10 Marzo 2018

La Chiesa nella contemporaneità fra dottrina e misericordia

Francesco Lavezzi

Tempo di lettura: 5 minuti

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Domenica 4 marzo la teologa Serena Noceti, ospite delle monache clarisse del monastero del Corpus Domini in città, ha parlato a preti e laici. ‘Quali desideri per quale Chiesa’ è stato il titolo della sua relazione e ad ascoltarla c’era anche l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Gian Carlo Perego.

Una teologa, donna, che parla anche a un vescovo, il quale ascolta e prende appunti senza scomporsi nemmeno su aperture come il diaconato al femminile, il sacerdozio alle donne e agli sposati.
Un’aria nuova è sembrata soffiare, in un monastero di monache, durante una riflessione teologica serena, rigorosa e lontana da irrigidimenti apologetici.
Desideri per una Chiesa che la teologa fiorentina ha elencato in una riflessione linearmente e solidamente ancorata alle traiettorie aperte dal Concilio Vaticano II, le quali trovano esplicita confluenza nel magistero e nello stile ecclesiale di papa Francesco.

Il giorno successivo, alla libreria Ibs-Libraccio, lo storico e teologo ferrarese Massimo Faggioli – che dal 2008 studia e insegna negli Stati Uniti – ha presentato il suo ultimo libro: ‘Cattolicesimo nazionalismo cosmopolitismo. Chiesa, società e politica dal Vaticano II a papa Francesco’.

Da un lato, la relazione di Serena Noceti ha sviluppato un itinerario ecclesiologico e pastorale coerentemente innervato sulla teologia del Vaticano II, per una Chiesa cattolica che si riabbevera alle sorgenti bibliche depurandosi da secolari incrostazioni di teologia scolastica e che riscopre la propria natura comunitaria e carismatica a partire dall’economia sacramentale. Una Chiesa che, proprio in questo tornante, volta pagina rispetto alla linea teologica che usualmente va dal concilio di Trento fino al XX secolo inoltrato. Teologia che ne ha plasmato la struttura e l’organizzazione fondamentalmente gerarchica e societaria, nella sua attenzione principalmente alla struttura e costantinianamente protesa a un difficile e problematico rapporto storico fra trono e altare, con lo sguardo essenzialmente rivolto alla riedificazione della societas perfecta mitizzata nella cristianità medievale, nella quale anche il potere secolare (questa almeno la pretesa) era legittimato da quello sacrale.
Dall’altro lato, il libro di Faggioli: sintesi di un ventennio di scavo storico e teologico che s’innesta, problematizzandola, sulla linearità della prospettiva conciliare.
Leggendo il contesto statunitense come paradigma odierno della Chiesa e del cattolicesimo occidentali, emerge che in realtà non c’è un’unica e condivisa narrativa del concilio Vaticano II, né del postconcilio.
In particolare, occorre fare storicamente i conti con un cattolicesimo che da decenni sta operando una regressione in senso identitario, oppositivo, neointransigente, che va da un’interpretazione in senso esclusivo (opposto a inclusivo) dei documenti del Vaticano II, fino a un loro esplicito rifiuto.
Il “problema americano di papa Francesco”, come lo chiama Faggioli, quello di un’identità religiosa che trova un terreno di sutura nel modello sociologico statunitense di “religione civile” (teorizzata da Robert Bellah), indicando appunto in una cultura un elemento privilegiato di identificazione, sono solo alcuni esempi. Qui sono puntuali i riferimenti ai due testi maggiormente citati del Vaticano II: ‘Gaudium et Spes’ e ‘Dignitatis Humanae’.

Se è vero che il mondo è diverso da quello degli anni Sessanta dei padri conciliari, è altrettanto vero che il Vaticano II è da intendersi come evento oltre che come corpus testuale. Dunque è anche come dinamica innescata che gli studiosi dicono di cogliere il concilio, laddove rivisita il rapporto non più fra la Chiesa ‘e’ ma la Chiesa ‘nella’ contemporaneità: come rapporto inclusivo, cioè, con la cultura intesa al plurale (le culture), senza più una relazione privilegiata (identificativa) con una di esse.
E così accade con il decreto sulla libertà religiosa, declinata sempre più come riconoscimento dei diritti di una religione che si identifica con un recinto culturale, a scapito delle altre.

Non c’è dubbio che fra i motivi epocali di questa accelerazione c’è lo spartiacque dell’11 settembre 2001, con tutta la portata drammatica di una religione che presenta anche il volto di cocaina dei popoli.
Un contesto globale, poi, di crisi di legittimazione dei sistemi democratici e di una politica ridotta a biopolitica (sessualità, aborto, i valori non negoziabili), distolta dall’attenzione sulla letale erosione di welfare e sistemi di protezione sociale. L’impotenza, cioè, della politica assediata da una globalizzazione ben descritta dal ‘paradigma tecnocratico’ di cui parla papa Bergoglio nella sua ‘Evangelii Gaudium’, che anziché tradursi nella nuova frontiera del benessere produce colossali inequità e la continuità di una “guerra mondiale combattuta a pezzi”.

E’ a partire da una visione storica decisamente più pessimista che nel postconcilio si fa strada una rilettura del Vaticano II, che trova spazio durante i pontificati di Giovanni Paolo II (l’accentuazione più muscolare e movimentista della Chiesa, come nel suo famoso discorso a Loreto nel 1984) e di Benedetto XVI (a una visione teologica e storica meno ottimista, la Chiesa sente di rispondere ribilanciando il rapporto fede-storia sul lato di una rigidità dottrinale, rigorosa, ortodossa, unitaria e perciò più riconoscibile).
Da qui l’esigenza di rileggere il Vaticano II all’insegna della continuità con la lunga tradizione del magistero, mettendo il silenziatore a ogni ermeneutica della discontinuità, del ‘balzo innanzi’, della novità, proprio perché rinunciare a una precisa e chiara visibilità e purezza identitaria, rischia di essere un atteggiamento ingenuamente disarmato e imprudente, rispetto a un mondo che avanza a larghe falcate con il passo della secolarizzazione.

Proprio l’eccesso di ottimismo è stato spesso imputato al Vaticano II, responsabile con la sua ansia di dialogo dell’indebolimento dottrinale della Chiesa e del rischio di irrilevanza della sua missione evangelizzatrice. In fondo è questo che fino a poco tempo fa intendeva Luigi Negri come vescovo di Ferrara, parlando del pericolo del dossettismo.
Di fatto, lungo questa traiettoria si sono innestate e stratificate – anche oltre le volontà dei due pontefici precedenti – tali ermeneutiche conciliari, postconciliari e anche anticonciliari. Narrazioni in senso conservatore ed ecclesialmente esclusive (meglio pochi ma buoni), riesumando un concetto di tradizione – anche al prezzo di evidenti forzature sul piano storico – nel segno di una imperturbabile continuità e sublimando l’autocoscienza di un cattolicesimo di minoranza nella società secolare da rilanciare in una nuova evangelizzazione, non senza forti accenti fondamentalisti (come scrivono Antonio Spadaro e Marcello Figueroa sul quaderno 4010/2017 de ‘La Civiltà Cattolica’) e da “culture war”.

Una sorta di agenda della Chiesa cattolica in un tempo di crisi delle democrazie (non più legittimate dall’alto e ora anche dal basso, con urne e cabine elettorali che si svuotano), cui si sommano i timori di una crisi della religione dai banchi sempre più vuoti.
Questo è il senso epocale di una sfida, innanzitutto dentro la Chiesa cattolica, di fronte alla quale occorrerà capire se il pontificato di Bergoglio, con la sua rivoluzione inclusiva della tenerezza e della misericordia, è destinato a essere una parentesi oppure l’impronta di un senso di marcia.



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L’autore

Francesco Lavezzi

Laurea in Scienze politiche all’Università di Bologna, insegna Sociologia della religione all’Istituto di scienze religiose di Ferrara. Giornalista pubblicista, attualmente lavora all’ufficio stampa della Provincia di Ferrara. Pubblicazioni recenti: “La partecipazione di mons. Natale Mosconi al Concilio Vaticano II” (Ferrara 2013) e “Pepito Sbazzeguti. Cronache semiserie dei nostri tempi” (Ferrara 2013).
Francesco Lavezzi

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