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PRESTO DI MATTINA /
Desiderio desideravi

 

“Desiderio desideravi”

«Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui. E disse: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione”.»
(Lc 22,15)

Gli voli un desiderio, [Un desiderio che gli voli v.]
Quando toccato avrà la terra
Incarnerà la sofferenza…
Un vagante raggio ebbe la luce,
Tenue filo dell’anima
Del mio bacio donato
Solo dal desiderio.
Ma dall’esilio ci libererà
L’ostinato mio amore
(Giuseppe Ungaretti)

Il desiderio di Gesù, ci dice Luca, è la nuova Pasqua; attorno a quella mensa si manifesta tutto il suo desiderio di noi. Desiderare è fissare attentamente le stelle: “de-siderare. Attratto dai suoi, dai loro volti, attratto da noi, come colui che è attratto da ciò che gli manca di più e fissa lo sguardo alle stelle (sidera).

Nella sua Pasqua si dispiegano tutti i suoi desideri come le stelle nel firmamento, e questo firmamento l’evangelista Giovanni lo indica nella preghiera di Gesù al Padre prima dell’arresto, che precedette la passione e la morte. Quanti desideri in quella preghiera! Pregare è ardentemente desiderare l’altro, desiderio di donarsi e unirsi a lui.

“Desiderio desideravi”; questo il desiderio desiderante di Gesù prima di essere sottratto ai suoi. Egli alzò gli occhi alle stelle, proteso al Padre nostro che è nei cieli. E ancora una volta il suo desiderio siamo noi:

«Quindi alzati gli occhi al cielo disse: “Non prego solo per questi, (i Dodici) ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 20-21).

Un gemito desiderante, passione di amore è quello di Gesù, il suo desiderio è azione che ci fa liberi e amanti, come narra nei Canti ultimi David Maria Turoldo [Qui]:

Care ti siano queste parole
che la mia bocca ora ti canta, Signore:
Gemito sei dell’intera natura
il desiderio che ci fa verticali:
passione di esistere di tutte le vite.

Il desiderio è l’anelito, il turbine avvolgente creativo dello spirito. Il desiderio, come lo spirito, è legame sostanziale, ciò che tiene l’esistenza alla totalità dell’essere, la corporeità al suo soffio attirandola verso l’oltre.

Così ancora Giuseppe Ungaretti [Qui]:

Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio
Ci vendemmia il sole
Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse
Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa
(G. Ungaretti, Fase d’Oriente, 1916)

La cena della nuova Pasqua risveglia in Gesù nella sosta conviviale, come il tramonto nel poeta, spazi di un desiderio nomade d’amore:

Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d’amore
(G. Ungaretti, Tramonto, 1916)

Una liturgia fatta desiderio

Una liturgia fatta desiderio dunque, perché luogo del venire tra i suoi del Maestro, nomade d’amore, fattosi tutto desiderio. Una liturgia plasmata dal suo anelito, luogo dell’accadere e ripresentarsi dello stupore del mistero pasquale, dello scambio conviviale, irruzione dello spirito desiderante di Gesù, che ci raccoglie e ci riunisce di nuovo, fa di molti un corpo solo, come di sementi un pane, di chicchi d’uva un vino: liturgia, culmine e fonte di un ostinato, incessante e risorgente amore.

Così mi è venuto da pensare e da interrogarmi quale fosse il posto del desiderio nelle celebrazioni delle nostre comunità. Il discernimento mi è giunto da papa Francesco:

«L’assemblea ha diritto di poter sentire in quei gesti e in quelle parole il desiderio che il Signore ha, oggi come nell’ultima Cena, di continuare a mangiare la Pasqua con noi. Il Risorto è, dunque, il protagonista, non lo sono di sicuro le nostre immaturità (coloro che celebrano) che cercano, assumendo un ruolo e un atteggiamento, una presentabilità che non possono avere.

Il presbitero stesso è sopraffatto da questo desiderio di comunione che il Signore ha verso ciascuno: è come se fosse posto in mezzo tra il cuore ardente d’amore di Gesù e il cuore di ogni fedele, l’oggetto del suo amore.

Presiedere l’Eucaristia è stare immersi nella fornace dell’amore di Dio. Quando ci viene dato di comprendere, o anche solo di intuire, questa realtà, non abbiamo di certo più bisogno di un direttorio che ci imponga un comportamento adeguato. Se di questo abbiamo bisogno è per la durezza del nostro cuore» (DD 57).

DD sta per Desiderio desideravi, la lettera di papa Francesco, del 29 giugno 2022, alla chiesa sulla formazione liturgica del popolo di Dio. Condizione di questa formazione è l’umiltà dei piccoli, perché è questa condizione che sola può aprire allo stupore, accendendo il desiderio di lasciarsi attrare e coinvolgere nell’azione liturgica da cui principia e attinge sempre di nuovo la vita cristiana.

È necessaria così una celebrazione che evangelizzi; altrimenti perde di autenticità come «non è autentico un annuncio che non porta all’incontro con il Risorto nella celebrazione: entrambi, poi, senza la testimonianza della carità, sono come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita» (DD 37).

Con questa lettera papa Francesco continua la riflessione sull’attuazione della riforma liturgica del concilio. Già nel 2021 aveva scritto la lettera: Traditionis Custodes sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, con cui il papa ha voluto ristabilire pur nella varietà delle lingue una celebrazione e “una sola e identica preghiera che potesse esprimere l’unità della chiesa”.

Il motu proprio ha determinato una forte ripresa del disegno conciliare che superasse il lungo periodo di esitazione che aveva segnato la chiesa circa l’uso della liturgia romana anteriore al concilio.

Egli ha inteso così riprendere l’intenzione profonda della riforma liturgica volta a sottolineare il carattere “comune” dell’azione liturgica, anzitutto quella eucaristica, perché uno è Cristo ed una la chiesa.

Questa lettera invece non è un’istruzione pratica o un direttorio, come la precedente. Semmai una meditazione che aiuta a comprendere la bellezza della celebrazione liturgica.

Scrive papa Francesco: «la liturgia non ha nulla a che vedere con il moralismo ascetico. L’incontro con Dio non è il frutto di una ricerca interiore individuale del Cristo, ma è evento donato, che appartiene e coinvolge tutta la totalità dei fedeli riuniti in Lui. La comunità ecclesiale entra nel Cenacolo per la forza di attrazione del desiderio di Gesù che vuole mangiare la Pasqua con noi» (DD 20).

Con questa lettera papa Francesco desidera pure recuperare il valore simbolico, relazionale della celebrazione, non solo tra le persone, ma tenendo unite spiritualità e corporeità di coloro che partecipano all’assemblea domenicale.

La formazione liturgica deve così sviluppare nelle persone la capacità di comprendere di nuovo il linguaggio simbolico dei segni liturgici, perché quello simbolico è lo stesso linguaggio con cui si esprime e si relaziona la nostra vita.

Se il linguaggio liturgico diventa didascalico, rubricistico non sarà mai capace di comunicare il mistero di vita che racchiude. Senza simboli, la liturgia muore. È la liturgia che fa i simboli, ma sono pure i simboli che danno forma alla liturgia. Allo stesso modo noi facciamo la liturgia, ma è la liturgia che forma noi. Nondimeno formarsi alla liturgia – dice papa Francesco – è funzionale all’essere formati dalla liturgia.

Citando poi Romano Guardini [Qui], egli ricorda che si deve diventare di nuovo capaci di comprendere e vivere i simboli. E ciò accadrà, nella misura di un discepolato, se si saprà sottoporsi ad una disciplina, quella del simbolo, che è maestro di apertura, di raccordo e raccoglimento; colui che unisce gli opposti, ci fa comprendere il reale come un vivente concreto:

«Non si tratta di dover seguire un galateo liturgico: si tratta piuttosto di una “disciplina” – nel senso usato da Guardini – che, se osservata con autenticità, ci forma: sono gesti e parole che mettono ordine dentro il nostro mondo interiore facendoci vivere sentimenti, atteggiamenti, comportamenti.

Non sono l’enunciazione di un ideale al quale cercare di ispirarci, ma sono un’azione che coinvolge il corpo nella sua totalità, vale a dire nel suo essere unità di anima e di corpo.

Tra i gesti rituali che appartengono a tutta l’assemblea occupa un posto di assoluta importanza il silenzio. Il silenzio liturgico è il simbolo della presenza e dell’azione dello Spirito Santo che anima tutta l’azione celebrativa, per questo motivo spesso costituisce il culmine di una sequenza rituale. Proprio perché simbolo dello Spirito ha la forza di esprimere la sua multiforme azione.

Così il silenzio muove al pentimento e al desiderio di conversione; suscita l’ascolto della Parola e la preghiera; dispone all’adorazione del Corpo e del Sangue di Cristo; suggerisce a ciascuno, nell’intimità della comunione, ciò che lo Spirito vuole operare nella vita per conformarci al Pane spezzato. Per questo siamo chiamati a compiere con estrema cura il gesto simbolico del silenzio: in esso lo Spirito ci dà forma». (DD 51-52)

La liturgia: complexa realitas

Realtà complessa come la vita è la liturgia. È detto infatti: vivere la liturgia, non l’evento, ma dentro l’evento, non dal di fuori, spettatori, ma partecipi della complessità delle sue polarità contrapposte, per cui il reale è il vivere concreto nella sua complessità.

Potremmo affermare lo stesso del desiderio e del simbolo. Entrambi dicono, come la liturgia, la qualità della relazione, l’esserci dentro la realtà, prendere parte all’agire che unisce gli opposti senza mescolarli o respingerli, ma tenendo distinte e arricchendo le loro differenze.

Occorre vivere la liturgia come alla scuola interattiva, esperienziale del simbolo; così impareremo a collegare le parti, gli ambiti della complessità del reale, tenendo insieme il dentro e il fuori della realtà: oggettività e soggettività, pensiero ed emozione, immanenza e trascendenza, spirituale e corporale, dolore e gioia, desiderio e gratitudine, pensiero e azione, il già e il non ancora, l’in-avanti della storia e la sua trascendenza, il Cristo già venuto eppure atteso: il presente.

Complexa realitas è termine che compare nell’ecclesiologia conciliare al n. 8 della Lumen gentium là dove si vuol esprimere la realtà della chiesa, assemblea visibile e comunità spirituale.

Dice la complessità della relazione tra ciò che in essa è visibile e ciò che in essa è mistero, come il volto e il corpo in relazione alla propria interiorità, formano un’unità complessa, uno spazio e cantiere di comunione.

In quanto comunità di fede, di speranza e di carità, la chiesa è organismo visibile, sociale, ma è pure segno, sacramento, volto che rivela l’invisibile dono dello Spirito che l’abita. Questi due aspetti «non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola ‘complessa realtà’».

Complessità dunque che deriva alla liturgia dal mistero stesso della chiesa; la liturgia è il cuore generativo, culmine e fonte di questa complessità di relazione e di azione comunionale, che tende alla comunione piena:

«Nella liturgia non è il singolo che agisce e che prega. E neppure il complesso di una molteplicità di persone…  Il soggetto, l’io, della liturgia è piuttosto l’unione della comunità credente come tale, è qualcosa che trascende la semplice somma dei singoli credenti, è insomma la Chiesa» (R. Guardini, Lo spirito della liturgia, Morcelliana, Brescia 1996, 17-18).

L’esortazione finale di papa Francesco: «Abbandoniamo le polemiche per ascoltare insieme che cosa lo Spirito dice alla Chiesa, custodiamo la comunione, continuiamo a stupirci per la bellezza della Liturgia. Ci è stata donata la Pasqua, lasciamoci custodire dal desiderio che il Signore continua ad avere di poterla mangiare con noi» (DD 65)

Domani, e le domeniche che seguiranno, non lasciamo appassire i fiori e le palme e gli ulivi dell’ultima cena; pur senza vita essi custodiscono ancora memoria, anelito del Suo desiderio. Osiamo ancora dire “dove vai?”, “vengo con te”, ma non “Addio”.

Il desiderio del suo cuore rimane con noi. “Andiamo”, allora, affrettiamoci anzi, come desideranti desiderati, pure noi verso quel «Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum, antequam patiar» che ci cammina sempre d’innanzi.

La fine dell’ultima cena

Triste l’anima mia sino alla morte.
Eppure ardentemente
l’anima mia desiderava
questo momento
e ancora un poco
stare con voi
finché venga la sera
e la grande ombra.
Tu non temere,
piccolo gregge.
Il tuo pastore pascolo perenne
si fa per te:
qui le limpide acque
e la frescura
e la voce che chiama nella sera
ed il quieto calore dell’ovile.
Ecco che vi ho lasciato
il sangue mio
e la mia carne.
E il cuore che vi ama,
il cuore mio
non lo porto con me.
Ma nessuno mi chiede
“dove vai”,
nessuno che mi dica
“vengo con te”
o solamente “addio”.
Ah come
scende la sera.
È l’ora. Andiamo.
E forse per le strade
stanno ancora
appassiti
i fiori che per me furono colti
e le palme e gli ulivi.
(Elena Bono [Qui], Alzati Orfeo, Milano I958, 116-117)

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Il cuore dov’è
…un racconto

Il cuore dov’è
Un racconto di Carlo Tassi

Primavera dell’ottantadue.
Festa a casa di Marianna. Serata senza genitori e batticuore a mille.
Manca poco.
L’incognita dei baci. Baci immaginati, sognati, temuti, vietati.
Io sono pronto: polo bianca, jeans, scarpe da tennis e cinquemila lire in tasca.
Adrenalina, mal di pancia e un goccio di rhum di nascosto per carburare.

Esco.
Vado da Andrea. Alla fine della mia via giro l’angolo e sono sotto casa dei suoi. Saluto sua madre e salgo le scale. Lui mi accoglie in camera sua, si veste per la festa e mi parla di Beatrice. Mi racconta della sera prima, della sua prima volta. Mi mostra un succhiotto, mi dice tutto.
È il mio migliore amico, è giusto così.
Io l’invidio, non l’ho ancora fatto. Lui mi dice: “Senti, se non ti togli Roberta dalla testa, arriverai a vent’anni ancora vergine!”, poi scoppia a ridere.

Ho con me i dischi che mi ha passato Marco. Sarà lui a stare in consolle, io gli darò una mano. A mixare e fare scalette è il più bravo di tutti, la banda si fida.
La banda siamo sempre noi: io, Marco, Andrea, Gepry, Sandro, Carion e tutti gli altri… I soliti insomma.
Poi ci sono le tipe della festa, ovvio.
A me piace Roberta… Sì, lo so che è cotta di Marco, il fatto è che non riesco a non pensarla. E poi chissà, magari le è passata. Magari alla festa succederà qualcosa.
Nella testa solo fantasie e desideri. Agitazione, eccitazione, voglia d’esserci, di sognare ad occhi aperti.
Tra poco saremo al centro del mondo. Gira il mondo e gira la testa.

Penso a Roberta di continuo, è inevitabile. Forse stavolta s’accorgerà di me.
Occhi scuri come notte di tempesta, capelli lucenti come ossidiana, pallore lunare. Il viso, un ovale perfetto con una piccola cicatrice sulla fronte che fa impazzire. Il sorriso, un faro che illumina il mio mare di sogni.
Ma alla fine di tutto, il pensiero indugia sui seni che bloccano il respiro, e scivola nel mistero celato sotto la gonna. Ultimo, sublime peccato mortale. Splendido arcano che mai riuscirò a scoprire… O forse sì.

Comincia la festa.
I genitori di Marianna sono fuori Ferrara. La taverna è diventata una discoteca affollata.
Questo sabato notte sarà completamente nostro. Siamo gli attori del nostro film preferito, siamo le star del tutto esaurito. La storia si ricorderà di noi, ne sono sicuro.

Sono arrivato.
Andrea e Beatrice si appartano in un angolo. Ruggy arriva con Elisa, stanno insieme da due mesi.
Carion mi saluta, è già mezzo ubriaco. Paola e Claudia ballano in coppia, come sempre.
Mi viene incontro Gepry. “Senti, Marco non s’è ancora visto. Ci pensi tu a mixare?” mi dice.
“Ok” gli dico.
Vado alla consolle, un tavolino per picnic apparecchiato hi-tech. Accendo le luci strobo e inizio a metter su dischi: The Police, Simple Minds, The Cure, The Clash…
Mi guardo attorno, Roberta non è ancora arrivata.
Queen, Dire Straits, Duran Duran, The Stranglers, Culture Club…
Do you really want to hurt me… Marianna mi porta da bere. “Ciao Mary, hai visto Roberta?” chiedo.
“No, non l’ho vista” dice. Poi si mette a ballare reggae con Paola e Claudia.
Madness, The Specials, Devo, Talking Heads, The Jam, Soft Cell…
Where the heart is… Gepry mi passa accanto, occhi luccicanti e birra in mano. Lo blocco, “È arrivato Marco? Non voglio restare tutta la sera a metter dischi da solo!” gli dico.
“Dev’essere fuori in cortile… Dai, vallo a chiamare che qui ci penso io!”
“Ok grazie, vado e te lo porto!”

Esco fuori.
È buio e fa fresco. Vedo due ombre dietro una siepe, mi avvicino.
Riconosco Marco, è di spalle e sta baciando una tipa. Tossisco di circostanza, non voglio rovinare il momento. Marco si gira, mi vede e sorride imbarazzato. Dietro di lui c’è Roberta, si sistema la camicetta e abbassa lo sguardo. “Ciao Carlo. Gepry m’ha detto che sei tu alla consolle, stai andando alla grande!” dice lui.
“Grazie Marco, ma vado a casa. Non mi sento un granché bene, devo aver mescolato troppa roba da bere”, mi trema la voce, “Gepry m’ha sostituito, se vuoi dargli il cambio… ti saluto, ciao!”
Affretto il passo, vorrei dare un ultimo sguardo a Roberta ma non ce la faccio.
M’allontano quasi di corsa, con la testa nel pallone.

Torno a casa.
Mi passo una mano sul petto.
Immobile, svuotato.
Il cuore dov’è…
È caduto nell’erba… Tramortito, disseccato.

Che resti lì per un po’, per questa notte almeno, a bagnarsi di rugiada.

Where The Heart Is (Soft Cell, 1982)

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PRESTO DI MATTINA
Il pastore, gli agnelli e il pungitopo

 

«Considerato nella sua spirituale preparazione, il concilio ecumenico, a poche settimane dal suo radunarsi, sembra meritare l’invito del Signore: “Vedete tutti gli alberi, quando già rimetton le foglie, voi conoscete da voi stessi, solo a guardarli, che s’appressa l’estate; e allo stesso modo anche voi, quando vedrete avverarsi queste cose, sappiate che è vicino il regno di Dio”», (Lc 21,29-31). In questo testo del settembre del 1962 papa Giovanni XXIII vede il concilio e la chiesa radunata in esso, come una primizia e un segno dell’approssimarsi del regno di Dio. L’averlo desiderato ardentemente ‒ “giorno desiderato” lo chiama ‒ diviene pure invocazione, fiducia nello Spirito che sempre opera nella storia umana attraverso gli uomini e le donne di buon volere; ma anche un dono pasquale alla chiesa perché ritorni ad amare con cuore pastorale e s’avvicini alla vita della gente.

Un analogo desiderio, quello di fare Pasqua con i suoi, arde in Gesù lungo il cammino verso Gerusalemme: «“Desiderio desideravi. Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22, 15). La Pasqua è la brama più intima di Gesù, desiderio di prossimità e di comunione con il Padre e con noi, ciò che lo spinge ad annunciare il Padre, il suo avvicinarsi all’uomo nella storia tramite la sua giustizia: «Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”», (Gv 6, 4-6). Scrive Agostino: «Il desiderio è il recesso più intimo del cuore. Quanto più il desiderio dilata il nostro cuore, tanto più diventeremo capaci di accogliere Dio». (Io. Evang., tr., 40, 10).

S’avvicina la Pasqua è pure il titolo, ripreso ogni volta come fosse un unico titolo, delle lettere pastorali di mons. Luigi Maverna, vescovo di Ferrara-Comacchio dal 1982 al 1995. Tornava ogni anno su quel versetto di Giovanni 6,4 come fosse un cristallo dalle molteplici sfaccettature. E tutte le volte riusciva a illuminarne un aspetto diverso, certo com’era, nell’approssimarsi della Pasqua, di «trovarla sempre nuova».

Pasqua: culmine e fonte in cui convergeva a da cui si irradiava il suo desiderio, accompagnato dal pensiero e dall’azione pastorali. Non per caso, alla messa in cui si congedò dalla diocesi fu salutato con il canto dell’Exultet pasquale, avendo egli confidato poco prima, alla vigilia di Pasqua, che gli sarebbe piaciuto morire mentre la Chiesa intonava quell’inno. Ci lasciò nel 1998 ai primi vespri della festa di Pentecoste: discesa dello Spirito santo su Maria e gli apostoli nel cenacolo, compimento della Pasqua nella chiesa, suo inizio e germe nel mondo attraverso l’annuncio del vangelo alle genti.

Se il vescovo Filippo Franceschi, suo predecessore (1976-1982), aveva introdotto e traghettato la nostra chiesa nella recezione del concilio, lui lo aveva declinato nella ferialità del suo cammino, promuovendo e attuando le strutture partecipative e di condivisione conciliari nel popolo di Dio, senza trascurare di animare il mistero nascosto in esso con una attiva partecipazione alla liturgia, che riteneva, unitamente ai poveri, il cuore della chiesa: «Una Chiesa povera per i poveri. Privilegiare i poveri, nella pastorale, è compiere opera di evangelizzazione». Timido e risoluto al contempo, nel testamento aveva scritto: «La Chiesa non è nelle grandi cose. La Chiesa è preparata dalla voce e dall’azione dei ministri e dei fedeli, la Chiesa è dove è, dove sono i cuori umilmente aperti, accoglienti, concordi con Cristo. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono in mezzo a loro”. Lì, ad ascoltarlo; lì, a riamarlo; lì, a gustarlo e pregustarlo, lì per l’eternità. Di lì, la fecondità di un amore che raggiunge, spiritualmente, invisibilmente, soprannaturalmente, ma concretamente, i confini del mondo». Da lui appresi la sinodalità, quel camminare insieme così caro a Papa Francesco. Con lui la praticai anche nella comunità parrocchiale e diocesana. Un “vescovo fatto desiderio” scrissi commentando allora il suo testamento, perché così deve essere lo stile di chi si avvicina alla Pasqua: lui si apprestava all’incontro con il Cristo pasquale con il ‘massimo desiderio’, ‘desiderio bruciante’, appunto «Desiderio desideravi» (Lc 22,15).

Commentando il salmo 37 il vescovo d’Ippona Agostino scrive: «Sia dinanzi a lui il tuo desiderio; ed il Padre, che vede nel segreto, lo esaudirà. Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. Il desiderio è la preghiera interiore che non conosce interruzione. … Se dentro al cuore c’è il desiderio, c’è anche il gemito; non sempre giunge alle orecchie degli uomini, ma mai resta lontano dalle orecchie di Dio (Enarr. in Ps., 37, 14). Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace: se desideri sempre, sempre preghi. Quando sonnecchia la preghiera? Quando si raffredda il desiderio, (Serm., 80, 7)».

Il desiderio di un possibile cambiamento e trasformazione affretta e avvicina la Pasqua, che ci viene incontro e risveglia il ricordo di ciò che in essa è accaduto: un ribaltamento delle sorti. Un inno della liturgia della settimana santa canta: «Trafissero (perforarunt) quel mite corpo e ne uscì sangue e acqua! La terra, il mare, il cielo, il mondo da quale fiume vengono purificati!»; ed Ambrogio: «In lui è risorto il mondo, in lui è risorto il cielo, in lui è risorta la terra; vi sarà infatti un cielo nuovo e una terra nuova», (De excessu fratris. Orazione funebre, II,102).

S’avvicina la Pasqua, avvicinati anche tu.

Avvicinati allora per ritrovare quella prossimità che nessun distanziamento potrà mai ostacolare: perché essa è il luogo della memoria vissuta, cresciuta con noi nella forma di una responsabilità: quella del continuare a fare memoria della dignità umana ogni volta tradita, venduta per un paio di sandali o per trenta denari, spogliata, crocifissa, ma ogni volta liberata dall’amore più grande, quello di chi dà la sua vita per farla nascere di nuovo. È questa la coscienza che Gesù ha avuto di sé nell’approssimarsi della Pasqua: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Null’altro che questo è la Pasqua: la debolezza vittoriosa di un amore.

Avviciniamoci io e voi insieme, allora, per fare memoria dell’Ecce Homo e di ogni uomo e donna del nostro tempo che, essendo senza bellezza e apparenza per attirare gli sguardi, incarnano nel presente Colui che Pilato presentò alla folla. Non potrei descrivere meglio questa condizione, con più verità e drammaticità, delle parole incise da Primo Levi nell’esergo del suo libro più noto: Se questo è un uomo: Voi che vivete sicuri… Considerate se questo è un uomo/ Che lavora nel fango/ Che non conosce pace/ Che lotta per mezzo pane/ Che muore per un sì o per un no./ Considerate se questa è una donna,/ Senza capelli e senza nome/ Senza più forza di ricordare/ Vuoti gli occhi e freddo il grembo/ Come una rana d’inverno», (Einaudi, Torino, 2014, 2 e 177).

Anche se questo testo ‒ come sottolinea Cesare Segre nella postfazione ‒ riecheggia lo Shemà Israel (Ascolta, Israele) tuttavia «l’atto di fede manca; al contrario, si sviluppa il tono esortativo, dal Voi iniziale, ripreso anaforicamente nel terzo verso, agli imperativi Considerate (due volte), Meditate, Scolpitele, Ripetetele (in particolare i vv. 16-19 sono traduzione fedele del testo ebraico: «queste parole/ scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi alzandovi»); e si conclude con una specie di maledizione per chi non obbedirà. A che cosa? All’obbligo del ricordo».

Esattamente quello stesso ricordo cui la Pasqua ci esorta. Il ricordo del mistero più alto di tutti, come lo chiama papa Leone Magno: «Quanti desiderano arrivare alla Pasqua del Signore, devono prepararsi a celebrare il mistero più alto di tutti, il mistero del sangue di Gesù Cristo che ha cancellato le nostre iniquità, facciamolo con i sacrifici della misericordia. Al Signore infatti nessun’altra devozione dei fedeli piace più di quella rivolta ai suoi poveri, e dove trova una misericordia premurosa là riconosce il segno della sua bontà», (Disc. 10 sulla Quar., 3-5; PL 54, 299-301)

C’è una poesia di Umberto Piersanti che mi ricorda il buon pastore che dà la vita come pure il Cristo, mite agnello, rialzato dalla morte, sanguinante ma vivo: l’Agnello mansueto che s’avvicina a noi proprio a Pasqua.

Cade la neve
larga, mesi e mesi,
gela fossi e fonti,
schianta querce e olmi,
sotterra case
e stalle, l’erbe gialle,
cancella gli stradini
fino a Viapiana
e muoiono gli agnelli
uno alla volta,
stridono nella stalla fredda,
fanno pena,
il pastore li guarda
desolato,
alza il falasco
fradicio, dissolto,
non c’è più un ceppo d’erba
la più gelata
venne una luce chiara
sulla neve,
l’aria fredda e liscia,
senza tempesta
restano tre agnelli,
li porta fuori,
storcono quelli il muso,
le zampe magre dentro
il nevone stanno incatenate,
belano i disperati,
soffiano forte
nella macchia li spinge
il buon pastore,
e con un ramo scava,
con le due mani
il pungitopo appare,
i frutti rossi
brillano colmi
e intatti, i cespi
freddi trapassano la neve
fitti e aguzzi
quando gli agnelli giungono
stremati,
brucano foglie e frutti
buttano sangue,
sugli spini lasciano la lana,
queti colmano i ventri
senza belare.

(Nel tempo che precede, Torino 2002, 71-72)

 

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PER CERTI VERSI
Il calco leggero

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

IL CALCO LEGGERO

L’uomo è andato sulla luna
Ma la luna non è mai andata dentro l’uomo
Nella sua mente
È rimasta là
A impollinare gli occhi di meraviglia
A incrociare i desideri dei mortali
Ad affascinare i poeti
Gli innamorati
E quelli come noi
Annuvolati

Desideri e drink, due poesie d’amore di Maurizio Olivari

di Maurizio Olivari

VORREI

Vorrei
camminare stretto a te
per le strade di un paese
anche senza nome,
lasciare che dicano di noi
sono felici, sono innamorati.
Vorrei
salutare con te
un vecchio stancamente appoggiato al muro di casa
tristemente avvolto dai suoi ricordi.
Vorrei
dire ciao ad un bambino
che gioca allegro nel cortile
con la palla di stracci
dai mille colori.
Vorrei
camminare stretto a te
vicino al mare
che schiaffeggia il molo
e dire buongiorno
ad un marinaio senza età
che accarezza le reti del suo domani
Vorrei
distendermi accanto a te
quando la luna
diventa regina del cielo
e dirti buona notte Amore
continuo a sognare.

DRINK

Ci siamo ubriacati
con 1/4 di passione
1/4 di dolcezza
un pizzico di complicità
1/4 di allegria
una spruzzata di fantasia
due cubetti di sesso.
Ci siamo ubriacati
col nostro amore
shakerato.

Il cuore dov’è

Where The Heart Is (Soft Cell, 1982)

Primavera dell’ottantadue.
Festa a casa di Marianna. Serata senza genitori e batticuore a mille.
Manca poco.
L’incognita dei baci. Baci immaginati, sognati, temuti, vietati.
Io sono pronto: polo bianca, jeans, scarpe da tennis e cinquemila lire in tasca.
Adrenalina, mal di pancia e un goccio di rhum di nascosto per carburare.

Esco.
Vado da Andrea. Alla fine della mia via giro l’angolo e sono sotto casa dei suoi. Saluto sua madre e salgo le scale. Lui mi accoglie in camera sua, si veste per la festa e mi parla di Beatrice. Mi racconta della sera prima, della sua prima volta. Mi mostra un succhiotto, mi dice tutto.
È il mio migliore amico, è giusto così.
Io l’invidio, non l’ho ancora fatto. Lui mi dice: “Senti, se non ti togli Roberta dalla testa, arriverai a vent’anni ancora vergine!”, poi scoppia a ridere.

Ho con me i dischi che mi ha passato Marco. Sarà lui a stare in consolle, io gli darò una mano. A mixare e fare scalette è il più bravo di tutti, la banda si fida.
La banda siamo sempre noi: io, Marco, Andrea, Gepry, Sandro, Carion e tutti gli altri… I soliti insomma.
Poi ci sono le tipe della festa, ovvio.
A me piace Roberta… Sì, lo so che è cotta di Marco, il fatto è che non riesco a non pensarla. E poi chissà, magari le è passata. Magari alla festa succederà qualcosa.
Nella testa solo fantasie e desideri. Agitazione, eccitazione, voglia d’esserci, di sognare ad occhi aperti.
Tra poco saremo al centro del mondo. Gira il mondo e gira la testa.

Penso a Roberta di continuo, è inevitabile. Forse stavolta s’accorgerà di me.
Occhi scuri come notte di tempesta, capelli lucenti come ossidiana, pallore lunare. Il viso, un ovale perfetto con una piccola cicatrice sulla fronte che fa impazzire. Il sorriso, un faro che illumina il mio mare di sogni.
Ma alla fine di tutto, il pensiero indugia sui seni che bloccano il respiro, e scivola nel mistero celato sotto la gonna. Ultimo, sublime peccato mortale. Splendido arcano che mai riuscirò a scoprire… O forse sì.

Comincia la festa.
I genitori di Marianna sono fuori Ferrara. La taverna è diventata una discoteca affollata.
Questo sabato notte sarà completamente nostro. Siamo gli attori del nostro film preferito, siamo le star del tutto esaurito. La storia si ricorderà di noi, ne sono sicuro.

Sono arrivato.
Andrea e Beatrice si appartano in un angolo. Ruggy arriva con Elisa, stanno insieme da due mesi.
Carion mi saluta, è già mezzo ubriaco. Paola e Claudia ballano in coppia, come sempre.
Mi viene incontro Gepry. “Senti, Marco non s’è ancora visto. Ci pensi tu a mixare?” mi dice.
“Ok” gli dico.
Vado alla consolle, un tavolino per picnic apparecchiato hi-tech. Accendo le luci strobo e inizio a metter su dischi: The Police, Simple Minds, The Cure, The Clash…
Mi guardo attorno, Roberta non è ancora arrivata.
Queen, Dire Straits, Duran Duran, The Stranglers, Culture Club…
Do you really want to hurt me… Marianna mi porta da bere. “Ciao Mary, hai visto Roberta?” chiedo.
“No, non l’ho vista” dice. Poi si mette a ballare reggae con Paola e Claudia.
Madness, The Specials, Devo, Talking Heads, The Jam, Soft Cell…
Where the heart is… Gepry mi passa accanto, occhi luccicanti e birra in mano. Lo blocco, “È arrivato Marco? Non voglio restare tutta la sera a metter dischi da solo!” gli dico.
“Dev’essere fuori in cortile… Dai, vallo a chiamare che qui ci penso io!”
“Ok grazie, vado e te lo porto!”

Esco fuori.
È buio e fa fresco. Vedo due ombre dietro una siepe, mi avvicino.
Riconosco Marco, è di spalle e sta baciando una tipa. Tossisco di circostanza, non voglio rovinare il momento. Marco si gira, mi vede e sorride imbarazzato. Dietro di lui c’è Roberta, si sistema la camicetta e abbassa lo sguardo. “Ciao Carlo. Gepry m’ha detto che sei tu alla consolle, stai andando alla grande!” dice lui.
“Grazie Marco, ma vado a casa. Non mi sento un granché bene, devo aver mescolato troppa roba da bere”, mi trema la voce, “Gepry m’ha sostituito, se vuoi dargli il cambio… ti saluto, ciao!”
Affretto il passo, vorrei dare un ultimo sguardo a Roberta ma non ce la faccio.
M’allontano quasi di corsa, con la testa nel pallone.

Torno a casa.
Mi passo una mano sul petto.
Immobile, svuotato.
Il cuore dov’è…
È caduto nell’erba… Tramortito, disseccato.

Che resti lì per un po’, per questa notte almeno, a bagnarsi di rugiada.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
I baci rubati

Perché non scrivi dei baci rubati?
Siamo in un posto sperduto, mangiamo baccalà e l’amalgama dei discorsi di tutti noi è denso, lavoro, figli, famiglia, persone che vanno e vengono nelle nostre vite senza chiedere permesso.
Non siamo d’accordo quasi su niente, ci provochiamo e io affronto il mio primo mezzo bicchiere di rosé.
Non afferro subito cosa intenda il mio amico per bacio rubato, penso al mio più recente, a un semaforo, mi era sembrato rubato perché di anticipo, non scontato, furtivo nel mezzo di un discorso lasciato a metà.
Il mio bacio al semaforo fu il primo di una lunga serie quella sera e nei mesi successivi, quindi non andava bene per quello che voleva dire il mio amico che intanto finiva il suo baccalà e ordinava un fritto misto.
Una notte in treno, un lungo viaggio tra due città d’Europa e nello scompartimento una ragazza. Erano giovani, entrare in confidenza non fu difficile, tra loro solo un bacio, un bacio rubato, preso e portato via per sempre, senza seguito e senza altre intenzioni. Il bacio rubato inizia e finisce senza replica poco dopo, è un unicum che non rinuncia a farsi avanti, anche se la fermata del treno sta per arrivare e uno dei due scenderà rivelando il suo nome ormai sulla porta.
Capisco meglio cosa intenda il mio amico, devo tornare indietro nel tempo, all’estate 1992, quella della canzone di Jovanotti e di un concerto allo stadio di Bologna. Fu una notte di un bacio rubato, sì. Sotto il palco, sul prato, il caso volle che io e la mia amica C. fossimo finite vicine a un gruppo di ragazzi che conoscevamo di vista.
Rivedo lo stupore complice della mia amica quando riaprii gli occhi: ora so che quello era il mio bacio rubato, imprevisto, illuminato dalle luci, avvolto dalla leggerezza di non chiedere niente, riprendere il treno di notte e ricordarlo ancora oggi.

L’avete mai vissuto un bacio rubato? Cosa ne è stato complice?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Donna e violenza

di Grazia Baroni

“Non desiderare la donna d’altri” è il nono comandamento dei dieci che Mosè ricevette sul Sinai circa 1.300 anni prima della nascita di Cristo e che sta a evidenziare come nella cultura di tutte le civiltà fosse normale considerare la donna come qualcosa da possedere, come qualunque altra cosa.
Già Michelangelo aveva capito che Mosè doveva essere considerato uno dei Padri della civiltà umana, dopo Gesù e sua madre che l’aveva partorito, perché con quelle tavole aveva fornito lo strumento essenziale per la realizzazione della convivenza umana, ponendo il limite sotto il quale non si può andare se non ritornando a una dimensione di violenza che di umano non ha le caratteristiche.
Le tavole della Legge erano la testimonianza fisica e culturale che il popolo eletto era diverso da tutti gli altri perché il loro Dio era il Dio dei viventi, creatore della vita in tutte le sue forme come bene assoluto, qualità che caratterizza il Dio ebraico-cristiano distinguendolo da tutti gli altri che o vengono dal caso o devono spartirsi il bene e il male in pari misura.

Sono passati 3.300 anni e questo messaggio comincia solo ora ad essere efficace nella relazione uomo-donna.
Le recenti denunce degli abusi perpetrati sulle donne da uomini potenti sono indizi che dimostrano che un salto di civiltà è in atto, che stiamo acquisendo una maggiore consapevolezza del valore di ogni essere umano a prescindere dal suo genere. Bisogna incominciare a prendere coscienza del livello di consapevolezza al quale siamo arrivati, altrimenti si perde l’occasione di trasformare questo momento in un cambiamento definitivo del rapporto uomo-donna.

In quanto donna sento il dovere di sottolineare il fatto che queste denunce non sono solo l’atto di coraggio di alcune di noi, ma il segno di un cambiamento culturale in atto: il fatto di non considerare più le donne come fossero cose.
Le donne cominciano a riconoscersi come un valore e non sono più disposte a sminuirsi.
Riconoscere questo come un salto culturale può portare a rompere gli schemi che, secondo me, stanno alla base dei ‘femminicidi‘, che sono ancora in un numero spropositato. Il meccanismo di cui parlo è quello primitivo e animale che pone il valore del maschio nella sua supremazia sugli altri, infatti il ‘femminicidio’ si compie appunto quando il maschio si sente depauperato nella sua dignità dal fatto che la donna lo respinge, che dimostra di poter fare a meno di lui. Di conseguenza, sentendosi distrutto nella qualità che è per lui essenziale, la ammazza per salvare la stima di sé.
Cominciare a dire che il valore dell’essere umano è di essere unico, libero e creativo, permette di smontare tali modelli primitivi.

Come sono stati tramandati i dieci comandamenti? Non sono stati letti come uno strumento di liberazione dell’uomo dalla condizione animale, né come una dimensione antropologica dell’essere umano, ma come una limitazione morale, come una norma di comportamento finalizzata al non dispiacere al Dio padre-padrone. Per questo motivo c’è voluto tutto questo tempo per giungere a poter fare questo salto, perché il cambiamento dalla concezione di Dio da padrone a padre si sta realizzando solo in tempi recenti. Prendere sul serio la natura del Divino come Padre è importante perché, storicamente, l’uomo ha definito la qualità della propria natura e della propria condizione, prendendo come valore assoluto cui fare riferimento la natura e la qualità del divino.

Il verbo desiderare degli ultimi due comandamenti, secondo me, sta a indicare che le Tavole sono state concepite come una proposta culturale, come una nuova concezione antropologica, non come norma morale. Per questo le Tavole definiscono una nuova cultura, pongono le linee essenziali di una nuova civiltà, questa volta umana.
Il concetto del desiderare richiama l’aspirazione che caratterizza il fondamento su cui l’uomo si riconosce nella propria umanità e non il desiderio come mera pulsione fisiologica. Il desiderare la donna sottintende un concetto di sé animale, che equipara la donna alla cosa, quindi indegno dell’uomo figlio del Dio padre.

Dopo 2000 anni di Cristianesimo e 300 di Illuminismo che ha liberato l’uomo dalla dipendenza dal divino, sarebbe il momento di raccogliere l’eredità di questa evoluzione; uscire dalla preistoria umana e iniziare un nuovo umanesimo nel quale ciascuno sia consapevole del proprio valore perché si riconosce unico nell’universo, e perciò libero e capace di rinnovare il mondo con la propria creatività, rendendolo migliore.
Infatti, la nuova originalità di ciascuno diventa un nuovo spazio di libertà per tutti.

Grazia Baroni è nata e vive a Torino ed è laureata in Architettura e Storia dell’Arte e ha insegnato presso le Scuole superiori per quasi 30 anni. Ha partecipato a numerosi gruppi di ricerca legati all’insegnamento ed è attiva presso l’Associazione Famigliare Novacana e, dalla sua nascita, con Il Gruppo Molecole.

Chi siamo
Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, volto creare e conoscere, dialogando con altre molecole positive, e quindi porsi come elemento catalizzatore del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora (Pavia), dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicitazione delle proprie potenzialità e, successivamente, costruire processi di interazione e sviluppo positivi.

Il tabù della solitudine…

di Federica Mammina

In un mondo di grandi conquiste, come il nostro, purtroppo alcuni tabù resistono tenacemente. Sebbene con qualche passo avanti rispetto al passato, ancora oggi è malvisto il fatto di essere single dopo i trent’anni, soprattutto per una donna. Come se certe tappe dovessero essere obbligatorie per tutti, e con gli stessi tempi. E così, superati i trenta, risulta sospetta la mancanza di un compagno, di un matrimonio imminente o almeno di una convivenza. Come se il non avere una relazione nascondesse per forza qualche aspetto problematico della persona, qualche difficoltà nelle relazioni, una forma di egoismo, di mancanza di sentimenti o romanticismo.
Ma il pregiudizio a volte cela che, dietro a quella che può apparire una situazione passivamente subita, ci possa essere una scelta di grande coraggio: il coraggio di non cedere alla paura della solitudine, di non volersi impegnare in qualcosa per cui non ci si sente pronti, di non accontentarsi se non ci si sente pienamente soddisfatti, o di credere così profondamente nell’amore da non voler sprecare quell’unica occasione che forse un giorno potrebbe presentarsi.

“Alla base del tabù c’è una corrente positiva di desiderio.”
Sigmund Freud

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Passione d’agosto

Due ore di sonno la prima notte, forse tre la seconda. Non era più abituata a dormire con qualcuno, così gli aveva detto al risveglio quando lui l’aveva avvolta in un altro abbraccio. Non era vero, non aveva dormito perchè era lui. Una cotta di sedici anni prima quando lo aveva conosciuto, bello, ombroso e tale lo aveva ritrovato. Cos’era quell’inquietudine nella notte? Gli sprazzi di felicità lei li viveva così, intensi e ruvidi. Facile dire goditela senza pensieri, ma come si fa a darsi e a rimanere incolumi? Lei non ne era capace. Aveva letto decine di libri su come essere felici ed era convinta fosse giustissimo non consegnarsi a qualcun altro, eppure dopo due notti d’agosto, si sentiva sgonfia e piena allo stesso tempo, vuota di certezze ed ebbra di quella sagoma che aveva aderito così bene al suo corpo. Le aveva innescato un desiderio spontaneo, continuo, profondo. Lui era capace di questo: accenderla. Quante volte aveva fatto l’amore pensando ad altro? Troppe. Con lui, la mente stava ancorata nello spazio fra i due corpi e l’anima scorreva dentro quegli attimi fra i sussurri plasmati dal piacere.
Al mattino, dopo averlo salutato, la prendeva un’irrequietezza dolce pervasa dai ricordi della notte e incapace di farseli bastare. Non era giusto valutare i nuovi incontri sotto la lente di ingrandimento dei vecchi, ma si era troppo data a chi aveva occupato il posto fino a un anno prima, per non avere paura. Paura non di lui, ma di se stessa, di quanto fosse capace di concedersi.
Non sapeva quando lo avrebbe rivisto, non sapeva nemmeno che nome dare a tutto questo, ma di una cosa era certa, era fatta per emozionarsi ancora, desiderare nello stomaco qualcuno. Non era poi così scontato.

Raccontateci la vostra storia inquieta, verso dove vi ha portato un’emozione, cos’hanno svelato le vostre paure durante il cammino.

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

Volere è potere… forse

di Federica Mammina

“Sono uomo e sono incinta”. Questo è ciò che ha voluto condividere su Facebook Trystan Reese, 34 anni dell’Oregon, insieme al marito Biff Chaplow. Con tanto di foto che testimoniano la crescita del pancione ed i vari escamotage per camuffarla, non si è limitato a condividere solo la notizia, senza dubbio eccezionale, ma ha pensato di condividere tutto il periodo della gravidanza rispondendo tramite i social alle domande e curiosità di chiunque.
Trystan è un transgender che, come si può ben immaginare, non ha completato il suo passaggio dal genere femminile a quello maschile perché, dichiara lui stesso, “nascere con questa fisicità è stato un dono” e quindi lui ha fatto di tutto per mantenerla tale. Con il marito ha due figli adottivi ed è da poco diventato padre (o madre?).
Al di là dei dubbi sul caso specifico (la mia mente vacilla nel tentativo di comprendere quale equilibrio possa avere una persona che si sente a proprio agio in una tale confusione che riguarda non soltanto il proprio corpo, ma di conseguenza il modo di sentire, comportarsi e relazionarsi con il prossimo) viene da chiedersi se esista un limite oltre il quale l’uomo non dovrebbe spingersi, e quale sia.
È davvero giusto abbattere ogni ostacolo che la natura ci pone? È davvero giusto ottenere tutto ciò che la mente può immaginare e il cuore desiderare? È davvero giusto sovvertire l’ordine naturale delle cose e quali conseguenze ci potrebbero essere in futuro?
A volte temo che certi limiti vengano superati non tanto perché lo si ritenga giusto, quanto piuttosto per dimostrare che sia possibile. E trasformare l’impossibile in realtà dà un senso di onnipotenza.
Ma il potere è una droga, crea dipendenza, con il rischio che alla lunga dia anche alla testa.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Tutti gli uomini di Amanda

Il do ut des nei rapporti è superato, perdente, Amanda lo sostituisce con il ‘capio ergo recipis’, più giusto e soprattutto sincero nel piacere reciproco. Avere in sorte il nome Amanda è come stare tra il dovere essere amata (gerundivo femminile singolare, ndr) e la direzione verso le cose da amare (gerundivo neutro plurale, ndr), quelle che a 53 anni, la protagonista dell’ultimo romanzo di Valeria Parrella Enciclopedia della donna aggiornamento (Einaudi, 2017), sa scegliere senza nessuna incertezza.
Amanda completa ciò che l’enciclopedia degli anni sessanta dedicata alla donna aveva taciuto: la vagina, anzi, “la fica”. Cresciuta con i fascicoli del compendio incompleto su cui sedeva, Amanda aggiorna la parte mancante, proprio quella che, nel corso della sua vita, si è intrecciata a uomini, amanti, amici, altre donne, insomma tutto, come un crocevia da cui si smistano pensieri, si salutano persone, a volte per sempre.
La visione di Amanda sul tema è il filo orizzontale che lega il Semaforo, il Corredo, Overbooking, Tristi tropici, Diogene e altre parti di un insieme riconducibile sempre a lei, la vagina. Prendiamo il semaforo: se Amanda si trova in uno spazio chiuso, divide mentalmente le persone tra quelle scopabili e quelle non, un meccanismo istintivo e binario, ancora più elementare di un semaforo, senza sfumature di giallo.
Il corredo “vive in uno stanzino del desiderio, un sottotetto della fica”, dove Amanda colloca e associa i ragazzi che le piacevano al liceo in una grande zuppiera, l’uomo politico è una saliera, altri uomini sono su piattini con cucchiaini d’argento, ma la cassa di noce è capiente all’infinito, lì dentro ci finisce la vita.
Gli uomini vanno differenziati, non sono tutti uguali e Amanda crea delle “categorie socio-merceologiche”: l’intellettuale perde virilità perchè scade nella melassa, il fruttivendolo, invece, ha quella sicurezza innata che piace, l’uomo col mal di testa merita indifferenza. Se poi, al di là delle categorie, uno si professa innamorato, fatti suoi, Amanda trova che sia una cosa “al limite dell’accettabile”, sente il desiderio abbassarsi e allora deve distrarsi per recuperarlo.
E poi ci sono gli amici uomini, quelli che per resistere nel tempo non hanno mai dovuto mischiarsi con il sesso, quelli che non si può guardare nella loro interezza, bisogna togliere loro qualcosa per non confondersi e allora “l’unico modo onesto di avere un uomo etero amico è non avere mai pensato di andarci a letto, e l’unica condizione affinchè questo avvenga è staccare loro il coso da tutto il resto”.

Care amiche lettrici, proviamo ad aggiungere altre categorie di uomini a quelle di Amanda?

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

Di che cosa abbiamo realmente bisogno oggi

Per quanto sia poco chiara, definita in modi diversi, criticata, la nozione di bisogno fa parte del lessico comune. Il termine bisogno è definito in modo diverso all’interno di differenti ambiti disciplinari: per molti, seguendo le indicazioni semplificatrici dell’economia, è diventato sinonimo di domanda aggregata espressa dall’insieme dei consumatori. Se si assume per buona questa definizione tra le tante possibili, ne derivano una serie di conseguenze che possono illuminare certi processi e certi esiti inattesi che stanno avvelenando qua e là il contesto sociale. Se è vero, infatti, che l’economia dominante basata su questo assunto ha consentito una produzione quantitativa di beni e servizi senza precedenti; è vero anche che le esternalità che genera sono diventate ormai assolutamente insostenibili a livello ambientale e sempre più spesso anche a livello sociale. Superata da tempo la capacità produttiva necessaria a coprire i bisogni essenziali, ovvero a garantire potenzialmente una vita dignitosa a tutti, non è mai stato risolto invece il problema della redistribuzione e dell’equa ripartizione dei benefici generati. Problema che si è anzi drammaticamente acuito nel nuovo millennio. La ricchezza, infatti, si è trasferita in modo impressionante dalle classi più povere e dalla classe media verso la ristretta classe capitalista dominante, riproponendo in modo drammatico il tema del bisogno, proprio nel mezzo di un’abbondanza materiale che non ha precedenti nella storia.

In un contesto che è mutato radicalmente nell’ultimo secolo, l’interpretazione del bisogno come domanda aggregata, ampiamente orientata dalla pubblicità e dal marketing – che si è rivelato in grado di modificare drasticamente le aspettative dei cittadini diventati ormai consumatori – ha finito con lo spostare il concetto stesso di bisogno verso quello di desiderio, che per sua natura non è mai soddisfacibile completamente. Questa trasformazione sta alla base del consumismo che ha contraddistinto l’ultima fase del periodo industriale, protraendosi fino ad oggi con nuove forme e nuovi linguaggi. L’adozione di un percorso di vita centrato sul desiderio costante, pone però le basi soggettive della dipendenza: mette le persone nella situazione di dover consumare ininterrottamente nel vano tentativo di raggiungere una felicità che, così posta, diventa di fatto irraggiungibile, se non attraverso piccole gratificazioni che devono essere replicate senza posa. Tra il polo del bisogno e quello della dipendenza si colloca dunque un possibile circolo vizioso, che rischia di far diventare un numero crescente di persone sempre più dipendente dal consumo di beni materiali e immateriali prodotti dal sistema economico.
Il meccanismo bisogno – desiderio – consumo – dipendenza può spiegare gran parte degli accadimenti sociali che stanno drasticamente modificando l’intero pianeta: esso attrae irresistibilmente quanti nel bisogno vivono davvero poiché i loro paesi di provenienza sono devastati dalla guerra, da carestie ed epidemie, o da un’insicurezza spesse volte unita a una estrema povertà. Esso può essere considerato la spinta fondamentale che ha messo in crisi l’intero equilibrio ecologico, accelerando lo sfruttamento intensivo della natura, che viene messa in crisi dai rifiuti e dalla crescente massa di sottoprodotti ed esternalità generati da questo tipo di economia. Il meccanismo sta alla base di quell’insoddisfazione strisciante che sembra caratterizzare un numero enorme di cittadini occidentali, come attesta lo spropositato consumo di droghe e psicofarmaci e il ricorso diffusissimo a varie forme di terapia psicologica e di consulenza esistenziale. Esso spinge d’altra parte in un vorticoso ciclo di innovazioni tecnologiche e sociali che ampliano sempre di più l’efficienza della produzione e l’ampiezza dell’offerta reperibile sui mercati. Infine esso indirizza le persone verso due direzioni opposte: l’una contraddistinta dalla piena dipendenza dal sistema, l’altra caratterizzata dalla possibilità di usarlo come trampolino per un possibile salto evolutivo verso una nuova consapevolezza.
D’altro canto questo semplice meccanismo, per poter funzionare, richiede tassativamente che i consumatori dispongano delle risorse finanziarie necessarie per poter continuare a consumare, ovvero che siano nella condizione di poter accedere a diverse forme di lavoro remunerato. Una condizione sempre più difficile da onorare man mano che le macchine intelligenti e i robot sostituiscono il lavoro umano.
Ferma restando l’impossibilità di risolvere il problema dei bisogni tramite la pianificazione centralizzata della produzione di beni e servizi, questo stato di cose porta a conseguenze paradossali a livello di senso comune. L’idea di risolvere definitivamente i bisogni umani, appare oggi, in questa prospettiva, decisamente impossibile: nuovi bisogni devono continuamente essere creati e alimentati per far funzionare il sistema, per garantire nuove opportunità di intrapresa e di lavoro. Appare insomma negata la possibilità di esistenza di una società in grado di dare a ciascuno secondo i suoi bisogni e di ottenere da ognuno secondo le sue possibilità.

Particolarmente sconcertanti sono le conseguenze per le organizzazioni, le istituzioni e le persone che lavorano direttamente nel mondo dei servizi alla persona che fino a poco tempo fa costituivano il sistema dello stato sociale (welfare). In maniera molto provocatoria si potrebbe affermare che un servizio sociale che fosse in grado di risolvere definitivamente il bisogno al quale la sua esistenza risponde, attestando così la sua eccellenza operativa, si metterebbe nella situazione di non essere più necessario e di non garantire più opportunità di lavoro ai suoi componenti. Proseguendo nella provocazione: di cosa vivrebbero gli operatori della salute se le persone adottassero stili di vita capaci di abbassare in modo significativo l’incidenza di patologie e malattie degenerative? Di cosa vivrebbe l’industria del cibo se le persone riducessero drasticamente lo spreco e il consumo di cibo spazzatura migliorando così la propria salute? Di cosa vivrebbero gli avvocati se non esistesse più una forte litigiosità sociale?
Forzando ulteriormente il discorso sul filo di una crescente provocazione, si può affermare che l’esistenza stessa di processi che generano patologie e drammi sociali è indispensabile per la prosperità delle organizzazioni che erogano servizi sociali e sanitari. Osservati con gli occhiali del circuito perverso bisogno-dipendenza, i danni prodotti dal gioco d’azzardo, dalla alimentazione scorretta, dall’abuso di farmaci, dall’inquinamento, dagli incidenti, dalle violenze risultano necessari tanto quanto l’esistenza di organizzazioni che a quelli intendono porre rimedio. Una situazione che la privatizzazione dei servizi rischia di aggravare ulteriormente, poiché in un ambiente fortemente competitivo, ogni attore è spinto a individuare e costruire i bisogni sui quali esercitare la propria competenza.
Continuando nella provocazione si potrebbe affermare che, malgrado gli sforzi dei singoli e gli impegni degli imprenditori morali, nessuna organizzazione può davvero essere impegnata a risolvere definitivamente il bisogno delle persone poiché, paradossalmente, la sua utilità sociale (creare lavoro) ed economica (creare profitto) ne verrebbe compromessa.

Questi possibili paradossi possono essere rifiutati come inconsistenti o accettati come prezzi necessari da pagare allo sviluppo e al progresso; possono essere considerati come vincoli della imperfetta commedia umana da prendere con una dose di leggerezza e sense of humor o essere vissuti come drammi derivanti dall’egoismo e dalla brama di possesso e potere.
Certo è che i vecchi modelli non funzionano più, anzi la loro applicazione causa sempre più problemi; ed è anche vero che si intravvedono qua e la soluzioni su scala locale, ma all’orizzonte non si vede ancora un’alternativa realmente sostenibile capace di dare speranza al futuro. La diffusione capillare delle tecnologie digitali apre scenari esaltanti quanto inquietanti e potrebbe offrire dimensioni inattese per una riorganizzazione sociale del bisogno. Allo stesso modo uno dei tanti nuovi paradossi emergenti, quello della crescita economica con diminuzione dell’occupazione, potrebbe forse avviare nuove opportunità tutte da esplorare. Ne deriva, infatti, una situazione che di per sé obbligherebbe a una rilettura radicale del significato del lavoro e dei modi stessi su cui si fonda la convivenza civile: un cambiamento tale da mettere in discussione la concettualizzazione dominante dell’idea di bisogno, cambiamento di cui si ignora la direzione, ma che diventa quanto mai necessario man mano che viene evidente l’impossibilità di affrontare i problemi con le vecchie ricette. Intanto, in assenza di soluzioni definitive e in carenza di proposte da parte della politica viene richiamata urgentemente in gioco la responsabilità delle persone e la capacità di discernimento dei decisori pubblici e privati ai quali si chiede lungimiranza e capacità di visione sistemica. Una nuova consapevolezza diventa essenziale per affrontare in modo creativo difficoltà che sembrano essere diventate ormai insormontabili se affrontate con i vecchi strumenti.

Con il naso all’insù

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Bob Marley

Se esprimi un desiderio è perchè vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perchè stai guardando il cielo, se guardi il cielo è perchè credi ancora in qualcosa. (Bob Marley)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

L’amore che cambia (e l’amore che resta)

“Ritornerò da te con questo cielo in mano…” canta al Festival di Sanremo Giovanni Caccamo; poco dopo nello spazio televisivo dedicato alla pubblicità, lo spot dei Baci Perugina recita gli eterni versi di Prevert “i ragazzi che si amano”, eterna suggestione dello stato nascente. Romina Power e Albano cantano insieme perché la gente, che ne ha fatto il prototipo della coppia felice, non ne vuole sapere delle storie che li hanno portati in altre vite. Sul Corriere della Sera del 13 febbraio Silvia Avallone ripropone l’elogio della lunga durata dell’amore che accompagna la vita di chi invecchia insieme. Troppo facile parlare dell’amore appassionato, della sicurezza arrogante di un corpo capace di suscitare desiderio e, al contrario, della bellezza perduta.
L’eterna suggestione dell’amore, ben oltre la festa di San Valentino, alimenta il bisogno di continuità e di emozione, di riconoscimento e di rinnovamento: emozioni che parrebbero inconciliabili e che pure, ognuno, si illude di conciliare.
E ora c’è la rete: l’amore al tempo di Internet propone contatti (non solo virtuali, ovviamente) in pochi minuti utilizzando i vantaggi del mobile e della geolocalizzazione è possibile combinare incontri; moltissimi siti ormai propongono l’incontro dell’anima gemella, attraverso gli algoritmi che elaborano gusti, passioni, “qualità” dichiarate per offrire profili compatibili. La rete cambia tutto e nulla allo stesso tempo. Cambia le forme del contatto e del corteggiamento, la fonte delle gelosie, i modi di essere presenti anche a distanza, attraverso video e chat, non cambia le emozioni, la tensione verso la sicurezza, il bisogno di continuità, come le tentazioni di fuga.
Bisogna riconoscere che la parola amore riconduce ad unità (inevitabilmente banalizzando il tema) una larga varietà di sentimenti ugualmente importanti per la vita e che non possono essere interpretati con l’antinomia passione/solidarietà. Non vi è dubbio che l’amore è anche amicizia, che comporta la capacità di coltivare le relazioni, di prendersi cura, avere la pazienza dell’ascolto, guardare (ed essere guardati) con occhi benevoli e non giudicanti. Come dice Francesco Piccolo (Corriere della sera, 9 febbraio) amarsi vuol dire anche farsi compagnia in alcuni pomeriggi piovosi della domenica e desiderare di eliminare gli stessi concorrenti di Masterchef. Ma oggi, dopo la stigmatizzazione dell’amore liquido, dell’amore “usa e getta” (banale descrizione dell’aspirazione all’autenticità con cui gli individui hanno cercato di misurarsi), l’accento torna sull’amore “sentimentale”.
Il discorso sull’amore riflette lo spirito del tempo. Il discorso odierno sull’amore esalta la continuità, quella tenacemente costruita. Non a caso: questo tempo sollecita il bisogno di legami, già il lavoro è sufficientemente precario, che almeno l’immaginario emotivo sia alimentato da sentimenti di lunga durata! Anche il discorso sull’amore, così eterno e universale, è influenzato dal clima sociale e dal tempo della storia.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei consumi. Studia le scelte di consumo e i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network.
maura.franchi@gmail.com

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Genitori sregolati, figli sgretolati

Mi capita sempre più di frequente di ricevere coppie di genitori che faticano a gestire la relazione con i figli e la loro crescita. Gli adulti, oggi, sembrano essersi smarriti nello stesso mare dove si perdono i figli, senza più alcuna distinzione generazionale.
Prevale il mito della giovinezza perenne, il culto dell’immaturità, che propone una felicità spensierata e priva di responsabilità. La solitudine delle nuove generazioni deriva dalla difficoltà degli adulti nel sostenere il loro ruolo educativo.
Ciò che constato, raccogliendo le storie dei genitori, è che nelle famiglie non c’è più conflitto tra legge e trasgressione, spesso tutto è concesso, senza limite. In casa, le porte delle stanze sono tutte aperte ad indicare, anche simbolicamente, l’assenza di confine, di separazione tra sé e l’altro. In questa mancanza di limite, le nuove generazioni si sentono lasciate cadere, abbandonate.
I genitori dovrebbero essere in grado di sopportare il conflitto e di rappresentare la differenza generazionale. L’omogeneità della famiglia moderna introduce un’omogeneità solo apparentemente priva di conflitti. I bambini sembrano essere equivalenti ai genitori, le madri alle figlie, i padri ai figli. Si assiste ad una confusione di ruoli, e quando uno dei componenti parla non è chiaro da che posizione lo faccia. L’autorità viene meno, si sgretola, portando come risultato quello di crescere giovani fragili, con personalità poco solide e che non sanno a quali punti di riferimento appigliarsi.
Un tempo il figlio faceva parte della famiglia sottomettendosi alla sua organizzazione gerarchica e alle sue leggi. Nel nostro tempo è esattamente il contrario: la famiglia subordina ogni scelta alle esigenze del dio bambino e alla sua volontà resa assoluta. Genitori che fanno decidere ai figli dove andare in vacanza, fine settimana tutti in funzione di ciò che è più piacevole e meglio per i bambini.
In questo modo i bambini e gli adolescenti non sperimentano le frustrazioni e quando poi, per cause di forza maggiore, la vita gliele pone davanti, non hanno gli strumenti giusti per farci i conti. Da qui anche i casi di suicidio, ad esempio in seguito ad una bocciatura scolastica o ad una delusione amorosa.
All’interno delle famiglie tutto si appiattisce in una parola vuota, che è una parola su tutto senza però che vi sia un’implicazione responsabile rispetto a ciò che si dice.
Una mia paziente parla così della madre: “Mi teneva in grembo sognando quali vestiti mettermi, e di che colore, e quali dei suoi sogni darmi in mano da realizzare. Nel suo bisogno di darmi in consegna ciò che le era mancato”. Ciò indica come la figlia possa essere vissuta come prolungamento narcisistico del genitore.
Un’altra paziente ben descrive il ruolo distorto assunto all’interno della propria famiglia e ciò che esso ha comportato per lei: “Io ero al posto di mia madre, per mio padre. Ed ero al posto di mio padre, per mia madre. Io ero quel giocattolo con cui si poteva finalmente raggiungere la soddisfazione. Quei buchi tra loro riempiti da me. Così mi sono trovata là, nel posto sbagliato, in un luogo sconosciuto, inospitale. Una mela a metà: una metà fatta del sogno di mia madre… quello di diventare il suo riscatto… e una metà fatta di lui, del sogno di restare la sua bambina… che lo avrebbe servito, amato, ascoltato, capito… Lo avrebbe soddisfatto, divenendo la donna che non aveva mai avuto. E’ in questo punto doloroso che l’amore ferisce. E’ la potenza devastante del troppo. Il troppo amore di una madre affamata. Il troppo amore di un padre e il suo desiderio. Una figlia in mezzo. Un amore che chiede in cambio una vita. Sono stata al loro gioco, non sono stata capace di liberarmi”.
Se i genitori sono confusivi, se trasmettono messaggi ambigui e contraddittori, i figli risulteranno spaesati e avranno difficoltà a distinguere tra sé e l’altro e ad avere confini definiti.
La famiglia che funziona meglio non è la famiglia che nutre con la pappa giusta, seguendo un manuale del giusto genitore. E’ la famiglia che sa nutrire e sostenere il desiderio dei figli.
Come si nutre il desiderio? Non con le prediche, la pedagogia, i discorsi, ma con la testimonianza, dando il buon esempio. Coltivando le proprie passioni. Mostrando che si può vivere in questo tempo anche senza impazzire, senza volersi suicidare, ma vivendo la propria vita e facendola fruttare.

Chiara Baratelli è psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

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