Alla caccia della volpe verde. A pranzo da Malù
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Alla caccia della volpe verde. A pranzo da Malù
Ci lasciammo alle spalle il corridoio e il silenzio spettrale delle statue di marmo, guidati dal passo rigido di Ettore. L’agitazione per il prodigio degli occhi di Costanza — o di Malù, non lo sapevo ormai più — mi rimbalzava sotto le costole come il ticchettio di un orologio impazzito. Entrammo nella sala da pranzo. Se la villa ieri mi era parsa una giungla un po’ opprimente, oggi mi sembrava il trionfo di una nobiltà che non dava segno di sbiadire.
Al centro della sala da pranzo dominava un lungo tavolo di noce, apparecchiato rigorosamente per tre. I piatti di ceramica avevano i bordi decorati con motivi di foglie di edera, e i calici di vetro di Murano, manco a dirlo, avevano una sfumatura verde bottiglia che tingeva l’acqua e il vino di un colore fluviale.
La contessa Malù ci attendeva in piedi, accanto a una grande finestra che dava sul parco. Indossava un abito di lino color rosa, una scelta che spezzava l’assolutismo cromatico del posto, ma al collo portava una catenina d’oro da cui pendeva un unico, grosso smeraldo. Un gioiello lasciatole da Maria Augusta, sicuramente. Ci sorrise, un sorriso che aveva la stessa grazia aristocratica e distante del suo gatto candido, Neve, che si era comodamente accovacciato sulla terza sedia, quella destinata a Costanza.
«Benvenuti», disse Malù con la sua voce limpida. «Costanza cara, è un piacere rivederti e benvenuto anche a te, Pim. Spero che il corridoio non vi abbia impressionato con la sua stravaganza.»
«Nessuna stravaganza, Contessa», mentii, cercando di recuperare la mia postura da reporter, sebbene le scarpe da ginnastica sul pavimento lucido mi facessero sentire un po’ fuori posto. «Solo qualche suggestione ottica. Il marmo serpentino si mescola con il sole che proviene dalle finestre facendo strani giochi di luce ed ombra» aggiunsi, sperando che Malù facesse qualche commento a proposito, ma lei non disse altro e io non insistei.
Malù si sedette, allontanando Neve con una carezza distratta, un gesto automatico che non interruppe di certo i suoi pensieri. Il gatto scivolò a terra in silenzio, quasi fosse fatto d’ombra, andando a strofinarsi con insistenza contro i miei jeans. Guardai lei, poi guardai Costanza, cercando invano un appiglio per iniziare una conversazione.
In quella luce meridiana, così netta, cruda e tagliente da ridefinire i contorni di ogni cosa nella stanza, la suggestione tornò a farsi viva, pungente. Gli occhi di Costanza erano di un verde opaco, opalescente, quelli di Malù di un azzurro limpido e profondo; eppure, nel modo identico in cui inclinavano la testa per ascoltare il silenzio, nella linea speculare delle dita affusolate che sfioravano la trama pesante dei tovaglioli di fiandra, c’era una simmetria sorprendente, quasi geometrica. Sembravano la stessa identica persona riflessa in due specchi d’epoca differenti, capaci di rimandare la medesima immagine a secoli di distanza.
Forse era solo una fascinazione – la più sorprendente di tutte, un inganno della mia mente un po’ stanca. Ma com’era possibile che avessi davanti a me la stessa persona divisa in due tempi diversi, frammentata nella storia, mentre io rimanevo appartenente a una sola epoca? E a quale delle due epoche apparteneva davvero quella creatura bellissima?
In un tempo che rallenta fino a fermarsi, che si accartoccia su sé stesso e oscilla invece di proseguire in una rassicurante linea retta, anche il prima e il dopo perdono ogni significato logico. Diventano un riferimento fragile, una bussola rotta incapace di illuminare la realtà delle cose; questo mi fu molto evidente in quel preciso istante, mentre il mondo intorno sembrava trattenere il fiato.
Ettore iniziò a servire il pranzo con una cerimoniosità maniacale. Il naso gli si arricciò impercettibilmente quando posò davanti a me la prima portata, come se il mio zaino nero, appoggiato vicino alla sedia, offendesse l’albero genealogico dei Cenaroli.
«Risotto alle ortiche del Lungone e mantecatura al Bagòss, formaggio tipico di questa zona Lombarda», annunciò piatto, prima di fare un passo indietro e dissolversi nell’ombra vicino alla credenza.
«Tua madre lo adorava», disse Costanza rivolgendosi a Malù, mentre raccoglieva la prima forchettata. «Diceva che le ortiche cresciute vicino all’ansa del Lungone hanno un sapore più ferroso, quasi di terra viva.»
«Mia madre cercava la terra in ogni cosa», rispose Malù, lo sguardo perso oltre il vetro della finestra, dove i pioppi alti e le betulle oscillavano nel sole. «Diceva che la nobiltà è una costruzione degli uomini, mentre le piante e gli animali sono la verità assoluta. Per questo studiava le volpi. Voleva capire come facessero a sparire nel bosco senza lasciare traccia, diventando un tutt’uno con l’ambiente. La volpe verde può essere una mutazione biologica, Pim, altro che un fantasma.»
Anche questo aspetto delle due donne era simile. Entrambe sembravano divertirsi a mettere alla prova la mia razionalità, a scardinarla pezzo dopo pezzo con molta disinvoltura. Un momento sostenevano con serietà che il fenomeno della volpe verde fosse perfettamente spiegabile attraverso cause del tutto naturali, citando teorie biologiche come il rotolamento prolungato in un particolare tipo di erba o una rarissima mutazione genetica del manto.
Poi, un istante dopo e senza battere ciglio, facevano l’esatto contrario: iniziavano a parlare di eventi del tutto inspiegabili, avvolti nel folklore. Raccontavano di vecchi nonni che giuravano di aver visto la volpe verde dileguarsi nei boschi, evocavano la figura quasi mitologica di Maria Augusta, colei che, a detta di tutti, custodiva ogni segreto e sapeva vita, morte e miracoli di quelle volpi.
Questo continuo oscillare tra scienza e superstizione mi lasciava stupefatto, creava un limbo in cui non si sapeva più a cosa credere, e nemmeno sembrava più fondamentale discernere la verità dalla superstizione. «Eppure la gente di Pontalba preferisce la favola», replicai, assaporando il risotto. Era squisito. «Preferiscono pensare che la Contessa Maria Augusta sia uscita dal loculo sotto forma di volpe verde. Camilla, la fornaia, dice che sono tutte stranezze inventate per sopportare la nebbia. Ma il bisnonno di Costanza giurò fino alla morte di aver visto una volpe verde molto prima che la Contessa morisse. Com’è possibile?»
Malù posò la forchetta. Il silenzio cadde per un minuito nella stanza, pesante come la cera d’api che profumava i mobili. «La verità, Pim», disse poi fissandomi, «è che Pontalba è un’ansa del tempo. Le cose qui accadono prima nella mente della gente e poi nella realtà. Mia madre non è mai diventata una volpe verde, ha semplicemente trovato il modo di immergersi nel colore di questo paese per non uscirne schiacciata. Proprio come fa Costanza con i suoi abiti.»
Mi girai lentamente verso Costanza. Mi stava fissando con quel suo solito sguardo, un misto indecifrabile di ironia e mistero che non lasciava mai trapelare nulla. Con un movimento deliberato, prese il calice di Murano per lo stelo slanciato, lo sollevò fin all’altezza degli occhi e osservò il sole di mezzogiorno filtrato attraverso il vetro, proiettando riflessi smeraldo sulla sua pelle.
«La bellezza è nella storia o nella favola, Pim?», continuò invece Malù, con una voce che sembrava venire da un tempo lontano. «Forse la risposta è che a Pontalba la storia e la favola si mescolano in maniera più evidente che da altre parti, ma in fondo è un po’ così dappertutto, non trova? E lei, con il suo taccuino fitto di appunti e le sue scadenze a Tresciaone, sta solo cercando di fotografare un evento di cronaca o vuole afferrarne il significato più profondo? Quello attraverso cui una comunità costruisce la propria cultura e, alla fine, dà un senso alle cose?»
In quel preciso momento, un fruscio improvviso e secco ci fece voltare di scatto verso la grande finestra della sala. Sul davanzale esterno, oltre il vetro antico e leggermente distorto, un’ombra furtiva passò rapida, svanendo in un battito di ciglia tra le siepi geometriche del parco. Fu una frazione di secondo, eppure fu nitida: vidi una scia smeraldina, elettrica e assolutamente inconfondibile. Mi alzai di scatto, facendo quasi barcollare la sedia pesante sul pavimento di marmo, che risuonò nella stanza come un colpo secco. «L’avete vista?», dissi con il fiato corto, mentre sentivo il cuore ricominciare a battere forte.
Costanza non fece una piega. Continuò a guardare il proprio piatto con un’assoluta, quasi irritante calma, mentre Neve, il gatto bianco, saltò agilmente sul davanzale interno, piantando le zampe sul legno e fissando il vuoto del giardino con le pupille dilatate. Malù bevve un piccolo sorso di vino, sollevò gli occhi nei miei e, con una dolcezza che mi parve quasi spietata, disse: «Cosa ha visto davvero, Pim? Una volpe, un riflesso del sole sulle foglie lucide, o semplicemente un’altra pagina del suo prossimo articolo?»
Mi risedetti lentamente, sentendo una striscia di sudore freddo scivolare lungo la fronte. Guardai e riguardai Costanza, sembrava allibita e immobile quanto me, come se il tempo si fosse improvvisamente congelato attorno a noi. In quell’istante di sospensione, Ettore si avvicinò felpato per cambiare i piatti, il volto come sempre indecifrabile e rigido nella sua livrea.
«Il secondo, Contessa», mormorò il maggiordomo con un tono piatto che sembrava voler cancellare ogni stranezza. «Filetto di cavedano del Lungone in guazzetto di prezzemolo.»
Il profumo delle erbe riempì l’aria e tutto tornò di colpo sui binari di una normalità apparente. Ma mentre affondavo i rebbi della forchetta e il coltello nella polpa tenera del pesce, compresi con assoluta certezza che la mia inchiesta di cronaca nera era definitivamente morta, sepolta sotto il peso di quella dimora. Non c’erano più verbali da scrivere, piste logiche da seguire o crimini efferati da svelare.
C’era solo quel mistero verde e primordiale che mi avvolgeva come un abbraccio, un legame d’edera da cui sentivo di non volermi più liberare. E c’erano loro due: due donne sedute davanti a me che sembravano custodire l’oscuro segreto del verde di Pontalba dentro i loro occhi cangianti, nei loro abiti, nelle stanze delle loro case e in ogni singolo, inconfessabile pensiero che sfuggiva a una lineare razionalità.
Continuammo il pranzo conversando del più e del meno, sforzandoci di mantenere in piedi una parvenza di normalità. Malù appariva tranquilla, avvolta in una calma olimpica e quasi innaturale; Costanza, al contrario, restava enigmatica, e di tanto in tanto mi lanciava qualche sguardo perplesso, come se stesse studiando le mie reazioni sotto un microscopio.
Io, dal canto mio, ero ancora stupefatto per l’apparizione della macchia verde e completamente concentrato sulla stringente necessità di imbastire una conversazione accettabile. Cercavo con tutte le mie forze di adempiere al mio ruolo di invitato, aggrappandomi alle buone maniere per non sprofondare.
A pochi passi dal tavolo, Ettore sorvegliava ogni nostra mossa senza fiatare. La sua presenza ieratica sembrava assorbire l’agitazione della stanza, mentre io facevo di tutto per non dargli l’impressione di essere preoccupato. Se ne stava là, immobile nella sua livrea, con la sua solita, gelida aria di sufficienza che scoraggiava qualsiasi tentativo di confidenza.
Quell’atmosfera sospesa rimase immutata fino alla fine del pranzo, che si concluse con la delicatezza di un budino all’uva e di un caffè fumante, il cui aroma nero e denso sembrò, almeno per quel giorno, riportarci tutti coi piedi per terra.
In copertina: Foto di Alexa da Pixabay
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