Una ricerca, pubblicata a luglio 2026 su Review of Income and Wealth, da economisti delle Università Sant’Anna di Pisa e Bicocca di Milano, mostra che la percentuale del totale delle imposte aumenta fino al 51% per il 93% dei contribuenti partendo da quelli con redditi più bassi. Invece, per il 7% dei più ricchi, la percentuale scende dal 51% al 33%.

Questa situazione è in palese violazione dell’art. 53 della Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
La realtà è che l’attuale sistema fiscale attua una lieve progressività per il 93% dei meno abbienti e una forte regressività per il 7% dei più ricchi.

Riportare il livello della percentuale delle imposte del 7% dei redditi più elevati ad un livello di continuità con i redditi inferiori (linea tratteggiata rossa del grafico precedente) non significa fare la rivoluzione, ma semplicemente correggere una stortura dovuta al fatto che i redditi, in particolare dei più ricchi, non sono soggetti a cumulo.
Questo dipende dal fatto che soltanto l’imposta sui redditi da lavoro o da pensione è progressiva. Tutte le altre imposte sono proporzionali e ne trae vantaggio chi ha redditi soprattutto da capitale o da immobili.
Chi ha scritto la Costituzione aspirava a una società più giusta, nella quale le spese comuni venissero pagate da ciascuno secondo le proprie possibilità effettive. Oggi invece siamo arrivati al paradosso che i più ricchi sono coloro che meno contribuiscono al dovere inderogabile di solidarietà (art. 2 Costituzione).
È un’ingiustizia che dovrebbe sollevare scandalo e vergogna. Invece, ci si scandalizza se qualcuno ipotizza o propone un rimedio. Non è vero che siamo nell’era dell’informazione. Siamo in quella dell’ignoranza, della disinformazione e della falsità. Purtroppo, con il consenso di troppi.
Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay















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