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Dura minga, dura no.

 

Non c’è molto da dire. Oppure tanto: perché l’avventura della maggioranza di Centrodestra è cominciata malissimo. Ed è continuata peggio. Le vicenda è talmente nota (“tutta la città ne parla”) che basta il nudo elenco dei fatti, senza commento.

Prima l’elezione alla Presidenza del Senato (sarebbe la Seconda carica dello Stato) di Ignazio Benito La Russa, senza i voti di Forza Italia (il Presidente La Russa si prende il primo vaffanculo da Berlusconi) e grazie a 19 voti dell’Opposizione. Di chi? Di Renzi, dei 5 Stelle, di qualche furbetto del Pd? Non lo sapremo mai, le ipotesi si sprecano, ma chi se ne frega. Sappiamo come faide e divisioni nelle forze dell’Opposizione non siano meno gravi di quelle nella Maggioranza.

Poi l’elezione alla Presidenza della Camera del vice di Salvini e conclamato omofobo Lorenzo Fontana. (Finalmente Salvini si calma e canta vittoria) (ma il Cavaliere è imbufalito: niente, Giorgia non gli fa neanche ministro la Ronzulli) (la Meloni dimentica il fair play e risponde a muso duro al Cavaliere: “Non sono ricattabile”).

Terzo atto, ancora da scrivere, il nuovo governo. Ce l’hanno ripetuto fino a sfondarci le orecchie:Sarà Un governo che durerà 5 anni”Poteva essere l’unico primato che riusciva a  intestarsi la Destra al potere (dal 1948 ad oggi si contano la bellezza di 67 governi, nessuno è durato per un’intera legislatura) ma, ed in politica è un dato matematico: “il buongiorno si vede dal mattino”. Il primo Governo Meloni  durerà come o meno degli altri. Non serve l’analisi di  un meteorologo politico, basta la previsione di un milanese qualunque: Dura minga, dura no.

Intanto però il governo bisogna farlo. Giorgia Meloni è impegnatissima – così ci dicono le cronache – ma il parto sembra ancora lontano. Tra i partiti e dentro ai partiti della Coalizione si registra un crescente ‘nervosismo’, un eufemismo da tradurre ‘lotta al coltello’.

Per esempio. Salvini è furioso con Giorgia che ha rubato alla Lega due terzi dei voti.  Berlusconi è furioso con Giorgia perché non da spazio ai suoi ministri. I leghisti del Nordest sono furiosi con Salvini e pensano a come defenestrarlo. I forzisti scalpitano e aspettano il prossimo ricovero al San Raffaele di un patriarca barcollante e fuori controllo: perfino il vecchio ‘democristiano di razza’ Cirino Pomicino ha consigliato al Cavaliere un urgente pensionamento.

“Non sono ricattabile”, dice Giorgia, che vuol dire il contrario, Giorgia Meloni è sotto ricatto.
Adesso, che deve quadrare la squadra di Governo.
E ancora, e di più, quando il nuovo governo si insedierà.

Non sappiamo cosa farà e cosa non farà il primo governo della Destra. Temo farà sfracelli dei nostri diritti. Dei diritti degli immigrati, dei richiedenti asilo, dei bambini stranieri sul suolo italiano. Dei diritti dei più deboli, dei più poveri, delle donne, degli operai, dei non vaccinati licenziati, di chi si ribella alle Grandi Opere o alle nuove colate di cemento. I prossimi, saranno tempi duri per i diritti di tutti, già ampiamente attaccati e limitati dai governi precedenti.

Per il resto, da Giorgia Meloni e dai suoi rissosi compagni non mi aspetto grandi novità.

La strada tracciata da Mario Draghi – padronale, guerrafondaia, atlantista – è stata più volte apprezzata dalla prossima Presidente del Consiglio. La seguirà.
Nessuna novità per l’ambiente: del resto peggio di così…
Ancora Grandi Opere e grandi affari.
Ancora più povertà: nessuna traccia della misericordia che un vecchio Papa continua a invocare.
Ancora guerra e armi da piazzare ad amici e nemici.
Ancora guerra ai pacifisti, agli ecologisti, ai dissenzienti, ai ribelli che non si adeguano.

Insomma, il nuovo governo sarà abbastanza uguale al penultimo. Purtroppo.

Abbiamo un’unica fortuna: Dura minga, dura no.

LA GIUSTIZIA È PER L’ALTRO
Enzo Bianchi al Festival della Filosofia

18 settembre. Sassuolo, Piazzale della Rosa ore 18
Enzo Bianchi inizia la sua lezione magistrale al Festival della Filosofia edizione 2022

Sembra non essere cambiato nulla
La voce è la stessa
Inconfondibile
Profonda
Profetica
Lievemente roca, tagliente .
Le sue parole,  come se passassero su una lama arrotata,
colpiscono profondamente l’orecchio e il cuore di chi ascolta.
La piazza segue in silenzio tutti i passaggi della relazione sul tema assegnato dagli organizzatori a Enzo: “Misericordia: pratiche di giustizia e di perdono”.
Nessuna introduzione, nessun cenno agli avvenimenti che a partire dal maggio del 2020 hanno sconvolto la sua storia personale, da quando cioè quel decreto singolare del Vaticano, approvato in forma specifica dal Pontefice, ha chiesto l’allontanamento a tempo indeterminato della comunità di Bose da lui fondata.

Enzo Bianchi al Festival della Filosofia, 18 settembre 2022 Enzo Bianchi al Festival della Filosofia, 18 settembre 2022 Enzo Bianchi al Festival della Filosofia, 18 settembre 2022

Sono emozionato.
Vedere tutta quella gente stretta ancora una volta ad ascoltarlo è la testimonianza concreta e visibile del grande significato che continua ad avere la figura di Enzo Bianchi per la fede personale di moltissime persone.
Enzo parla di Misericordia e Perdono abbattendo come sempre luoghi comuni, scuotendo coscienze addormentate di laici e credenti
“Il perdono deve entrare nelle Istituzioni, nella legislazione!” dice con fermezza.
E ancora:
“Se la giustizia  non trascende quella di scribi e farisei non entrerete nel regno dei cieli.”
Ma attenzione.
Enzo non aderisce alla macchietta con cui vengono dipinti scribi e farisei in molti pulpiti domenicali.
“Scribi e farisei sono studiosi della Legge, osservanti in buona fede della Legge!
La giustizia non deve essere bendata, ma deve guardare alle situazioni.”
Il pensiero di Bianchi, uomo di fede, ricalca con forza quello laico dei relatori che lo hanno preceduto, il giurista Luciano Eusebi  e il filosofo Umberto Curi.
Emblematico il commento ad un brano scandaloso delle Scritture , quello del padrone della vigna che dà la stessa paga a tutti gli operai,  anche  a quelli dell’ultima ora!
“Vogliamo davvero non dare la paga a tutti? Forse che anche quegli operai che rispetto agli altri hanno lavorato meno , non hanno una famiglia a cui provvedere? Non devono mangiare?
Il pensiero evangelico si posiziona attraverso questi racconti,apparentemente paradossali , potentemente contro ogni logica meritocratica, stando a fianco a chi da solo non gliela fa!”
Emerge parola dopo parola nella relazione di Enzo un concetto di Giustizia non astratta e generale , ma che sa guardare in faccia alle persone, che sa distinguere caso per caso, una concezione che oggi più  che mai scandalizza, ma che fa felice coloro che non hanno nulla.

E poi Enzo richiama alla memoria un brano evangelico particolarmente interessante.
“Una paginetta  – dice lui – che ha vagato  fino al sesto secolo, che non è stata subito accolta tra i rotoli riconosciuti dalla Chiesa come ufficiali e che solo dopo molto tempo ha trovato collocazione nel capitolo 8 del vangelo di Giovanni”.
Si tratta della pagina dell’adultera.
Secondo la legge ebraica l’ adulterio rientra nei peccati più gravi e quindi meritevole di una pena tremenda, la lapidazione.
Le osservazioni di Bianchi fanno pensare:
“Alle parole di Gesù  del ‘chi è senza peccato’,  tutti se ne vanno.
Restano Gesù e la donna.
Secondo i canoni morali attuali oggi si direbbe:
Donna sai cosa hai fatto?
Hai capito che hai compiuto una atto gravissimo ?
Sei pentita?
Gesù  invece non dà condizioni, non prescrive penitenze : va’ in pace, dice, è non peccare più!
Va’ in pace!
Questa pagina imbarazza tanto che la Chiesa di Oriente ancora nel 1000 non la considerava vangelo!
Perché la Chiesa, composta da uomini,  non è esente da pratiche contrarie alla giustizia!
Anche nella Chiesa di oggi si calpesta il diritto al buon nome … il diritto alla difesa, non riconosciuto come ai tempi dell’Inquisizione…” .
Le parole di Enzo arrivano scevre da ogni acredine, da ogni intento polemico, sono quelle di una persona addolorata ma serena , di una persona che ha vissuto sulla propria pelle in modo consapevole
le contraddizioni di una giustizia lontana dalla misericordia.

Non posso non pensare ai  fatti che come un uragano hanno travolto la figura di Bianchi, cambiato la sua vita a quasi ottanta anni, e destato incredulità e sconcerto  in tantissimi suoi amici e simpatizzanti
Ripenso alla dubbia utilità  del commissariamento da parte di padre Amedeo Cencini, delegato pontificio e psicoterapeuta canossiano, all’ulteriore divisione nella Comunità di Bose seguita al provvedimento di autorità vaticana, il clima di tensione crescente conseguenza di sentenze mai spiegate in modo chiaro neppure agli interessati, al conflitto sicuramente così non sanato tra Luciano Manicardi, successore di Bianchi nel priorato di Bose, e il fondatore stesso Bianchi, fino alla fuoriuscita da Bose di 37 fratelli e sorelle e ad un grande numero di ospiti che da allora non hanno  più frequentato la comunità!

“E’ quella della misericordia una realtà che tocca tutti.continua Bianchi – Nella nostra vita abbiamo conosciuto se va bene la calunnia, se va male il tradimento .
Quindi tutti abbiamo occasione di Misericordia.
Il perdono è un cammino lungo, ricco di regressioni, immagini di sofferenza che ritornano alla mente e che possono allontanarci da una remissione.
Non è facile per nessuno.
Io guardo a Cristo.
Cristo sulla croce non ha detto a quelli che lo stavano torturando ‘Io ti perdono’, ma ha detto: ‘ Padre perdonali tu! Io non ce la faccio!’.

Conclude Bianchi con un ricordo emblematico sulla difficoltà di questo cammino, un ricordo legato al periodo di studi a Gerusalemme.
“Sono stato a Gerusalemme alla scuola del grande rabbino David Flusser.
A lezione diceva  sul perdono dei nemici voluto da Gesù  che gli ebrei non ce la faranno mai, se c’è qualcuno che ci riesce è uno che fa i miracoli come lui!!”.

Un lungo applauso accompagna le parole di ringraziamento finale di Bianchi a chi è venuto ad ascoltarlo, a portargli vicinanza, sostegno al suo lungo cammino di ricerca sull’ecumenismo, sull’impossibile  realtà della misericordia, che va oltre le contrapposizioni,  le incomprensioni, per chi  non vuole stare da una parte contro l’altra, ma sempre a fianco di ogni uomo.

Nota: le foto nel testo sono di Roberto Paltrinieri

PRESTO DI MATTINA
Poesia come profezia

«Ogni giorno lascia in eredità al successivo un sole morente
e ogni notte ne piange un’altra.
Un’estate dopo l’altra viene raccolta insieme alle foglie cadute
e del suo dolore canta il mondo…
Ogni giorno offre al successivo un sole ardente,
una notte dopo l’altra riversa stelle,
sulle labbra di pochi solitari si ferma una poesia:
per sette vie ci dividiamo e per una sola facciamo ritorno»
(Avraham Ben Yitzhak, Poesie, con un saggio di Lea Goldberg, Portatori d’acqua, Pesaro 2018, 61).

Il contare i giorni e le notti, sia quando sono spenti oppure ardenti, sia quando destinano mortificazione o per contro vivificano, il fatto di narrarli gli uni agli altri genera discernimento comunitario, sapienza e poesia insieme dentro il cuore.

Così è del discernimento: trame che si fanno e disfano per ritessersi di nuovo, fili sparpagliati che trovano l’intreccio, un filo che imbocca una cruna d’ago. Dopo la molteplicità del differenziarsi e del diversificarsi, ecco segue il convergere nella consonanza di un pensiero, nella decisione di un comune orientarsi ed agire consonante: “per sette vie ci dividiamo e per una facciamo ritorno”.

Avraham Ben Yitzhak [Qui] considerava «la poesia come fondamento della realtà», e la lingua ebraica come il mezzo per quel difficile e silenzioso esercizio che è ascoltare, per tutti, le fondamenta del mondo.

«Nella grande disperazione in cui visse per numerosi anni della sua vita, non credeva che molte orecchie umane fossero ancora in grado di prestare ascolto a quel fondamento» (Lea Goldberg, ivi, 93) e così alla scrittura poetica riconosceva il compito esistenziale di cogliere e narrare le radici stesse del reale. Per questo egli visse in modo poetico.

Elias Canetti [Qui] lo chiama il “Dottor Sonne”/Sole; un’ampia parte dell’autobiografia, la terza parte è dedicata a lui (Il gioco degli occhi, Adelphi, Milano, 1985, 107-192). Ciò che lo affascinava di lui era la sobrietà e al tempo stesso la sua energia, una personalità schiva, ma carismatica:

«Sonne non parlava mai di sé. Non diceva mai niente in prima persona. Ma anche nel rivolgerti la parola non usava la forma diretta. Tutto era detto in terza persona e così collocato a una certa distanza… Le parole di Sonne non abolivano, non liquidavano nulla; anzi il tema era più interessante di prima, era riordinato e illuminato. Egli apriva in te interi territori là dove prima c’erano soltanto punti oscuri, che erano pur sempre punti di domanda… Aveva riguardo verso tutto ciò che gli fosse vicino, senza però che qualcosa gli sfuggisse. Se non sprecava mai una parola sulle persone che di giorno in giorno stavano intorno a noi, era una forma di tatto. Il suo rispetto per i limiti altrui era assoluto. Era il suo Ahimsa, come io lo chiamavo usando la parola indiana che indica il rispetto per ogni forma di vita», (ivi, 125; 129; 130).

Avraham Ben Yitzhak introdusse nella sua poesia la meraviglia di fronte alla natura, unita ad una conoscenza quasi enciclopedica della scienza botanica. Teneva insieme entrambe per un migliore discernimento del reale. Questo recupero dello stupore dinanzi al naturale – contemplazione proibita da alcune Massime dei Rabbi, perché distoglieva dallo studio del testo sacro – aprì una breccia, un traboccamento nella sua coscienza e nella tradizione stessa.

La poesia è profezia; è dono imprevedibile e sorprendente, vede oltre ogni nostro vedere. Narra l’esistenza di un segreto, di un canto nel silenzio, di radici nei loro nascondigli, del cuore del reale che si rivela celandosi nell’ombra.

Lo conosci solo dal rumoreggiar dell’arborea marina: strepitar di bosco; dal battito insieme del tuo con il cuore della terra; dal continuare a scorrere della linfa della vita, sottotraccia, rivoli carsici sotto una crosta di ghiaccio:

«I monti che si congiungono intorno alla mia città / custodiscono un segreto nei loro boschi; /… sopra il quale rumoreggia un mare di alberi / e in quell’ombroso nascondiglio è nascosto il segreto. / Insieme al cuore della terra, / pulsa in me il cuore; / e scorre assieme ai rivoli / che fluiscono sotto la crosta ghiacciata; /… Tuona e strepita il bosco e dolce è il suo canto nel silenzio dell’angolo che ti è caro», (Poesie, 35; 33; 45).

Come la poesia trabocca dalla realtà – eccedenza del reale che ne attesta il mistero delle radici – e come dalle narrazioni condivise tracima alla fine il discernimento comunitario, così da questo affiorare ed esondare insieme può scaturire lo stupore della profezia, il dono di una parola altra che, illuminando, fa agire e avvia una conversione trasformatrice.

Ritroviamo qui le tre fasi del processo della sinodalità: quella narrativa, quella sapienziale del discernere insieme e quella profetica. Un giudizio di parole e azioni che libera e ristabilisce alleanze, che fa agire in contesti mutati, che orienta a prendere decisioni su nuovi percorsi, stili e pratiche di vita ecclesiale.

L’esperienza profetica è l’esperienza del traboccare della Parola e dell’azione di Dio mentre si cammina insieme con lo Spirito del Cristo Risorto.

«È proprio del Cuore di Dio traboccare di misericordia», ci ricorda papa Francesco. In esso si narra il segreto della sua itineranza nel mondo, il suo venire nella storia e presso di noi. Da questo traboccamento – come lo sgorgare di nuovo delle acque battesimali – scaturisce l’iniziazione cristiana, e pure un cammino e un processo di progressiva maturazione, che coinvolge non già la singola persona, ma la chiesa e la società stessa e l’ambiente circostante.

L’espressione «traboccare mentre si è in cammino» l’ho mutuata leggendo un articolo di Diego Fares, Il cuore di “Querida Amazonia”, l’esortazione apostolica di Papa Francesco successiva al sinodo sull’Amazzonia. Qui l’immagine del camminare travalicando è vista «come simbolo del traboccamento di Dio nella creazione».

Nel testo in spagnolo la parola desborde e il verbo desbordar compaiono cinque volte e sono tradotte con ‘debordare’, ‘sovrabbondare’, ‘oltrepassare’, ‘traboccare’. Scrive Fares: «Nei grandi problemi, come quello che l’umanità si trova ad affrontare in Amazzonia, “la via d’uscita si trova per ‘traboccamento’ (la salida se encuentra por desborde)” (QA 105), afferma papa Francesco. E aggiunge che, per poter riconoscere il “dono più grande che Dio sta offrendo”, bisogna “ampliare orizzonti al di là dei conflitti” e trascendere le dialettiche che limitano la visione. Non basta disciplinare la vita, la si deve aprire a Dio, la cui presenza è sempre maggiore, “traboccante”…

Nel Sinodo, mentre parlava del traboccamento della misericordia di Dio, egli ha detto: “È un traboccamento che suor Miranda ha espresso con una parola che mi ha colpito molto: il traboccamento dell’itineranza. Soltanto chi è in cammino è capace di traboccarsi”. E nell’Esortazione ha dato voce alle poetesse e ai poeti amazzonici che parlano del fiume che straripa: “Nasce ad ogni istante. Discende lenta, sinuosa luce, per crescere nella terra. Scacciando il verde, inventa il suo corso e cresce” (QA 45)», (La Civiltà Cattolica, Quaderno 4074 [Qui],2020, 532-546).

Ho pensato che traboccare non è solo delle acque ma di tutte le sementi, anche se il loro spuntare dalla terra è lento, pacifico, silenzioso – ma non senza travaglio – tanto da dirsi: “una foresta quando cresce non fa rumore”. Tuttavia si vedono a volte nei documentari scientifici le immagini scorrere accelerate, così da mostrare in pochi secondi il seme che nasce, cresce e giunge a maturazione; un esondante florilegio di bellezza che stupisce e rapisce dentro, e t’invoglia alla sequela.

Come la terra ‘la campana del tempio tace il suono trabocca dai fiori’: con questo haiku, che mi è familiare, continuo a narrare del Sinodo del 1992.

Ha lasciato in me la coscienza del seminatore, quella di colui che vede la primavera anche d’inverno e fa credito alla terra anche se non vede i segni e il frutto del suo lavoro. Quell’esperienza ha pure ridestato in me una più viva consapevolezza del mistero della Chiesa come mistero di gratuità ospitale e laboriosità silente.

Scrivevo ad un amico diacono a quindici anni dall’evento sinodale: «credo che a noi sia chiesto di seminare, non di raccogliere; seminare ciò che nella nostra esperienza di fede ed ecclesiale, sentiamo più vivo e irresistibile, incontenibile, fede personale e vita ecclesiale dovrebbero andare sempre insieme; discepolato e comunità in Marco sono profondamente uniti non c’è mai uno senza l’altro».

Primavera nel cuore dell’inverno.

Ricordo un testo di Mario Rigoni Stern [Qui], Stagioni (Einaudi Torino 2008) che accende ancora la mia immaginazione: «Sul finire dell’inverno, a marzo, quando invece di giorno la neve si ammolla e di notte gela, sì da fare corazza e portare il passo senza sprofondare, il bosco che preannuncia la primavera diventa odoroso, bello e favoloso. Cammini alla sommità degli alberi giovani e ti trovi a guardare gli apici all’altezza degli occhi, come un uccello o uno scoiattolo. Già le gemme si gonfiano; sotto gli alberi più alti e folti la neve già si è sciolta perché loro accolgono e trattengono il calore del sole…

Sensi e fantasia ti aiutano a scoprire la primavera del bosco, che è misteriosa, segreta, viva. Erano le allodole le prime creature a indicare il cambiamento di stagione, ossia la fine dell’inverno. Le prime allodole arrivavano quando il sole nella sua risalita rendeva libere dalla neve le rive esposte a sud. Un mattino sentivi un brivido percorrere le membra, vedevi uno svolare sopra la proda e dopo, il trillo gioioso dell’allodola mattiniera. Era un attimo di felicità. Ma da dove arrivava questo intenso sentimento? Da quale remotissima mattina del mondo? Era bello quel giorno, era bella tutta la terra, era buona la gente», (ivi, 17; 23).

L’ospitalità all’altro, e quella che si riceve dagli altri, trabocca anche solo al ricordo di quell’aver camminato insieme. L’Ospitalità è simile alle briciole di pane lasciate sulla neve per i pettirossi; quando vengono raccolte e mangiate, scompaiono alla vista. L’unico segno, che anche in te rimane, è sentire che la gioia del vangelo e il pane del fratello, anche se duro a volte, ti ha nutrito, fatto crescere per averlo ospitato presso di te.

La ricezione di un Sinodo è dunque un processo vitale nella forma di una ospitalità reciproca, che si prolunga nel tempo e richiede ogni volta di essere rigiocata nelle relazioni e negli eventi della vita, oltre il suo evento. Essa implica uno spirituale, permanente legame allo spirito profetico del sinodo anche quando questo si è concluso.

Questo permanere nel solco tracciato della tradizione, alimentandosi ad essa e poi nutrire altri narrando, è segno di una libertà che non resta passiva di fronte a ciò che ha ricevuto; non si ripiega nostalgica nel passato e non nasconde il talento come nella parabola, ma lo fa fruttificare. È nel rigioco che si prende parte attiva alla ricezione sinodale; è nel trasmetterlo agli altri che lo si fa traboccare.

Se mi si chiedesse “ciò che è vivo e ciò che è morto” del Sinodo oggi, risponderei con le stesse parole di quel tessitore di ecumenismo e teologo che è stato don Luigi Sartori [Qui], quando gli ponevano la stessa domanda in riferimento al Concilio:

«Quando mi si chiede ciò che è vivo e ciò che è morto del Concilio io devo intendere la vita e la morte in senso profondo: per me il morire non è un passare, ma un entrare in una vita nuova. Quindi per ciò che è morto del Concilio io intendo ciò che è passato nella vita, ciò che gioiosamente è finito del Concilio, perché ha potuto e ha dovuto entrare nelle coscienze e nella vita. Quindi il morire non è un lasciar cadere nel passato perché venga sepolto, ma un entrare nel presente e nel futuro perché abbia a sopravvivere».

Ciò che è vivo ancora del Sinodo in me, come per il Concilio, è ciò che ancora non si è attuato, che non è divenuto carne, sangue nella nostra chiesa, e che dunque necessita di essere rilanciato.

Immediatamente il pensiero va alle tre chiese, ciascuna raccolta nell’altra del IV capitolo n. 61 del libro del Sinodo: “Chiesa e testimonianza della carità”: «Non solo una Chiesa per i poveri, ma una Chiesa dei poveri. Non basta il servizio a favore degli strati più svantaggiati della popolazione. Chiesa dei poveri, è luogo di vita con i poveri, dove essi hanno voce, ritrovano in Cristo la strada della loro liberazione umana e cristiana, e si fanno promotori di una trasformazione dell’intera società, per renderla più autenticamente a misura di uomo. Tutto questo comporta, da parte di ciascuno, la scelta, e la concreta e coerente testimonianza, di uno stile di vita più povero, contrassegnato dalla condivisione e dalla circolazione dei beni: una Chiesa povera».

Tutto ciò mi fa pensare ai nostri centri di ascolto, i CdA parrocchiali e delle unità pastorali, che dovrebbero camminare insieme e confrontarsi nel cono di luce di questo testo sinodale. E un altro passo necessario sarebbe quello di una maggiore interazione tra questi centri di ascolto e le stesse persone delle comunità, che non deleghino ai primi l’appassionarsi ai poveri, vicari di Cristo, affinché ogni battezzato diventi occhio, orecchie, mani e piedi, pensiero e cuore del CdA.

L’importanza vitale infine per una consonanza ancora maggiore a servizio dei poveri è tenere insieme azione liturgica e agire solidale, il pane spezzato sulla mensa eucaristica e quello lungo la via: una “pericoresi” – passatemi il termine di teologia trinitaria – un movimento circolare, un ruotarsi verso l’altro e guardarsi in volto in ascolto o rivolgendosi la parola andando e venendo dall’una all’altra mensa.

“Percorsi” è il modo di essere uniti nella relazione delle persone in Dio, il donarsi l’un l’altro, il reciproco appartenersi del Padre e del Figlio nello Spirito un amore che resta aperto, traboccante verso tutti.

Così anche papa Francesco rigioca nell’oggi ciò che era rimasto in embrione al Vaticano II. Egli sta facendo emergere dalle acque ancora sotterranee, scaturite al concilio dal terreno carsico della chiesa, tutte quelle realtà e questioni appena accennate o ancora in statu nascendi nella difficile ricezione post-conciliare degli ultimi 60 anni.

Ha fatto traboccare nel grande fiume della grande chiesa le acque dei fiumi nati dal vissuto delle chiese sorelle dell’America latina, ponendo così la profezia, la sinodalità, i poveri e il martirio di quelle stesse chiese come un dono per tutti.

L’avvio del Sinodo fu per me un inizio faticoso e sfiduciato. Che ho raccontato altrove. Che cosa mi cambiò allora? In quel contesto fu determinante per me la pratica comunitaria, sia nella commissione sulla Parola di Dio, sia nei consigli pastorali e nelle otto assemblee cittadine: un traboccare vicendevole.

La svolta venne, come per Pietro il pescatore quel giorno sul lago. Fu, quella volta, nel gesto del pescatore che prende il largo, anche per me un sì, l’accadere di un nuovo inizio, una nuova partenza che avviò con il sinodo un cammino di riscoperta della comunione ecclesiale. Sì, fu la fede, come allora, sulla sua Parola; fede che si gioca e rigioca nella relazione all’altro, aprendo spiragli di luce nella fede d’altri.

Le Beatitudini sono come il canto delle allodole nel bosco degli urogalli di Rigoni Stern. Esse come le beatitudini sono amiche della luce, portano la luce nell’oscurità. Anche quella sera in cui san Francesco passò dal mondo a Cristo, si posarono sul tetto della casa e a lungo cantarono, roteando attorno: gioia e pianto insieme, così le beatitudini che sono la gioia del Cristo e il pianto dei poveri, insieme trabocchino in noi mentre siamo in cammino.

E ciò che era all’inizio di questo scritto si riversa pure alla fine nelle parole poetiche di Avraham Ben Yitzhak: le sue beatitudini; una si getta nell’altra e traboccano insieme in quella successiva e si fanno pure cammino in chi le legge, le ascolta e pratica.

Una la sento di grande forza per me: quella del seminatore che non cessa mai di seminare ma proprio per questo andrà oltre ogni confine esistenziale a portare la Parola, di solco in solco, scendendo come il seme in esso e tracimando poi in un altro solco: «Beati coloro che seminano e non mietono poiché vagheranno più lontano».

Beati coloro che seminano e non mietono poiché vagheranno più lontano.
Beati i generosi la cui splendida giovinezza aumentò la luce dei giorni
e la loro prodigalità
e si spogliarono dei propri ornamenti – sui crocevia.
Beati i fieri la cui fierezza oltrepassò i confini della loro anima
e diventò come l’umiltà del biancore
dopo il levarsi dell’arcobaleno in mezzo alle nuvole.
Beati quelli che sanno che il loro cuore griderà dal deserto
e sulle loro labbra fiorirà il silenzio.
Beati loro perché saranno raccolti nel cuore del mondo
coperti dal manto dell’oblio
e la parte loro riservata sarà il tamìt* senza parole.
(Poesie, 85)

*[il sacrificio quotidiano al tempio], .

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Francesco, “pastore degli sguardi”

 

Cerco il tuo felice volto,
Ed i miei occhi in me null’altro vedano
(Ungaretti, Vita d’uomo, 206).

A questo ermetico verso, che ci ricorda come il linguaggio degli occhi sia il più istantaneo, ‘primordiale’, nel riflettere l’altro e il suo mistero, è sembrato a me fargli eco un’espressione non meno ermetica e profonda, «Nei tuoi occhi è la mia parola», di quel “pastore degli sguardi” che è papa Francesco, specie quando sollecita la chiesa ad essere capace di tessere sguardi di attenzione, di prossimità e tenerezza. Egli infatti è convinto che «lo sguardo di Gesù ridoni dignità ad ogni sguardo. Gesù li aveva guardati e quello sguardo su di loro è stato come un “soffio sulla brace”; hanno sentito che c’era “fuoco dentro” e hanno anche sperimentato che Gesù li faceva salire, li innalzava, li riportava alla dignità», (Santa Marta, 21/09/2013).

E lo sguardo d’altri poi.

Dai loro occhi silenziosi scaturiscono parole nuove, vere. Un incontro di sguardi che fa rinascere le nostre parole logore; che feconda le nostre parole sterili, ripetitive, senza gioia, rendendole parole di affezione, prossimità e condivisione: e dunque credibili per annunciare la gioia del vangelo. Lo stesso che si cela nello sguardo altrui: un vangelo nascosto dentro la vita degli altri, come un tesoro nascosto una perla preziosa, dal quale occorre lasciarsi evangelizzare.

Uno sguardo evangelico lo riconosci subito. Non è uno sguardo anonimo: vive in relazione all’altro, da persona a persona, tramite sguardi di reciprocità, che si voltano quando chiamati per nome. Da loro passa la grazia e il mistero della Parola e delle parole nostre, quelle capaci di generare. Non per caso Nei tuoi occhi è la mia parola è il titolo di un libro che raccoglie le omelie di Bergoglio quando era vescovo a Buenos Aires. Ed esprime l’attenzione di papa Francesco a cercare negli occhi dell’altro le parole da rivolgergli, affinché esse ne riflettano la realtà e non già l’idea che abbiamo di lui. Più grande dell’idea che abbiamo di lui, infatti, è la realtà che parla attraverso i suoi occhi.

Questo sguardo inclusivo, che alimenta e trattiene la presenza dell’altro dentro di noi, è capace di generare parole così autentiche da diventare ‘preghiera di intercessione‘. Tanto che, anche quando non hai più l’altro davanti agli occhi, o perché egli e lontano, o perchè non lo vedi da tanto tempo, quelle parole ne ricordano la presenza accanto a te. Quando chiudi gli occhi nella preghiera, come se chiudessi, evangelicamente, la porta della tua stanza, si apre uno sguardo interiore, che continua a vedere i luoghi, i volti, gli sguardi; a sentire le parole di coloro che hai incontrato nel tempo e nello spazio. E proprio lì non si è più soli, ma vi è anche il Padre tuo che vede nel segreto ed ascolta. L’intercessione, in tutte le sue molteplici forme ed espressioni, situa te e gli altri nella sorgente della preghiera di Gesù al Padre – nei tuoi occhi di Padre le parole mie – e quelle ascoltate fermandosi con le persone incontrate lungo la via.

Durante la discussione sul documento finale di Aparecida alcuni vescovi volevano inserire all’inizio del primo capitolo l’espressione “con uno sguardo crudo sulla realtà”. Fu invece approvata la mozione di Bergoglio che sottolineava la dimensione contemplativa del discepolo missionario di fronte al mondo. Quello che non affronta in modo anonimo la realtà, che si affida a uno sguardo generalizzato privo d’anima e di relazionalità con i volti e persone reali e situazioni concrete, ma ascolta  nel profondo le narrazioni delle storie di ciascuno.

Lo sguardo della fede è sguardo in relazione, che nasce dalla contemplazione. Cresce ogni volta contemplando la Parola e praticandola nell’intreccio, o meglio nell’abbraccio con le parole altrui. Contemplativa e poetica insieme, la parola della fede si origina negli occhi del vangelo e si incarna nelle parole e negli sguardi della gente per poter “vedere”, “discernere” ed “agire” nella realtà, nella storia, aprendo strade per la condivisione dell’annuncio.

«Lo sguardo che voglio condividere con voi è quello di un pastore che cerca di approfondire la propria esperienza di credente, di uomo che crede che “Dio vive nella propria città”. Perché lo sguardo di fede scopre e crea la città. Le immagini del Vangelo che più mi piacciono sono quelle che mostrano ciò che Gesù suscita nella gente quando la incontra per la strada. Lo sguardo della fede ci porta ad uscire ogni giorno e sempre di più all’incontro del prossimo che vive nella città. Ci porta ad uscire all’incontro, perché questo sguardo si alimenta nella vicinanza. Non tollera la distanza, perché sente che la distanza sfuma ciò che desidera vedere; e la fede vuole vedere per servire e amare, non per constatare o dominare. Uscendo per strada, la fede limita l’avidità dello sguardo dominatore e aiuta ogni prossimo concreto, al quale guarda con desiderio di servire, a focalizzare meglio il suo “oggetto proprio e amato”, che è Gesù Cristo fatto carne».

Lo sguardo della fede che spera «non discrimina né relativizza perché è misericordioso. La misericordia crea la maggiore vicinanza, che è quella dei volti e, poiché vuole davvero aiutare, cerca la verità che più fa male – quella del peccato – ma per incontrare il vero rimedio. Questo sguardo è personale e comunitario. Si traduce in agenda, segna tempi più lenti di quelli delle cose (avvicinarsi ad un ammalato richiede tempo) e genera strutture accoglienti e non repulsive, cosa che esige anch’essa del tempo».

Lo sguardo della fede che ama «non discrimina né relativizza perché è sguardo d’amicizia. Gli amici si accettano così come sono e gli si dice la verità. È anche questo uno sguardo comunitario. Porta ad accompagnare, a riunire, ad essere qualcuno in più al fianco degli altri cittadini. Questo sguardo è la base dell’amicizia sociale, del rispetto delle differenze, non solo economiche, ma anche ideologiche. È anche la base di tutto il lavoro del volontariato. Non si può aiutare chi è escluso se non si creano comunità inclusive. Lo sguardo dell’amore non discrimina né relativizza perché è creativo», (Incornare Dio nella città, Omelia, 2011).

Papa Francesco riprenderà questo tema anche nell’Esortazione Evangelii gaudium del 2013: «In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario, per rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale».

“Arte dell’accompagnamento”, la chiama Francesco nello stile di Mosè che si toglie i sandali di fronte a quel roveto ardente, che è ogni persona. Uno sguardo, dunque, «rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo che sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana», (EG 169).

Così Francesco riconosce ammirato come innumerevoli siano le risorse offerte dal Signore e i carismi suscitati dallo Spirito, per dialogare con il suo popolo e renderlo partecipe della missione e del Regno: «Credo che il segreto si nasconda in quello sguardo di Gesù verso il popolo, al di là delle sue debolezze e cadute: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32); Gesù predica con quello spirito. Benedice ricolmo di gioia nello Spirito il Padre che attrae i piccoli. Il Signore si compiace veramente nel dialogare con il suo popolo e il predicatore deve far percepire questo piacere del Signore alla sua gente» (EG 141).

A una chiesa in stile sinodale e in riforma missionaria Francesco chiede anzitutto una “conversione dello sguardo”, capace dire sì alla realtà e riconoscerla come più importante dell’idea. Sì al tempo come superiore allo spazio. Sì all’unità che non si rassegna alle divisioni, ma cerca vie per ricomporre i conflitti. Sì alle diversità sapendo che le parti formano e vivono nell’orizzonte e nell’interesse del tutto che è superiore alle parti, il bene comune al di sopra degli interessi di parte.

Alla conclusione del Sinodo sulla famiglia nel 2015, che ha determinato una discussione libera tra i vescovi e per questo non priva di contrasti e conflittualità, è seguita l’esortazione di Francesco Amoris laetitia del 2016. Che si prefigge di portare avanti un processo di riforma pastorale capace di guardare con realismo alla situazione delle famiglie nel mondo attuale, così da ridare ai pastori uno sguardo e tempi lunghi per continuare ad approfondire con libertà le questioni ancora aperte. Nel documento si chiede una “conversione dello sguardo” sulle abitudini familiari, sulla dottrina matrimoniale, sul conseguente agire pastorale. Lo stile di questo discernimento è all’apparenza molto semplice: occorrerebbe adottare lo stesso sguardo che Gesù riservava alle persone che incontrava in Palestina. Ma farlo con coerenza è tutt’altro che semplice, esigendo una conversione del cuore e della vita al vangelo.

Anche per il recente sinodo regionale Pan-amazzonico del 2019, l’esortazione apostolica di Francesco, Querida Amazonia del 2020 [Qui] riprende lo stesso stile aperto, proprio di chi è consapevole di esser di fronte a un processo di coscientizzazione delle questioni problematiche emerse. La sua è un’esortazione, che incoraggia a proseguire un cammino. Non si pone come chiusura del documento finale dei vescovi, quasi fosse l’ultima parola, ma si mette accanto ad esso. È lo sguardo del Papa sull’Amazzonia, che si unisce ad altri sguardi anche non coincidenti.

Scrive: «Tanti drammi sono stati legati ad una falsa “mistica amazzonica”. È noto infatti che dagli ultimi decenni del secolo scorso l’Amazzonia è stata presentata come un enorme spazio vuoto da occupare, come una ricchezza grezza da elaborare, come un’immensità selvaggia da addomesticare. Tutto ciò con uno sguardo che non riconosce i diritti dei popoli originari o semplicemente li ignora, come se non esistessero, o come se le terre in cui abitano non appartenessero a loro. Persino nei programmi educativi per bambini e giovani, gli indigeni sono stati visti come intrusi o usurpatori. La loro vita, i loro desideri, il loro modo di lottare e di sopravvivere non interessavano, e li si considerava più come un ostacolo di cui liberarsi che come esseri umani con la medesima dignità di chiunque altro e con diritti acquisiti», (QA 12).

Francesco invita così ad una mistica degli sguardi e delle relazioni che faccia entrare nei propri occhi il mistero di Dio rivelato negli occhi dell’altro. In contemplazione dei volti delle persone concrete, che incontriamo ogni giorno. Esorta al senso della contemplazione che per lui è senso “sinodico”, che cammina insieme e insieme si intona “sintonico al senso della poesia.

«Poesia: intendendo con questa bella parola proprio il senso della contemplazione, del fermarsi e donarsi un momento di apertura verso se stessi e gli altri nel segno della gratuità, del puro disinteresse. Senza quel “di più” della poesia, senza questo dono, senza la gratuità, non può nascere un vero incontro, né una comunicazione propriamente umana. Gli uomini “comunicano” non solo perché si scambiano informazioni, ma perché provano a costruire una comunione. Le parole devono essere quindi come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita». In Fratelli tutti si afferma la possibilità di un cammino di pace tra le religioni perché «il punto di partenza dev’essere lo sguardo di Dio. Perché Dio non guarda con gli occhi, Dio guarda con il cuore» (FT 281).

Nello sguardo poetico e contemplativo di papa Francesco, la profezia del Regno e la realtà storica devono nuovamente incontrarsi come narra il salmo 85: «La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra. Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno». L’incontro inizia sempre di nuovo quando donne e uomini alzano lo sguardo per vedersi l’uno nell’altro.

Querida Amazonia ha anche inserito nel testo parole di poeti e scrittori; Francesco è convinto che l’arte della parola poetica abbia la capacità di comunicare una più alta visione del reale. «Le parole devono divenire come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita», (Nei tuoi occhi è la mia parola, Rizzoli Milano 2016).

Dove abitò la tortura

Molti sono gli alberi
dove abitò la tortura
e vasti i boschi
comprati tra mille uccisioni.
(Ana Varela Tafur, Timareo, in Lo que no veo en visiones, Lima 1992)

Esiliano i pappagalli

I mercanti di legname hanno parlamentari
e la nostra Amazzonia non ha chi la difenda […].
Esiliano i pappagalli e le scimmie […]
Non sarà più la stessa la raccolta delle castagne.
(Jorge Vega Márquez, Amazonia solitária, in Poesía obrera, Cobija-Pando-Bolivia 2009).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

La Chiesa nella contemporaneità fra dottrina e misericordia

Domenica 4 marzo la teologa Serena Noceti, ospite delle monache clarisse del monastero del Corpus Domini in città, ha parlato a preti e laici. ‘Quali desideri per quale Chiesa’ è stato il titolo della sua relazione e ad ascoltarla c’era anche l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Gian Carlo Perego.

Una teologa, donna, che parla anche a un vescovo, il quale ascolta e prende appunti senza scomporsi nemmeno su aperture come il diaconato al femminile, il sacerdozio alle donne e agli sposati.
Un’aria nuova è sembrata soffiare, in un monastero di monache, durante una riflessione teologica serena, rigorosa e lontana da irrigidimenti apologetici.
Desideri per una Chiesa che la teologa fiorentina ha elencato in una riflessione linearmente e solidamente ancorata alle traiettorie aperte dal Concilio Vaticano II, le quali trovano esplicita confluenza nel magistero e nello stile ecclesiale di papa Francesco.

Il giorno successivo, alla libreria Ibs-Libraccio, lo storico e teologo ferrarese Massimo Faggioli – che dal 2008 studia e insegna negli Stati Uniti – ha presentato il suo ultimo libro: ‘Cattolicesimo nazionalismo cosmopolitismo. Chiesa, società e politica dal Vaticano II a papa Francesco’.

Da un lato, la relazione di Serena Noceti ha sviluppato un itinerario ecclesiologico e pastorale coerentemente innervato sulla teologia del Vaticano II, per una Chiesa cattolica che si riabbevera alle sorgenti bibliche depurandosi da secolari incrostazioni di teologia scolastica e che riscopre la propria natura comunitaria e carismatica a partire dall’economia sacramentale. Una Chiesa che, proprio in questo tornante, volta pagina rispetto alla linea teologica che usualmente va dal concilio di Trento fino al XX secolo inoltrato. Teologia che ne ha plasmato la struttura e l’organizzazione fondamentalmente gerarchica e societaria, nella sua attenzione principalmente alla struttura e costantinianamente protesa a un difficile e problematico rapporto storico fra trono e altare, con lo sguardo essenzialmente rivolto alla riedificazione della societas perfecta mitizzata nella cristianità medievale, nella quale anche il potere secolare (questa almeno la pretesa) era legittimato da quello sacrale.
Dall’altro lato, il libro di Faggioli: sintesi di un ventennio di scavo storico e teologico che s’innesta, problematizzandola, sulla linearità della prospettiva conciliare.
Leggendo il contesto statunitense come paradigma odierno della Chiesa e del cattolicesimo occidentali, emerge che in realtà non c’è un’unica e condivisa narrativa del concilio Vaticano II, né del postconcilio.
In particolare, occorre fare storicamente i conti con un cattolicesimo che da decenni sta operando una regressione in senso identitario, oppositivo, neointransigente, che va da un’interpretazione in senso esclusivo (opposto a inclusivo) dei documenti del Vaticano II, fino a un loro esplicito rifiuto.
Il “problema americano di papa Francesco”, come lo chiama Faggioli, quello di un’identità religiosa che trova un terreno di sutura nel modello sociologico statunitense di “religione civile” (teorizzata da Robert Bellah), indicando appunto in una cultura un elemento privilegiato di identificazione, sono solo alcuni esempi. Qui sono puntuali i riferimenti ai due testi maggiormente citati del Vaticano II: ‘Gaudium et Spes’ e ‘Dignitatis Humanae’.

Se è vero che il mondo è diverso da quello degli anni Sessanta dei padri conciliari, è altrettanto vero che il Vaticano II è da intendersi come evento oltre che come corpus testuale. Dunque è anche come dinamica innescata che gli studiosi dicono di cogliere il concilio, laddove rivisita il rapporto non più fra la Chiesa ‘e’ ma la Chiesa ‘nella’ contemporaneità: come rapporto inclusivo, cioè, con la cultura intesa al plurale (le culture), senza più una relazione privilegiata (identificativa) con una di esse.
E così accade con il decreto sulla libertà religiosa, declinata sempre più come riconoscimento dei diritti di una religione che si identifica con un recinto culturale, a scapito delle altre.

Non c’è dubbio che fra i motivi epocali di questa accelerazione c’è lo spartiacque dell’11 settembre 2001, con tutta la portata drammatica di una religione che presenta anche il volto di cocaina dei popoli.
Un contesto globale, poi, di crisi di legittimazione dei sistemi democratici e di una politica ridotta a biopolitica (sessualità, aborto, i valori non negoziabili), distolta dall’attenzione sulla letale erosione di welfare e sistemi di protezione sociale. L’impotenza, cioè, della politica assediata da una globalizzazione ben descritta dal ‘paradigma tecnocratico’ di cui parla papa Bergoglio nella sua ‘Evangelii Gaudium’, che anziché tradursi nella nuova frontiera del benessere produce colossali inequità e la continuità di una “guerra mondiale combattuta a pezzi”.

E’ a partire da una visione storica decisamente più pessimista che nel postconcilio si fa strada una rilettura del Vaticano II, che trova spazio durante i pontificati di Giovanni Paolo II (l’accentuazione più muscolare e movimentista della Chiesa, come nel suo famoso discorso a Loreto nel 1984) e di Benedetto XVI (a una visione teologica e storica meno ottimista, la Chiesa sente di rispondere ribilanciando il rapporto fede-storia sul lato di una rigidità dottrinale, rigorosa, ortodossa, unitaria e perciò più riconoscibile).
Da qui l’esigenza di rileggere il Vaticano II all’insegna della continuità con la lunga tradizione del magistero, mettendo il silenziatore a ogni ermeneutica della discontinuità, del ‘balzo innanzi’, della novità, proprio perché rinunciare a una precisa e chiara visibilità e purezza identitaria, rischia di essere un atteggiamento ingenuamente disarmato e imprudente, rispetto a un mondo che avanza a larghe falcate con il passo della secolarizzazione.

Proprio l’eccesso di ottimismo è stato spesso imputato al Vaticano II, responsabile con la sua ansia di dialogo dell’indebolimento dottrinale della Chiesa e del rischio di irrilevanza della sua missione evangelizzatrice. In fondo è questo che fino a poco tempo fa intendeva Luigi Negri come vescovo di Ferrara, parlando del pericolo del dossettismo.
Di fatto, lungo questa traiettoria si sono innestate e stratificate – anche oltre le volontà dei due pontefici precedenti – tali ermeneutiche conciliari, postconciliari e anche anticonciliari. Narrazioni in senso conservatore ed ecclesialmente esclusive (meglio pochi ma buoni), riesumando un concetto di tradizione – anche al prezzo di evidenti forzature sul piano storico – nel segno di una imperturbabile continuità e sublimando l’autocoscienza di un cattolicesimo di minoranza nella società secolare da rilanciare in una nuova evangelizzazione, non senza forti accenti fondamentalisti (come scrivono Antonio Spadaro e Marcello Figueroa sul quaderno 4010/2017 de ‘La Civiltà Cattolica’) e da “culture war”.

Una sorta di agenda della Chiesa cattolica in un tempo di crisi delle democrazie (non più legittimate dall’alto e ora anche dal basso, con urne e cabine elettorali che si svuotano), cui si sommano i timori di una crisi della religione dai banchi sempre più vuoti.
Questo è il senso epocale di una sfida, innanzitutto dentro la Chiesa cattolica, di fronte alla quale occorrerà capire se il pontificato di Bergoglio, con la sua rivoluzione inclusiva della tenerezza e della misericordia, è destinato a essere una parentesi oppure l’impronta di un senso di marcia.

Misericordia et misera
Papa Francesco: la rivoluzione della tenerezza e della misericordia

Due gesti carichi di significato, come spesso succede quando si parla di Chiesa cattolica: la chiusura della porta santa di San Pietro, a conclusione dell’anno santo aperto da Papa Bergoglio l’8 dicembre 2015, e la firma della lettera apostolica Misericordia et misera (del 21 novembre).

Veniamo subito al punto maggiormente annotato sui taccuini di esperti e osservatori: l’assoluzione per il peccato di aborto.
E’ il paragrafo 12 della lettera di Francesco e l’impressione è di essere di fronte a un ennesimo tornante del magistero di questo pontefice. A scanso di equivoci, l’aborto non scompare dal panorama dei peccati della Chiesa. E’ egli stesso a “ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente”.
La novità sta nel rendere permanente ciò che all’inizio dell’anno giubilare era stato eccezionalmente riconosciuto ai sacerdoti di concedere l’assoluzione, finora riservato solo al vescovo.
Le conseguenze le ha spiegate il responsabile dell’anno santo della misericordia, mons. Rino Fisichella. Significa che le parole di Papa Francesco sono destinate a cambiare il Codice di diritto canonico, nel senso che occorrerà riscrivere il canone 1398 perché viene meno la scomunica latae sententiae in cui incorre chi procura l’aborto, cioè senza bisogno di pronunciarla formalmente per ogni singolo caso. Scomunica che nel codice ecclesiastico è la pena più severa, perché toglie la comunione ecclesiale, impedisce di ricevere i sacramenti e in particolare l’eucaristia.
A rendere maggiormente significativo il passo compiuto è il contesto ecclesiale nel quale queste parole incidono. “Il tema dell’aborto – dice lo storico Agostino Giovagnoli – è stato una bandiera anche di battaglie politiche, sostenute dai cattolici e non cattolici”.

La direzione appare quella di chi non ha interesse a mettersi sul piano della battaglia ideologica o politica. Il vero terreno sul quale porre l’annuncio della Chiesa non è più quello delle alleanze fra trono e altare, di cercare la sponda del Principe, secondo una tradizione secolare, per ottenere spazi, strumenti giuridici e cornici normative per costruire (o ricostruire) l’edificio della cristianità. Ideale a lungo perseguito che non ha scongiurato la secolarizzazione e che ha prestato il fianco a imbarazzanti strumentalizzazioni, fra atei devoti e teocon. Una strada cristallizzata nella strenua difesa del baluardo dei principi non negoziabili.
Nella cifra di Bergoglio è sempre più chiaro che il vero terreno d’incontro con il divino non sono le strutture, ma la coscienza dell’uomo.
Da qui l’appello rivolto innanzitutto alla Chiesa di andare oltre il dettato della legge. Se l’aborto rimane in tutto e per tutto un peccato grave, d’altro canto non esistono peccati imperdonabili, perché ben più grande è la misericordia, cioè la categoria chiave di volta di questo pontificato.
Lo stesso titolo della sua lettera apostolica al termine del giubileo, Misericordia et misera, è la citazione esplicita dell’incontro evangelico di Cristo con l’adultera (non un peccato a caso), cioè l’incontro tra la misera e la misericordia in persona, che non la guarda con la tavola della legge in mano, ma che al termine la accoglie nel suo perdono vivificante.
E se hanno colpito di più le parole del Papa sull’aborto, non sono da meno quelle che invitano la Chiesa a dedicare maggiore ascolto alla Bibbia e cioè a quell’incontro con la misericordia in persona che deve diventare la postura di una Chiesa che sa farsi a sua volta sacramento di misericordia nel mondo, oltre il ligio accostarsi ai sette sacramenti canonici.
Parole che confluiscono significativamente nell’invito a celebrare la Giornata mondiale dei poveri nella festività liturgica di Cristo Re. Come a dire che la vera potenza e regalità di Cristo, e quindi della Chiesa, si celebra non nei vessilli issati di qualsiasi Invincibile Armada o nella riconquista del Santo Sepolcro, ma in ciò che in teologia si chiama l’universale (cioè di tutti) chiamata divina alla predestinazione in Cristo, a partire dai più deboli e indifesi.

Un appello, quindi, a scardinare divisioni fra il dentro e il fuori, fra i nostri e i loro, fra i difensori della verità e i condannati alle fiamme dell’inferno. Invito sempre più esplicito ad andare oltre i due principali ordini di critica a Papa Bergoglio: da una parte chi lo accusa di abbandonare la dottrina e la visione gerarchica della Chiesa, dall’altra chi gli rimprovera di non cambiare le strutture.
Andare oltre per Francesco significa coinvolgere da dentro tutto il popolo di Dio (la teologia del popolo di Dio come declinazione tutta argentina della teologia della liberazione), in un’operazione di rinnovamento nel nome della misericordia.
Starebbe qui, anche, il senso della mano tesa di Bergoglio nella lettera apostolica per riconoscere la validità dell’assoluzione dei fedeli dai sacerdoti lefebvriani.
Passi di un pontefice che dalla sua elezione, il 2013, diventano una vera e propria direzione di marcia: la sua prima uscita a Lampedusa (8 luglio 2013), il viaggio in America prima a Cuba e poi negli Usa, l’apertura della porta santa a Bangui prima di San Pietro per inaugurare l’anno giubilare, il viaggio a Lesbo…
Il teologo Theobald ha parlato di “rivoluzione della tenerezza” e di “mistica della fratellanza” per definire un magistero che assume prioritariamente il corpo dell’altro definito sempre fratello. Un pontefice che più volte ha invitato a “toccare la carne di Cristo” incontrata in ogni periferia esistenziale. Una “mistica della fratellanza” che significa spostare l’accento non sul giudizio ma sull’incontro dell’umanità nella molteplicità delle situazioni, siano o no conformi ai dettami della Chiesa. Quella stessa pluralità che troviamo nell’immagine del poliedro rispetto alla compattezza e unitarietà della sfera, come Bergoglio ha scritto nell’Evangelii gaudium.
Francesco è definito Papa post ideologico perché va oltre le fazioni e le divisioni, spiazzandole col metro di misura della misericordia. Egli stesso non ha voluto esportare il modello pastorale e teologico latino-americano, per andare a colonizzare in forma inversa l’eccesso di centratura europea e romana della Chiesa. E’ semplicemente uscito dallo schema del “modello di riferimento”, nella consapevolezza che la fede nel contemporaneo non può prescindere dalla pluralità delle forme d’inculturazione e da un nuovo modo di vedere il rapporto nord-sud nel mondo.
Così la rivoluzione della tenerezza avanza certamente per singoli passi. Però non sembra l’ingenuo incedere di un bonario parroco del mondo (come fu detto di Papa Giovanni XXIII), ma la cadenza di un vero e proprio “balzo innanzi”. Esattamente quello che volle Papa Roncalli con la convocazione del Concilio Vaticano II, la storica assise che segnò la svolta misterico-sacramentale di una Chiesa che preferisce affidarsi ai segni della presenza di un Dio clemente e misericordioso, piuttosto che alla solidità marmorea delle strutture.

E’ stato detto che la lettera Misericordia et misera è stata scritta di suo pugno, per un pontificato che già nello stemma prescelto aveva impresso il proprio programma: “Lo guardò con misericordia e lo chiamò”.
In un mondo in cui persino in occidente c’è chi patisce la fame più cruda, come ha magistralmente mostrato Ken Loach nel suo splendido film “Io, Daniel Blake” in una sequenza da crepacuore e da incorniciare come un’opera d’arte, in questo buio che tutto sembra avvolgere, sentire parlare di misericordia, tenerezza, salvezza, almeno viene la curiosità di ascoltarne le ragioni.

“Francesco, un papa che non cerca il nemico”:
lettura “radicale” della nuova lettera apostolica

di Mario Zamorani*

Come non voler bene a papa Francesco che nella Lettera Apostolica Misericordia et misera, a conclusione dell’Anno Santo, interviene per “celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri”?
Il Papa ripetutamente si adopera per stimolare la “comunitas fidelium” al messaggio evangelico di attenzione e aiuto nei confronti degli ultimi, siano essi poveri, detenuti, emarginati o migranti. Per quanto mi riguarda gli sono vicino pur nella mia posizione di agnostico, non ateo (perché resistere alla ragionevole attrazione del mistero? Penso per esempio al fascino misterioso del perdono); anche, per rispetto, non tacendo sulle differenze.

Relativamente alla lettera, il passo di cui soprattutto si parla fa riferimento alla possibilità di perdono per chi ha commesso il peccato di aborto, estesa a tutti i sacerdoti. Non viene meno la “pena” della scomunica per chi ha commesso questo peccato, ma si amplia la via per uscirne.
Anche se in fondo il perdono di Dio, prima ancora che dalla confessione, passa dal sincero pentimento e dal “fermo proposito di non peccare più”, e si potrebbe quindi dire che stiamo parlando della conferma di un principio che tutti imparano già con i primi rudimenti religiosi. Eppure la sottolineatura di questa nuova procedura va a toccare, credo, nervi scoperti di resistenza in non poche persone delle gararchie cattoliche che non vedranno tale novità con sincera ed evangelica convinzione.
I Radicali sono stati avanguardia nel rendere possibile l’interruzione di gravidanza legale, consapevoli che la condanna dell’aborto non ha mai fermato l’aborto, l’ha solo cacciato nelle zone oscure della società, dove le donne morivano di setticemia e alcuni medici si arricchivano; la legalizzazione di questa pratica ha sconfitto l’aborto clandestino e ne ha reso possibile una drastica diminuzione. Naturalmente si tratta di piani diversi, da un lato quello civile di uno Stato che legifera per la salute dei suoi cittadini, dall’altro quello religioso. Credo anche che in gran numero le donne che nel tempo sono ricorse all’interruzione volontaria di gravidanza, se credenti, siano comunque venute alla consapevolezza e convinzione di sentirsi comunque nell’alveo della Chiesa; persino prima della parole del Papa. C’è distanza fra il sentire diffuso e lo Stato ma c’è anche, su alcuni aspetti, distanza con la Chiesa.

La lettera parla anche del momento della morte. Anche su questo aspetto credo che cittadini e credenti siano in maggioranza orientati contro le disposizioni delle leggi e i pricipii della Chiesa. Che in maggioranza considerino come auspicabile il ricorso al testamento biologico e persino all’eutanasia (in presenza di condizioni rigorosamente determinate) per evitare sofferenze insopportabili nel fine vita, proprio in nome del più rigoroso rispetto della vita umana.
Nella Chiesa la condanna dell’aborto è cresciuta nel tempo: prima con scomunica rispetto al solo “feto animato” (a partire dalla sesta settimana), poi rispetto ad ogni aborto fin dal concepimento, poi persino rispetto ad ogni pratica contraccettiva. Va notato che per la Chiesa si parla di aborto possibile già dopo la fusione fra spermatozoo e ovocita, mentre per la scienza (OMS) la gestazione inizia solo dopo l’impianto nella mucosa uterina. Quindi il profilattico o le pillole del/dei giorni dopo non sono abortive per la scienza e sappiamo bene quando profondi nel tempo siano stati i conflitti fra Chiesa e scienza.
A questo proposito la lettera dice: “Ancora oggi intere popolazioni soffrono la fame e la sete, e quanta preoccupazione suscitano le immagini di bambini che nulla hanno per cibarsi”. Le previsioni a lungo termine delle Nazioni Unite parlano di 4,4 miliardi di africani nel 2100 (picco per l’Africa subsahariana), in un mondo con poco più di 11 miliardi di abitanti. Dopo aver citato la campagna radicale contro lo sterminio per fame nel mondo, ricordo quanto ha scritto Dacia Maraini sulla contraccezione in generale: “Strana e ripetuta contraddizione che la Chiesa ripropone con spavalda incoscienza. La logica vorrebbe che proprio per non abortire si ricorra ai contraccettivi. Se tutte le coppie del mondo usassero gli anticoncezionali, anche il semplice e meccanico preservativo, non ci sarebbero più gravidanze indesiderate. E se non ci fossero gravidanze indesiderate, non ci sarebbero aborti. Quindi la battaglia dovrebbe essere per una maternità responsabile: fare un figlio quando lo si può crescere con un minimo di cura e di affetto, non farlo prevenendo la concezione”. E ancora, proprio in relazione alle morti per fame e sete e parlando di Aids: “Di tutti i preti coraggiosi che ho conosciuto in Africa non ce n’era uno che fosse d’accordo con questa assurda pretesa. A dispetto delle regole e forse col consenso tacito delle gerarchie lontane, gran parte dei missionari hanno favorito e continuano a favorire l’uso dei preservativi”. Quanto ancora dovremo aspettare per una parola ufficiale della Chiesa in questo senso? Ricordo infine le parole di Marco Pannella: “Concepire con amore o procreare come bestie?”.

Su un punto riconosco una superiorità del Papa, in questa lettera e non solo, rispetto alla quasi totalità della politica occidentale: questa è alla continua ricorca del nemico, Francesco no.

*Pluralismo e dissenso

Papa Francesco: “Sacerdoti, assolvete chi ha commesso l’aborto”

Ci risiamo, Francesco ne ha combinata un’altra. Altro che “The young Pope” di Paolo Sorrentino.
Ieri si è chiuso il Giubileo Straordinario della Misericordia proclamato da Papa Francesco l’8 dicembre 2015, voluto forse non a caso nel cinquantesimo della fine del Concilio Vaticano II. Un intero anno giubilare perché la Chiesa potesse “rendere più evidente la sua missione di essere testimone della Misericordia”.
A distanza di 24 ore è stata resa pubblica la Lettera apostolica “Misericordia et misera” nella quale il Pontefice traccia il senso dell’anno giubilare e ne fa una sorta di bilancio: “In questo Anno Santo la Chiesa ha saputo mettersi in ascolto e ha sperimentato con grande intensità la presenza e la vicinanza del Padre, che con l’opera dello Spirito Santo le ha reso più evidente il dono e il mandato di Gesù Cristo riguardo al perdono”.
Soprattutto precisa che la misericordia “non può essere una parentesi della vita della Chiesa”, ma il suo stile di vita, il suo modo di essere. Ecco perché nella Lettera dichiara nettamente che “quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare, viene ora esteso nel tempo”. E questo riguarda anche – udite udite! – la possibilità per i sacerdoti di assolvere chi ha procurato l’aborto. Ecco cosa scrive il papa: “perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre”. Secondo Francesco, infatti, al centro della missione della Chiesa, “non c’è la legge e la giustizia legale, ma l’amore di Dio, che sa leggere nel cuore di ogni persona, per comprenderne il desiderio più nascosto, e che deve avere il primato su tutto”.
Al rito della comunione, adesso, potranno accedere con meno ostacoli formali anche madri e medici che hanno praticato un aborto. Finora per loro scattava in automatico la scomunica che poteva essere sciolta solo da un vescovo o da un suo delegato.
Si attendono le reazioni delle varie anime dell’universo cattolico.

Nei 22 punti di cui è composta la Lettera il Papa parla anche di consolazione, di silenzio – “perché a volte non ci sono parole per dare risposta agli interrogativi di chi soffre” – e di una “cultura della misericordia” che si concretizza in azioni “artigianali”, concrete e nell’incontro con l’altro. Inoltre il pontefice parla del “carattere sociale della misericordia”. “Non avere il lavoro e non ricevere il giusto salario; non poter avere una casa o una terra dove abitare; essere discriminati per la fede, la razza, lo stato sociale…: queste e molte altre sono condizioni che attentano alla dignità della persona, di fronte alle quali l’azione misericordiosa dei cristiani risponde anzitutto con la vigilanza e la solidarietà. Quante sono oggi le situazioni in cui possiamo restituire dignità alle persone e consentire una vita umana!”
Certo, Francesco ribadisce che l’aborto è un peccato e c’è un’importante apertura verso i lefebvriani – anche nel loro caso il Papa estende la possibilità di “ricevere validamente e lecitamente l’assoluzione sacramentale” – ma una volta di più sembra che il Papa non abbia dimenticato il suo passato di pastore e che più che il giudizio a lui interessino l’ascolto e il perdono, i soli strumenti per guardare al futuro con speranza e con gioia e per fare veramente e nuovamente della Chiesa una ecclesia, una comunità che accoglie come una madre e non giudica e disprezza come una matrigna.

Leggi la Lettera Apostolica “Misericordia et misera”

Misericordia è la nuova postura della Chiesa nel mondo

Fanno discutere le numerose prese di posizione della Chiesa cattolica a proposito del ddl sulle unioni civili, che porta la firma della senatrice Pd, Monica Cirinnà.
La stessa organizzazione del Family day il 30 gennaio al Circo Massimo, sembra riportare indietro le lancette della Chiesa e del cattolicesimo italiano ai tempi dello scontro etico sui principi non negoziabili.
Le dichiarazioni in proposito del presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, unitamente a quelle di tanti altri (dal segretario della Conferenza episcopale, Nunzio Galantino, fino al neo vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, la cui elezione pure è stata salutata con entusiasmo da tanti “cattolici adulti”), parrebbero non lasciare dubbi su questo ritorno nei ranghi stile vecchia maniera.
Persino le parole di Papa Francesco rivolte il 22 gennaio scorso al tribunale della Rota Romana (“Non può esserci nessuna confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione” e “I bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma”), sono sembrate l’espressione di un’ortodossia che al dunque riemerge tale e quale, al di là di ogni apertura misericordiosa o “rivoluzione della tenerezza”.
A ben guardare, però, alcuni particolari della questione possono solcare una diversità che non andrebbe liquidata in pure coincidenze fortuite, o in aspetti formali che lascerebbero immutata la sostanza.
Non è sfuggita a più di un osservatore attento la cancellazione dell’udienza del cardinal Bagnasco con il Papa, proprio alla vigilia del Consiglio permanente della Cei, iniziato il 25 gennaio.
Al di là del motivo ufficiale (dare precedenza ad alcuni nunzi apostolici sul piede di ritorno per le rispettive sedi), c’è chi ha letto il mancato appuntamento come la volontà di Papa Francesco di non essere coinvolto in prima persona sulla delicata questione, perché siano i laici direttamente a intervenire nel dibattito politico su un disegno di legge.
Una lettura che farebbe il paio con la decisione di Bergoglio, fin dall’inizio, di lasciare alla Conferenza episcopale il rapporto con la politica italiana.
Se si aggiunge che Francesco al V Convegno ecclesiale a Firenze (lo scorso 10 novembre) alla domanda rivolta al cattolicesimo italiano: “Cosa ci sta chiedendo il Papa?”, ha risposto: “Spetta a voi decidere”, il quadro della discussione si arricchisce di elementi che non paiono di contorno, perché sono parsi fuori dalla logica del mandato, che ha sempre caratterizzato il rapporto gerarchia-laici. Verrebbe così meno, qualcuno dice, la regia dei vescovi-pilota che dirigono dietro le quinte, benedicendo i loro passi.
Se questo è il contesto, quello del Circo Massimo sarebbe il primo Family day senza il copyright vaticano.
E se così è, pur esseno stati riaffermati alla Rota Romana (il 22 gennaio) i principi della Chiesa sul matrimonio sacramentale, niente escluderebbe che, su un altro piano, lo Stato non possa regolare alti tipi di unione.
Una lettura che troverebbe un rinforzo, secondo alcuni, nelle parole che Bergoglio ha scritto per la giornata delle comunicazioni sociali (lo stesso 22 gennaio, un caso?), chiedendo che ogni livello di comunicazione costruisca ponti e non fomenti l’odio e rivolgendo poi l’invito al mondo cattolico di evitare la presunzione, la divisione, il linciaggio morale.
Alla luce di questo contesto, le stesse parole di Bagnasco nella sua prolusione di apertura ai lavori della Cei è parsa a taluni più prudente rispetto alle premesse delle scorse settimane. Pur citando alla lettera le parole del pontefice sul matrimonio cattolico, ha anche aggiunto: “Ogni nostra parola, come sempre, vuole essere rispettosa dei ruoli” e successivamente ha detto che i vescovi sognano “un paese a dimensione di famiglia” dove “il rispetto per tutti sia stile di vita e i diritti di ciascuno vengano garantiti su piani diversi secondo giustizia”.
Ciascuno è libero di valutare quanto sia, o resti, vuoto o pieno il bicchiere, ma è difficile non cogliere in queste parole tutta la temperatura del dibattito in atto nel paese sulle unioni civili.
Possono sembrare sfumature di poco conto rispetto ad una sostanza riaffermata con immutata formulazione o, secondo altri, chiusura.
Eppure per chi è abituato a seguire il passo della Chiesa con tutto il carico di una tradizione che pesa inevitabilmente sul presente, oltre a rappresentare una fonte di pensiero ed esperienza, è spesso nei dettagli che si delineano le operazioni di sostanza.
E in questo si confermerebbe il passo di un Papa che ha puntato sulla priorità di mettere in moto dei processi, piuttosto che distillare nuove sintesi dottrinali, oppure che ha affermato l’importanza del tempo sullo spazio.
Così si confermerebbe anche il metro della misericordia, intesa non come l’espressione di una semplice benevolenza di toni esteriori, ma come l’unità di misura di una nuova postura della Chiesa nel mondo che, proprio perché consapevole della portata della sfida, sa che ha bisogno del tempo necessario per un cambio di mentalità e per resistere ad ogni nostalgia di occupare spazi.

IL CASO
“Caro papa Francesco, il nostro vescovo non è misericordioso”: 300 i firmatari della lettera su Negri

La lettera è già arrivata in Vaticano. E il numero dei firmatari è sorprendente: in trecento, quasi tutti ferraresi, aderendo all’appello dell’associazione ‘Pluralismo e dissenso’, hanno sottoscritto la missiva rivolta a papa Francesco “per rilevare come le parole dell’Arcivescovo della nostra comunità di Ferrara, Mons. Luigi Negri, si discostino troppo frequentemente e su troppe questioni da quelle del Papa”. I firmatari manifestano il “diffuso e significativo senso di disagio sia fra i cattolici che fra i non cattolici”, dovuto alle frequenti esternazioni del vescovo, che “usa spesso parole non ispirate a misericordia e a carità ma, anzi, sembra, persino al loro contrario”.
La raccolta di firme è iniziata alla fine di novembre e in poco più di 15 giorni, attraverso il sito dell’associazione e il passaparola, si arrivati a una massiccia adesione. A testimoniare che le “affermazioni dell’Arcivescovo, distoniche quando non antitetiche addirittura” rispetto alle parole che si è soliti udire da papa Francesco, risultano “divisive” e generano sconcerto nella comunità ferrarese.
Conclusa la raccolta delle firme il 15 dicembre, la scorsa settimana la lettera è stata inviata in Vaticano: a papa Francesco, al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e a monsignor Nunzio Galantino, che della Conferenza episcopale italiana è segretario generale. Si attendono reazioni…

Il testo integrale della lettera è disponibile sul sito di Pluralismo e Dissenso [leggi]

Qui pubblichiamo il dossier che è stato spedito a papa Francesco [apri]

E qua puoi leggere l’articolo di Ferraraitalia in occasione del lancio dell’iniziativa [vai]

Ecco l’elenco completo dei firmatari:

Adriana Di Pietro
Alessandra Bertazzini
Alessandra Chiappini
Alessandra Talmelli
Alessandro carion
Alessandro Fusetti
Alessandro Malimpensa
Alessandro Vincenzi
Alessio Coletti
Alfredina Boldrini
alice aldrovandi
Alice Fogli
Alice pelucchi
Alice Vaccari
ambra ceccato
Amos Castaldini
Andrea Bandiera
Andrea Biolcati
Andrea Lazzari
Andrea Soloperto
Andrea Strocchi
Andreana Fioretto
Angela Luly
Anna Iacometti
anna lugaresi
Anna Maria Tagliati
Anna Rosa Pacchioni
Anna Toselli
Anna Zonari
Annalisa Sortini
Annamaria D’Ambrosio
antonella facchini
Antonella Pintarelli
antonietta marchetti
Antonio Fabbri
Barbara Mascellani
Barbara Strocchi
bartolomeo Zabato
Cristina Bencivelli
C. Maruzzi
Carla Lazzari
Carolina Maiocchi
Caterina Di Mitri
Caterina Ferrari
Cecilia Bandiera
Cecilia Chiappini
christian lucchiari
cinzia tebaldi
Claudia Bencivelli
claudia gradi
Claudio Capedri
Claudio Fabbri
Claudio Maruzzi
Claudio Mosca
Claudio Orsi
Corinna Vergara
Corrado Carletti
Corrado Padovani
Cosimo Alvati
Cristian Violani
Cristiana Sandri
Cristiano Zocchi
cristina Bovolenta
cristina carrara
Cristina Zanella
Daniela Camerini
Daniela Guidi
Daniela Peroli
daniela reginato
Daniele Cavallina
Daniele Droghetti
Daniele Lannini
Dario Capatti
Dario Giorgi
Dario Rocchi
Davide Albanesi
Davide Castaldi
Davide Ciriani
davide cotti
deila ferrari
Domenico Casellato
Domenico savio Seong
Donatella Lanuti
Elena Coatti
Elena Fornasari
Elisa Malerbi
elisa mazzoni
elisa soncin
Elisabetta Zapparoli
Emanuela Ghedini Maielli
Ennio Santolini
enrica casagrande
enrica moratelli
Enrica Villa
Enrico Barducco
Enrico Grandi
Erika Mantovani
Ernesto Arlotti
Ethel Guidi
Ettore Bandiera
Evolo Buosi
Fabiola Farina
federica bernagozzi
Federica gamberale
Federica Rossi
Federica Tosatti
Federico Mongardi
Felice Bruno
Ferdinando Origani
Filippo Marcello
Fiordalice Cenacchi
Flavia Lucarelli
Franca Guidi
Franca Parisotto
Francesca Pilitta
Francesco barigozzi
Francesco Cavalieri
Francesco Ganzaroli
Francesco Polesinanti
Franco Iannotta
Franco Zanotti
Gabriella Cavalieri
gastone bartoletti
Gelsomina Longobucco
Giacomo Roversi
Gian Paolo Benini
Gianna Stabellini
Gianoberto Gallieri
Gioacchino Leonardi
Giorgio Piva
giorgio santi
giovanna Vendramin
Giulia Gioachin
Giuseppe Fornaro
Giuseppe Giove
giuseppe gualandi
Giuseppe Luciani
Giuseppina Bertucci
Graziella Cervi
Guglielmo Russo
Guido Grisolia
Gustavo Collini
ilaria stecca
Irene Ferraresi
Irene Grassi
Irene Spagnolo
isabella stea
Ivana Cambi
Jean Gab
Jenny Giove
Laura Bregoli
Laura Chiappini
Laura Schlumper
leonardo bentivoglio
leonardo boarini
Leonardo Fiorentini
Lia Padovani
Lidia Bacilieri
lidia guidi
liviana rubbi
lorenzo bandiera
Luca Arlotti
Luca Battaglia
Luca Bianchi
luca Francesca
Luca Mercieca
luca putinati
Lucia Facchini
Lucia Marvelli
Luciano Romagnoli
Luigi Confessore
Luigi Grassi
M.Teresa Pistocchi
manuela salani
marcello cavicchi
Marcello Collini
Marcello Italiani
Marcello Piccolo
Marco Bellini
Marco Forlani
Marco Guarisco
Marco Paolo Previati
Marco Pareschi
Marco Pigozzi
Marco Segarini
Margherita Ascolano
Maria Antonietta Difonzo
Maria Calabrese
Maria carlotta Rossi
Maria Cavalieri
Maria Chiara Sabini
Maria De Stefani
Maria Elisa Campi
Maria Grazia Lonzi
maria raffaella mattioli
Mariella Mariotti
Marilena Lazzari
Marina Simoni
Marino Guidi
Mario Zamorani
Marisa Cecchetti
Marisa Toffanin
Marzia Sitta
Massimo Antonelli
Massimo Cariani
Maurizio Faggioli
Massimo Zanirato
Matteo Rescazzi
Mattia Vallieri
mauro ballola
Mauro Ferrari
Michele Alessandro Berselli
Michele Marinelli
Miriam Mariotti
Monica Barbieri
Monica Fabbri
Monica Malventano
monica soriani
Nadia Bisa
Orlando Pizzuti
Paola Artioli
Paola Borsetti
paola cavazzini
paola lodi
Paolo Mojoli
Paolo Niccolò Giubelli
Paolo Scopa
Pasquale Longobucco
paul anardi
pesce patriarca
pier giorgio
Pietro Patria
Pietro Ventura
Raffaello Berry
Renzo Macchioni
riccardo ferraresi
Riccardo Isoli
Riccardo Viaro
Roberta Elmi
Roberta santini
Roberto Buso
Roberto Ghetti
Roberto Mazza
Roberto Zaccaria
Roberto Zaccaria
Rodolfo Calzolari
Romeo Savini
Rosanna Constantini
Rosanna Maini
rosanna piva
salatore musacchia
Salvatore Cumia
Samantha Pullara
Sante Cavallini
Sara Calzolari
Sara Congorti
Sarà Franesi
Sergio Caselli
Sergio Frivoli
Sergio Gessi
sergio gnudi
Sergio Guglielmini
Silvana D’Errico
Silvia Cantelli
silvia mantovani
silvia pazzi
Silvia Peretto
Silvia Pulvirenti
Silvio Faria
Silvio Soffritti
Simona Bersanetti
simona massaro
Simona Travagli
Simone Totareo
Stefano Aspettati
Stefano Droghetti
Susi Bertasi
Liana Vaccari
teresa bazzani
Teresa Grassi
Thiago Santos
Thomas Pifferi
thomas stecca
Ubaldo Montisci
valentino calderoni
Valeria Vallieri
Vincenzo Farella
virna villani
Vita Ippolito
Vito Mazzara
Vittoria Colombani
Vittorina Braga
William Milani
Wim Collin
Xian Lu

La salvezza della città: giustizia e misericordia

Mai avremmo pensato nel cattolicesimo di Francesco, nelle caducità della fragilità umana, nelle debolezze della vita, nel senso pieno delle cose, di ritrovare quella “misericordia”, quel salto alto della giustizia, non solo quella che chiediamo ma, soprattutto, quella del Dio che si fa uomo, che fatichiamo a comprendere.

Forse aspettavamo che venisse qualcuno dalla fine del mondo, anche con radici piemontesi, anche vestito di bianco e la borsa nera nella mano, che si fa il caffè da solo al mattino, che lo puoi sentire al telefono dopo il telegiornale, per metterci a riflettere in silenzio e meditare sull’immensità.

Dico questo, anche per questi tempi nuovi, perché nel prosieguo della narrativa potremmo incontrare altri ed ulteriori aiuti per riflettere su di noi, su noi stessi e non solo.
C’è un binomio forte tra misericordia e giustizia, delineato nei pomeriggi al centro studi San Barnaba di Brescia, che qui ci piace richiamare; questa riflessione mi è stata inviata dal relatore l’avvocato Bazoli, ben dieci anni fa, e la proposi già allora per un mio intervento sulla giustizia.

Debbo anticipare che mi è difficoltoso entrare nel tema, stante una mia diversa formazione, ma non posso non rimettere la questione all’attenzione del lettore, su questo quotidiano, perché molto interessante e di estrema bellezza.
“I dieci giusti e la salvezza della città” (genesi 18, 20 – 33) sviluppa il tema della solidarietà della colpa, parla del profilo misericordioso di Dio, del momento della retribuzione dei meriti, della verità di una giustizia ispirata dall’amore, degli operai della vigna. E’ un brano che spiega come i meriti degli uomini riscattino le loro colpe; un passaggio stretto, da indurre Dio a perdonare secondo i criteri di giustizia seguiti dalla Sapienza divina. A questo punto, sottolinea il relatore, resta da chiarire se il modello sia destinato a realizzarsi nell’ordine terreno ed entro l’orizzonte della storia umana o soltanto in una prospettiva escatologica.

Ora proviamo ad attualizzare questi significati e farli insegnamenti validi, entrandovi dentro. Va comunque precisato che non siamo di fronte a un testo del Vecchio testamento, precettistico e profetico, ma ad un racconto storico che contiene modelli di comportamento che sono riferibili alla realtà di ogni tempo. D’altro canto, il richiamo al Nuovo Testamento evidenzia un Dio giusto ma misericordioso, un Dio che punisce ma che è disposto al perdono e, quindi, non un giudice severo ma che si propone di amare gli empi e i colpevoli, e non soltanto di risparmiarli in ragione dei meriti dei giusti.

Quindi la visione evangelica è all’orizzonte della salvezza del singolo uomo e può essere applicata anche ai rapporti tra i popoli, degli stati o delle nazioni, vale a dire la punizione di una collettività colpevole. E’ su questo aspetto che intendiamo soffermarci e riflettere, sui “giusti e la salvezza della città”, sui principi informatori della giustizia divina e additabili alle Istituzioni terrene, su come punire una comunità incolpevole risparmiando gli innocenti.

Ci pare obbligo pensare alle azioni di guerre aggressive e ai regimi dittatoriali, mettendo insieme, nel disegno degli uomini innocenti e colpevoli, trovando e cercando (una sorta di giustificazione) l’inevitabile e l’unico rimedio, il tutto come l’opposto della giustizia divina.

Non è fuori luogo, quindi, ricordare: da un lato, la nostra Costituzione all’art.11 che “…ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e, nell’altro caso, le dittature, pensando ad ogni forma di minoranze emarginate (il sale della terra, le voci dei profeti nel deserto, i dieci giusti a Sodoma, le sacche di resistenza al nazismo, gli 11 docenti che dissero no al fascismo, i gulag in siberia, le madri di plaza de mayo, l’inquisizione, le torture dei dittatori) per sanzionare e punire le colpe collettive con le sue formalità umane complesse di prassi e il contrasto radicale con le Scritture.
Basterebbe pensare all’imperativo scritturale: “…sarà la virtù di un solo giusto a meritare la salvezza di tutti” per comprendere in quale conto il Signore tenga le prove e le umiliazioni dei giusti che resistono nel mantenersi fedeli alla virtù.
A ciò si può aggiungere anche la riflessione della giustizia nella storia e il disegno tra quella di Dio e quella dell’uomo nella narrazione delle Sacre scritture. Se la volontà di Dio è che il giusto non perisca insieme ai peccatori, molto spesso l’apparente indifferenza di Dio, per i mali delle vicende degli uomini, da quello compiuto dall’uomo alle calamità naturali fino alla fragilità e caducità di ogni elemento del creato, con il suo “ silenzio “, è motivo di smarrimento sia per chi crede che per quello che non crede.

Nel Nuovo Testamento, però, c’è una svolta radicale nei rapporti tra Dio e gli uomini, cioè:…” l’ineluttabilità del male, di quello prodotto dall’uomo, che è conseguenza della sua “ libertà “, e di quello derivante da eventi naturali, che è conseguenza della imperfezione del creato, ha indotto Dio al passo sorprendente di entrare nella storia, alla decisione di viverla alla stregua degli uomini stessi.
Il Creato si fece creatura, Dio si fece carne e uomo e come detto dal Poeta – “ il suo fattor non disdegnò di farsi sua fattura “.
Quindi, diversamente dal Vecchio Testamento, la Nuova Alleanza tra Dio e l’uomo, è imperniata solo su un unico Giusto, inviato a salvare il mondo; ma qui si entra nel nuovo ordine di verità e dei misteri rivelati: la vittima risorge e manifesta il potere di realizzare un nuovo regno di giustizia.
La proclamazione delle Beatitudini sono, pertanto, la chiave di volta della Nuova Alleanza e il tema della giustizia ricorre ben due volta: viene santificata, sia la sete di giustizia che la sofferenza a causa della giustizia.

Ma perché abbiamo pensato a tutto questo, stralciando, anche con difficoltà, l’essenza della citata narrativa? Sciolgo l’interrogativo dicendo che lo scritto è frutto di una approfondita ricerca e analisi, non solo storica, del relatore che è un avvocato bresciano. A noi, in questa circostanza, non interessa l’avvocato, ma ci interessa che è anche un notissimo banchiere, chiamato tanto tempo fa da Nino Andreatta a salvare una banca.
Citarlo, soprattutto al giorno d’oggi, ci vuole del coraggio, sapendo però che nel maneggiare i denari, per adoperarli bene, serve un po’ d’anima e capire, soprattutto, che c’è la bontà incommensurabile della misericordia.

Vorrei concludere con le considerazioni del banchiere: “… l’orizzonte della giustizia di Dio si realizzerà, pienamente, solo nell’al di là, ma è percepita da ogni singolo uomo, nel suo cuore, già durante la vita. Tutto ciò può sembrare incredibile, come un sogno; ma se non avessimo questo sogno, la nostra vita si consumerebbe senza scopo e senza speranza”.

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