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Elsa Morante, Mussolini e lo specchio italiano

Elsa Morante, Mussolini e lo specchio italiano

Partiamo da una pagina di diario di Elsa Morante, datata Roma, 1° maggio 1945, due giorni dopo la morte del Duce, poi pubblicata postuma nel 1988 in Paragone Letteratura e nei Meridiani Mondadori. In quelle righe Morante consegna un giudizio durissimo su Mussolini, ma il suo bersaglio non è soltanto il dittatore.  Scrive Elsa Morante: «Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosiffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto. […] Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe […] rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo […]. In Italia, fu il Duce».

La scrittrice vede in Mussolini anche il prodotto riconoscibile di un’Italia disposta a preferire il forte al giusto, il tornaconto al dovere, la convenienza privata alla dignità collettiva. Non assolve il popolo italiano consegnando ogni responsabilità al tiranno. Al contrario, pone una domanda più scomoda: quale rapporto esiste tra una comunità e il potere che essa accetta, subisce, invoca o premia?

La forza di quella riflessione sta proprio qui. Mussolini, nella lettura di Morante, non è solo un’eccezione mostruosa precipitata sulla storia d’Italia. È uno specchio deformante, ma non falso: l’immagine ingrandita di vizi collettivi, debolezze morali, opportunismi privati elevati a comportamento pubblico. L’uomo incline alla recita, alla vanità, alla semplificazione brutale del potere diventa così non soltanto un capo politico, ma un sintomo. Il sintomo di un Paese disposto a scambiare la giustizia con la forza, la serietà con l’enfasi, la responsabilità con l’adesione opportunistica.

È da questo punto che la riflessione di Morante continua a riguardarci. Perché caduto il fascismo, non è caduta automaticamente la tentazione italiana di affidarsi al furbo, al forte, al mediatore di interessi, all’uomo capace di promettere protezione, scorciatoie, appartenenza. La Repubblica ha restituito diritti, istituzioni, pluralismo, libertà.
Ma nessuna forma politica, da sola, garantisce la maturità civile di un popolo. La democrazia può offrire strumenti; non può sostituirsi alla coscienza di chi li usa.

Dal dopoguerra a oggi, il rapporto degli italiani con la propria classe dirigente è rimasto spesso ambiguo. Da un lato la denuncia, l’indignazione, la condanna della corruzione, del trasformismo, dell’incompetenza. Dall’altro una tolleranza quasi domestica verso gli stessi difetti, quando producono vantaggio, protezione, riconoscimento, promessa di salvezza individuale. Abbiamo chiesto politici migliori, ma non sempre siamo stati disposti a essere cittadini più esigenti.

Il politico, in molti casi, non è stato giudicato per coerenza, visione, senso dello Stato, disciplina morale. È stato giudicato per utilità. Per prossimità. Per capacità di rappresentare un interesse, una categoria, una paura, un rancore, una convenienza. Più che servitore della cosa pubblica, è diventato spesso intermediario tra il cittadino e il beneficio possibile: un favore, una nomina, una protezione, una deroga, una promessa.

In questo scambio, il cittadino rischia di tornare suddito senza accorgersene.

Conserva il diritto di voto, ma perde l’idea del bene comune. Critica il potere, ma lo cerca quando può essergli utile. Invoca legalità, ma pretende eccezioni. Condanna il privilegio, ma sogna di esserne ammesso. È qui che la riflessione di Elsa Morante si fa ancora più scomoda: non perché autorizzi generalizzazioni facili sugli italiani, ma perché costringe a guardare la zona grigia in cui responsabilità individuale e costume collettivo si alimentano a vicenda.

La categoria dei politici e dei politicanti non nasce infatti nel vuoto. Prospera dove trova ascolto, indulgenza, convenienza.
Il trasformista ha bisogno di un pubblico che dimentichi. Il demagogo ha bisogno di un pubblico che preferisca la semplificazione alla complessità. Il corrotto ha bisogno di una società che condanni la corruzione in astratto, ma la relativizzi quando diventa utile. Il mediocre ha bisogno di una platea disposta a confondere la presenza scenica con la statura.

Da questo punto di vista, il problema italiano non è soltanto la qualità della classe dirigente. È il patto non scritto che spesso la sostiene. Un patto fatto di sfiducia e dipendenza, di disprezzo e necessità, di indignazione pubblica e adattamento privato. Si dice: “sono tutti uguali”, e intanto si continua a scegliere chi promette il vantaggio più immediato. Si invoca il cambiamento, ma si premia chi conosce meglio le vecchie abitudini.

Elsa Morante (Store Norske Leksikon)

Morante vedeva in Mussolini un esempio estremo, ma non isolato, di questa relazione malata tra carattere nazionale e potere. Non tutto, naturalmente, è rimasto identico. L’Italia repubblicana ha conosciuto grandezze civili, lotte democratiche, conquiste sociali, figure politiche di alta dignità. Sarebbe ingiusto cancellarle. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che certi meccanismi profondi siano scomparsi.

Forse la vera domanda non è se abbiamo avuto politici peggiori di noi. La domanda è se, in troppe stagioni della nostra storia, non abbiamo accettato politici abbastanza simili alle nostre indulgenze.

Elsa Morante ci lascia davanti a questo nodo: il potere non è mai soltanto ciò che domina una società; è anche ciò che una società, consapevolmente o meno, rende possibile.

Per questo il suo giudizio su Mussolini continua a bruciare. Non perché appartenga soltanto al passato, ma perché ci chiede se lo specchio sia stato davvero infranto. O se, in modo più semplice, abbiamo imparato a cambiarne la cornice, a modernizzarne il linguaggio, a sostituire i volti, lasciando intatto l’antico vizio di preferire, quando conviene, il tornaconto al dovere.

 

Cover: Benito Mussolini – foto su licenza della Word History Encyclopedia

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Francesco D’Angiò

Napoletano di nascita e lucano d’adozione, ha pubblicato tre raccolte di poesia e due opere di narrativa. Scrive per interrogare la memoria, gli affetti, il dolore e le contraddizioni del presente. Cerca una letteratura limpida, necessaria, vicina alle fragilità umane. Collabora con il blog letterario Circolo Letterario Vento Adriatico dove pubblica riflessioni e recensioni.

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