Giorno: 19 Gennaio 2017

Ui_Oui_We, il workshop per danzare assieme ai propri figli

Da: Ferrara Off

A Ferrara Off tre appuntamenti con Elisa Mucchi per favorire la comunicazione non verbale

Danzare assieme per stimolare la comunicazione non verbale tra madri e figli, affinare la percezione e l’ascolto dell’altro: si terrà domenica 22 gennaio dalle 10 alle 13 il primo dei tre appuntamenti curati dalla danzatrice Elisa Mucchi per il workshop ‘Oi_Oui_We’, che si terrà presso il teatro Ferrara Off in viale Alfonso I d’Este 13.
«Ho voluto proporre questa esperienza molto vivace e originale alle mamme di Ferrara e ai loro figli, senza limiti di età – spiega Elisa Mucchi –, nella convinzione che il contatto fisico sia un elemento fondamentale per conoscersi. La danza, come pratica di leggerezza e di grazia, oggi per un genitore può rappresentare una importante possibilità di crescita e trasformazione personale. Il titolo che ho scelto rappresenta questa opportunità: Ui è un suono primordiale, intimo, un ritorno all’origine. Oui è il riconoscimento che passa attraverso l’osservazione e il tatto, We è lo spazio dove muoversi assieme, la costruzione di un noi».
La prima giornata sarà dedicata allo spazio e al suono, la seconda e la terza – programmate domenica 26 febbraio e domenica 26 marzo – saranno dedicate rispettivamente al riconoscimento e alla relazione. Le persone interessate potranno scegliere di frequentare un singolo incontro oppure l’intero percorso. Il costo per la coppia è di 40 euro per i soci di Ferrara Off, 60 euro comprensivi delle due tessere 2017 per i non soci.

Chi vorrà potrà inoltre donare l’iscrizione al workshop tramite la gift card Regalo Off – dal valore di 50 euro, tuttora acquistabile presso il teatro. La gift card comprende l’iscrizione di due partecipanti a una data a scelta delle tre, le due tessera associative e la shopper del teatro.

Per informazioni e iscrizioni scrivere a elisa.mucchi@gmail.com oppure telefonare al numero 3333613285. Per prenotare Regalo Off scrivere a info@ferraraoff.it oppure telefonare al numero 3336282360. La gift card si può ritirare presso la sede del teatro nelle serate di spettacolo e durante le giornate di svolgimento dei workshop.

Il Meis inaugura “Touch”, per far toccare con mano i volti della Shoah

da: Ufficio Stampa Meis

Albertina Bassani Magrini, Silvio Finzi, Silvio Magrini, Amelia Melli, Zaira Melli, Germana Ravenna, Marcello Ravenna, Lindo Saralvo, Maria Zamorani, Renato Castelfranchi.
Sono dieci dei circa 150 ebrei ferraresi che, tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944, rimasero vittime della follia nazista, come ricorda la lapide dove i loro nomi sono scolpiti, sulla facciata dell’edificio che, in Via Mazzini, ospita la Comunità Ebraica e le Sinagoghe.
Identità, volti, storie di donne e uomini, bambini e anziani brutalmente strappati alla vita, che ora il pubblico può conoscere più da vicino grazie all’installazione “TOUCH – Toccare alcune storie di cittadini ferraresi ebrei deportati”, promossa dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, con il patrocinio della Comunità Ebraica di Ferrara, in occasione del Giorno della Memoria 2017.

Curata dai fotografi Piero Cavagna e Giulio Malfer, TOUCH verrà inaugurata martedì 24 gennaio, alle 18.00, presso la sede del Museo (Via Piangipane 81, a Ferrara), nel tentativo di far comprendere come la tragedia della Shoah si componga di tante vicende individuali improvvisamente interrotte e sottratte a tutti noi. A dare voce alle biografie protagoniste dell’installazione sono una narrazione testuale, che racconta in prima persona il vissuto dei dieci ebrei ferraresi, e le loro foto, ricoperte da uno strato di inchiostro termo-cromico nero, ma non per questo consegnate all’oblio, anzi: entrando letteralmente in contatto con quelle immagini, il calore delle dita dei visitatori può riportarle alla luce, almeno temporaneamente.
A ricomparire e ricordare ciò che è stato sarà Silvio Magrini, presidente della Comunità Ebraica di Ferrara fino al 1943 e professore di Fisica all’Università di Bologna. Prelevato dai repubblichini mentre era ricoverato all’ospedale Sant’Anna, fu trasferito a Fossoli e poi deportato e ucciso ad Auschwitz, a 63 anni. E, accanto a lui, “TOUCH” mostrerà sua moglie, Albertina Bassani Magrini, patronessa dell’asilo e della scuola della Comunità Ebraica di Ferrara. Nel marzo del 1944, nella remota speranza di riuscire a raggiungere Silvio in Polonia e di trovarlo ancora vivo, Albertina si lasciò arrestare e terminò anche lei i suoi giorni ad Auschwitz, a 61 anni.
Poi ci sono l’ingegnere 67enne Silvio Finzi e il socialista Renato Castelfranchi, uniti nel tragico segno della “lunga notte del ’43” e della rappresaglia per l’omicidio del Federale Ghisellini, che risulterà fatale a entrambi. Dopo il rastrellamento del 15 novembre, Finzi viene scortato al carcere di Via Piangipane, al Tempio di Via Mazzini (allora luogo di raccolta degli ebrei destinati ai campi di concentramento), a Fossoli e infine ad Auschwitz, da cui non tornerà più. Esattamente come Castelfranchi, dopo una vita dedicata alla difesa dei contadini e alla Camera del lavoro.
Ad Amelia Melli tocca una destinazione diversa, ma un destino non meno crudele e a soli 20 anni. Respinta alla frontiera svizzera nel dicembre 1943, viene fermata a Domodossola, spostata nel penitenziario di Ferrara e poi in quello di Portomaggiore, riservato alle donne, dove una dissenteria acuta pone fine alla sua brevissima esistenza.
Ancora più giovane di Amelia è Marcello Ravenna, appena quindicenne. Nemmeno lui riesce a varcare il confine con la Svizzera e da lì ad Auschwitz-Birkenau, per lui e i suoi familiari, il passo è breve. La sera del 26 febbraio supera la selezione ma, mentre sale sul camion per Monowitz, una SS cambia idea e lo manda alle camere a gas.
Le manette scattano ai polsi di Maria Zamorani, pediatra al Sant’Anna, il 22 aprile 1944. Ha 51 anni quando la spediscono a Fossoli, anche per lei anticamera di Auschwitz e di una morte atroce.
Lo stesso percorso senza ritorno attende l’elettricista Lindo Saralvo, che cade nelle mani dei militari italiani il 25 febbraio 1944. Dalla Sinagoga di Via Mazzini viene condotto a Fossoli e di lì, il 5 aprile, ad Auschwitz, data presumibile del suo assassinio.
La mamma di Lindo, Zaira Melli, risiede nella casa di riposo israelitica di Via Vittoria 79, dove si sente al sicuro. Invece viene tratta in arresto, caricata su un camion e portata a Bologna, nei sotterranei di un convento, dove il 12 gennaio 1945, a 81 anni, muore di freddo e di stenti.
Germana Ravenna, insieme alla madre Marcella, viene fatta prigioniera nel convento del Carmine, a Firenze. E quando potrebbe saltare giù dal treno diretto ad Auschwitz, e magari riuscire a salvarsi, rinuncia, per non lasciare sola la mamma. La mano nazista spezzerà la sua vita a 47 anni.

La mostra “Touch” potrà essere visitata fino al 28 febbraio, a ingresso gratuito, nei seguenti orari: martedì-giovedì 10-13 e 15-17, venerdì 10-15 e domenica 10-18.

Sisma Centro Italia. Già sei squadre con 25 volontari partite dall’Emilia-Romagna

Da: Regione Emilia-Romagna

Sisma Centro Italia. Già sei squadre con 25 volontari partite dall’Emilia-Romagna. 8 uomini del Soccorso Alpino regionale impegnati a Campotosto (Aq), dove si è verificata la slavina alle falde del Gran Sasso

Si rafforza l’impegno della Regione e del sistema di volontariato di Protezione civile. Tra i luoghi di destinazione i comuni di Smerillo e Santa Vittoria in Matenano, in provincia di Fermo, e di Penna San Giovanni, a Macerata. L’assessore Gazzolo: “D’accordo con la Regione Marche, abbiamo dirottato gli interventi dove c’è maggiore necessità”

Bologna – Si rafforza l’impegno della Regione Emilia-Romagna e del sistema di volontariato di Protezione civile per prestare soccorso alle comunità terremotate dell’Italia centrale, alle prese con l’emergenza neve.
Sono sei le squadre di volontari, per un totale di 25 persone, partite dall’Emilia-Romagna con destinazione Marche, quattro delle quali già all’opera soprattutto nelle attività di spalatura e sgombero della neve; ognuna è dotata di mezzi fuoristrada e di piccole turbine, per procedere alla rimozione della neve e del ghiaccio dalle strade e dalle alberature. Altre due squadre del Soccorso Alpino Emilia-Romagna sono impegnate con 8 uomini a Campotosto (L’Aquila), in prossimità del luogo dove si è verificata la slavina alle falde del Gran Sasso.

Inoltre, sono partite quattro squadre del gruppo Iren, dotate di mezzi spargisale e piattaforme aeree per l’asportazione della neve.

“D’accordo con la Regione Marche – sottolinea l’assessore regionale alla Protezione civile, Paola Gazzolo- abbiamo deciso di destinare i soccorsi in provincia di Fermo, nei territori comunali di Smerillo e Santa Vittoria in Matenano, e di Macerata, in particolare a Penna San Giovanni. Interveniamo laddove riceviamo indicazioni di necessità e richieste da parte del Dipartimento nazionale di Protezione civile, con il quale stiamo operando in stretto e costante raccordo. Ringrazio tutti i volontari già partiti e pronti a farlo, come sempre la disponibilità della nostra gente è massima”. /EC

LA RIAPERTURA
Il Torrione alza il sipario con il Goldings, Bernstein, Stewart Trio

Da: Jazz Club Ferrara

Venerdì 20 gennaio, è con il longevo e inossidabile organ trio guidato dal pianista e compositore Larry Goldings, e completato da Peter Bernstein alla chitarra e Bill Stewart alla batteria, che il Jazz Club Ferrara riapre i battenti dopo la pausa natalizia per offrire altri tre mesi di grande musica con oltre 40 concerti animati da protagonisti assoluti del jazz nazionale ed internazionale, serate dedicate a talenti emergenti e novità discografiche, nuovi itinerari musicali, il live mensile della Tower Jazz Composers Orchestra, didattica ed esposizioni.

È con il longevo e inossidabile sodalizio tra tre dei più apprezzati musicisti della scena statunitense che il Torrione riapre i battenti dopo la pausa natalizia, fresco del riconoscimento ricevuto da DownBeat Magazine che lo vuole per il secondo anno consecutivo tra le migliori “Jazz Venues” al mondo. La triade formata da Larry Goldings (organo), Peter Bernstein (chitarra) e Bill Stewart (batteri) restituirà, venerdì 20 gennaio alle ore 21.30, ciò che il classico organ trio può offrire in termini di groove, ricchezza sonora e interplay, poiché ogni volta che i tre incrociano le proprie strade esemplificano al meglio ciò che significa suonare jazz con personalità e originalità, ripercorrendo il solco della tradizione.
Classe 1968, Larry Goldings inizia lo studio del pianoforte da bambino guidato dal padre appassionato di musica classica. L’adolescenza gli riserva avventure a dir poco straordinarie: durante gli anni del liceo prende lezioni private da Keith Jarrett e nel 1986 si trasferisce a New York continuando gli studi accanto a Fred Hersh e Jaki Byard. Invitato da Sir Roland Hanna ad un party privato della durata di ben tre giorni a Copenhagen, Goldings ha la possibilità di suonare con stelle del jazz quali Sarah Vaughan, Tommy Flanagan e Hank Jones. Di lì a poco, non ancora laureato, affianca Jon Hendricks in un tour mondiale e al suo ritorno inizia una proficua collaborazione con una legenda della chitarra come Jim Hall.
Siamo nel 1988 quando il giovane pianista si avvicina all’organo in occasione di un concerto allo Smoke di New York ed è proprio in questo stesso anno che forma il trio con cui si esibirà al Torrione.
Talento e creatività hanno condotto Goldings a non limitarsi all’ambito jazzistico aprendosi ad altri generi, da citare, a tal proposito, sono le collaborazioni con artisti quali Maceo Parker, Michael Brecker, John Scofield, James Taylor, Carla Bley, Pat Metheny, Charlie Haden, Jack DeJohnette, Tracy Chapman, Madeleine Peyroux, Melody Gardot, Norah Jones e molti altri.

INFORMAZIONI
www.jazzclubferrara.com
jazzclub@jazzclubferrara.com
Infoline 339 7886261 (dalle 15:30)
Prenotazione cena 333 5077059 (dalle 15:30)
Il Jazz Club Ferrara è affiliato Endas, l’ingresso è riservato ai soci.

DOVE
Torrione San Giovanni via Rampari di Belfiore, 167 – 44121 Ferrara. Con dispositivi GPS è preferibile impostare l’indirizzo Corso Porta Mare, 112 Ferrara.

COSTI E ORARI
Intero: 25 euro
Ridotto: 20 euro (la riduzione è valida prenotando la cena al Wine Bar, accedendo al solo secondo set, fino ai 30 anni di età, per i possessori della Bologna Jazz Card, per i possessori di MyFe Card, per i possessori della tessera AccademiKa, per i possessori di un abbonamento annuale Tper, per gli alunni e docenti del Dipartimento Jazz del Conservatorio “G. Frescobaldi” di Ferrara. Pari al 10% per i possessori di Jazzit Card)
Intero + Tessera Endas: 30 euro
Ridotto + Tessera Endas: 25 euro
NB Non si accettano pagamenti POS
Apertura biglietteria: 19.30
Cena a partire dalle ore 20.00
Primo set: 21.30
Secondo set: 23.00

Seminario a Palazzo Bellini “Lo sviluppo delle società sportive nel territorio.”

Da: Comune di Comacchio

L’Ente di Promozione Sportiva MSP Ferrara ha organizzato per sabato 21 gennaio a Palazzo Bellini il primo seminario dedicato a tutte le discipline sportive del territorio. Potenzialità e criticità delle società sportive dilettantistiche a confronto è il tema del dibattito, con inizio alle ore 9.30 nella sala polivalente “San Pietro”. Al seminario, intitolato “Lo sviluppo delle società sportive nel territorio”, porterà il saluto dell’Amministrazione Comunale l’Assessore allo Sport Stefano Parmiani, mentre la moderatrice sarà Lara Liboni, presidente dell’Ente di Promozione sportivo MSP Italia. Il relatore sarà Valter Borellini, docente scuola CONI, trainer executive e business coach di Borman Consulting di Modena. L’obiettivo del convegno consiste nel sensibilizzare le associazioni sportive dilettantistiche e le società sportive, che stanno continuando a sfoderare eccellenze nelle diverse discipline, verso collaborazioni fondamentali, tese a far crescere i giovani ed il territorio, in nome dei sani valori dello sport.
L’invito è aperto a tutti.

Polizia provinciale denuncia 5 cacciatori nel Comacchiese

Da: Provincia di Ferrara

Cinque cacciatori in tutto sono stati sorpresi dalla Polizia provinciale mentre utilizzavano mezzi vietati per la cattura della selvaggina.
Un primo caso è accaduto in una valle del comune di Comacchio. L’intervento degli agenti provinciali ha portato al sequestro dei fucili di due cacciatori e dei germani reali catturati con l’ausilio di un richiamo acustico elettromagnetico, assolutamente vietato dalla legge.
Un secondo intervento a carico di altre tre doppiette è avvenuto nei pressi di un appostamento di caccia sempre nel comune di Comacchio.
I tre, allo scopo di abbattere il maggior numero di capi di fauna selvatica, avevano rimosso il fermo del fucile portando le loro armi a esplodere fino a otto colpi rispetto ai tre consentiti.
Anche in questo caso il sequestro ha interessato fucili e munizioni.
Per ognuno dei cinque cacciatori è scattata poi la contestazione di altrettanti reati per caccia con mezzi consentiti e armi usate in modo non regolare. Reati ai quali corrisponde una sanzione fino a 1.580 euro.

“Non posso che indirizzare un meritato plauso agli agenti – dice il comandante della Polizia provinciale – che continuano a presidiare il nostro territorio anche la notte, col freddo e spesso con condizioni meteo molto difficili, per affermare il rispetto delle leggi e tutelare il nostro patrimonio ambientale”.

Soddisfatti della proroga graduatoria al 31 Dicembre 2017, ma quando saremo finalmente assunti?

Da: Associazione Gruppo Nazionale Idonei

Vogliamo evidenziare la situazione inerente il concorso per l’accesso al ruolo iniziale di Vigile del Fuoco bandito con concorso per 814 posti nel 2008 dal quale è stata stilata dal Ministero degli Interni, una graduatoria composta da ragazzi e ragazze che ambiscono a far parte del Corpo più amato d’Italia (e non solo), portato ancora più alla luce nel corso degli anni, ed in particolar modo nell’ultimo a causa delle recenti calamità naturali.
Con D.M n. 5140 del 06/11/2008 viene così avviato l’iter selettivo della durata di circa 30 mesi, dove i candidati furono sottoposti a test fisici e teorici. Da tale prova concorsuale a fronte delle circa 123.000 domande presentate, risultarono idonei 7599, in seguito regolarmente iscritti in una graduatoria pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

Tale graduatoria subì il primo colpo di arresto nel 2012, quando l’allora governo optò per uno stop delle assunzioni andando cosi a bloccare il Turn Over; oltre al fatto che qualche anno prima dal Ministero indisse una procedura straordinaria di Stabilizzazione riguardante il Personale precario del CNVVF ( i cosiddetti Discontinui/Volontari) conclusasi con l’inserimento di 6080 persone in una diversa graduatoria, la quale insieme a quella del Concorso Pubblico 814, risultava essere l’unico bacino assunzionale per l’ingresso al Corpo. Per questo motivo le assunzioni vennero divise al 50%, anche se in origine i potenziamenti erano solo indirizzati alla sola graduatoria di stabilizzazione.

Riprendendo le dichiarazioni pronunciate in commissione affari costituzionali del 23/11/2016 dal Capo Dipartimento del CNVVF Dottor Bruno Frattasi si evince che l’attuale carenza di personale operativo comprendente anche una parte di personale non idoneo al servizio tecnico urgente si aggiri attorno alle 3000 unità.La carenza di personale può essere letta come un’aumento della mole di lavoro per la componete permanente oltre che dalla complessità e pericolosità degli internventi di Soccorso.Questa carenza potrebbe quindi essere colmata (data la coincidenza dei numeri) con l’esaurimento della graduatoria per 814VVF che in questo momento contiene circa 3500 idonei, tra i quali sono presenti (è bene ricordare) i discontinui e volontari facenti già parte del CNVVF (quindi personale con delle esperienze già acquisite) ai quali è stata garantita una riserva del 25% dei posti banditi.

Inoltre come evidenziato nel corso di più incontri con l’amministrazione il CNVVF sta subendo un pericoloso aumento dell’età media tra il personale (oltre i 47 anni) a fronte del personale utilmente collocato nella graduatoria 814 posti che gode di un’età media di 32 anni circa con la quale potrebbe essere in parte arginato il problema sopracitato.

Recentemente e più precisamente il 15/11/2016 il governo ha indetto un nuovo bando di concorso pubblico – 250 posti- per la qualifica di vigile del fuoco. Prevedendo quindi una massiccia partecipazione di candidati si rischia di incorrere in un iter concorsuale con tempistiche molto lunghe e, salvo ricorsi o casi particolari, non produrra un nuovo bacino assunzionale prima della fine del 2018.
A tal proposito ringraziamo fortemente il Capo Gruppo Pd On. Ettore Rosato ed il Sottosegretario agli Interni con delega ai Vigili del Fuoco, On. Giampiero Bocci, in quanto sembra esser stata decisa una svolta radicale e significativa indirizzata all’ esaurimento della graduatoria 814 e di conseguenza anche alla vitalità del Corpo, fino a che non ci sia nuova linfa tra due anni, situazione che con il precedente Sottosegretario con delega ai VVF, non si era avuta.

Entrando nel merito è opportuno sottolineare, infatti che nella legge di bilancio 2017 approvata (Camera il 28-11-2016 e Senato il 07/12/2016) mediante l’emendamento 52.148 del ddl bilancio 2017 (AC 4127 – bis “) presentato dal governo, è stata garantita la proroga per la graduatoria del concorso ad 814 con nuova scadenza al 31 Dicembre 2017.

Oltre ciò, sono stati stanziati 1,9 miliardi per il comparto sicurezza: ci saranno dunque fondi per il 2017 e in definizione per 2018 da cui ne deriveranno nuove assunzioni per il CNVVF, aggiuntive rispetto a quelle previste dal turn over.

Vista la recente conferma come Sottosegretario con Delega ai Vigili del fuoco nella persona dell’ On. Giampiero Bocci del nuovo governo Gentiloni, ci auguriamo che si possa dar seguito all’ottimo lavoro sin qui svolto, assicurando dunque una prosecuzione del lavoro di potenziamento e rafforzamento del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco, ottenendo così anche un veloce esaurimento di questa unica graduatoria valida.

Filippo Vignato, vince il premio ‘Miglior nuovo talento’ del top jazz

Da: Conservatorio Ferrara

Filippo Vignato, ex allievo del Conservatorio, vince il premio ‘Miglior nuovo talento’ del top jazz

Il trombonista ritorna in città il 23 gennaio, questa volta come musicista per un concerto al Jazz Club Filippo Vignato ha vinto il premio Miglior Nuovo Talento del Top Jazz 2016, il referendum della critica sui nuovi talenti del jazz italiano indetto da Musica Jazz. La celebre rivista italiana, infatti, ha decretato vincitore il giovane trombonista veneto uscito dal triennio jazz del Conservatorio Frescobaldi di Ferrara. Questo importante riconoscimento giunge a coronamento di un anno straordinario, durante il quale Vignato è stato assoluto protagonista con la pubblicazione del suo esordio da leader Plastic Breath (Auand), in trio con Yannick Lestra e Attila Gyarfas, e delle collaborazioni con Rosa Brunello (Upright Tales, Cam Jazz) e Piero Bittolo Bon (Big Hell On Air, Auand).

Filippo, che ha vissuto nella città estense per studiare al Conservatorio, dove si è laureato, torna ora a Ferrara, questa volta per suonare al Jazz Club il 23 gennaio con il gruppo di Rosa Brunello. “A Ferrara ho abitato dal 2007 al 2010 per studiare al triennio jazz al Frescobaldi – spiega il musicista – ma la frequento molto spesso perché collaboro con molti musicisti ferraresi, come Alfonso Santimone, Piero Bittolo Bon (anche lui tra i finalisti del premio di Musica Jazz, ndr), Zeno De Rossi, Stefano Dallaporta”. Filippo Vignato torna a Ferrara anche per venire a suonare al Torrione.

“Lunedì prossimo suonerò al Jazz Club il 23 gennaio con il gruppo Rosa Brunello Y Los Fermentos – continua Vignato – che è per me come una seconda casa. Spero che questo concerto, così come il premio, possa servire da ulteriore stimolo per il Conservatorio e i suoi studenti”.

Energia Geotermica: risoluzione leghista in assemblea ER

Da: Gruppo Lega Nord Emilia-Romagna

Stefano Bargi e il gruppo LN: “La regione chieda al Governo misure e incentivi in favore dello sfruttamento dell’energia geotermica”

Misure a favore delle energie rinnovabili. In particolare, le fonti geotermiche. Le chiede la Lega Nord con una risoluzione diretta all’Assemblea legislativa e firmata dal consigliere regionale Stefano Bargi, assieme al resto del gruppo della Lega Nord. «L’energia geotermica è una fonte pulita – sottolinea Bargi – e sempre disponibile, che potrebbe produrre benefici sia per il riscaldamento delle abitazioni private, sia per le imprese. La sua applicazione, oltreché per il riscaldamento, può essere abbinata ad altre soluzioni, producendo energia elettrica e per favorire utilizzi come il riscaldamento delle serre.» Attualmente, la geotermia copre circa l’1% del fabbisogno energetico mondiale, ma le sue caratteristiche la rendono disponibile 24 ore al giorno (al contrario, per esempio del solare termico e del fotovoltaico) tutto l’anno. Addirittura, uno studio condotto dal Mit (Massachusetts Institute of Technology) ha portato come conclusione che l’energia geotermica potrebbe soddisfare le esigenze del pianeta per i prossimi 4.000 anni. Di qui, il sospetto più che fondato che non sia completamente sfruttato il suo utilizzo. «Dal momento che si sta esaminando in questi giorni il nuovo Piano energetico, dobbiamo evidenziare che il tema dell’energia geotermica viene solamente accennato nel piano stesso, malgrado il nostro paese sia stato all’avanguardia su questa tecnologia (si veda l’esempio della centrale geotermica di Larderello (Pisa)) Purtroppo – evidenzia Bargi – i costi per studi di dislocamento e installazione degli impianti rappresentano una barriera da abbattere. Gli incentivi per il suo utilizzo, però, non sono adeguati, perciò non è conveniente investire nella geotermia, nonostante i richiami dell’Ue “a sostenere” in tutte le forme lo sfruttamento delle fonti rinnovabili.» Per tali ragioni, la Lega Nord chiede alla Regione, in un’apposita interrogazione, «di richiedere al Governo e in tutte le sedi istituzionali sostegni e incentivi economici, per favorire l’utilizzo di energia geotermica, da parte di cittadini e imprese. Anche in considerazione del fatto che in Italia eravamo all’avanguardia nella ricerca, ma non si è avuta la capacità di sviluppare questo settore strategico.»

La newsletter del 19 gennaio 2017

Da: Comune di Ferrara

CENTRO DOCUMENTAZIONE MONDO AGRICOLO FERRARESE – Domenica 22 gennaio alle 15 primo incontro del nuovo anno culturale
Ritornano i tradizionali appuntamenti domenicali al MAF di San Bartolomeo in Bosco

Domenica 22 gennaio, dalle 15, riprenderanno gli appuntamenti culturali al MAF, il Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco. Il primo incontro di questo nuovo anno culturale è dedicato alla tradizione del narrare e del cantare, insieme, popolarmente detta a “trebbo” (o a “veglia” o, ancora, a “filò”) nelle stalle e nelle case contadine e un tempo localmente definita A tréb in Bòsch (A “trebbo” a San Bartolomeo in Bosco).

L’esordio è affidato alla presentazione della mostra fotografica, di Fabio Grandi, “Attimi di Pianura”, splendida esperienza espositiva incentrata sul paesaggio, con un mondo rurale che assurge a protagonista e che lascia intravvedere un profondo amore dell’artista per la campagna. La mostra sarà visitabile sino a tutto il prossimo 5 febbraio. Ne parlerà, con l’autore, Gian Paolo Borghi.
Sarà quindi la volta della presentazione dell’inedito dvd “Vecchia civiltà contadina ferrarese”, di Romano Zanardi e Franco Marchetti, incentrato su un lavoro fotografico effettuato al MAF. Un’occasione, quindi, per ammirare la struttura museale tra documentazione e arte.
Alla storia di San Bartolomeo in Bosco sarà dedicato spazio adeguato attraverso la presentazione del libro, di Carlo d’Onofrio, “… e adesso parliamo di San Bartolomeo” (San Bartolomeo in Bosco, 2016), importante e lucida analisi di un territorio rurale denso di insospettati aspetti storici.
Francesco Scafuri (Ufficio Ricerche Storiche del Comune di Ferrara), insieme all’autore, illustrerà l’opera, peraltro valorizzata anche dalla proiezione del dvd “Trecento anni di storia di San Bartolomeo in Bosco”.
L’angolo musicale e canoro sarà invece costituito dalla conferenza storico-musicale “Giacomo Matteotti nella storia cantata”, a cura dello studioso Enzo Bellettato e con il gruppo musicale “Le Ciaramelle” di Rovigo. La storia del delitto Matteotti ebbe, infatti, un’immediata risonanza nella cultura popolare, di cui restano ancora segni nella cultura orale.
Il denso pomeriggio culturale sarà concluso dal tradizionale buffet con i prodotti della terra ferrarese, riservato a tutti gli intervenuti.
L’incontro è promosso dal Comune di Ferrara, dal MAF e dall’Associazione omonima. Come di consueto, l’ingresso sarà libero.

MAF – Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese, via Imperiale 263, 44124 San Bartolomeo in Bosco (Fe), tel. 0532 725294 – fax 0532 729154, e-mail info@mondoagricoloferrarese.it

BIBLIOTECA ARIOSTEA – Presentazione volume venerdì 20 gennaio alle 17
Alla scoperta delle antiche carte dell’abbazia di Pomposa

Riporta testi e commenti relativi a decine di pergamene appartenute all’antico archivio dell’abbazia di Pomposa il volume a cura di Corinna Mezzetti che sarà presentato venerdì 20 gennaio alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea. Il libro, dal titolo ‘Le carte dell’archivio di Santa Maria di Pomposa (932-1050)’ è stato pubblicato dall’Istituto storico italiano per il Medioevo di Roma nel 2016 e sarà illustrato dalla stessa curatrice assieme a Teresa De Robertis, dell’Università di Firenze, e Antonella Ghignoli, dell’Università La Sapienza di Roma.
Interverranno all’incontro anche il vicesindaco del Comune di Ferrara Massimo Maisto, il dirigente del Servizio Biblioteche e Archivi comunali Enrico Spinelli e il presidente della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria Franco Cazzola.

Le carte dell’archivio dell’abbazia di Pomposa, trasferite a San Benedetto di Ferrara nel ‘500, hanno subìto un singolare destino di dispersione e sono oggi conservate tra Ferrara, Modena, Milano, Roma e Montecassino. L’edizione ricompone l’unità originaria dell’antico archivio e presenta la sezione più antica delle pergamene, datate tra il 932 e il 1050, trasmesse in originale, copia o regesto. Tra diplomi imperiali e privilegi pontifici, carte di donazione, enfiteusi e livello, scritture giudiziarie e semplici deaccepta, prende forma l’ampio patrimonio fondiario amministrato dall’abbazia, dal cuore dell’insula Pomposie fino alle propaggini disseminate in molte diocesi dell’Italia centro-settentrionale. Le carte pubblicate rappresentano un corpus dalla fisionomia sfaccettata, per la pluralità di ambiti di produzione e di figure professionali documentate. Emerge su tutti l’universo documentario di tradizione romanica di Ravenna e del suo territorio, corrispondente all’antico Esarcato e a parte della Pentapoli. Entro l’orbita culturale e giuridica dell’antica capitale si muovono i tabellioni e i notai attivi tra Ferrara e Comacchio, condividendo le mosse e le pratiche di documentazione della tradizione ravennate.

FERRARA FIERE – Ultimo weekend di iniziative per il luna park al coperto più grande d’Italia
Winter Wonderland pronto per il gran finale

Anche la quarta edizione di Winter Wonderland-Natale in Giostra sta per andare in archivio e tra i padiglioni di Ferrara Fiere tutto è pronto per il gran finale di una manifestazione che ha regalato ai bambini, alle famiglie e a tutti i visitatori sorprese e tanto divertimento.
Dopo le prime due settimane di spettacoli, animazione ed eventi speciali con ospiti d’eccezione, anche lo scorso weekend ha registrato numeri importanti, con circa 2.700 presenze stimate nel corso dei due giorni.
Non sono state solo le attrazioni e il folto programma di animazione a farla da padrone domenica scorsa: tanto successo infatti riscosso anche dallo spettacolo musicale de I Muffins, che si esibiranno per l’ultima volta domenica 22 gennaio.
Il programma per il prossimo fine settimana prevede inoltre il grande carnevale di Winter Wonderland con il Winter Carnival, che premierà il travestimento più bello (un premio per bambino e uno per bambina).
Il luna park al coperto più grande d’Italia si trasformerà dunque in un grande palcoscenico di maschere per i piccoli, che oltre a divertirsi con l’animazione del parco e le tante attrazioni potranno divertirsi ad esibire il proprio travestimento di carnevale.
Lunedì 23, a chiusura della manifestazione, si procederà inoltre alla conta delle palline contenute nella teca dedicata alla lotteria pro Associazione Giulia, decretando dunque il vincitore. In caso di mancata vincita, il premio finale verrà devoluto all’Associazione. Il numero delle palline verrà comunicato sul sito e sulla pagina Facebook di Winter Wonderland.

Per info: Ufficio stampa, Elenora Manfredini, info@mediainside.it, cell. 349 5736971, www.winterwonderlanditalia.com

CONSIGLIO COMUNALE – Le modalità definite dalla Conferenza dei presidenti dei gruppi consiliari. Diretta audio-video su ConsiglioWeb
Il Consiglio comunale di Ferrara si riunirà lunedì 23 gennaio alle 15.15

Il Consiglio comunale di Ferrara si riunirà lunedì 23 gennaio alle 15.15 nella residenza municipale. La seduta – con modalità definite dalla Conferenza dei presidenti dei gruppi consiliari convocata dal presidente del Consiglio comunale Girolamo Calò – sarà dedicata alla trattazione di tre delibere (assessora Roberta Fusari) e al confronto su due Ordini del giorno (della consigliera Morghen-M5S e del gruppo Forza Italia) e su una Mozione (consigliere Vitellio-PD).

La seduta si aprirà con la presentazione di un’interrogazione a risposta immediata (Question Time) del consigliere Talmelli (PD) alla quale risponderà l’assessore Aldo Modonesi.

>> Come di consueto prevista la diretta audio video dell’intera seduta di Consiglio comunale sulla pagina internet del servizio ConsiglioWeb all’indirizzo http://www.comune.fe.it/index.phtml?id=472

Questo l’ordine del giorno dei lavori.

DELIBERE

Assessora Ubanistica/Edilizia Roberta Fusari

>> PG 128350/16 – Autorizzazione al rilascio di variante a Permesso di costruire in deroga alle norme del RUE vigente richiesto in data 31/03/2016 – PG 36302 – PR 844 dall’Università degli Studi di Ferrara, per realizzazione del nuovo edificio universitario presso il polo chimico biomedico dell’Università degli Studi di Ferrara sito in via Fossato di Mortara, n. 25, in deroga all’art. 31 del RUE vigente e all’art. 20 L.R. 15/2013

>> PG 132106/16 – Autorizzazione al rilascio di variante a permesso di costruire in deroga alle norme del RUE vigente richiesto in data 9/6/2016 – P.G. 65197/2016 dalla Casa di Cura Quisisana srl per l’ampliamento della Clinica, mediante la creazione di un tunnel di collegamento con il fabbricato prospiciente la Via B. Tisi da Garofalo

>> PG 147123/16 – Approvazione convenzione tra il Comune di Ferrara e l’Unione dei Comuni Terre e Fiumi, per la gestione in forma associata dell’istruttoria delle richieste di contributo per ricostruzione post sisma 2012

ORDINI DEL GIORNO E MOZIONI

>> PG 96170 – 30/08/2016 – Gruppo Movimento 5 Stelle – Consigliera Ilaria Morghen – Mozione “Procedura per la richiesta di controlli fiscali a chi sottrae l’area di parcheggio riservato a persone disabili in possesso del contrassegno unificato disabili europei (CUDE)

>> PG 104056 – 20/09/2016 – Gruppo Forza Italia – Ordine del giorno affinché il Comune di Ferrara solleciti il Governo e il Parlamento a intervenire con atto avente forza di legge per dare piena attuazione alla sentenza n. 70/2015 della Corte Costituzionale a favore dei titolari di pensione

>> PG 118981 – 20/10/2016 – Capo Gruppo Partito Democratico Luigi Vitellio – Ordine del giorno sulla crisi Berco S.p.A.

CONFERENZA STAMPA – Venerdì 20 gennaio alle 11.30 nella sala di Giunta (residenza municipale)
Illustrazione delle azioni dell’Amministrazione comunale sul tema della riduzione del debito

Venerdì 20 gennaio 2017 alle 11.30 nella sala di Giunta (residenza municipale), il sindaco Tiziano Tagliani e l’assessore comunale alla Contabilità e Bilancio Luca Vaccari inconteranno i giornalisti per illustrare le azioni dell’Amministrazione comunale sul tema della riduzione del debito.

ASSESSORATO ALLA CULTURA – Martedì 24 gennaio alle 21 al Teatro comunale Abbado
“Lirica in concerto”, serata benefica di ADO in ricordo di Lino Talmelli

Si propone come momento per ricordare Lino Talmelli e insieme tutti coloro che hanno lasciato un’impronta alla struttura di accoglienza per malati terminali di via Veneziani. E’ “Lirica in concerto”, lo spettacolo benefico promosso da ADO, con il patrocinio dell’Amministrazione comunale, in programma al Teatro comunale Abbado martedì 24 gennaio alle 21.

L’iniziativa è stata presentata in mattinata nella residenza municipale alla presenza del vicesindaco e assessore alla Cultura Massimo Maisto, del presidente di ADO Daniela Furiani, del presidente dell’Orchestra Città di Ferrara Giovanni Poli, della direttrice dell’Accademia Corale Vittore Veneziani Maria Elena Mazzella, di Gianfranco Morelli del coro di Porotto e di Raffaele Giordani direttore dei Cantori del Volto.

Il concerto, che proporrà musiche di Mozart, Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, Puccini, Mascagni e Giordano, sarà eseguito dall’Orchestra Città di Ferrara diretta dal maestro Marco Balderi, accompagnata dalle voci di Accademia Corale Vittore Veneziani, coro di Porotto e Cantori del Volto. Nel corso della serata il sindaco Tiziano Tagliani consegnerà un premio alla carriera al baritono Silvano Carroli, artista conosciuto nei maggiori teatri del mondo.

“La solidarietà e l’amore per gli altri sono il tramite per migliorare noi stessi. – ha affermato Daniela Furiani – Grazie alla collaborazione di tanti e alla disponibilità e di musicisti e cantanti che hanno aderito con generosità al progetto, abbiamo organizzato un bellissimo spettacolo al quale tutti sono invitati acquistando fin da ora i biglietti nella sede di ADO di via Ripagrande 13/a. La serata – ha aggiunto la presidente – nasce con l’intenzione di ricordare Lino Talmelli fondatore della corale di Porotto, che ha trascorso i suoi ultimi giorni di vita nella nostra struttura. Ma insieme a lui, e attraverso la musica che anche lui amava, coglieremo l’occasione per ricordare le tante persone che in questi anni abbiamo assistito.”

“E’ a tutti noto nella nostra città – ha affermato il vicesindaco Massimo Maisto – l’impegno di ADO in molteplici progetti, sia per richiamare tutti all’attenzione per gli altri sia per raccogliere tanti piccoli contributi da destinare al completamento del progetto della casa del Sollievo di via Beethoven. Il vasto coinvolgimento che caratterizza l’appuntamento di martedì è poi la conferma ulteriore di come il mondo culturale e artistico ferrarese sia sempre pronto a rispondere positivamente al richiamo della solidarietà.”

Per info e biglietti – ADO – via Ripagrande 13/a – 0532 769413 (8.30-12,30/15-18 – il giorno del concerto i biglietti saranno disponibili al Comunale a partire dalle 10).

CANILE COMUNALE – L’associazione Avedev lancia un appello per sostenere le spese di ricovero e cura dell’animale
Caduto un grosso albero al canile comunale, ferito un segugio

Il forte vento di martedì scorso ha causato la caduta di un grande platano all’interno del canile comunale di Ferrara, gestito dall’Associazione AVEDEV (Associazione antivivisezione e per i diritti dei viventi). Erano quasi le 16 quando l’albero, molto alto, è caduto nell’area di sgambamento interna, rompendo le recinzioni e i cancelli di due serragli che ospitano 4 cani, e dove in quel momento si trovava il cane Twist, un breton di circa 10 anni, che è stato colpito pesantemente. Subito soccorso e prestate le prime cure, è stato poi ricoverato in Clinica, dove purtroppo gli sono state riscontrate importanti fratture (tibia, perone e ulna) ed ematomi interni.
Se le condizioni generali di Twist miglioreranno, sarà sottoposto già oggi all’intervento chirurgico.
L’Associazione lancia un appello di aiuto e ringrazia in anticipo coloro che, se lo riterranno, potranno contribuire a sostenere le spese per le cure e il suo ricovero.
I tecnici del Comune di Ferrara e il Servizio Verde di Ferrara Tua sono prontamente intervenuti per rimuovere l’albero caduto e per l’inizio del ripristino dei due serragli.

La newsletter del 18 gennaio 2017

Da: Comune di Ferrara

BIBLIOTECA ARIOSTEA – ‘Anatomie della mente’: conferenza di Stefano Caracciolo giovedì 19 gennaio alle 16,30
‘L’errore di Cartesio’, ovvero il dualismo tra corpo e mente

Sarà dedicata a Cartesio e al ‘dualismo corpo/mente dall’antichità ad oggi’ la nuova conferenza a cura di Stefano Caracciolo, docente di Psicologia Clinica dell’Università di Ferrara, prevista per giovedì 19 gennaio alle 16,30 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea. L’incontro è inserito nel ciclo ‘Anatomie della Mente’ giunto quest’anno alla decima edizione e organizzato in collaborazione con la Sezione di Psicologia Generale e Clinica della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Ferrara.

Nella notte della vigilia di San Martino, il 10 novembre 1619, inizia l’anno che Renè Descartes definì, con una nota scritta di suo pugno ai margini di ‘Olympica’, un trattatello di 12 pagine in forma di discorso, “l’anno della scoperta meravigliosa”. Anno in cui, poco più che ventenne, il giovane laureato in legge, per anni allievo del Collegio dei Gesuiti di La Fléche, pone i fondamenti per un nuovo sistema filosofico che si propone – nientemeno! – di soppiantare quello di Aristotele allora in grande auge. E ci riesce. Attraverso opere mirabili come il Discorso sul Metodo, i Principia Philosophiae, Il Mondo, L’Uomo, cambia il modo di pensare la realtà e pone le fondamenta per la nascita del metodo scientifico. Scrive di Fisica, Ottica, Matematica, Medicina ma commette un errore, di cui ancora oggi ci portiamo in qualche misura un retaggio: divide il Corpo dalla Mente.
Perché lo fa? Quali radici psicobiografiche, nelle sue esperienze di vita, fanno da precursore alla formulazione dei suoi principi filosofici? Quanto ha inciso la perdita precoce della madre, morta di un secondo parto quando il piccolo Renè aveva appena 14 mesi? Quanto ha pesato la sua cagionevole salute, per cui fu molto malato fino all’età di 13 anni, quando in Collegio venne più volte salassato? E per quali motivi nel 1618, ormai divenuto adulto, in agiate condizioni grazie alle ricchezze di famiglia, iniziò la vita militare in un pellegrinaggio per gli eserciti di Europa all’inizio della Guerra dei Trenta Anni, cambiando spesso esercito e bandiera? Per poi congedarsi volontariamente, da un giorno all’altro, e iniziare una vita raminga e vagabonda da studioso spesso appartato e isolato in varie città del Nord Europa, conoscendo l’amore di una donna, una cameriera, una sola volta, avendone una figlia, poi morta in tenera età, fino a morire di polmonite a soli 54 anni, alcuni dicono avvelenato, a Stoccolma presso la Regina Cristina di Svezia?
Tutto, certo, comincia nel 1596 alla sua nascita, ma la sua parabola di vita e di creatività filosofica trova un culmine in quella notte di novembre in cui inizia la sua scoperta meravigliosa, ispirato da tre sogni consecutivi nella stessa notte. Tre sogni che egli stesso interpreta, e che furono sottoposti, tre secoli più tardi, anche alla interpretazione di Sigmund Freud. Dai tre sogni e dalla loro interpretazione nasce l’ispirazione per una serie di assiomi quasi matematici sulla concezione del mondo, impropriamente riassunti nell’affermazione ‘cogito, ergo sum’, pietra miliare su cui Cartesio fonda, come assiomi euclidei, tutte le sue successive acquisizioni filosofiche, fra cui la divisione fra res cogitans, il mondo della mente e dello spirito, sottoposto alle leggi di Dio e res extensa, il mondo degli oggetti reali sottoposto a leggi scientifiche, umane e quindi esplorabili. Ma questo lo conduce a separare gli aspetti corporei dell’organismo umano da quelli mentali, preoccupato e intimorito dal pericolo di essere inquisito e condannato per eresia dalla Inquisizione, come già accaduto a Galileo Galilei. Sono quindi le sue difficoltà a gestire le sue emozioni, la paura della punizione a spingerlo in questa direzione, pur potendosi considerare fra i fondatori della psicologia moderna grazie al mirabile trattato sulle Passioni, dove riesce a fondere la antica teoria degli umori con il ricco arcobaleno delle emozioni più intense, quelle stesse emozioni da cui il piccolo Renè cercò di fuggire per tutta la sua breve vita.

Con il ciclo ‘Anatomie della mente’ Stefano Caracciolo, ordinario di Psicologia Clinica all’Università di Ferrara, propone di esplorare paesaggi straordinari come la Storia, la Follia, la Musica, la Malattia, l’Anima, il Cinema, la Poesia, la Morte e la Vita attraverso la lente della psicologia. Un ciclo di conferenze nel quale la psicologia si presenta come moderno strumento di lettura per cercare di trovare punti di riferimento nella realtà contemporanea. Sei nuove tappe di un percorso di viaggio all’insegna della narrazione di molte storie di grande interesse scientifico e culturale.

MUSEO DI STORIA NATURALE – Laboratorio didattico per ragazzi domenica 22 gennaio alle 15,30
Apprendisti scienziati alla scoperta del menù preferito dai rapaci

Quali sono i piatti preferiti dai rapaci notturni? A svelarlo, ai ragazzi dagli 8 ai 12 anni, sarà il laboratorio per ‘Apprendisti scienziati’ in programma domenica 22 gennaio alle 15,30, al Museo civico di Storia naturale di Ferrara (via de Pisis 24).
I giovani partecipanti avranno l’opportunità di scoprire come, dall’analisi dei resti ossei delle prede dei rapaci, i ricercatori possono studiare i piccolissimi mammiferi presenti nel nostro territorio.
Il laboratorio avrà una durata di circa due ore. Per partecipare è necessaria la prenotazione, da effettuare contattando la sezione didattica del Museo al numero 0532 203381, dal lunedì al venerdì dalle 9,30 alle 12,30 o all’indirizzo dido.storianaturale@gmail.com. Il costo è di 6 euro per bambino e 2 euro per adulto. E’ necessaria la presenza di un adulto accompagnatore pagante.
L’iniziativa rientra nel programma inverno-primavera 2017 dei laboratori per ‘Apprendisti scienziati’ organizzati dal Museo civico in collaborazione con l’associazione Didò, che conduce le attività.

CONFERENZA STAMPA – Sabato 21 gennaio alle 9.30 nella sala Ovale della Questura di Ferrara in Corso Ercole I d’Este 26
Presentazione e firma della “Convenzione per la sicurezza partecipata”

Sabato 21 gennaio alle 9.30 nella sala Ovale della Questura di Ferrara in Corso Ercole I d’Este 26, si terrà una conferenza stampa per la presentazione e la firma della “Convenzione per la sicurezza partecipata tra Comune di Ferrara, Questura di Ferrara, associazioni delle Guardie Particolari Giurate Volontarie (G.E.V.), Nucleo Agriambiente Ferrara e Sva Legambiente, per il coordinamento comunale della vigilanza ambientale esercitata dalle Guardie Particolari Giurate Volontarie presso i siti compresi nel territorio comunale”.

All’incontro interverranno il questore Antonio Sbordone, il sindaco Tiziano Tagliani, l’assessore comunale Aldo Modonesi, la comandante della Polizia municipale ‘Terre Estensi’ Laura Trentini e i rappresentanti delle associazioni firmatarie del protocollo di sicurezza.

DIARIO IN PUBBLICO
Dimmi come si veste e ti dirò cosa vota. Moda e politica

Le guardo pensoso mentre coloro che le detengono s’aggiustano riccioli e cernecchi. Tutti attenti al passo mentre infilano la porta delle rispettive sedi di partito o movimento: si voltano di scatto e mostrano con sapiente noncuranza facce sorprese e un po’ annoiate. Nella ‘postura’ grande importanza ha lo zainetto portato preferibilmente su una spalla, mentre per magistrati, avvocati e politici legati al diritto e alla legge i media inquadrano la borsa di pelle rigorosamente usurata e assai gonfia. In leggero calo lo sciarpone annodato in molteplici giri (immutabile al collo di Brunetta o di qualche Cinque Stelle di secondo grado). Le facce quasi sempre rigorosamente sporche di barba, che non dovrebbe superare i tre o quattro giorni, evidentissima metafora di uno sprezzo per il viso nudo ormai  appannaggio solo del Presidente della Repubblica. Inoltre si sposa con evidente simmetria al ricciolo scomposto o al cranio perfettamente lucido, antitesi della barba incolta. Ormai detentore del copyright il critico-politico che con un secco colpo della mano s’aggiusta la chioma imbiancata, ma pur sempre fluente.
E mentre corro a rileggermi nelle “Operette morali” il dialogo di Giacomo tra la Moda e la Morte entrambe “figlie della caducità” ripenso a questo straordinario pensiero che fa della moda, anche in politica, una necessità:

“Moda. Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali.[corsivo mio] Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno”.

Avrebbe del miracoloso questo elenco di ciò che la moda può, se non sapessimo che quasi sempre la poesia antivede la verità e la consegna al futuro.
Va da sé dunque che la faccia alla moda deve essere necessario complemento del fare del politico in quanto, specie ora nell’età del vedere, chi ti guarda deve ri-conoscersi. Una resilienza, se si vuole usare questo termine così abbondantemente frainteso, che induce il politico a dare di sé un’immagine positiva. Ecco allora che il vestirsi in un certo modo (e tutti noi sappiamo bene come l’immagine di Renzi sia stata dettata da sarti fiorentini che gli hanno ‘cucito addosso’ un’immagine positivamente corretta di un’eleganza borghese, lontana sia dal casual praticato dal suo avversario più temuto, Beppe Grillo, sia dall’uniforme ormai abusata del politico prima Repubblica) rappresenti un’idea del fare politica; perfino un’ideologia.
Certo la scoperta della camicia bianca con manica arrotolata, allegoria assai scontata del proverbio “rimbocchiamoci le maniche”, proviene da un ben più importante uomo politico: quel Barack Obama di cui si è sempre messo in luce il significato metaforico della gestualità, della postura, dell’abbigliamento.
Il gesto meccanico dei politici che quando escono dalla macchina immediatamente s’allacciano il bottone della giacca risulta negativo quando vengono ripresi sul lato B che di solito risulta stazzonato e a volte singolarmente respingente, come per Hollande dotato di una protuberanza quasi imbarazzante.
Il colpo di genio è stato però quello di Angela Merkel che si è inventata un’uniforme a cui adatta anche l’espressione del viso. La qualità dei colori delle giacchette ‘merkelliane’ è risultato vincente in qualsiasi occasione pubblica. Quasi concorrenziale all’elegantissima divisa di scena, su un’idea di Giorgio Armani, adottata dalla nostra Lilli Gruber.

Tuttavia il più condizionante adeguamento della politica alla Moda, leopardianamente concepita, si ha con l’adozione tra le più giovani signore in politica del tacco 12, che porta a ciò che il poeta di Recanati chiama “storpiare la gente colle calzature snelle”. Il durissimo adeguarsi a una moda che richiede sacrificio intenso porta sul volto delle politicanti, dopo i lunghissimi tempi di indossatura di simili strumenti, una piega di dolore, una vacuità degli occhi, un tic che rimpicciolisce le labbra e una smorfia finale che viene finalmente espressa e intesa come condanna e disprezzo accompagnati talvolta da un pensoso scuoter di capo.
E’ vero poi che nel secolo scorso l’intuizione leopardiana si sposta sul binomio moda-modernità. E al proposito si pensi al fondamentale saggio di Walter Benjamin “Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’epoca del capitalismo”, che ora è possibile leggere nell’e-book edito da Neri Pozza. In questo saggio la moda diventa il corrispettivo della modernità cioè, come è stato autorevolmente sostenuto, che attraverso la premonizione del “Dialogo della Moda e della Morte” si arriva a, cito, “una dimensione della cosa come vessazione”, un paradigma della modernità. E come tale corre e si consuma con la velocità stessa del presente.

Sarebbe dunque corretto che il discorso leopardiano si attui nella politica, nella ‘modernità’ della politica.
Tra barbe incolte, crani lucidi e boccoli scomposti s’incornicia il volto della politica al maschile. Tra fluenti capigliatura e tacco 12 quello delle signore della politica.
Comunque se ne pensi è evidente che la Moda è non solo condizionante, ma necessaria all’esercizio della politica.
Sta poi ai miei 25 lettori applicarne i paradigmi ai politici e agli amministratori che conosce.

L’omicidio di Pontelangorino: le domande che ci riguardano

L’omicidio di Pontelangorino: le domande che restano aperte non riguardano i due ragazzi riguardano noi e il nostro sguardo sui fatti sociali. Ottanta euro subito, altri mille dopo il massacro. Su questa promessa si è consumata l’uccisione feroce della coppia di genitori di Pontelangorino. Un delitto che scaturisce da un patologico atto di amicizia, da una condizione esistenziale marginale e malata. La causa scatenante: una sfilza infinita di assenze a scuola e i rimproveri per il cattivo rendimento scolastico.

Due ragazzi che vivevano in simbiosi da quando erano bambini, trascorrevano giornate facendosi spinelli e giocando alla playstation. Il mondo di una vita senza centro: una stanza squallida con molti stracci accatastati per difendersi dal freddo. Possiamo immaginare la disperata impotenza dei genitori che forse avevano perso ogni speranza nella possibilità di aiutare il loro figlio. Una storia nota che vorrei commentare solo per tre aspetti che ci interrogano sul piano sociale e restano aperti.

Tre aspetti su cui i commenti degli opinionisti – in questo caso come in altri – sono confusi.
La prima riflessione investe una domanda ricorrente: si tratta di una patologia individuale o di una patologia sociale? Non intendo qui discutere il tema dal punto di vista giuridico, ma sottolineare come la categoria di patologia sociale prevalga troppo spesso nel nostro giudizio su vicende del genere. Quanto è utile e quanto, invece, fuorviante interpretare i fatti come espressione di una società malata che avrebbe smarrito il senso di colpa, che sarebbe incapace di legami sani, in balia di desideri malati e di derive consumistiche, in cui gli individui sarebbero vittime di una vita in cui si è perso il senso del limite? Ci troviamo piuttosto di fronte a personalità incapaci di provare emozioni e di dare salienza alle cose, di prevedere le conseguenze delle loro azioni, persino le più drammatiche. Un’affettività malata che si traduce in insipienza dei ragazzi. Lo rivela la dichiarazione “ho fatto una cazzata”, non molto di più che di ciò che potrebbe essere detto dopo avere rubato un motorino.

La seconda riguarda l’uso inflazionato della categoria del pentimento e del perdono. Assistiamo da molti anni all’uso della categoria del perdono come espediente per ridurre la pena. Un uso strumentale e inaccettabile della categoria del pentimento che si risolve in una lettera scritta troppo in fretta da un legale d’ufficio che segue un rito fin troppo diffuso: la richiesta di perdono. La dichiarazione così immediata di pentimento contribuisce a togliere salienza a ciò che è accaduto, a negarne la gravità. Non si tratta di invocare pene più severe, si tratta soltanto di rimettere con i piedi per terra la categoria dell’accertamento della responsabilità e la conseguente sanzione giuridica.

La terza questione: l’assenza del senso di colpa individuale, che è stato evocato come patologia sociale è un tema che ci riguarda come società. Se è così, allora dovrebbe essere percorsa la strada dell’accertamento della colpa insieme a quella della certezza della pena. Prima di questo, qualunque intervento suona come diminuzione della gravità del fatto. Resta un fatto duro – l’uccisione e la morte di due persone – oltre al gesto che ha portato a questo esito. Don Mazzi, a poche ore dal delitto dichiara: “i ragazzi non devono restare in carcere” e si candida ad ospitarli. Un altro messaggio grave in quanto intempestivo. La categoria del recupero, pure consustanziale alla nostra idea della pena – che non solo espiazione, ma anche occasione di un possibile ripensamento – non può annullare con un colpo di spugna il valore di ciò che è accaduto. Sono questioni che ci interrogano e che non possono essere coperte né da generici riferimenti alla liquefazione dei legami sociali, né dall’interpretazione da manuale di patologie individuali.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Educazione o istruzione? Susanna Tamaro e l’Italia col torcicollo che guarda al passato

Dovrebbe venire il dubbio che a pensare sempre secondo i propri costrutti mentali si finisce per ribadire anziché rinnovare. Voglio dire che non ne esce nulla di nuovo.
Ti leggi la Tamaro e ti ritrovi catapultato nella dimensione dei laudatores temporis acti, mai possibile che per andare avanti si debba tornare indietro? Un paese non può continuare ad avere il torcicollo, continuare a guardare alle sue spalle, quello che non sappiamo fare è vedere cosa ci può stare davanti a noi, che non può essere il passato ma solo il futuro. Un paese che sovverte i tempi come minimo resta paralizzato. E pare che sia quello che sta accadendo al nostro.
I mali della nostra scuola, a leggere la Tamaro sul Corriere della Sera dell’otto gennaio scorso, sarebbero imputabili al fatto che l’istruzione ha soppiantato l’educazione. Detta così uno è portato a pensare finalmente, uno che sa, uno che è istruito, poi è in grado anche di gestire con giudizio e autonomia se stesso, è per forza di cose educato dall’uso del sapere. No, non è così per la Tamaro, che poco capace di avere fiducia nel prossimo e di uscire dai propri stereotipi altro non è in grado che riproporre l’armamentario della scuola tradizionale.
Che una scuola debba essere identica al passato non depone a favore della scuola stessa come luogo di studio, di ricerca, di riflessione critica, di esercizio della mente, di crescita e di rinnovamento. Gli studenti non devono partecipare, gli studenti devono sedere e ascoltare con rispetto come si faceva una volta. E guarda caso la scuola che funziona è sempre quella che c’è stata mai la presente, secondo l’illustre pensiero della nostra scrittrice.
Suggestionata dalla lettura del saggio di Adolfo Scotto di Luzio, Senza educazione, pubblicato da il Mulino, Susanna Tamaro, con poca originalità, incolpa della decadenza scolastica l’ingresso nelle aule scolastiche della rivoluzione digitale. È come dire che l’uso della biro ha rovinato l’educazione rispetto ai tempi in cui sui banchi di scuola si usavano le cannette con il calamaio.
È un vezzo tutto italico quello degli intellettuali che hanno sempre nostalgia del passato, il passato meglio del presente, che ha solo il difetto di essere qui e ora o di essere trascorso da troppo poco. Ma tutti i presenti prima o poi sono destinati a tradursi in passato e, dunque, a diventare migliori anche loro, secondo la logica di chi guarda sempre all’indietro.
La scuola di oggi sarebbe buonista e classista nello stesso tempo, a detta del pensiero illuminato della Tamaro, perché non educa ma, se va bene, istruisce solo. L’istruzione ha bisogno di educazione, perché se non si forgiano i caratteri e le condotte l’istruzione è vuota, priva di orientamento. Qui subito, per quanto mi riguarda, scatta una reazione di insofferenza. Perché dietro alle affermazioni della nostra scrittrice, per cui il carattere e la personalità dei giovani vanno plasmati con l’insegnamento e con l’esempio, c’è un’idea delle ragazze e dei ragazzi che così come sono non vanno bene, perché non sono come noi, gli adulti, gli insegnanti, minori non solo di età, ma minori in tutti i sensi.
Al di là di quello che può pensare la Tamaro e il suo vate di riferimento, Adolfo Scotto di Luzio, crescere non significa essere modellato intellettualmente e moralmente da un adulto colto, crescere significa, anche etimologicamente, creare se stessi, disporre degli strumenti per costruire la propria personalità, il proprio intelletto in piena autonomia, senza condizionamenti decisi da altri, essere posti nelle condizioni di realizzare se stessi, come detta la nostra Costituzione, senza condizionamenti educativi che non siano il prodotto delle proprie scelte.
Difficile da digerire? Può darsi. Ma pensare di entrare a scuola per incontrare persone che non accetto per come sono, perché le considero inferiori a me, che solo potranno essere salvate dal mio verbo di adulto colto, penso che sia l’idea peggiore di educazione e di istruzione che di questi tempi si possa coltivare. Per non dire estremamente fallimentare e pericolosa.
Quando poi si parla di educazione ci si dovrebbe sempre porre il problema di chi educa gli educatori, di che natura è l’educazione degli educatori. L’obiettivo del Dewey di educare per la società deve sempre fare i conti con la natura della società che educa, spesso replicante di se stessa.
La questione non è, dunque, per nulla semplice, non ammette facili scorciatoie e se si parla di scuola la complessità si moltiplica in maniera esponenziale. Sul discorso dell’istruzione nel nostro paese avremmo bisogno non del déjà-vu ma di intelligenze nuove capaci di affrontare le difficili sfide del presente, senza rintanarsi nel passato. I tempi sono decisamente nuovi e il passato non ritorna.
Il problema vero è se la nostra scuola, in un’epoca in cui le opportunità di apprendimento si sono dilatate come mai prima, perdendo di centralità, sa misurarsi con questa nuova realtà, se sa istruire in maniera autentica, o se invece è rimasta impantanata in mezzo al guado tra educazione e istruzione, tra passato e presente, come invece io credo.

Dieci anni senza don Franco: parole, segni e tanti ricordi

Dieci anni che non c’è più. Ma a don Franco non si può pensare con tristezza. Perché era continua gioia, vitalità, curiosità, sapere, incoraggiamento e una grande fede, di quel tipo che – in quel momento, a Ferrara – sembrava unico, irreplicabile, e forse lo era anche; eppure un senso analogo di religiosità torna adesso a rallegrarci nelle parole, nei sorrisi e nei gesti di papa Francesco.

Don Franco Patruno
Don Franco Patruno

Franco Patruno, sacerdote e monsignore, direttore di Casa Cini di Ferrara, ma anche prete di scanzonate escursioni campestri con i ragazzi dell’oratorio, univa una passione ininterrotta per l’arte e il sapere a un’umanità fraterna e amichevole che ti faceva sentire subito a casa, in sintonia, accolto. Come quando si passava a trovarlo nella sede dell’Istituto di cultura, in via Boccacanale Santo Stefano, e lui a un certo punto ti proponeva di passare dallo studio, pieno di libri e quadri, alla piccola cappella dove diceva messa tutti i giorni. La faceva con tutti i crismi, la messa, ma con una naturalezza e fresca intensità, che difficilmente si possono riprodurre. Ascoltava, se gli riferivi i tuoi dispiaceri e arrovellamenti, poi – ricordo – la sua filosofica indicazione, tratta direttamente dalle pagine del vangelo: “Guarda come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”. In quel momento non sempre capivo, ma come avviene per la maggior parte delle cose davvero sagge e profonde, è dopo, a distanza di anni, che rivelano tutta la loro verità.

Non so ripetere, invece, le battute e i giochi di parole che praticamente inventava e intercalava continuamente all’interno di una conversazione: come quando vai a uno spettacolo di Alessandro Bergonzoni e senti la conoscenza e l’intelligenza così brillanti e scoppiettanti in ogni battuta, connessioni inventate in un lampo che fanno ridere senza quasi fare in tempo ad afferrare appieno tutto; poi, dopo, lasciano nell’impossibilità di fare un resoconto, con lo spettatore sopraffatto dallo scintillio di intelligenza lieve e lieta che illumina gli istanti ma è impossibile da fermare o cristallizzare una volta dissolta.

Ricordo il giorno del battesimo del mio bambino, nel Duemila. Dentro al suo studio, prima di andare nella cappella, lui mette subito a suo agio anche un piccolissimo. Gli porge un elefantino meccanico ricoperto di stoffa che muove la proboscide ed emette una specie di barrito. Il bambino prende il pupazzo, lo gira, e sposta il pulsante che aziona movimento e suono, facendolo interrompere. Don Franco scoppia a ridere e commenta: “Ecco! Con i giovani di oggi non puoi più raccontargli le favole o farli sbalordire con questi prodigi… Nascono che riconducono già tutto alla scienza e alla tecnica”.

Martedì 17 gennaio, nella ricorrenza della sua morte, gli è stata dedicata una messa nella chiesa di San Biagio, in via Aldighieri, proprio la parrocchia dove lui ha svolto il suo primo incarico, fresco di ordinazione, avvenuta nel 1966. Un momento di testimonianza molto sentita e partecipata. Il diacono don Daniele Balboni nella sua omelia ha parlato di un “uomo libero” e pronto, come i profeti, a pagare il prezzo di questa libertà. Il sindaco Tiziano Tagliani ci ha detto la “nostalgia di quel suo fare cultura attraverso l’incontro con le persone, la parola e l’amicizia. Riusciva a trasformare l’interlocutore, a far sentire ciascuno a suo agio e al centro del disegno divino, anche se aveva a che fare con un ateo convinto”. Poi Stefano Bottoni, presidente e direttore artistico di Ferrara Buskers festival, ci ha raccontato: “E’ stato il mio pigmalione. Nel 1967, dopo che gli avevo chiesto consiglio, mi disse di fargli ascoltare una delle mie canzoni. Ho iniziato a suonargli ‘Resurrection City’ e da lì è iniziato tutto”. Un ricordo prezioso, dettagliato e documentato, infine, quello di Francesco Lavezzi, suo collaboratore per tanti anni a Casa Cini, che di lui scrive: “Entusiasticamente consapevole della svolta conciliare, secondo la cui ecclesiologia la chiesa si comprende meno trionfalmente, o poveramente come avrebbero detto Lercaro e Dossetti, come segno e sacramento, don Franco ha voluto rappresentare questa intuizione nel proprio itinerario umano di fede, artistico ed estetico”.

Per ricordare don Franco è infatti cruciale sempre la creatività, che sia arte, musica, cinema, scrittura. Un buon modo, quindi, per celebrarne la memoria e tenerla viva è quello del concorso Biennale Don Patruno per giovani artisti, da poco assegnato a pari merito a due ventenni, che diventerà un’esposizione questo fine settimana a Palazzo Turchi di Bagno. I quadri, i disegni e i collage realizzati proprio da don Franco saranno invece esposti nella personale che il mese prossimo verrà dedicata a lui a Casa dell’Ariosto.

“Biennale giovani don Franco Patruno– Opere recenti di Gianfranco Mazza e Luca Serio” a cura di Maria Paola Forlani, Gianni Cerioli, Ada Patrizia Fiorillo, Massimo Marchetti, patrocinio del Comune di Ferrara e supporto della Fondazione Cassa di risparmio di Cento, nella Sede museale di Ateneo a Palazzo Turchi di Bagno, corso Ercole I d’Este 32, Ferrara. Da venerdì 20 gennaio (inaugurazione ore 17.30) al 5 febbraio 2017, aperta con ingresso libero da lunedì a giovedì ore 10-18 e venerdì 10-17.

“Opere di don Franco Patruno”, Casa dell’Ariosto, via Ariosto 67, Ferrara. Dal 12 febbraio al 12 marzo 2017, aperta con ingresso libero dal martedì alla domenica ore 10-12.30 e 16-18.

Nebbia, mandolino e fisarmonica: la lunga Strada di John dal palco di Springsteen alla grande pianura

È passato poco tempo da quando Gianni Govoni, alias John Strada, ha diviso il palco con il Boss alias Bruce Springsteen. Il fatto è accaduto il 16 gennaio 2015 al Light of day, il Festival benefico che si svolge allo Stone Pony di Asbury Park di New York. Il musicista emiliano ha cantato “Thunder road” insieme al Boss, che è solito condividere il palco con gli altri partecipanti.
“Mongrel” è il 7° album di John Strada, il primo interamente in inglese, realizzato con la collaborazione di Jono Manson, musicista e produttore americano. Il termine “Mongrel” è affine a “Meticcio”, il disco precedente, da cui sono stati riarrangiati e tradotti quasi tutti i brani. All’appello manca soltanto “Tiramola”, escluso per mancanza di tempo.

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Uno dei brani più suggestivi è “In the fog”, ballata folk scandita da nebbia, mandolino e fisarmonica, che già aveva deliziato in “Meticcio”, tra gli inediti “Free through the wind”, scritta originariamente per un evento da svolgersi in quel di Dublino. La canzone, cui l’elettronica e l’organo Hammond di Daniele de Rosa regala attimi di suggestione, è dedicata a Guglielmo Marconi.
“Christmas in Maghreb”, racconta la storia di Aisha, una giovane ragazza che, tra paura e dignità, porta in grembo il frutto di un amore tenuto segreto dal velo. Nella versione in inglese non c’è la Madonnina che guarda la ragazza dall’alto del Duomo di Milano ma un Santa Claus barcollante in attesa del miracolo di Natale.
Gli altri inediti sono “The mistletoe’s burning”, “Here I am”, “Walking on Quicksand”, tre brani diversi tra loro ma con la stessa matrice: il rock.
Alla realizzazione del disco hanno collaborato musicisti americani e canadesi: Bocephus King (Premio Tenco 2015, categoria stranieri), Michael McDermott, James Maddock (co-autore di “Promises”) e il già citato Jono Manson, che duetta con il cantante emiliano in “Headin’ home”.
L’operazione di John Strada è intelligente e convincente, necessaria per fare uscire dai vicoli il rock italiano. I 15 brani sono ricchi di personaggi, suoni e sapori che esprimono passione, nostalgia, voglia di vivere, dramma e amore. Storie universali proposte con la complessa “semplicità” di un sound immediato e la musicalità dei testi in inglese. Bravi i musicisti: Wild Innocentes, aggiunti e ospiti, che hanno saputo fare esprimere al meglio il rocker che è in Gianni Govoni.
Il 3 febbraio 2017 ci sarà la presentazione ufficiale di “Mongrel” al Teatro di XII Morelli, frazione del comune di Cento (FE), paese natale di John Strada. Ospite della serata: Bocephus King, esibitosi con successo nelle ultime due edizioni del Premio Tenco.

Come nasce il tuo primo album in inglese?
Ho sempre saputo che prima o poi avrei fatto un album in inglese. Le canzoni di “Meticcio” si prestavano bene a questa lingua e così ho cominciato a lavorarci sopra. Ho contattato alcuni amici americani che hanno accettato di collaborare. Ho aggiunto alcune canzoni nuove. “Free through the Wind”, l’avevo scritta su commissione per delle celebrazioni a Dublino ma poi non se ne è fatto nulla, la canzone mi piaceva e l‘ho messa su “Mongrel”. Sono contento di avere lavorato con Jono Manson, persona fantastica e musicista incredibile; ci conosciamo da qualche anno e tra noi c’è stata subito una bella alchimia.

“Mongrel” ti riporta alla vera dimensione del rock, che difficilmente può prescindere dalla lingua inglese…
Il rock è della lingua inglese. Gli autori degli stati non anglofoni provano a farlo proprio usando la lingua nazionale. Alcuni riescono bene ma non è a stessa cosa. Quindi, ho voluto misurarmi con la musica rock nella sua lingua originale. Ho lavorato tantissimo ma mi sono divertito moltissimo. Nel prossimo disco andrò oltre. Ho già scritto molte canzoni, alcune in italiano altre in inglese. Il prossimo CD sarà misto.

Ascoltando “Meticcio” e “Mongrel” si nota il lavoro sui testi, che non sono stati semplicemente tradotti…3Non è che i testi siano stravolti. Nessun testo lo è ma ho cercato di adattarli al sentire anglo-americano. In “Promesse” il ragazzo era una promessa appunto a calcio, in “Promises” è un promettente chitarrista. in “Christmas in Maghreb” c’è un Babbo Natale ubriaco che non c’era nella versione in Italiano. In America fare Santa Claus è un lavoro, in Italia un gioco, cose di questo tipo…

Rispetto a “Meticcio” manca “Tiramola”…
Non avevo più tempo. Ho fatto un lavoro meticoloso su ogni testo. Considerato ogni significato che le parole potessero avere. Ho cercato di creare armonia nel suono delle parole. “Tiramola” era rimasta per ultima e non ho fatto in tempo a lavorarci sopra come avrei voluto. Il disco era già in mega ritardo e ho dovuto sacrificarla.

Il tuo brano preferito?
Molto difficile da dire. Va a periodi. Adesso forse è “I’m laughing” ma quando l’intervista uscirà probabilmente sarà un altro.

I Wild Innocents sono:

Dave Pola (chitarra elettrica)
Alex Cuocci (batteria)
Daniele “Hammond” De Rosa (tastiere)
Fabio Monaco (basso)

John Strada – Torno a casa, versione italiana di “Headin’ home”:

Dalle madelaine di Proust agli arancini di Montalbano: il cibo nella letteratura

Il cibo e la cucina rimangono sempre interessanti metafore dell’esistere umano: nel cibo o attraverso la sua immagine poniamo domande, cerchiamo risposte, troviamo consapevolezza della nostra identità, condividiamo vite, regaliamo sensazioni e ci facciamo travolgere da emozioni. Il cibo non è solo fonte e linfa di sostentamento: diventa anche elemento comunicativo di una forza senza pari. I luoghi letterari della narrativa, le cucine, i ristoranti, i caffè, le dimore umili e le dispense dei grandi signori, i falò nelle radure, i fuochi sulle spiagge, la strada con il pane elemosinato e i banchetti scintillanti, ospitano sempre spezzoni di storie avvincenti i cui protagonisti si muovono tra eventi, peripezie, avventure e movimento, trame e intrecci, sollevando la nostra partecipazione emotiva e la nostra curiosità.

Opulente e abitudinarie cuoche d’altri tempi servono con orgoglio gustose pietanze, moderni dinamici chef dalle promettenti carriere luminose esibiscono autentiche opere d’arte, dissoluti buongustai si avventano senza ritegno su piatti traboccanti, umili famigliole radunate attorno ad un tavolo scarno toccano il cibo come fosse un miracolo, annoiate signore sbocconcellano ciò che rimane di qualche dolce per riempire tediose giornate e anziane dagli antichi saperi ci spiegano, tra un capitolo e l’altro, il beneficio e le proprietà delle erbe officinali e delle spezie. Ciascuno instaura col cibo un rapporto particolare fatto di impressioni dove gusti, sapori, forme e colori contengono echi simbolici inequivocabili.

Nel racconto di Karen Blixen ‘Il pranzo di Babette’, i dodici sospettosi e diffidenti abitanti del villaggio, avvezzi a una spenta vita di privazioni, rimangono sedotti dalle delizie gastronomiche che Babette, grande cuoca, ha preparato loro a sue spese. Ciò che seguirà sarà un significativo e benefico cambiamento di prospettiva nei confronti della vita e degli esseri umani. Ed ecco che in letteratura compaiono le madelaine inzuppate nel tè, quei piccoli dolci morbidi che per Marcel Proust, nel suo capolavoro ‘Alla ricerca del tempo perduto’, diventano improvvisamente suggestivi mediatori col passato e gli fanno rivivere sensazioni e ricordi della giovinezza. In ‘Le anime morte’ di Nikolaj Gogol, il cibo rispecchia la primordialità, qualcosa che attira brutalmente il protagonista Chichikov e lo invita ad affrontare verdure in salamoia e abbondanti bevute di vodka, zuppe di cavolo, njanja (stomaco di montone ripieno di grano saraceno, cervella, carne delle zampe), vatrushki (focacce con ricotta). Georges Simenon riesce a descrivere in molte sue opere, quasi con nostalgia, piatti e pietanze della cucina francese e belga che rivelano l’attaccamento alle origini e il bisogno di richiamare gusti e sensazioni del passato attraverso i flan della madre, la torta di riso e le saporitissime portate di cozze e patate.

Tutti conosciamo poi ‘Chocolat’ di Joanne Harris, dove il cioccolato è il protagonista assoluto delle storie di ciascuno, in una forma o nell’altra, e riesce a produrre strane e meravigliose reazioni utili a trasformare e rinnovare vite e destini. Il cibo che compare in ‘Ulisse’ e ‘Gente di Dublino’ di James Joyce ci mostra l’Irlanda dell’autore attraverso le solide tavole di legno in grigie cucine affumicate, dove spesso c’è ben poco da mangiare e ogni pasto è una benedizione: interiora di animali e volatili, minestra di rigaglie, cuore arrosto, fegato a fette impanate, uova di merluzzo, patate. Un romanzo particolarmente legato al cibo è ‘Dolce come il cioccolato’ di Laura Esquivel, diviso in dodici capitoli ciascuno dei quali contiene una ricetta dell’antica tradizione messicana. In questo caso gli ingredienti hanno un potere taumaturgico sorprendente e inaspettato sui giovani protagonisti e coloro che ne contornano la storia, permettendo di risolvere situazioni difficili. Nei libri di Camilleri, Salvo Montalbano non si preoccupa di nascondere l’autentica forte passione per il cibo, che diventa un vero e proprio ‘oggetto del desiderio’, uno dei piaceri più intensi e importanti. Tonno arrosto, polipetti alla napoletana, arancini lavorati e cucinati a regola d’arte secondo tradizione, gioiose annaffiate di vini della Sicilia, passiti di Pantelleria e Marsala popolano le pagine dell’epopea del commissario, tra un crimine e l’altro, colpi di scena, movimento e anche romanticismo. In ‘Visto per Shangai’, l’autore Qui Xiaolong rivela l’amore per le tradizioni gastronomiche del suo Paese. Il romanzo che esordisce con un cadavere ritrovato in un parco di Shangai dà l’incipit a una storia dai contorni gialli permeata di una sottile tensione costante che diventa motivo principale per raccontare della saggezza millenaria della cultura cinese, le tradizioni, i cambiamenti nel tempo e una gastronomia che ancora oggi ci dà la possibilità di degustare squisitezze esotiche.

La cucina può diventare il cuore pulsante di un’esistenza, come ci racconta l’autrice giapponese Banana Yoshimoto nel suo ‘Kitchen’. La protagonista, la giovane Mikage, smette di nutrirsi dopo la morte della nonna, l’unica persona che aveva al mondo. Si rinchiude e vegeta tristemente nella cucina della sua casa finchè non scopre in casa di amici, l’armonia, il benessere e la serenità che un altro ambiente e un altro modo di considerare il cibo le offre. Riprenderà a mangiare ed apprezzare quel cibo che le era diventato estraneo. La cucina è apparsa improvvisamente il luogo da amare. “Non importa dove si trova, com’è fatta purchè sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.”

Salvaguardare la scuola pubblica sottraendola alle brame del mercato

di Loredana Bondi

Per capire a che punto siamo oggi in materia di rapporto fra politiche pubbliche e interessi collettivi, non posso non riferirmi, soprattutto per esperienza diretta, al nesso esistente fra politica ed educazione. Credo che questo sia, infatti, uno dei temi ineludibili per declinare un futuro che abbia senso in termini di libertà e democrazia, a livello individuale e collettivo.
Lo sviluppo di una società futura consapevolmente democratica e interculturale è fortemente subordinato alla capacità della politica pubblica e della comunità di svolgere un ruolo educativo diffuso e di rendersi co-responsabili credibili del benessere sociale .

Sebbene il rapporto fra educazione, politica e comunità sia un tema tradizionale delle scienze pedagogiche, nell’attuale contesto socio economico e culturale credo sia importante riaprire un confronto che porti al centro la funzione politica dell’educazione e la funzione educativa della politica.
Abbiamo bisogno di politici più consapevoli e competenti rispetto al ruolo e alle responsabilità che assumono, proprio in ragione dei pubblici interessi che la loro azione deve perseguire.
La grave situazione economico-sociale è oggi divenuta l’elemento centrale che alcune amministrazioni invocano, per giustificare l’incidenza sui bilanci del sistema educativo e scolastico rispetto a problematiche ben più complesse che attagliano il paese. Tutto è definito in termini di ‘costi’, di entrate e di spese. Questa visione ‘utilitaristica’ dell’esistenza sta mettendo in serie difficoltà non solo il sistema dei servizi rivolti all’infanzia, ma tutti i sistemi di welfare locale, a livello di gestione diretta del pubblico, come del privato sociale.
In questa ottica presso diversi Comuni i servizi di nido e di scuola dell’infanzia sono individuati come ‘servizi in perdita’, quindi da ridurre e/o addirittura chiudere, perché non più sostenibili.
Senza dubbio i servizi educativi non sono mai stati un business in grado di remunerare l’investitore, perché il vero investimento in tali servizi ha piuttosto una resa in termini di capitale sociale e quindi la funzione di chi li gestisce non può che avere un interesse pubblico.
La vita sociale, politica e culturale del Paese sembra ridotta a seguire i soli principi economici, come preminenti su tutti gli aspetti della vita umana e questa visione incide sulla coesione sociale, oltre che sulla tenuta stessa dei servizi, sulla loro importanza in termini di offerta educativa, tanto da metterli seriamente a rischio. Questa situazione coincide con una situazione di indifferenza diffusa, di disagio e quasi di straniamento dei cittadini , a cominciare dai più giovani, che affrontano il problema solo se coinvolti in prima persona.

Certo non è così dovunque: quando l’esigenza di offrire questi servizi è ancora sostenuta da una seria programmazione e progettazione sociale, i Comuni cercano di gestire la crescita di un sistema integrato pubblico-privato dell’offerta, sostenendo il privato sociale qualificato che si impegna sul territorio nella direzione di una gestione coerente con la ‘funzione pubblica’ dell’educare, condividendone obiettivi, contenuti, metodi e finalità. Di contro, per altre amministrazioni il ‘costo’ diventa elemento determinante e non procedono alla verifica del ‘bisogno generale’ e all’effettivo interesse collettivo, per cui ricorrono all’analisi del problema solo sul piano del profilo tecnico amministrativo e la più variegata contrattualistica, che porta in definitiva all’ affidamento esterno o addirittura alla scelta della dismissione dei servizi medesimi.
Probabilmente prima della completa dismissione pubblica, dovrebbero essere valutati i criteri di una governance seria del sistema integrato dei servizi, partendo da una co-progettazione, da una verifica dell’effettiva ricaduta dei servizi sulla comunità, dalla struttura di procedure comuni di selezione/formazione del personale, di analisi dei criteri di valutazione del ‘ben-essere’ prodotto sul contesto collettivo e individuale, della valutazione dell’offerta da parte dei cittadini che ne fruiscono.
Non è certamente un caso il fatto che nell’Ordinamento delle autonomie locali il Comune venga definito: “l’Ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo”. Ancor oggi sembra assolutamente importante ribadire che spetta al Comune essere il punto preciso di riferimento e controllo delle politiche sociali ed educative del proprio contesto territoriale, sia perché l’erogazione dei servizi pubblici è storicamente riconducibile agli Enti locali, sia perché il Comune dovrebbe avere la capacità, gli strumenti e la giusta autorevolezza per confrontarsi, valutare e rispondere ai bisogni dei propri cittadini. Un Comune deve assumere un ruolo di regia, fondamentale per il carattere di territorialità che hanno le politiche sociali ed educative.
L’esternalizzazione dei servizi, nell’approccio alle politiche educative da parte di alcuni attuali amministratori locali, rischia di essere intesa piuttosto come dismissione e rinuncia a praticare una vera governance, dato l’affievolirsi di una visione complessiva a partire dai diritti dell’infanzia e quindi di un venir meno di un interesse pubblico.

Senza dubbio occorre conoscere a fondo, e senza preclusioni di sorta, quali siano realmente gli indicatori che connotano i benefici della esternalizzazione dei servizi, soprattutto quando si parla di gestione di servizi alla persona, com’è altrettanto importante rilevarne i limiti.
Come benefici vengono indicati: l’aumento dell’efficienza con riduzione dei costi, perché si ha più competizione e specializzazione sul mercato; la possibilità di ovviare alla carenza di alcune professionalità con innalzamento della qualità dei servizi; l’attenuazione delle logiche burocratiche con grosso sgravio per la P.A., il superamento di alcune rigidità dovute al blocco delle assunzioni attraverso il reimpiego e la riqualificazione del personale e soprattutto, l’opportunità di concentrare attenzione e risorse su attività ritenute più strategiche.
I limiti della completa esternalizzazione e dismissione dei servizi , può configurare l’aumento del potere degli organi politici a scapito di quello manageriale nelle P.A., con possibili pressioni lobbistiche per l’assegnazione dei contratti e conseguente aumento della spesa pubblica, la possibile mancanza di una seria applicazione di un codice etico nei servizi esternalizzati. A ciò si aggiungano i costi relativi alle diverse procedure contrattuali, la possibile riduzione e demotivazione del personale pubblico con “impoverimento” di competenze intellettuali e professionali specifiche e possibile confronto all’interno dei servizi.
In tale direzione si può paventare una vera delega di competenze proprie degli Enti locali al privato, che si può tradurre, fra l’altro, in mancato controllo sugli esiti della conduzione dei servizi e relativa deresponsabilizzazione politica rispetto a compiti specifici di legge.
La completa esternalizzazione dei servizi e, soprattutto, la mancanza di una valutazione concreta della qualità dell’offerta, portano alla mancanza di contatto con le famiglie, per comprenderne bisogni e aspettative, oltre al grave rischio di perdita di contatto con la comunità. Senza dubbio la mancanza di confronto col territorio può riservare una perdita di autorevolezza e riconoscimento politico, utili alla gestione più generale della vita pubblica.
Un serio impegno etico e politico dell’Ente locale verso le giovani generazioni richiede che amministratori e tecnici e cittadini, debbano approfondire le interconnessioni fra educazione e politica, per capire il valore reale delle scelte da fare.
Molte sono le esperienze consolidate di gestione condivisa del sistema educativo e politico da annoverarsi come conquiste sociali storicamente riconosciute, così come le trasformazioni socio-culturali che ne sono seguite. Questo dà conto del grande lavoro che in alcune aree del nostro Paese si è attuato proprio attraverso una politica condivisa dei servizi educativi per l’infanzia , capaci di farsi agenti culturali e politici, tanto da determinare, come sosteneva il grande pedagogista Loris Malaguzzi, “un profondo mutamento antropologico”.

Una comunità responsabile dal punto di vista politico e sociale  si prende cura del proprio futuro, innanzi tutto curando l’educazione delle nuove generazioni e ponendo questo compito fra le priorità del bene comune e dell’interesse collettivo.
Sulla rivista MicroMega già qualche anno fa (2009) il sociologo appena scomparso Zigmund Bauman in una conversazione con Mariapaola Leporale dal titolo “Per un welfare planetario” affermava: “raggiungere la sicurezza esistenziale – ottenere e mantenere un legittimo e dignitoso posto nella società umana ed evitare la minaccia dell’esclusione – è ora un compito lasciato alle abilità e alle risorse individuali di ciascuno; il che significa essere esposti a rischi enormi e soffrire la straziante incertezza che questi compiti inevitabilmente comportano. La paura che lo Stato sociale aveva promesso di estirpare è ritornata con tutta la sua forza. La maggior parte di noi teme oggigiorno la minaccia, seppur vaga, di rimanere escluso, di risultare inadeguato alla sfida, di essere mortificato, umiliato e di vedere negata la propria dignità. […] Sia la politica, che il mercato dei beni di consumo sono bramosi di trarre vantaggio dalle paure diffuse e minacciose che saturano la società dei giorni nostri. […] Lo Stato sociale è stato l’ultima rappresentazione moderna dell’idea di comunità: vale a dire di una reincarnazione istituzionale di tale idea nella sua forma moderna di una «totalità immaginata» – intrecciata con la consapevolezza e l’accettazione di una dipendenza, di un impegno, di una lealtà, di una solidarietà e di una fiducia reciproche.
I diritti sociali sono l’espressione tangibile, la manifestazione empirica di quella totalità immaginata che lega la nozione astratta alle realtà quotidiane e radica l’immaginazione nel terreno solido dell’esperienza quotidiana di vita. Questi diritti attestano la verità e il realismo della fiducia tra le persone nella rete di istituzioni condivise che danno appoggio e validità alla solidarietà collettiva. L’«appartenenza» si traduce in fiducia nei benefici che derivano dalla solidarietà umana e dalle istituzioni che in questa solidarietà hanno origine e che promettono di proteggere. […] Attualmente, tuttavia, sotto la pressione dei mercati globali, abbiamo imboccato la strada opposta: le dimensioni collettive – società e comunità, reali o anche solo immaginate – sono sempre più assenti. L’autonomia individuale sta espandendo velocemente il suo raggio d’azione, sotto il quale ricadono responsabilità sempre nuove, che un tempo erano sotto il dominio dello Stato e che ora sono state cedute («sussidiarizzate») alla cura individuale” .
Allora possiamo o dobbiamo riparlare di politiche pubbliche , per tutelare gli interessi collettivi?

Sinistra prigioniera al cappio del mondialismo finanziario

Cosa significa affermare che il mondo è cambiato e sta cambiando rapidamente? Significa soprattutto essere consapevoli che l’ambiente di vita entro cui gli umani, come singoli ed aggregati conducono le loro esistenze, ha mutato forma; significa che si sono trasformati i concetti e le teorie che rappresentavano il mondo e gli davano senso, che sono venuti meno degli equilibri che si credevano stabili e ben assestati; significa che le vecchie categorie di uso comune si sono sfaldate e non sono più adatte a comprendere il nuovo mondo emergente, mentre un nuovo linguaggio non si è ancora diffuso ed affermato.
Il cambiamento si sa è ambivalente: si mostra come eccitante e carico di aspettative quando è governato e voluto, si mostra come oscuro e denso di minacce quando è subìto. In un caso si manifesta con i colori dell’entusiasmo in un altro con i colori della paura; nel primo caso si lavora e ci si impegna per quel cambiamento atteso pieno di speranze, nel secondo caso lo si ignora oppure ci si oppone e si resiste ad oltranza.

Sappiamo bene che il mondo statico e legato alle ciclicità della natura e della vita, caro alla cultura agricola e rurale, è andato in frantumi con l’avvento della modernità e dei suoi meccanismi replicativi. Fino a qualche decennio fa si poteva sostenere che la contrapposizione tra progressisti e conservatori trovasse proprio in questo le sue radici: da un lato coloro che volevano i frutti della modernità industriale e tecnologica senza cambiare le strutture sociali e le pratiche culturali dominanti, dall’altro, coloro che tali strutture volevano cambiare radicalmente creando una nuova pratica sociale capace di redistribuire i benefici della modernità.
Una tensione che, più o meno esplicitamente, ha attraversato tutta la storia della modernità: da un lato i conservatori più dogmatici impegnati a preservare il senso di un equilibrio culturale guardando spesso verso il passato come fonte di ispirazione; dall’altro i progressisti più dogmatici presi a dar senso all’attivismo del presente guardando con ottimismo al sol dell’avvenire.

Anche destra e sinistra, le due grandi narrazioni politiche che si sono accompagnate allo sviluppo della modernità trionfante, si differenziavano per due condizioni: la prima riguarda la scelta della parte sociale da cui stare in politica, economia e cultura, la seconda concerne la capacità di capire ed indirizzare la direzione economica e sociale del momento.
Molti critici della globalizzazione finanziaria – uno per tutti il compianto Luciano Gallino – hanno messo in risalto la complicità della politica nel determinare l’attuale situazione di dipendenza dai poteri e dal sistema finanziario; lo hanno fatto votando leggi che, poco alla volta, hanno demolito gli argini eretti a controllo della finanza (uno tra tutti l’abolizione del Glass-Steagall Act negli Usa), garantendo a quest’ultima totale libertà di scaricare sugli Stati e i cittadini il peso dei loro fallimenti. Ed entrambe le parti hanno fatto la loro parte in negativo: basti ricordare per l’Italia gli ultimi quattro governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi); a livello parlamentare, la destra si è impegnata in politiche mirate a distruggere le conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta, che furono un tentativo riuscito di controllare democraticamente il capitale (e ci è riuscita benissimo, inanellando una lunga serie di “vittorie”); la sinistra, ha assunto la prospettiva di una terza via che è diventata il sostegno principale delle politiche economiche neoliberiste, sposandone in pieno gli assunti e traducendoli in pratica attraverso liberalizzazioni selvagge, deregolamentazioni, privatizzazioni continue. Né è valso a creare un equilibrio sociale e politico l’appoggio incondizionato dato dalla sinistra alle Ong fedeli e al terzo settore, che è diventato esso stesso un comparto altamente organizzato, dove il ruolo degli aspetti economici e finanziari ha finito col surrogare le genuine motivazioni che stanno alla base delle istanze più morali e più civili della società (basti ricordare gli scandali relativi al colossale business sull’immigrazione scoperti negli ultimi anni).

Non stupisce dunque che una vasta porzione del popolo di sinistra sia quanto mai sconcertata da politiche che si fondano su assunti pienamente neoliberisti (mercato, concorrenza, aziendalizzazione, profitto), che declinano quelli che furono le aspirazioni di generazioni di progressisti in termini di puro riconoscimento di diritti personali senza più alcun riferimento forte alle idee di bene comune, comunità, solidarietà, eguaglianza e giustizia sociale. Costoro stentano a riconoscere i valori, l’identità e il fine di una sinistra che ha pienamente sposato l’ideologia economica dominante velando le tensioni sotto il manto del politicamente corretto; una sinistra che appare spesso impegnata nell’aumentare le tasse (senza incidere sulle scandalose differenze di ricchezza), distruggere lo stato sociale in nome dell’efficienza e del pareggio di bilancio (introdotto in Costituzione), sostenere le banche salvandole dai loro fallimenti colpevoli, dimenticare come se non esistessero intere categorie travolte dalla crisi; una sinistra che in nome della flessibilità è tutta concentrata a varare politiche che spesso sono profondamente lesive dei diritti dei lavoratori in nome di una crescita da anni promessa ma mai realizzata.

Costoro si chiedono insomma cosa sia diventata la sinistra e se una cultura di sinistra comune possa ancora esistere. Dove sono finite le teorie e gli approcci che sarebbero in grado di spiegare benissimo l’attuale disastro evitando la follia del “ci vuole ancora più mercato”? Dove sono finite le persone capaci di affrontare l’ideologia assoluta affermatasi alla fine delle ideologie? Dove sono i libri, gli articoli, i docenti nelle università, i giornalisti capaci di imporre una visione alternativa? Dove sono coloro che dovrebbero mettere le briglie al moloch finanziario e rimetterlo al servizio del bene comune e non all’interesse dei privati? Dove quelli che denunciano lo scandalo del trasferimento della ricchezza verso l’alto e affrontano di petto il mostruoso divario di ricchezza tra (pochi) ricchi sempre più ricchi e (molti) poveri sempre più poveri?
Si chiedono dove sia finita l’idea chiave che per migliorare la società e il benessere dei cittadini sia necessario modificare e regolare diversamente le strutture finanziarie dominanti che stanno distruggendo l’economia reale e corrodendo le società.
Si chiedono dove sia finita quell’idea nobile di Europa, che è oggi sostituita dai diktat della troika e soffocata dall’apparato tecnico che stanno portando al collasso intere economie nazionali.
A questi cittadini di sinistra perplessi sembrano assai dubbie certe assonanze e concordanze forti tra le idee e le pratiche della finanza globale e le dichiarazioni e scelte politiche delle èlite di certa sinistra attuale.

Ora più che mai sorge dunque il dubbio che non vi sia assolutamente una perfetta sovrapposizione tra progressismo e sinistra, che l’uno si sia camuffato nell’altra assumendone la forma; se è così, converrà forse a quanti ancora si riconoscono in un’idea di sinistra, guardare dentro quel che è rimasto di una grande costellazione di valori, per trovare nuove idee, vecchie tradizioni fonti di stimolo, effervescenza, motivazione, entusiasmo ed alternative percorribili che consentano di rivedere e ripensare questa forma particolarmente aggressiva ed ottusa di capitalismo finanziario, piuttosto che insistere con una improbabile contrapposizione verso i presunti populismi di una destra che ormai ha confini altrettanto dubbi e sfumati.
Se non lo si farà il rischio che il darwinismo sociale sotteso all’ideologia economico-finanziaria dominate, con i suoi termini apparentemente neutri e scientifici di efficienza, profitto, Pil, indici finanziari, diventi (quando non sia già diventato) la base indiscussa della sinistra (oltre che della destra), è infatti molto elevato.
Ed altrettanto elevato è il rischio che la sinistra dominante finisca col rifiutare definitivamente le dimensioni del locale, delle culture territoriali, delle appartenenze reticolari, sempre più viste come costruzioni sociali transeunti, tradizioni inventate, fantasie populiste che mostrano anche oggi l’allergia per l’identità nazionale, che viene ancora associata alla destra, al nazionalismo, allo sciovinismo.
Disposizioni che trovano piena sintonia nelle élites finanziarie globali per la quale la solidarietà, come il lavoro, non ha base locale, né geografica, né legata ad una nazione o cultura: la libera circolazione di persone, la distruzione di ogni barriera ai flussi finanziari anche con la forza, l’imposizione di un modello democratico e consumista unico, la riduzione di ogni cultura e valore a quelli occidentali, sono un mantra ricorrente sia del grande capitalismo finanziario che di buona parte di quella sinistra che si è rappresentata nei partiti di governo europei.

Per ripensare e progettare un futuro buono per l’umanità serve ben altro. Intanto comunque, bisogna abbandonare concetti obsoleti ed uscire da un linguaggio incapace di esprimere ciò che comunque sta emergendo.

Una strategia per risollevare il mondo in crisi

I leader della terra si ritrovano a Davos, tra le discussioni in programma: come porre freno alle migrazioni e risolvere il problema del lavoro in Europa da qui al 2050 .

Disuguaglianza, come è possibile valutarla? Talvolta con essa ci riferiamo a qualcuno che non ha abbastanza cibo, ma è sufficiente? Durante l’inverno, nell’emisfero settentrionale, essere in mancanza di qualcosa significa anche avere molto freddo e talvolta persino morirne. In questi giorni i leader mondiali ed europei si sono dati appuntamento per l’Economic World Forum di Davos, in cui avranno modo di discutere anche sul crescente numero di migranti che, purtroppo, in questo duro inverno stanno sfidando la sorte per rimanere in vita. Negli ultimi mesi abbiamo avuto modo di vedere il triste epilogo delle vittime sulle rotte di Iraq, Afghanistan, Siria e Somalia, ma anche negli insediamenti di fortuna, nei parcheggi, nei magazzini e nelle tendopoli in cui i migranti sono soliti riunirsi, dalla Bulgaria al canale della Manica.

Negli ultimi tre anni, l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione, un’agenzia delle Nazioni Unite, ha calcolato che ci sono stati ben 18.500 migranti morti scomparsi, molti dei quali affogati nel mar Mediterraneo. Solo nello scorso anno, il sogno di una vita migliore si è infranto per almeno 7.500 di loro, ma, dati alla mano, il numero è destinato a crescere. È stato anche calcolato che ogni giorno perdono la vita circa 17 migranti, tra uomini, donne e bambini, quasi uno ogni ora. La situazione, d’altronde non è affatto rosea, lo sanno sia alle Nazioni Unite che nelle sedi delle ONG internazionali e persino i governi: le migrazioni di massa non finiranno tanto presto, almeno non in pochi anni.

Gli economisti prevedono che con il crollo delle nascite in Europa e l’invecchiamento della popolazione il vecchio continente predisporrà, e avrà oggettivamente bisogno, di posti di lavoro da affidare a chi deciderà di cercare qui un nuovo lavoro e una nuova famiglia. La situazione è misurabile in milioni di occupazioni, previste almeno fino al 2050. Si tratta quindi di vedere due diversi continenti: uno molto giovane, come quello africano, che deve in qualche modo indirizzare i propri talenti lavorativi e artistici e uno in via di invecchiamento, quello europeo, che è innegabilmente costretto ad aprire i propri confini sentendosi però protetto e sicuro. Questo è il nodo principale cui la politica internazionale sta cercando una soluzione.

Sicuramente gran parte della diplomazia ha individuato un possibile proponimento nel ridurre l’immigrazione irregolare favorendo un transito più regolare di chi effettivamente arriva in Europa per cercare lavoro e fuggire da condizioni geo-politiche prettamente negative. A questo punto si apre uno scenario su cui è importante che i leader mondiali trovino un’idea convergente. È chiaro che in questi anni uno dei principali quesiti posti alle dinamiche diplomatiche internazionali è stato come porre rimedio ad una situazione emergenziale legata alle migrazioni, ma nel prossimo futuro la sfida sarà quella di fare progetti a lungo termine per milioni e milioni di persone che arriveranno, e sono già arrivate, in Europa.

Uno dei programmi che molti economisti e politici hanno disegnato, risiede nell’aumentare la possibilità di lunghi permessi di soggiorno per studenti e lavoratori nel breve termine, nella speranza che tale offerta possa generare abbastanza ricchezza, nel tempo, da frenare l’arrivo di componenti della stessa famiglia, anche nell’ottica di un assestamento delle condizioni politiche orientali. Non è affatto facile, d’altronde, prevedere i flussi migratori e i movimenti delle popolazioni, gli europei ne sono stati testimoni sulla loro stessa pelle nel 1800 e anche dopo la caduta del muro di Berlino con il crollo dei regimi comunisti. Era imprevedibile assistere alla fine del blocco sovietico, eppure… Oggi molti dei partiti nazionalisti vedono come unica soluzione quella di bloccare interamente le migrazioni, nonostante sia evidente che linee politiche restrittive nei confronti dei migranti siano molto obsolete, come concezione e come modo di sostenere linee programmatiche internazionali che trattano di vite umane.

Quello che si spera venga ricercato – e trovato – a Davos è un vero e proprio piano comprensivo delle migrazioni, meno emergenziale e più costruttivo del futuro dei nuovi cittadini e dei già residenti europei. L’Unione Europea, su questa linea, sta già collaborando assieme allo Iom (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) con 14 stati africani per arginare in ogni modo possibile il movimento di popolazioni poverissime attraverso il deserto e poi attraverso il mare, una strada che potrebbe già di partenza, portare a migliaia di morti. Sta però anche ai vertici delle industrie, riunirsi a Davos, per dar vita a una nuova politica industriale che tenga conto delle migrazioni. In un mondo globalizzato le grandi corporations hanno la possibilità di spostare facilmente insediamenti e mercati, ma non ne hanno altrettanta facoltà molti piccoli imprenditori, allevatori, coltivatori, vessati dal minor costo delle importazioni e decisamente fuori mercato nel loro stesso paese.

Rivitalizzare l’economia in questo senso è una grande sfida, prevalentemente lo è cercare di far crescere l’indotto interno proprio grazie a chi arriva da fuori, ma d’altronde è l’unica possibilità al momento concepibile. In Europa ci sarà ben presto bisogno di tantissimo lavoro, soprattutto nei livelli di cosiddetto “lower-skilled labour” e sarà quasi logico per le aziende regolamentare un accesso all’impiego per molti che arriveranno nel continente.

Di sicuro, credono anche alle Nazioni Unite, i migranti saranno felici di sostenere una spesa per entrare legalmente in Europa e avere lavoro. Lo fanno già adesso sapendo di non riuscire nemmeno ad attraversare il Mediterraneo.

“Crimes Against Reality”, l’impasto sonoro dei Game Over spettina lo spettatore

di Fabio Rossi

Al di fuori di Germania e paesi nordici quali Svezia, Norvegia o Regno Unito, il terreno per le band Hard n’ Heavy è generalmente poco fertile e, spesso e volentieri, per via della poca popolarità in terra natìa –nonostante l’esistenza di Internet- al difuori di tali confini si fatica a venire a conoscenza di gruppi di questo genere. Premesso ciò, è significativo che una band come i Game Over, formatisi a Ferrara nel 2008, a distanza di otto anni giri il globo in tour, per oltre 50 date estere solo quest’anno. La loro ultima fatica in studio, intitolata “Crimes Against Reality”, è datata Aprile 2016 e consta di 10 tracce mature e curate, frutto di uno studio maniacale che alla fine della corsa fa sì che il disco sia giudicabile nettamente superiore a buona parte della concorrenza underground italiana e non solo.

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L’introduzione al disco “What Lies Within”, dalle parvenze pulite, si riscalda col tempo, dando un degno inizio alla seguente “33 Park Street”: esempio lampante di cosa significhi fare thrash, ovvero velocità, tecnica e durezza. A ciò va ovviamente aggiunto un pizzico di doppia cassa per rendere l’impasto sonoro degno di spettinare a sufficienza l’ascoltatore alla maniera dei Game Over. Il terzo brano “Neon Maniacs” è forse quello più orecchiabile del disco, rilasciato in anticipo come singolo e senza dubbio uno dei pezzi più emblematici della cura applicata in fase di scrittura a livello vocale dell’album; cori corposi sostengono il ritornello e le linee delle strofe – intervallate da due assoli in cui i chitarristi si sbizzarriscono liberamente – che entrano in testa e difficilmente ne escono. Se questo non bastasse, i frequenti cambi di tempo fanno sì che il pezzo non risulti mai noioso né monotono, rendendolo decisamente uno dei più riusciti fra le dieci tracce presenti. “With All That is Left” è una novità assoluta per la band: una ballad in puro stile anni ’80 che richiama l’arpeggio di “18 And Life” degli Skid Row nella sua introduzione. Prima malinconica ed introspettiva, poi rabbiosa e violenta, è senza dubbio una canzone che non ci saremmo aspettati in questo disco. Lo stupore sicuramente gioca un ruolo chiave nel giudizio del primo impatto, ed i Game Over sono riusciti a pieno nel loro intento, rendendolo uno dei pezzi più curati e meglio riusciti della loro carriera. Gioca sicuramente a loro vantaggio il fatto che l’assolo, subito dopo un breve bridge, riprenda in causa il riff di un brano storico dei Rainbow: “Kill The King”. Chapeau. Siamo giunti dunque ad “Astral Matter”, che introdotto da un riff di basso distorto e accompagnato da un wah, ricorda le storiche sonorità del caro e vecchio Cliff Burton. Il riff successivo, con tutti gli strumenti, ha un tempo più “rilassato” del solito, ma non preoccupatevi: i Game Over ormai ci hanno abituati ai cambi di tempo e rientrerà nello standard del thrash anche questo pezzo. Ad ogni modo, le parti di chitarra solista durante l’assolo risultano abbastanza “appoggiate”, e qui mi permetto di muovere una critica, perché un brano come questo poteva avere una potenzialità non indifferente, forse non sfruttata a pieno nel processo di scrittura, anche a livello vocale, è leggermente sotto la media degli altri 9 brani presenti nel disco. Un finale arpeggiato e pulito conclude uno dei pezzi che fin dalle prime note mi aveva fatto sperare di più, ma che si è rivelato inferiore alle aspettative, peccato! “Fugue in D Minor” è un exploit neoclassico che riprende in maniera ironica la Bouree di Bach attraverso una apertura violenta e frenetica. L’ultima cosa che mi sarei aspettato da una band thrash era di sentire un clavicembalo! La settima traccia, “Just a Little Victory” è un pezzo che conferma le doti di questi quattro thrasher; lineare, selvaggio e bello tosto! La canzone fila dritta come un treno nonostante i cambi di tempo, gli assoli non stancano e non danno l’idea di qualcosa di già sentito, ampiamente oltre la sufficienza. “Gates Of Ishtar” è senza dubbio uno dei brani più singolari dell’album; fin dalle prime note l’aria si fa arabeggiante, il che è assolutamente una novità per le sonorità tipicamente occidentali tipiche ad un genere come il thrash, di cui i Game Over si fanno portabandiera. Notevole ancora una volta, sul finale del primo assolo, la citazione ad un altro brano composto dalla formazione post ’75 di Ritchie Blackmore: stiamo parlando di “Gates Of Babylon” dei Rainbow. Il ritornello della canzone è potente e ben orecchiabile e a mio avviso, uno dei migliori brani del disco. La title track “Crimes Against Reality” è invece uno dei pezzi più complessi del disco, un’apertura frenetica di chitarre e batteria lascia spazio ad un riff di basso nudo e crudo, per poi dare davvero il “La” alla canzone. Come già sottolineato, anche e soprattutto nel brano più importante del disco, le linee di voce sono decisamente meno spartane dei canoni dettati dal genere, rivelando una cura superiore alla norma nella composizione. Il primo assolo, dalle sonorità neoclassiche cambia di tempo verso metà, per poi sfociare in diversi riff totalmente nuovi all’ascoltatore e tipicamente thrash. Il brano prosegue con un tiro decisamente più furibondo verso i tre quarti della canzone, ancora con un assolo di un’energia incredibile, per poi sul più bello, cambiare di tempo e rientrare nella strofa e nel ritornello, prima di chiudersi con una meravigliosa atmosfera malinconica evocata dall’arpeggio conclusivo di chitarra. Con tutta sincerità, questo brano è uno dei più controversi del disco; dà l’idea che il gruppo voglia allontanarsi dagli standard del genere musicale che fino ad oggi avevano seguito senza distaccarsi troppo, per prendere strade più di nicchia. Siamo arrivati alla decima ed ultima traccia. È la degna conclusione di un disco che ha spinto tanto, fin dall’inizio, e che mi ha stupito davvero molto. L’album si chiude in maniera circolare, con le ultime frasi di chitarra che richiamano la prima traccia. “Fix Your Brain” ha comunque ottimi riff, belle parti vocali e come al solito un batterista eccezionale a reggere tutto il gruppo.

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In conclusione: i Game Over questa volta si sono decisamente superati. Il disco lascia parzialmente l’onda di thrash metal alle lunghe monotono e ripetitivo, per approcciarsi ad una strada più contaminata da generi coetanei. Nota di merito circa il lavoro di Vender dietro i tamburi: eccezionale sarebbe riduttivo. I fill di batteria sono precisi e innovativi, e l’uso della doppia cassa non è esagerata, nonostante il genere. Va riconosciuto da tutti i membri della band un lavoro oltre la norma, che si rispecchia nel prodotto finale che è “Crimes Against Reality”. I Game Over oggi sono un gruppo che merita di essere supportato, perché se vogliamo sentire ancora parlare di buona musica, per giunta in Italia, questa è davvero l’unica possibilità!

Scacciare i sudditi-consumatori per riappropriarsi del bene comune

“Il bene comune: politiche pubbliche e interessi collettivi” è stato il tema d’esordio. Con il nuovo anno è arrivato anche il nuovo ciclo di “Chiavi di lettura – Opinioni a confronto sull’attualità”, gli incontri di approfondimento su questioni di rilievo locale o nazionale organizzati da Ferraraitalia per leggere il presente e fornire elementi di conoscenza e comprensione. Il primo appuntamento di questa terza serie si è svolto lunedì pomeriggio nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea con la modalità della “tavola rotonda”, quanto mai adatta al argomento trattato:
“A cosa facciamo riferimento quando parliamo di beni comuni?”, ha domandato al pubblico il direttore di Ferraraitalia, Sergio Gessi, nella propria introduzione: “a ciò che è di proprietà pubblica o di pubblica utilità e a ciò che è condiviso dalla comunità”, sia in termini di beni materiali sia in termini di beni intangibili (il patrimonio valoriale: pace, salute, cultura…). Poi ha fatto riferimento alle istituzioni preposte alla tutela e alla salvaguardia di tali beni e al testo predisposto nel 2007 dalla Commissione Rodotà per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici, mai mai approdato nelle aule parlamentari, in cui è scritto:
“1) I beni ad appartenenza pubblica necessaria sono quelli che soddisfano interessi generali fondamentali, la cui cura discende dalle prerogative dello Stato e degli enti pubblici territoriali. Non sono ne’ usucapibili né alienabili. Vi rientrano fra gli altri: le opere destinate alla difesa; le spiagge e le rade; la reti stradali, autostradali e ferroviarie; lo spettro delle frequenze; gli acquedotti; i porti e gli aeroporti di rilevanza nazionale ed internazionale. La loro circolazione può avvenire soltanto tra lo Stato e gli altri enti pubblici territoriali”.
e subito dopo:
“2) Sono beni pubblici sociali quelli le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali della persona. Non sono usucapibili. Vi rientrano tra gli altri: le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli edifici pubblici adibiti a ospedali, istituti di istruzione e asili; le reti locali di pubblico servizio. E’ in ogni caso fatto salvo il vincolo reale di destinazione pubblica. La circolazione è ammessa con mantenimento del vincolo di destinazione”.

Per questo al tavolo dei relatori si sono alternati Marcella Ravaglia del Comitato Acqua Pubblica di Ferrara, Diego Carrara, direttore di Acer Ferrara, Loredana Bondi, già direttrice dell’Istituzione servizi educativi, scolastici e integrativi del Comune di Ferrara e oggi componente del Gruppo Nazionale Nidi Infanzia, e Tito Cuoghi esperto del settore ambiente.

Ravaglia ha ricordato che i movimenti per la difesa dell’acqua sono nati “nel Sud del mondo” per combattere imprese multinazionali “spesso con sede nel mondo sviluppato, anche qui in Europa”, che agivano e agiscono in modo predatorio. Per quanto riguarda l’Italia, uno dei momenti fondamentali è stata la “legge di iniziativa popolare” del 2006, con la quale il Movimento proponeva di superare il partenariato pubblico-privato ma non per tornare al modello gestionale “clientelare” e “disfunzionale” precedente: si suggeriva “un modello nel quale gli enti locali si riprendevano la proprietà e la gestione della risorsa acqua in senso partecipativo”, cioè che permettesse “alla popolazione di intervenire e di decidere insieme non sulle scelte tecniche, ma sugli indirizzi politici del servizio”. Ravaglia ha poi sottolineato che “ in questi anni si sono susseguite le iniziative governative, senza distinzioni, contro il grande risultato referendario del 2011: l’ultima in ordine di tempo è stata il decreto Madia bocciato dalla Corte Costituzionale”.

Carrara ha parlato dell’edilizia residenziale pubblica come di “un pezzo di patrimonio pubblico dimenticato negli ultimi vent’anni”, ma “senza il quale non si riuscirebbe oggi a dare una risposta” a “quattro milioni e mezzo di persone” che versano in condizioni di povertà relativa, “circa sette milioni se si contano anche quelli in povertà assoluta”: per quanto riguarda Ferrara si parla di “7.000 nuclei famigliari che non hanno accesso alla casa”, ha sottolineato il direttore di Acer.
È dunque evidente che sarebbe necessario “ripensare le politiche abitative di questo paese”.

Come bisognerebbe ripensare anche le politiche riguardo i “servizi educativi” perché, come ha affermato Loredana Bondi, “oggi se ne parla solo in termini di costi per la società”. In passato la nostra regione, insieme ad altre come Toscana e Liguria, ha raggiunto punte di eccellenza, mentre ora c’è una certa “superficialità”: i servizi educativi però non riguardano solo la cura dell’individuo o la risposta ai bisogni degli adulti che lavorano, hanno un ruolo fondamentale per “la crescita delle persone” che diventeranno i cittadini del futuro.

Tito Cuoghi ha osservato come “tutto ciò che è stato detto durante il confronto sia in contrasto con il pensiero unico propugnato da un establishment economico che vuole i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”.

A questo proposito Gessi ha citato il Rapporto elaborato dalla ong Oxfam con i dati del 2016 e appena pubblicato: i primi 7 miliardari italiani posseggono una ricchezza superiore a quella del 30% più povero dei nostri connazionali, perciò l’1% più ricco del Paese può contare su oltre 30 volte le risorse del 30% più povero.

L’unico modo per contrastare questo circolo vizioso che aumenta le diseguaglianze a discapito del bene comune e del ben-essere collettivo, a parere di tutti i relatori, è smettere di essere quelli che Chomsky ha definito “sudditi consumatori” e tornare a chiedere una maggiore partecipazione dei cittadini e della società civile alla gestione della cosa pubblica.

“Chiavi di lettura”, come ha spiegato il direttore, proseguirà fino a maggio con un incontro al mese, sempre di lunedì alle 17 e sempre in Sala Agnelli: “quest’anno abbiamo scelto i punti interrogativi, perché coltivare il dubbio rende elastica la mente”. Ecco il calendario dei prossimi appuntamenti: il 27 febbraio “Ferrara violenta? La criminalità fra realtà e suggestione”, il 27 marzo “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca”, il 24 aprile “Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”, e infine il 29 maggio “Uomini o caporali? Storie di dignità e vassallaggio”.

Centenario di Lorenzo Givanni, il magnifico ferrarese che illustrò L’Orlando Furioso

Al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, città ariostesca per eccellenza, continua con grande successo l’omaggio ai cinquecento anni della prima edizione dell’ Orlando Furioso, realizzato proprio nella nostra città estense da Lodovico Ariosto e finito di stampare nel 1516.
Molti gli artisti colpiti dal fascino di questo “regno delle meraviglie”, che hanno inteso omaggiare il capolavoro dell’ Ariosto che proprio a Ferrara trascorse gran parte della sua vita.
Difatti scene, personaggi ed episodi del Furioso sono stati dipinti da Giambattista Tiepolo, Pieter Paul Rubens, Dosso Dossi, Achille Funi (di quest’ultimo gli affreschi riguardanti l’Orlando sono visibili alla Sala dell’ Arengo, nel Municipio di Ferrara) e da tanti altri.

La morte di Dardinello per mano di Rinaldo
La morte di Dardinello per mano di Rinaldo

A questo punto è obbligo ricordare, nel centenario della nascita, anche il Maestro ferrarese Lorenzo Givanni, nato il 13 febbraio 1916 e morto nella sua abitazione ferrarese di corso Piave il 3 febbraio 2002, uno dei più rappresentativi ed illustri maestri del novecento ferrarese e autore dei “Cicli” e del “Mito” nella sua fantastica interpretazione dell’ Orlando Furioso.
All’inizio degli anni ’30, a soli 13 anni, Givanni era già l’allievo prediletto dei fratelli Angelo e Giambattista Longanesi all’Istituto Dosso Dossi di Ferrara. Givanni è passato attraverso tante esperienze tecniche e movimentiste: “il fauve”, il “surrealismo”, il “realismo”. Attratto inizialmente dal figurativo classico, si lascia affascinare in seguito dalla pittura di Braque, per poi incamminarsi verso un sognante surrealismo, dando così ampia testimonianza nell’abilità di coniugare la realtà con la fantasia.
Scriveva di lui il critico d’arte Antonio Caggiano: “E’ uno dei più qualificati artisti, anche se schivo e lontano dal clamore di “mostre” e “personali”. Ha realizzato una magnifica serie su “L’Orlando Furioso”, visibile negli ambienti dell’Associazione “Amici della musica” a Ferrara. Con questa per performance stabilisce la regola dell’emozione dinanzi ai grandi “Capolavori dell’arte”, quella che fu aperta da Apelle e Fidia e non finisce mai di stupire”.
Il giornalista e critico d’arte Gabriele Turola lo definiva “un moderno illustratore dell’ Orlando Furioso”.
L’opera più significativa, iniziata alla fine degli anni ’80 e completata con il quarto quadro pochi mesi prima della sua morte improvvisa (“La morte di Pinabello per mano di Bramante”), è la fantastica interpretazione del Ciclo e dei Miti dell’ Orlando Furioso.

Descrizione delle opere esposte alla mostra (tutte e quattro di grandi dimensioni e dipinte ad olio su tela):

1) “Ruggero a cavallo dell’ Ippogrifo salva Angelica che sta per essere divorata dall’orca marina nell’isola di Ebuda” – cm 200×160
2) “Orlando sbaraglia due schiere di saraceni nei pressi di Parigi” – cm 200×160
3) “La morte di Dardinello per mano di Rinaldo”- cm 151×135
4) “La morte di Pinabello per mano di Bramante” – cm 170×95

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