27 Gennaio 2014

Ministro che va, ministro che viene. Ma l’agricoltura non può restare merce di scambio

Franco Stefani

Tempo di lettura: 2 minuti

agricoltura

Le dimissioni del ministro Nunzia De Girolamo hanno nuovamente privato il Ministero delle Politiche agricole del massimo responsabile politico. Senza entrare nel merito delle vicende che hanno portato alla scelta della titolare del dicastero di via XX Settembre, mette conto osservare che tutto ciò accade nel momento in cui si devono assumere decisioni importanti per il settore agricolo ed agroalimentare, in primo luogo l’applicazione della nuova Politica agricola comune, che comporta interessi vitali per le imprese italiane del settore. Per questo motivo il presidente del Consiglio Enrico Letta dovrebbe nominare rapidamente un nuovo titolare.
In cinque anni si sono cambiati cinque ministri delle Politiche agricole. Il che da un’idea della precarietà nella quale si governa l’agricoltura in Italia. La carica di ministro è storicamente merce di scambio, e nel caso specifico di scambio residuale: se nella formazione della compagine di governo i conti non tornano per questa o quella parte politica, zac! Ecco l’agricoltura come materia di compensazione degli squilibri.
Non parliamo poi dell’efficacia e del peso delle nostre rappresentanze governative a Bruxelles, dove si decidono i destini delle agricolture dei 28 Paesi membri. Si racconta – ma mancano i riscontri – che uno dei ministri italiani del recente passato, Giancarlo Galan, all’inizio del proprio mandato fu scambiato per un dirigente ministeriale, perché le trattative, da tempo, venivano seguite da un alto funzionario (poi divenuto esso stesso ministro), Mario Catania. Ma tant’è: a Bruxelles abbiamo contato sempre poco, e solo negli ultimi anni, con l’accrescimento del peso politico dell’Europarlamento in seguito al trattato di Lisbona, si è potuto vedere un ruolo attivo dell’Italia nel varo dell’ultima Pac, attraverso la Commissione Agricoltura presieduta da Paolo De Castro.
Al di là dei problemi di rappresentanza – che contano però, eccome, quando si prendono le decisioni – è sconsolante vedere che un settore vitale per l’economia sia continuamente messo in tensione e privato di orientamenti strategici. Nel 2013 il valore delle esportazioni di prodotti agroalimentari italiani ha raggiunto il massimo di sempre, con quasi 33 miliardi di euro (+6% rispetto al 2012): vino, ortofrutta, olio e pasta le “voci”trainanti. Il bisogno non è soltanto di strategie economiche per rafforzare queste performance (in primis, la difesa del made in Italy e l’internazionalizzazione delle imprese) ma anche le misure per affrontare e prevenire i disastri generati dagli eventi climatici estremi (frane, alluvioni e così via) e difendere il territorio dal consumo di suolo, mettendo in efficienza le strutture idrauliche e di bonifica per limitare o evitare il dissesto.
Non c’è bisogno di un ministro a tempo, quali che siano le vicende politiche. E nemmeno di un governo che relega l’agricoltura a materia di scambio o di trattativa, isolandola dal contesto generale, come da troppo tempo sta avvenendo. E, poiché è di moda parlare di tecnici, un check-up alla struttura di via XX Settembre sarebbe proprio necessario.



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