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La società contemporanea, quella dell’ultimo secolo e almeno fino agli anni ’80, si era sforzata di crescere. Aveva ricercato valori nuovi passando attraverso due guerre mondiali, stermini, razzismi, guerre fredde, muri ideologici e reali. Il clima era pesante ma una nazione come l’Italia, uscita distrutta dall’ultima guerra mondiale, stretta tra destra e sinistra, tra anni di lotta a brigatisti rossi e neri e stragi per mano di ignoti, cresceva e diventava una potenza mondiale. I sindacati aiutavano a migliorare la vita dei lavoratori e i lavoratori mandavano all’università i loro figli che a loro volta avrebbero migliorato la vita di altri. La società cresceva e l’azione politica poteva diventare adulta attraverso l’esercizio di una libertà intesa come capacità di scelta e di partecipazione alla cosa pubblica che magari avrebbe potuto portare a miglioramenti nella vita di un numero sempre maggiore di esseri umani.

Nell’800 si raggiunsero progressi incredibili grazie alla tecnologia, si avvicinarono gli uomini con il telegrafo e le ferrovie, mentre si calavano cavi negli oceani che avrebbero collegato il mondo. Montava la convinzione che il ‘900 sarebbe stato ancora più incredibile, che sarebbero migliorate le condizioni di vita, che prima o poi l’acqua sarebbe arrivata in tutte le case e che i bambini sarebbero andati tutti a scuola. E il ‘900 ha portato effettivamente grandi innovazioni, certo passando tra immani tragedie. Chi ci è nato ha visto arrivare l’uomo sulla luna, telefonini, satelliti, montare basi scientifiche in Antartide, e crescere la convinzione che nulla potesse fermare il progresso. E il progresso per i lavoratori degli anni ’60 e ’70 del ‘900 era rappresentato dalla possibilità che i loro nipoti avrebbero potuto frequentare tutti l’università o avere un lavoro sicuro, la casa, più ferie e magari che con un solo stipendio in famiglia ci si potesse permettere tutto questo, insomma meno sacrifici e più sicurezze per i figli dei loro figli.

Qualcosa però a quel punto si è rotto, anche e soprattutto nella speranza. La capacità di scelta politica, ovvero di come migliorare il governo delle proprie necessità, si è trasformata in capacità inculcata fin dai primi anni di vita di saper scegliere tra uno smartphone samsung e un iphone. Grazie all’invasione della pubblicità nelle nostre vite siamo riusciti a eliminare la capacità di scegliere un rappresentante politico, di tenere in memoria le loro azioni, di analizzare le loro proposte a favore della giusta scelta di prodotti, praticamente uguali, sullo scaffale di un supermercato. A volte in questo XXI secolo siamo persino capaci di scegliere un prodotto bio o equo-solidale ma non ci chiediamo mai perché frutti provenienti dal Marocco costino meno di quelli italiani e nemmeno capiamo che comprarli non è una libera scelta ma una costrizione data dal fatto che i nostri stipendi calano a favore delle multinazionali che decidono di produrre quei beni in posti dove il lavoro costa meno, e che le stesse fanno pressione sui governi perché siano importati senza dazi e a danno delle produzioni, dei produttori e della popolazione locale.

Ogni secolo ha il suo tratto distintivo. Il ‘700 è stato il secolo dei lumi, l’800 della visione della libertà e l’inizio della supremazia dell’uomo sulle distanze, il ‘900 della sofferenza e della speranza, il nostro secolo sarà ricordato come quello dell’oscurantismo. Quello in cui la verità viene trasformata in cibo indigesto, in cui l’essere umano inverte la sua naturale tendenza alla crescita e ritorna alla sua infanzia, a quando si ha bisogno che qualcuno ti dica cosa fare, cosa sia giusto e cosa sia da evitare. Ma qui non c’è un genitore premuroso a guidarlo, a dargli indicazioni. In questo nuovo medioevo a guidare l’essere umano verso l’infanzia della conoscenza sono le pubblicità che ci convincono che la scelta giusta è esattamente quella che solo vestendoci tutti allo stesso modo riusciremo a essere miracolosamente diversi dagli altri ed unici. Nella prima metà del secolo passato sociologi come Edward Bernays convincevano le donne che fumare al pari degli uomini era un passo verso la libertà individuale, per la gioia delle multinazionali del tabacco, e oggi le donne hanno persino guadagnato il diritto di combattere le future guerre in prima linea, un altro passo di civiltà.

Occuparsi di politica o parlarne oramai significa automaticamente essere out, fare qualcosa di inutile che ruberebbe tempo all’aperitivo serale o alla partita di calcetto del mercoledì, quindi la mossa giusta è lasciare che se ne occupino altri anche se si sa che assesteranno nuovi colpi alle libertà guadagnate in secoli di duro lavoro. L’assopimento e il ritorno all’infanzia continua sempre più velocemente a meno che non troviamo la forza di risvegliarci e costruire un nuovo secolo dei lumi.

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Claudio Pisapia

Dipendente del Ministero Difesa e appassionato di macroeconomia e geopolitica, ha scritto due libri: “Pensieri Sparsi. L’economia dell’essere umano” e “L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa paura”. Storico collaboratore del Gruppo Economia di Ferrara (www.gecofe.it) con il quale ha contribuito ad organizzare numerosi incontri con i cittadini sotto forma di conversazioni civili, spettacoli e mostre, si impegna nello studio e nella divulgazione di un’informazione libera dai vincoli del pregiudizio. Cura il blog personale www.claudiopisapia.info

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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