16 Febbraio 2016

Perché Sanremo è Sanremo

Gianni Venturi

Tempo di lettura: 4 minuti

L’immane scontro che ha bloccato il cento per cento dell’Itaglia e il cinquanta per cento dell’Italia si è concluso con uno straordinario consenso da parte delle masse adoranti per i due colossi in gara. La partita Napoli-Juventus e il Festival di Sanremo hanno fatto il pieno dell’audience.
Chi scrive ha una specie di allergia permanente per la nobile arte del calcio e una moderata curiosità per le canzonette e quindi è un testimone se non affidabile perlomeno non coinvolto in faziosità da curva Sud.
Affannosamente alla ricerca di qualsiasi film che potesse essere un’alternativa alla serata milionaria di utenti televisivi, visto la miseranda offerta che tutte le tv offrivano, dopo un melenso film di Verdone in vena di Family day, approdo sul palco del mitico Ariston addobbato come mai mente umana avrebbe potuto pensare: luci psichedeliche, fumi, scale e scaloni, “brillò” – come avrebbe detto la nonna – e naturalmente, per scandire la novità, l’assoluta mancanza di fiori e di verde.
Come essere su un altro pianeta.
In attesa che i noiosissimi cantanti finissero le loro nenie (all’inizio del Novecento un termine raffinato li avrebbe definiti melologhi), minuziosamente osservo le mises. Il bronzeo Conti indossa smoking inventati per un’improbabilissima concezione di cos’è distinzione e classe, del resto rigorosamente banditi dal borghesissimo e conservatore pubblico. Il monumentale valletto, colosso vivente, il Garko tutto dente e niente in testa, sghignazza alle proprie battute che lui stesso tenta di spiegare al pubblico. Un’allampanatissima e carina dama di cuori arriva sculettando ed esibendo pezzi di corpo studiosamente esibiti. Manca solo l’ostensione della ‘natura’ – quella di Courbet naturalmente – ma purtroppo, come si sa, è proibita perfino da facebook! Si chiama Madalina Ghenea. Infine una trasformista formidabile, Virginia Raffaele, che gioca con le icone del nostro tempo: sarte, ballerine, attrici e naturalmente con se stessa. Non male. Specie se racconta la sua infanzia al Luna Park romano gestito da suo nonno dove ha passato l’infanzia. Se vero o verisimile un pezzo degno di Fellini, se falso un’ottima presa per i fondelli.
Secondo le più astute modellizzazioni del sentimento, ecco allora profilarsi il rigorosissimo impianto mediatico. Il dentone sventato, ma bell’esempio di maschio italiano, senza alcun compromesso d’identità sessuale pur con il grande sventolìo di nastrini colorati in difesa della legge Cirinnà. Anche se dubito che tutti siano trascinati e coinvolti dall’adesione ai principi della famiglia allargata. La rumena che vive in provincia e che sogna il palcoscenico, ma soprattutto il festival, che la farà principessa disneyana con tanto di vestiti atti all’uopo che nulla nascondono. Delle origini circensi della Raffaele già s’è detto e del bronzeo Conti se ne discuterà per mesi (o forse giorni).
Insomma l’Itaglia che s’appassiona e commenta può, secondo l’antico costume espresso dal motto ‘panem et circenses’, raccogliere benignamente i gravissimi insulti che felpetta nera Salvini rivolge alla magistratura, bollata sprezzantemente come “una schifezza”. Il viso si trasforma nell’insulto, la bocca si torce per esprimere tutto il disgusto verso chi osa, la magistratura appunto, sfiorare gli innocenti della Lega. L’ombra della salivazione rende ancor più velenoso l’insulto.
Siamo fatti così noi itagliani sempre pronti a confondersi e fondersi con il vincitore di turno.
Amici americani assicurano che mai Donald Trump vincerà le elezioni. Esattamente con le stesse parole che sentii decenni fa in Usa prima del giorno della vittoria (da declamare secondo l’incipit verdiano del Macbeth) che proclamò un mediocre attore Ronald Reagan a imperatore del mondo.
Certo non c’è gara tra Salvini, Grillo e perfino Renzi e il colosso Trump. Ma facciamo attenzione….
Sicuramente tra noi radical-chic lo sbeffeggìo imperversa come severamente ricorda il consulente ferrarese di Renzi, Marattin, mentre all’interno del Pd se le danno di santa ragione i probabili successori al posto ottimamente ricoperto dal sindaco Tiziano Tagliani. “Vengo anch’io! No tu no… cantava un grande saltimbanco della satira”.
Ma per rendere più credibile il clima sanremese si vedano i tal kshow dove loro, i politici, cercano di offrire l’apparenza di sé. Voci impostate, tono querulo di cui è maestra la Santanché. Tono affermativo rassicurante della Serracchiani. Occhio rotante e sempre stupito di Alfano. Voce beffarda e molto chic di Massimo Cacciari; con tutto il coro di commentatori onnipresenti sempre quelli e che ripetono tutti lo stesso concetto.”E’ tutto sbagliato”.
Se la vita è teatro, il teatro in questo caso è quello dell’Ariston, benedetto anche dal Primo Ministro in visita all’estero che ringrazia la Rai d’aver confezionato sì bello e applaudito show.
Mai che nessuno a questo punto pronunci come nelle favole le ingenue parole :”Il re è nudo”?



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L’autore

Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.
Gianni Venturi

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