18 Marzo 2019

Ferrara è davvero città aperta?

Loredana Bondi

Tempo di lettura: 6 minuti

Le assemblee civiche Il Battito della città, La città che vogliamo e Addizione civica hanno proposto lo scorso venerdì a Factory Grisù un interessante incontro pubblico dal titolo davvero accattivante e quanto mai oggetto di discussione: ‘Ferrara città aperta? Contro ogni forma di razzismo. Per l’accoglienza, il dialogo interculturale, l’inclusione sociale‘.
In effetti il punto di domanda se Ferrara sia davvero una città aperta nei confronti delle diverse forme di razzismo, se la nostra città sia accogliente e inclusiva è passato attraverso le molte testimonianze ed esperienze di vita di coloro che sono intervenuti, con suggestivi intermezzi creativi di profilo espressivo teatrale e proiezioni davvero toccanti.
Si è trattato di un lungo e interessante susseguirsi di stimolanti riflessioni sui diversi aspetti del nostro vivere sociale. Oggi alcuni sostengono che il razzismo crescente sia il vero problema politico del momento storico in cui viviamo e che sostanzialmente rappresenti lo spaccato di un mondo globalizzato che vede solo in bianco e nero, in termini di paura di perdere ricchezza e potere, di sentire minacciata la propria vita paradossalmente non da chi ha più potere, bensì da parte di chi non ha nulla, se non il colore diverso della pelle, della diversità della lingua o di usi e costumi diversi.

L’incontro proposto dai movimenti civici ha inteso portare all’attenzione pubblica un tema presente, anche se poco dibattuto sia a livello locale sia nazionale, spesso connesso esclusivamente al problema della sicurezza dei nostri concittadini, mentre sappiamo benissimo che nasconde problematiche più complesse, dal dilagante sistema di diseguaglianze che sta attaccando anche il nostro contesto sociale, alla crisi del mondo del lavoro, alla disoccupazione, al crescente svantaggio culturale ecc., che troppo spesso fa comodo ignorare, semplificando le ragioni del malessere addebitandolo esclusivamente a chi arriva da lontano e presenta bisogni diversi.
Ma il malessere, l’isolamento e la povertà mettono davvero a rischio la dignità di molte persone, nostri concittadini che, se non vi fosse la presenza di associazioni umanitarie e del volontariato, che reiventano modi nuovi di avvicinamento solidale di chi ha bisogno, non riuscirebbero a dare ancora senso alla loro vita. Ciò vale anche per gli anziani, per le persone bisognose anche solo di stare con qualcun altro e per quelle che hanno bisogno di accoglienza.

Il genetista ferrarese Guido Barbujani, anche attraverso un video mirato, ha portato la sua esperienza scientifica sul concetto di razza per capire quanti e quali siano ancora i pregiudizi e le non conoscenze su cui si fondano le politiche sociali discriminatorie, che oggi rivendicano e identificano le differenze fra le persone in base alla loro provenienza e colore della pelle. Davvero interessante anche l’esperienza delle cucine popolari Social Food di Bologna: una mensa che accoglie persone che beneficiano appunto di pasti offerti dalle imprese del territori di cui ha parlato Roberto Morgantini, recentemente nominato Commendatore della Repubblica dal capo dello Stato proprio per questa grande e importante attività. L’esperienza delle cucine popolari si basa sulla convivialità a tavola e significa spazio, tessuto, mosaico di parole scambiate; lì tutti sono uguali, con le stesse possibilità di prendere cibo e di intervenire con la parola: bambini e vecchi, uomini e donne, invitanti e invitati. L’uno parla, l’altro ascolta mentre si mangia: parole che si intrecciano fino a superare ogni diffidenza.
Leaticia Ouedraogo, 22 anni, originaria del Burkina Faso, attivista, studentessa di lingue a Ca’ Foscari di Venezia, che parla perfettamente italiano anche perché da sempre vive in Italia senza problemi, ha portato la sua esperienza descrivendo come può cambiare la vita di una persona, quando s’innesca la paura per inspiegabili e ingiustificate minacce di morte solo per avere il colore della pelle che porta: si è trattato di una paura che mai prima avrebbe pensato di provare, però si è accorta che questo comportamento stava cambiando il suo modo di vivere. Ha spiegato come quel sentimento di paura si sia insinuato nella sua esistenza non tanto per la paura di morire, quanto piuttosto per la difficoltà a capire le ragioni di un odio che può portare a volere la morte di una persona solo perché nera. Il rischio che lei ha messo in evidenza è quello che rimanga dentro “la paura di aver paura”, però bisogna cercare di reagire e pensare che il mondo può anche cambiare e dovremmo arrivare a dire “Ferrara è una città aperta!” Senza un punto interrogativo.

Numerose sono state poi le testimonianze di coloro che vivono sul nostro territorio e rappresentano da anni un esempio di buone pratiche sulla convivenza attraverso le tante esperienze positive di accoglienza solidale, ma soprattutto di solidarietà e di inclusione nel tessuto cittadino dei tantissimi migranti, delle loro famiglie, di adulti e dei minori non accompagnati, ma non solo, che hanno cercato di creare un vero dialogo interculturale anche attraverso percorsi informativi e formativi. Si tratta di associazioni, del nostro Comune, del sindacato.
Domenico Bedin dell’associazione Viale K ha portato la pluriennale esperienza e la grande forza del volontariato, Elena Buccoliero, responsabile dell’ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara, ha portato avanti un lavoro da anni seguito anche da Daniele Lugli per quanto concerne la tutela dei minori, così come il servizio integrazione del Comune sta continuando a fare con interventi diretti e indiretti per le scuole di ogni ordine e grado e non solo.
Viera Slaven dell’Ufficio Immigrati Cgil di Ferrara ha portato una voce diversa, specificando di seguire tutto quel mondo di badanti straniere, in prevalenza dell’Est, che sostengono la cura dei nostri anziani, soprattutto in una città come la nostra, che ha sempre più bisogno di cura e assistenza perché sta velocemente invecchiando. Questa esperienza l’ha addirittura portata a scrivere un libro sulla vita di queste donne, che sembrano non avere nome, ma sono un punto fermo nel nostro contesto sociale e che paradossalmente non vengono vissute come “straniere”.
Adam Atik ha portato l’esperienza dell’associazione Cittadini nel Mondo, Malek Fatoum ha presentato l’attività di Occhio ai media e Marzia Marchi, insegnante Cpia e tutrice volontaria Msna, ha evidenziato quanto ricca e importante sia l’esperienza di conoscenza e le attese delle tante persone adulte che provengono dai paesi più diversi, di ricominciare una vita che abbia un senso.

Foto di Valerio Pazzi. Clicca sulle immagini per ingrandirle

Posso dire che i movimenti civici che hanno promosso e voluto condividere questa riflessione su una gran parte delle attività che muovono la vita della nostra città per un serio obiettivo di inclusione sociale, ha assunto un valore politico davvero rilevante: non è facile, infatti, incontrare la gente comune. E venerdì sera la gente presente era davvero tanta ad ascoltare, credo in modo davvero interessato, le tante esperienze di grande umanità verso l’altro che costituiscono quasi un “sottobosco” silenzioso del nostro territorio che lavora, che dice di esistere e che è fatto in nome di un’accoglienza e integrazione delle tante persone che arrivano, indipendentemente dal paese di provenienza, dal loro colore della pelle, dall’età della persona.
Cos’è questa se non politica attiva? Il fatto che ancora molti si stupiscano di ciò che può essere fatto solo per vero spirito di apertura umanitaria, e non per altri tornaconti, porta a pensare che non c’è più una cultura della partecipazione attiva e tutto ciò che di nuovo accade viene percepito come una disavventura, una paura di perdere non la libertà, ma il proprio esclusivo pezzo di benessere e non si è preparati al fatto che esistano altri tipi di intervento sociale che possono offrire alla nostra comunità una possibilità di futuro dignitoso e di pace insieme.
Il problema della sicurezza tanto declamato come unico problema grave del nostro territorio a difesa dei reali e contingenti problemi di delinquenza, malaffare e prostituzione, non va certamente sottovalutato, ma non potrà certo essere debellato solo dall’esercito o da bande armate stanziali in un quartiere della città: probabilmente occorrono regole più precise, un’organizzazione che preveda interventi diversi e su più piani, più vicini alla gente, con forme di coinvolgimento diretto e conoscenza reale dei fenomeni che stanno venendo avanti.

Insomma si è detto che c’è bisogno di un nuovo modo di fare partecipazione e l’approfondimento delle esperienze di cui si è parlato ha valore non solo per motivi di natura socio culturale, ma soprattutto politico: spingono verso una presa di coscienza della necessità di avere un governo della città più attento alle dinamiche sociali e al protagonismo delle nuove generazioni.



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