con parole che ghiacciano: “E so che non è ancora finita. So che un giorno suonerà il campanello della porta, io andrò ad aprire e mi troverò di fronte, col suo abietto sorriso, a chiedere l’ultima resa dei conti, il sarto della malora”.

Mentre termino la stesura di questo testo la Russia ha invaso da più parti il territorio ucraino e di ora in ora l’aggressione armata sconvolge l’integrità del paese e le vite dei  suoi abitanti, butta in aria gli equilibri mondiali.

Come mi appare aleatoria la serie delle mie chiacchiere e dei richiami letterari. Vorrei poter incontrare di nuovo la mia conoscente e dirle “Hai visto? Scherzavamo sulla qualità dei capi che tuo padre cuciva nella sua bottega e intanto si faceva la Storia.

Una bella pagina da aggiungere al Suo dizionario già nutrito: arricchire la voce imperialismo. Poi andare alla –s e aggiungere righe a sopraffazione. E alla fine del dizionario, dove si trovano i neologismi, spiegare con maggiore dovizia democratura.

La pagina della lettera –p di pace al momento non è consultabile.”

In realtà, scherzando sui nostri vecchi, non eravamo tanto lontane dall’agire in nome della pace. Perché si agisce anche attraverso i buoni ricordi e con la trasmissione dei valori di pace e giustizia tra le generazioni. Col nostro equilibrio, con l’assennatezza. L’impegno che possiamo mettere.

Papa Francesco divulga che il due marzo prossimo digiunerà per la pace, mentre si moltiplicano le manifestazioni contro la guerra in Italia e negli altri paesi. Si accavallano le sanzioni economiche ai danni della Russia.

E noi, che siamo gente comune, portiamo cibo e beni di prima necessità da inviare il prima possibile agli ucraini nei punti di raccolta religiosi e laici che si stanno attivando. Lontani quanto basta da ogni tentazione di onnipotenza.

Nota bibliografica.

Ancora una volta attingo alla raccolta di racconti di seguito riportata, vera miniera di spunti utili a considerare con distacco e ironia, ma senza indulgenza, come è la natura umana:

  • Dino Buzzati, La boutique del mistero. Trentuno storie di magia quotidiana, Mondadori, 1968

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica di Mercoledì, clicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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