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Massimo Pedullà: un elettricista poeta nella difficile terra della Locride

“Frammenti e riflessi” è il titolo della pubblicazione che racchiude 68 componimenti, che sono eco di chissà quante e quali letture cercate e conquistate per dare forma, nella lingua che non ha potuto imparare a scuola, a un mondo di sensibilità, sentimenti e talento, che ha sentito di non poter tenere inespresso.

Dalle letture allo scrivere, per Massimo Pedullà, è come quel “grido in cerca di una bocca” che canta Giorgio Gaber nella canzone Il grido.

Prima ancora di scomodare il registro poetico ed estetico è il caso di soffermarsi su quello civile, per l’uso cercato, voluto e sudato della parola come via di “crescita e formazione”, come scrive Antonella Dieni, specie in una terra – la Locride – che troppo spesso fa parlare di sé.

È di questi giorni la notizia dell’operazione Eureka, la “più grande operazione mai realizzata contro la mafia calabrese in Europa”, ha scritto l’Ansa lo scorso 3 maggio.

Persone come Massimo Pedullà sono la testimonianza che è ancora possibile schierarsi dalla parte della parola, codice impotente e indifeso eppure capace, se diventa fiumara, di travolgere le radici della barbarie.
La sua poetica è come il canto di dolore di un uomo e la sua terra è metafora privilegiata e ricorrente per dare voce a un groviglio di ricordi, di sentimenti, di perché senza risposta.

È parola di una Calabria storia di miseria e fatiche, terra selvaggia e aspra, luogo di abbandoni, strappi e vuoti di tanti che, purtroppo, sono costretti ad andarsene. Borghi e contrade che si spopolano e anche scempio di “case e strade prima di pietre e poi in cemento e di nero bitume”, come scrive nella poesia Profumi e riflessioni.

Considerazione

La nostra è una costa illusoria,
avvinta da quell’aspro
che tanta magnificenza offusca;
un agrodolce che ti confonde,
sino ad oscurarti
i confini del giusto.
Soffro del tardo capir mio,
di tanto allontanamento;
non fu torpore,
bensì adattamento,
a quel qualcosa
che boccheggia nell’aria.

Dal suo scrivere affiorano i tratti di un’esistenza segnata dalla salita. Nel suo incessante domandarsi si chiede “Il perché di un padre alcolista” (Il perché delle cose), tema che ricorre nello “spettro dell’alcol e dalla miseria dell’uomo perso” (Julien a ferragosto), in relazione alla casa e al ricordo della madre: “In quel catoio (…) il volto di mia madre (…) che dentro alle tue mura tanto patisti, urla nel vuoto urlasti (…). Un’amara crescenza, la mia, in quell’umile casa (…) a quei tramonti sbiaditi e per te privi di colori e tutti uguali” (A mia Madre).

Ma la forza poetica di Massimo Pedullà ha la capacità di dilatare la sofferenza intima di un uomo in quella, quasi leopardiana, come scrive la Dieni, dell’uomo.

Un esempio è il suo ascolto delle cicale (La massa e il canto delle cicale): “In cerca dell’identità mia che non trovo; (…) forse è nel canto delle cicale (…) in quel pensare ciò che a loro ci accomuna. La fermezza in un punto, la precarietà e il cicalare”.
La precarietà, oltre alla sofferenza, accompagna questo viaggio interiore sulla condizione umana in un altro suo meditare sul paesaggio (Fragile forza).

Fragile forza

La radice del fico spacca
l’anima alla roccia viva;
basta la fragilità
della foglia dell’edera
per farlo appassire.

E poi l’immagine sontuosa delle querce in La quercia nel vento, sentinelle verdi che punteggiano il paesaggio calabro con esiti che sembrano sculture: “Guardiola d’infinita bellezza (…) tra aspre montagne e mare. Di forza radicata e ferma; come a voler fermare venti e tempeste”.

La quercia del vento

Quercia che sei e fosti
e di grandezza espandi,
su quell’altura, dove l’inverno
batte i tuoi rami svestiti,
e l’estate adombra
la tua stessa curva,
che sentiero è per la montagna.
Guardiola d’infinita bellezza,
quella sommità in cui t’affacci,
e punta Stilo e lo Zeffirio vedi;
colori nuovi bisognerebbe inventarsi,
talmente essi si fondono l’un con gli altri,
col mutar delle stagioni
e delle ore.
E ti par di volare,
tra quelle magnitudini celesti,
che in un attimo ammiri,
tra aspre montagne e mare.
Di forza radicata e ferma;
come a voler fermare venti
e tempeste.
Ti curvi, ti spogli, ma poi ti rivesti,
sotto quel sole che vedi spuntare;
ora pallido per poi infuocarsi,
per poi riposare.

Un paesaggio di cui Pedullà arriva a cogliere l’intima ambivalenza, tra mare e terra, in una tensione irrisolta tutta esistenziale: “La nostra è una costa illusoria, avvinta da quell’aspro che tanta magnificenza offusca; un agrodolce che ti confonde, sino ad oscurarti i confini del giusto”.

Forse c’entra la psicoanalisi, ma il fatto che Pedullà di mestiere faccia l’elettricista può essere non casuale, nel suo inesausto tentativo di portare la luce dove si stendono tante ombre, dentro e fuori, in quell’angolo della Locride che è Sant’Agata del Bianco.

Per questo, credo, meritino un rispettoso e grato inchino persone come Massimo Pedullà, come lo merita il giovane sindaco del Comune, Domenico Stranieri, laureato in filosofia e vicino alla seconda laurea in filologia su Saverio Strati, altro scrittore nato a Sant’Agata (1924-2014). Anche Stranieri, dal 2016 (anno della sua elezione), ce la sta mettendo tutta per portare un po’ di luce.

E lo meritano persone come Silvana Scarfone, figlia di un muratore di Sant’Agata che scriveva poesie e maestra per vent’anni nella scuola elementare di San Luca, cuore della Locride. Una scelta di vita per portare anche lei la luce dell’istruzione, dell’educazione e del bello, in una scuola intitolata allo scrittore Corrado Alvaro (1891-1956), che in Quasi una vita scrisse:

Dai greci i meridionali hanno preso il loro carattere di mitomani. E inventano favole sulla loro vita che in realtà è disadorna. A chi come me si occupa di dirne i mali e i bisogni, si fa l’accusa di rivelare le piaghe e le miserie, mentre il paesaggio, dicono, è così bello”.

Massimo Pedullà
Classe 1962, vive da sempre a Sant’Agata del Bianco, un borgo della Locride in provincia di Reggio Calabria di circa 500 anime che fa Comune.
Di mestiere fa l’elettricista ed è l’autore di una raccolta di poesie presentata da Antonella Dieni, pubblicata nel 2020 da De Paoli edizioni d’arte (Fiesole).

Per leggere gli articoli di Francesco Lavezzi su Periscopio [vedi qui]

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Francesco Lavezzi

Laurea in Scienze politiche all’Università di Bologna, insegna Sociologia della religione all’Istituto di scienze religiose di Ferrara. Giornalista pubblicista, attualmente lavora all’ufficio stampa della Provincia di Ferrara. Pubblicazioni recenti: “La partecipazione di mons. Natale Mosconi al Concilio Vaticano II” (Ferrara 2013) e “Pepito Sbazzeguti. Cronache semiserie dei nostri tempi” (Ferrara 2013).

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Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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