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Uno dei tratti della nostra epoca è che ricchi e super ricchi non pagano più (o pagano pochissimo) le imposte e se ne fregano delle comunità dove vivono (grazie alla globalizzazione e alle comunità nomadi a cui appartengono). Anche i top tennisti (come Sinner) prendono tutti residenza a Montecarlo per non pagare le tasse. Oxfam ha presentato uno studio in cui calcola che l’1% dei più ricchi (80mila persone) inquina (CO2) come 5 miliardi di abitanti.

Lo stesso 1% dei più ricchi è passato in quasi tutti i paesi occidentali a possedere dal 10% al 20% della ricchezza negli ultimi 30 anni.
Lo scrive anche il professor Guido Alfani (Bocconi, As Gods Among Men: A History of the Rich in the West, il suo prossimo libro) sul New York Times, mostrando come in passato invece i ricchi avevano sempre contribuito alle loro comunità. Venezia dopo la peste del 1630 impose un prestito forzoso ai più ricchi, gli Stati Uniti imposero i “liberty bond” nel 1917-18 per finanziare la guerra e ancora negli anni ’50 le aliquote marginali della tassazione progressiva erano al 90%, secondo il principio che chi guadagna di più deve aiutare la comunità. Un principio che sta scomparendo e ciò porta (dice Alfani) ad una crescente instabilità, alla crisi della democrazia le cui conseguenze sono ignote e pericolose.

Anche i salari dei lavoratori hanno cominciato dagli anni ’80 a divergere. Se infatti nei primi 30 anni del dopoguerra crescevano in modo simile per tutti (dai laureati ai non qualificati) ad un tasso medio del 2/2,5% reale annuo nella più potente economia mondiale (Usa, ma anche in Italia), a partire dagli anni ’80 è iniziata la divergenza. I salari più alti (laureati) hanno continuato a crescere, mente tutti gli altri a calare.

L’aumento salariale (che riguardava tutti) aveva creato il sogno americano che richiamava ogni anno anche 400mila messicani immigrati. Questa enorme crescita salariale per tutti fu dovuta a 3 fattori:

a) la distribuzione dei profitti anche ai lavoratori;

b) una forte tassazione sui ricchi e progressività delle imposte (chi guadagnava più di 400mila dollari all’anno pagava il 90% sui redditi maggiori);

c) un uso delle innovazioni tecnologiche a vantaggio di tutti.

Questo periodo di boom economico fu contrassegnato da una forte diffusione del benessere a tutti, di crescente uguaglianza (forse l’unico periodo della storia) e di nuovi servizi come istruzione di massa, pensioni e sussidi di disoccupazione e, in Europa, salute pubblica. Sono anche gli anni in cui un gruppo di geniali giovani californiani inventa nuovi software, con l’idea che lo sviluppo digitale avrebbe prodotto il “potere al popolo”, come sognava il sociologo Ted Nelson. Un periodo in cui le innovazioni tecnologiche miglioravano effettivamente la condizione umana dei lavoratori con nuove automazioni (sostituendo le fasi di lavoro più faticose), ma che assegnavano anche nuove mansioni e quindi una formazione professionale e più alti salari (l’esatto contrario di quello che avviene oggi).

Questo “sogno” comincia a sgretolarsi a partire dagli anni ’70 e ‘80 a causa dell’affermarsi dell’idea neo-liberista di Milton Friedman (che sarà assunta da Pinochet, Thatcher, Reagan) di massimizzare i profitti, che distribuirli anche ai lavoratori è un errore e che semmai vanno dati agli azionisti che prestano il capitale. La priorità diventa automatizzare per tagliare i costi (e il personale), spostare le produzioni in Stati non sindacalizzati o all’estero e introdurre retribuzioni a incentivo per i manager e i quadri alti, a spese di chi lavora in “basso”, anche perché molti di questi lavori (pulizie, manutenzione,…) vengono esternalizzati a lavoratori che prendono ancora meno. Crescono poi part-time e contratti a termine che riducono il salario annuo.

La nuova tecnologia che viene introdotta non opera più per creare nuove mansioni e rendere più umano e qualificato il lavoro, ma per automatizzare, controllare e tagliare i costi. Ciò determina un forte aumento delle disuguaglianze salariali tra chi dirige, i quadri alti (laureati e manager) e il resto della “truppa” che comincia a vedersi ridotto il salario reale (post inflazione negli ultimi decenni).

La globalizzazione e la finanziarizzazione daranno una spinta enorme a questo fenomeno a partire dal 2000, per cui la quota nazionale di valore aggiunto che va ai lavoratori/salari scende dal 67-70% degli anni ’70 al 60%, mentre l’1% più ricco passa dal 10% della ricchezza nazionale al 20% di oggi.

La situazione è simile anche in Italia ed è mostrata da questa figura tratta da dati di Banca d’Italia (indagine 2020 sui redditi delle famiglie, vedi Daniele Checchi e Tullio Jappelli su lavoce.info) su come è variato il reddito in Italia per percentili dal 1989 al 2020. Come si vede il 40% di chi guadagna meno ha visto ridursi il suo reddito. Chi sta tra il 40% e l’80% ha visto un lievissimo incremento che diventa significativo solo oltre l’80% (il 20% dei più abbienti). Ciò spiega perché l’indice di Gini sia passato in Italia dal 25% del 1989 al 33,6% nel 2020.

Questi numeri spiegano il successo degli scioperi degli ultimi mesi in Usa, il malessere sociale profondo dagli Stati Uniti all’Argentina (che ha una inflazione del 140%), ma anche perché Trump o Milei (nuovo presidente anarco-liberista in Argentina) abbiano un seguito enorme. La gente non sa più “a che santo votarsi” e vota chi è più – all’apparenza – contro il sistema.

Gran parte dei bianchi americani, specie quelli colpiti dalle ristrutturazioni nelle periferie industriali, non ne vuole più sapere di una economia che governa il mondo ma non distribuisce la ricchezza che produce ai suoi lavoratori, come pure fece nei primi 30 anni del dopoguerra. E la gente sa che è possibile e spera di ritornare a quei tempi. Nei paesi del sud Europa le cose sono simili, anche se i paesi col salario minimo (come Francia, Spagna e Portogallo) hanno ammortizzato i colpi, ma, ovunque, chi prende meno perde salario reale (post inflazione) anno dopo anno. Ciò spiega il diffuso malessere, l’astensionismo elettorale (ormai di massa) e perché i cittadini cerchino svolte radicali (M5S, Renzi, oggi Meloni), destinate a rimanere però pie illusioni se non si ritorna, come nei primi 30 anni, a redistribuire l’enorme ricchezza che viene prodotta e ad usare la tecnologia (domani l’Intelligenza Artificiale) a vantaggio di tutti e non di una élite. Senza contropoteri (sindacati, associazioni,…) non ci sarà mai un cambiamento a favore di tutti e della parte più povera.

I nostri più autorevoli commentatori quando parlano degli Stati Uniti non parlano di questo gigantesco malessere sociale, che ha risvolti di alcolismo, droga, malattie mentali e ha portato ad una riduzione della stessa speranza di vita. E’ comprensibile: in tal modo dovrebbero parlare anche dei salari, ma forse pensando al loro ricco emolumento glissano.
Il compianto sindacalista Alberto Tridente quando fece il parlamentare decise di versare la quota eccedente il suo salario di operaio al partito, perché aveva notato che guadagnare molto gli faceva cambiare le idee.

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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