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“Bestiario Idrico”, o il paesaggio (in)visibile dell’acqua

Nel panorama contemporaneo segnato da forti incertezze, il teatro e la cultura non devono cedere alla rassegnazione. Come rifletteva il sociologo e filosofo Edgar Morin, il rischio è perdere la speranza davanti alle crisi. Tale perdita non è una debolezza individuale, ma il risultato diretto della crisi globale che stiamo attraversando: la crisi climatica, le guerre, le disuguaglianze e l’incertezza del futuro. La speranza deve essere un’attitudine di resistenza morale. Si spera non perché si ha la certezza di vincere, ma perché battersi per la vita, l’umanità e il pianeta è l’unica scelta etica possibile. In questo l’arte può aiutare. La sfida del teatro, ad esempio, è quella di creare oasi di felicità e di civiltà. Esso può allora parlare dell’acqua non solo come di una risorsa naturale, ma come di un bene comune e di un problema sociale. Il teatro deve farsi porta aperta sulle comunità, interrogandosi anche sulla gestione democratica delle risorse.

Lo sa (e lo fa) bene Marco Paolini che, con il suo ultimo spettacolo “Bestiario idrico”  – in scena i giorni scorsi al Teatro Comunale di Ferrara – indaga il legame profondo tra l’acqua, la storia umana, il paesaggio e la politica. Raccontandolo al grande pubblico con dovizia di dati e di ironia. Fra mille appalusi e dopo un interessante incontro pomeridiano con la Compagnia.

L’acqua è paesaggio che ci modella

“Bestiario idrico” è il progetto teatrale ideato e interpretato da Marco Paolini, scritto a quattro mani con lo scienziato ed esperto di geopolitica dell’acqua Giulio Boccaletti e con le musiche e la voce di Patrizia Laquidara, parte del più ampio ciclo Atlante delle Rive.

Paolini – autore e interprete di un teatro capace di unire narrazione, memoria, storia e impegno civile (come le indimenticabili orazioni sulle tragedie del Vajont e di Ustica)  – parte da una domanda semplice e provocatoria: quanto del nostro territorio e della nostra vita quotidiana è plasmato dalle infrastrutture idrauliche? Dalle bonifiche ai canali d’irrigazione, dai ponti ai rubinetti di casa, l’acqua non è solo un elemento naturale, ma un’opera culturale, sociale ed economica che definisce le nostre comunità.

Ci sono cose che vediamo ogni giorno e che proprio per questo abbiamo smesso di vedere. Un argine, un canale, una golena, una diga. L’acqua che scompare sotto terra e quella che riaffiora. È da questo paesaggio invisibile, costruito nei secoli dall’uomo e dalla natura, che prende avvio “Bestiario idrico”, un monologo intenso su fiumi, personaggi (come Noè) e bestie d’ogni genere (come la vita delle anguille), di vita biologica e sociale, ma anche di conflitti e contratti nati intorno all’acqua e capaci di dare forma al paesaggio che oggi riconosciamo come nostro. Nel teatro di Paolini, l’acqua possiede una presenza fisica, geografica e quasi arteriosa. In fondo, il fiume è un albero alla rovescia, racconta. È l’acqua dei fiumi veneti, delle risorgive che scompaiono, della laguna, ma anche l’acqua canalizzata dalle bonifiche e piegata alla crescita economica del Nord-Est. Nel suo spettacolo, Paolini ripercorre come l’acqua assuma diverse “forme animali”: torrente furioso, idra industriale, fantasma sotterraneo e risorsa prosciugata.

Oggi l’acqua nel suo discorso teatrale cambia natura ontologica. Da minaccia e forza da addomesticare a vulnerabilità: non è più l’onda travolgente, ma la falda che si abbassa e il cuneo salino che risale lungo le foci dei fiumi. Da motore industriale a bene comune primario: l’approvvigionamento alimentare, agricolo e potabile diventa la priorità etica d’emergenza. Si deve procedere per priorità.

L’acqua impone allora una sfida di giustizia sociale, economica e di sicurezza nazionale. Se il Nord-Est preleva dalle falde più di quanto esse riescano a ricaricarsi, occorre una strategia nazionale (e obiettivi condivisi) per trattenere l’acqua piovana prima che finisca in mare, evitando il paradosso di dover ricorrere a costosi impianti di dissalazione.

L’acqua nella storia dell’umanità è stata spesso un elemento di accordo e cooperazione più che di conflitto, a patto che vi sia una comunità d’intenti condivisa. Tuttavia, l’agenda delle città differisce da quella del mondo agricolo e della montagna.

Patrizia Laquidara e Marco Paolini foto Moretto

Eppure l’acqua c’è…

Oggi il modo di piovere è drasticamente cambiato. Da un lato, viviamo l’innalzamento dello zero termico (che, quest’estate, ha superato i 5000 metri di altitudine) e l’impatto dei cambiamenti climatici, rendendo il bacino del Po un vero e proprio hotspot del Mediterraneo. Dall’altro, la ricerca geografica e idrogeologica continua a rivelare sorprese: recentemente, un lago sotterraneo d’acqua dolce esteso su quasi 30mila ettari – grande quanto l’intero lago di Garda – è stato scoperto nella parte bassa della Provincia di Venezia, tra Cavarzere e Chioggia, una zona spesso colpita negli scorsi anni dal connubio di siccità e risalita del cuneo salino, scoperta è stata effettuata nel contesto del progetto europeo Swamrisk (Subsurface Water monitoring and Management to prevent drought risk in coastal systems). Lorenzo Frison, ingegnere del Consorzio di bonifica Adige Euganeo e responsabile del progetto Swamrisk per il Consorzio ha dichiarato: “I rilievi in Veneto confermano che questo gigantesco giacimento profondo, protetto da spessi strati argillosi, è poco soggetto all’intrusione dell’acqua salata”. Un’opportunità incredibile.

La vera domanda non è allora solo dove sia l’acqua, ma come usarla. La scoperta di questo “lago invisibile” ha subito evidenziato la complessità del presente: gli idrogeologi hanno avvertito che attingere a quella falda profonda in modo indiscriminato rischia di causare fenomeni di subsidenza e di alterare gli equilibri del suolo. L’illusione dell’abbondanza si scontra, quindi, subito con il limite di un estrattivismo cieco, che consideri il giacimento come una sorta di bancomat d’acqua senza alcuna pianificazione. Serve poi una gestione custodita, dove la conoscenza scientifica deve guidare la tutela, evitando i medesimi errori di presunzione del passato. Perché la memoria serve a fornirci gli strumenti critici per non ripetere l’errore di considerare la natura una risorsa infinita.

Il rapporto tra uomo e natura va rinegoziato è ormai evidente. In territori come l’Emilia-Romagna – dove il 50% della superficie si trova sotto il livello del mare – la bonifica e i suoi manufatti non sono solo opere idrauliche ma vere infrastrutture culturali e paesaggistiche. Parlare di acqua oggi significa poi parlare anche di sovranità alimentare e di trasformazione dei modelli agricoli.

Paolini richiama la lezione dell’alluvione del Polesine del 1951, citando la famosa lettera in cui Luigi Einaudi spiegava ad Alcide De Gasperi che i problemi della pianura nascono dalla cattiva gestione e dall’abbandono delle “terre alte”, sottolineando la necessità di prendersi cura dell’intero bacino idrico e dei terrazzamenti.

In quell’occasione si mise in discussione l’eredità delle leggi fasciste contro l’inurbamento (come le norme del 1931-1935), pensate per “tenere la gente attaccata alla terra” e impedire il trasferimento in città. Se da un lato spezzare quei vincoli di servitù ha liberato energie sociali e concesso opportunità d’emancipazione economico-sociale, dall’altro l’abbandono dei terrazzamenti e della cura del territorio montano ci ha resi orfani di una pratica di custodia della terra. Oggi, secondo Paolini, serve fondare un nuovo concetto di “contadinanza” e di corresponsabilità tra chi vive in città e chi presidia le aree interne.

La provocazione: il Vajont come “banca dell’acqua” e la comunità Idrica

Intervistato da Gian Antonio Stella del Corriere della Sera, Marco Paolini ha rilanciato una provocazione costruttiva sulla diga del Vajont. Se ne è discusso molto. E l’artista dopo decenni di libri e performance teatrali sul tema, sa di cosa parla. E ancor più conosce gli abitanti di quel territorio devastato dalla catastrofe nel 1963, traditi dagli errori nell’edificazione della diga e la valutazione dei rischi di frane, offesi dal processo trasferito all’Aquila e dagli indennizzi offerti (28.800 euro attuali per un figlio unico morto, 14.400 se ai genitori restavano altri figli). Ma lui valuta le cose nel loro insieme, a partire dalla traumatica erosione del ghiacciaio della Marmolada e dalla siccità.

Proprio come avviene al pronto soccorso, sottolinea l’artista, occorre applicare una logica di triage all’uso della risorsa idrica. Negli anni ’30 la priorità era la produzione idroelettrica per l’industrializzazione – gli uomini del progresso avevano trattato l’idrologia come un mero bilancio di kilowattora – oggi la priorità assoluta deve diventare l’uso potabile, alimentare e agricolo per le popolazioni. Va superata la logica di mercato.

La sacralità del luogo e della memoria del Vajont legata ai sopravvissuti (che Paolini non mette assolutamente in discussione) deve forse aprirsi a una riflessione sul futuro. Con la scadenza e il riassegnamento delle concessioni idroelettriche (previsti entro il 2029), il grande bacino del Vajont non dovrebbe più servire a produrre energia elettrica secondo logiche speculative di profitto di mercato, ma essere convertito nella più grande riserva idrica di pianura (“banca dell’acqua”). La memoria non deve tenere in ostaggio ma diventare strumento per non ripetere gli errori o commetterne di nuovi, etici e tecnici. La ferita della memoria civile si ritrova a interpellare la necessità del presente.

«È più grave, cioè è più urgente, risolvere il problema dell’energia o il problema di una riserva d’acqua buona per l’agricoltura e per uso civile?», ha detto Paolini al Corriere. «Il Vajont era strategico per l’idroelettrico perché da solo poteva ospitare più acqua di tutti gli altri serbatoi messi insieme e l’avevano messo lì con la funzione di banca dell’acqua. Non era una diga come le altre. Era “il polmone del Piave”. Quella che doveva dare equilibrio a tutto il sistema. Non sono uno specialista ma so che è molto difficile resistere alla sirena tentatrice del profitto e alla logica della gestione privatistica. Qui, però, questa logica monopolistica orientata all’energia diventa rivale dell’uso dell’acqua come riserva per gli usi civili e per l’agricoltura». E aggiunge. Perché non affidare la gestione dell’acqua a una comunità idrica pubblica anziché al mercato dell’energia? Trasformare la visione significa restituire al serbatoio la sua funzione primaria di vita e di sostegno alle aree marginali, trattando la cura delle zone interne come un fondamentale patrimonio civile e sociale.

Il teatro civile di narrazione si evolve. Negli anni ’90 serviva a denunciare quello che i periti e i giornali magari avevano nascosto (il “disastro annunciato”). Oggi serve ad alfabetizzare la cittadinanza sulla complessità della transizione ecologica. Siamo di fronte a un teatro che dialoga criticamente con la realtà. Interessante, molto.

BESTIARIO IDRICO, uno spettacolo di Marco Paolini, scritto con Giulio Boccaletti, collaborazione alla drammaturgia Marta Dalla Via, Diego Dalla Via, Michela Signori, con Marco Paolini e con Patrizia Laquidara, regia Fratelli Dalla Via, assistenza alla regia Teresa Vila, cura delle musiche Giuseppina Casarin, elementi scenici Mirko Artuso, direzione tecnica e fonica Piero Chinello, disegno luci e scene Michele Mescalchin, luci Nicola Munerati, produzione Michela Signori, coproduzione Jolefilm e Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale.

Immagino ufficio stampa Teatro Comunale di Ferrara, Moretto

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, i corsi di sceneggiatura cinematografica e di storytelling sociale della Scuola Holden di Torino e il Master Executive in Sponsoring e Fundraising per arte e spettacolo dell’Accademia Teatro alla Scala. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, oggi collabora anche con “VITA”, “Meer” e “Taxidrivers”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’, Roma Film Corto Festival, The 48 Hour Film Project Roma), è Presidente di Ferrara Film Corto aps e segue la comunicazione del Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’. Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Congo, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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